CAPITOLO II.

La vittima.

Il viaggio da Milano a Gorgonzola tanto a me che all'amico Eugenio

parve brevissimo. Io meditavo il mio piano di attacco; l'amico si

beava nei sogni d'amore: entrambi in apparenza muti, sebbene un dialogo

animatissimo succedesse ne' nostri cervelli fra i varii personaggi o

immaginati o evocati dalla nostra fantasia.

Entrammo in Gorgonzola ad un'ora di notte. Raccomandate all'oste le

magre rozze che colà ci avevano trascinato, noi ci avviammo verso la

casa del signor Lanfranconi.

A un tratto due colpi di gran cassa, e l'accordo straziante di un

bombardone e di quattro clarini ci ferisce l'orecchio. — Che diavolo

vuol dire questa musica? — È la banda del paese, — risponde un dabben

uomo che camminava a piè pari; — questa sera ha luogo una grande

serenata sotto le finestre del signor Lanfranconi, il quale fu eletto

capitano della guardia nazionale. Vedete? la casa è illuminata, la

folla si aduna; senza dubbio vi saranno dei discorsi. —

«Tanto meglio! — esclamo io, — una tale circostanza è favorevolissima

ai nostri disegni.»

Ecco infatti la casa del signor Lanfranconi: la folla è tanto compatta

che io e l'amico Eugenio stimiamo prudenza l'arrestarci a trenta passi

di distanza. I piedi e, meglio che i piedi, le scarpe ferrate dei

villici mi incutono rispetto più che non le manovre di un uffiziale

della guardia civica, il quale, per mantenere l'ordine, rincalza a

spintoni i curiosi insubordinati. Eugenio si apposta dietro un albero,

e par che col guardo pretenda magnetizzare le finestre. Frattanto la

gran cassa e i bombardoni destano tutti gli echi delle montagne di

Bergamo; le case oscillano come per terremoto; io porto le mani alle

tempia per difenderle da quell'assalto violento di note: e nondimeno,

al cessare dello strepito, batto le mani con trasporto onde conciliarmi

le simpatie degli astanti. — Eh! non ci sono tutti, — mi dice un

vicino, — se la banda fosse completa.... «A quest'ora sarei sordo,

rispondo mentalmente.»

Ma il chiasso non è finito. Al fragore degli strumenti succede il

baccano delle voci umane.

— Viva il signor presidente!

— Viva!

— Viva il signor Lanfranconi!

— Viva!

— Viva il capitano della guardia nazionale!

— Viva!

— Viva il protettore della società democratica-italo-latina!

— Viva!

— Fuori! Al balcone! Viva!!! —

Le grida raddoppiano, l'impazienza della folla assume un carattere

minaccioso. È tempo di cedere al pubblico entusiasmo.

Le imposte del balcone si aprono, ed il signor Lanfranconi preceduto

da due figuri con la torcia alla mano, presenta finalmente il suo

rispettabile individuo.

— È desso! — mormora Eugenio. — E quell'altra che ora comparisce è la

sorella nubile... Là in fondo, non ti par di vedere un'altra donna...?

— È uno zuavo...! — rispondo io.

— E chi saranno quei due figuri che portano la torcia?

Senza dubbio i tuoi rivali; l'incarico che stasera si sono assunti, mi

è di buon augurio.

Queste parole io scambio coll'amico, mentre la folla muggisce.

Frattanto il signor Lanfranconi, vestito della completa uniforme da

capitano, risponde agitando il fazzoletto bianco alle dimostrazioni

popolari, e straluna gli occhi come un buffo comico.

Uno de' miei vicini mormora a mezza voce: — oggi soltanto l'hanno

nominato, ed eccolo completamente vestito colla uniforme del grado!

Comincio a credere ch'egli l'avesse già in pronto.

— Eh! conosciamo ben altri che s'erano preparati l'uniforme, — risponde

dalla folla una voce.

— Silenzio! — gridano ad un punto cento gole. Il primo che aveva

mormorato si allontana quatto quatto, e va a celarsi nell'ombre.

Il signor Lanfranconi accenna colla mano alla moltitudine di moderare

i suoi trasporti di entusiasmo; i due, che portano il cero, ripetono lo

stesso gesto; al baccano succede un silenzio solenne.

Il presidente della società democratica-italo-latina, rassicurato

da quella calma, apre la bocca per proferire un discorso; ma non

appena egli ha lanciate le prime parole: _valorosi concittadini_...

nuove grida di entusiasmo lo interrompono. — Viva! bravo! — Silenzio!

— urlano di bel nuovo gli astanti. Il signor Lanfranconi sorride,

straluna gli occhi, improvvisa varie smorfie, si inchina. La gioia di

quel primo trionfo gli irradia la faccia.

— Valorosi concittadini, — ripetè egli dopo un lungo intervallo di

attesa. — Valorosi concittadini... — Ma a queste parole eloquentissime

la folla prorompe a nuove acclamazioni.

Tre volte l'oratore riprende l'esordio, tre volte viene interrotto

dagli applausi. «Sì pronti e sì efficaci trionfi, — pensavo io,

— ottiene la parola, quando i cuori bollono di entusiasmo, quando

il popolo, commosso da generosi affetti, non attende che un breve

impulso per correre a grandi imprese, per sacrificarsi ad una santa

aspirazione. Guai a chi non profitta di tali entusiasmi!»

Sventuratamente il signor Lanfranconi non aveva che l'eloquenza delle

intenzioni. Il discorso ch'ei doveva recitare era stato redatto da'

suoi segretari; era un impasto di frasi comuni, vuote di senso, sterili

di affetto; insomma, uno di que' discorsi che paiono sublimi ai....

citrulli.

«_Valorosi concittadini!_

«Austria è sconfitta, ma non domata; Lombardia ride, Venezia piange,

Toscana si redime, Bologna ci stende la mano, Roma freme, Napoli

attende. Su dunque, o valorosi! Armiamoci dall'unghie ai capelli; la

lotta non è finita; al primo grido d'allarme fate che il nemico ci

trovi tutti al nostro posto! Dio è con noi... Inghilterra è per noi,

Francia lascia fare... Spagna è minacciata dal Marocco, China dà a

pensare alle potenze, Russia attende al Caucaso, Turchia vacilla,

Prussia ha dolori intestini, Ungheria si prepara, Russia aspetta.

Valorosi cittadini: profittiamo della occasione. Quanto a me, chiamato

dall'onorevole incarico di capitanare le file dell'armata cittadina,

morrò con voi e per voi nell'ora del cimento. Sia un solo il nostro

grido: Viva la razza italo-latina!»

Quest'ultime parole non sono troppo ben comprese dalla folla.

Nondimeno, poichè ha cessato di parlare, l'oratore è di nuovo acclamato

dalla moltitudine.

— So con qual uomo abbiamo a fare — dico io ad Eugenio. — Ora mi pare

che l'uno de' suoi segretari voglia prendere la parola. Ascoltiamo

anche costui; a me basteranno poche frasi per conoscere la forza del

nemico. —

Il nuovo oratore senza scomporsi della persona scioglie la voce di tal

guisa:

«Il grave e lento sviluppo della letteratura germanica, la civiltà

del nord meditata e guardinga, con sintesi procedente, non clamorosa

ma schietta, non balda ma fidente, matura in segreto i provvidenziali

destini dell'Europa tutta; non accelera ma conferma, non spinge ma

assoda il progresso delle generazioni avvenire. Meditando la dotta

Alemagna, svolgendo le pagine di quegli operosi ma prudenti elaboratori

del pensiero, io sento vie più assicurate le sorti del bel paese,

_che Apennin parte e il mar circonda e l'Alpe_; e grido: Viva tutta la

famiglia dell'Europa civilizzata! Viva la sapienza civile che informa

la nuova êra dei popoli!»

La folla ripete il Viva, ma con voci già languide e fiacche. La

monotona cantilena dell'oratore ha agghiacciato l'entusiasmo del

pubblico.

— Anche quest'altro s'è dato a conoscere, — mormorai di bel nuovo

all'orecchio dell'amico. — Ora ascoltiamo l'ultimo.

«Cittadini! Dallo Spilbergo, dalle carceri di Josephstadt, dall'eculeo,

sui gradini del patibolo, sulle vie tribolate dell'esiglio, torturato,

battuto, straziato, lacero nelle vesti, affranto dalle catene, io non

ebbi, non ho e non avrò che un solo grido: Morte ai tiranni! morte

ai nemici della libertà! Morte ai ladri! Morte agli assassini! Morte!

Morte!... e dannazione!»

— Morte! Morte! — rispondono alcune voci. Ma un colpo di gran cassa

e lo squillo dei bombardoni ridestano ne' cuori l'ilarità perduta;

gli oratori si ritirano dal balcone, le faci si spengono, si chiudono

l'invetriate: la guardia civica e i suonatori si allontanano seguíti

dalla folla, che seconda la musica con cantici lieti.

— Ora a noi, signor Lanfranconi!

— Povera Ifigenia! — esclama Eugenio. — Ella non s'è lasciata

vedere.... Ella non prese veruna parte alla cerimonia. Senza dubbio la

poveretta è rimasta in qualche angolo solitario della casa a piangere

in segreto la dabbenaggine del padre.

— Ciò che ella pensi saprò fra pochi minuti. Tu, mio buon amico,

vattene all'albergo e mettiti a letto; domattina verrò a svegliarti, e

ti condurrò fra le braccia della tua fidanzata.

— Che? tu non vieni con me all'albergo?

— Io dormirò questa notte in casa del signor Lanfranconi. Io amo andar

per le spiccie nelle faccende mie.

— Ma come?... in qual modo?...

— Lasciane a me la cura.

Eugenio si allontana di alcuni passi, poi si volge per vedere se

io mandi ad effetto il mio disegno. Vedendomi entrare a passo di

carica nella casa della sua fidanzata, che a lui pareva una fortezza

inaccessibile, il mio povero amico rimane pietrificato dallo stupore.

Io salgo le scale, penetro nella anticamera, e scuoto a gran forza il

cordone del campanello.

Un servo viene ad aprirmi.

— Il presidente della società democratica-italo-latina, capitano della

guardia nazionale, eccetera, eccetera, signor Egidio Lanfranconi, è

egli visibile?

— Signore, — risponde il domestico, — il mio onorevole padrone si è

recato in giardino, ove stassera ha luogo una cena.

— Tanto meglio! richiamalo tosto, e digli che una persona giunta testè

da Pietroburgo deve parlargli di un importantissimo affare. — Così

parlando, io entro nella sala, e mi getto sovra un divano.

— E non potrebbe la signoria vostra tornare domattina?...

— E tu credi, o imbecille, che un uomo il quale giunge dalla Russia,

incaricato di una segreta missione, possa aspettare i comodi altrui?

Questa sera istessa io debbo spedire un dispaccio telegrafico al signor

Gorciacoff primo ministro, il quale, mentre io sto qui parlandoti,

passeggia forse nel suo gabinetto, attendendo la risposta del

signor Lanfranconi. E questa risposta dev'essere comunicata prima di

mezzanotte all'imperatore; e prima che l'alba sorga, il mio dispaccio

avrà fatto il giro dei principali gabinetti d'Europa!... Imbecille! —

Il servo si inchina profondamente e si affretta a portare l'ambasciata.

Pochi minuti dopo, il signor Lanfranconi entra nella sala borbottando:

«Qui certo v'è un malinteso. Che diavolo mi parli tu, imbecille, di

Russia e di gabinetti?»

— Signor presidente della società democratica-italo-latina, — dico

io con aria di mistero, — vorrei parlarvi da solo a solo. Favorite di

licenziare il vostro domestico. —

A un cenno del signor Lanfranconi, il servo si ritira.

— Perdonate, o signore, se il desiderio vivissimo di conoscere

davvicino un uomo pel quale nutro la più grande ammirazione, mi

fece ricorrere ad uno stratagemma forse un po' bizzarro. Io non sono

venuto per recarvi i dispacci del gabinetto russo, come poco dianzi ho

annunziato al vostro domestico; sibbene per stringervi la mano e per

manifestarvi quei sentimenti di stima...

— Che?... Voi dunque assumeste un carattere diplomatico al solo scopo

di entrare nella mia casa e di....

— E di ossequiare il grande politico, da cui dipendono i destini

dell'Italia tutta, fors'anco i destini d'Europa. —

La fisonomia del signor Lanfranconi comincia a rasserenarsi. Egli era

entrato nella sala con un cipiglio da dannato; ma le nubi della sua

fronte si diradano, il suo labbro si atteggia ad un gentile sorriso.

— A dir vero... io non meritava tanto onore.,.. Se in cosa veruna ho

contribuito al bene del paese, ciò deve ascriversi piuttosto alla mia

posizione che mi dà i mezzi... di fare qualche sacrificio, anzichè...

— Signore: vi hanno persone che potrebbero fare assai più di voi

quanto ai mezzi di fortuna, eppure non fanno. Voi avete istituita una

società democratica-italo-latina, a cui un giorno tutta l'Italia andrà

debitrice della sua redenzione. Non aveva torto il signor Gorciacoff,

allorchè parlandomi di voi a Pietroburgo...,

— Che? voi parlaste col signor Gorciacoff?... Voi davvero venite da

Pietroburgo? favorite di sedere...

— No... no... signor presidente; per voi i minuti sono preziosi; io

non voglio intrattenervi più a lungo... Ringrazio la sorte d'avermi

accordato il favore della vostra vista. Ora, se mai tornerò a

Pietroburgo, potrò dire al signor Gorciacoff e a quanti già fecero le

meraviglie perchè io non conoscessi il più dotto politico d'Italia,

che non solo ho veduto, ma ho udito parlare il signor Lanfranconi,

sono entrato nella sua casa, e ho stretta la mano, che potrebbe con un

tratto di penna mutare le sorti dell'Europa.

Ciò detto, io m'inchino profondamente e muovo per andarmene; ma il

signor Lanfranconi mi afferra per un braccio e mi obbliga a rimanere.

— Signore... io non permetto che voi partiate in tal guisa... Un

bicchiere di vino... una tazza di caffè... un _punch_! Vi prego di

sedere un momento....

— Poichè voi... desiderate...

— Non solo desidero, ma pretendo.... Dalla mia casa non è mai uscito

verun galantuomo senza prima aver gustato il mio barbéra...

— Signore! qual degnazione da parte vostra!... Ma non è a far le

maraviglie... Il conte Valeschi a Parigi nelle sale della marchesa

Orleanoff ha detto che l'Italia non possiede che un solo vero

democratico... e quello siete voi. —

Il signor Lanfranconi ha gli occhi scintillanti. Mentre io stempero

la mia eloquenza in complimenti di tal genere, il servo reca due

bottiglie, e subito si allontana per cenno del padrone.

— È strano che in Russia, in Inghilterra e in Francia sia noto il mio

nome, — dice il dabben uomo riempiendomi il bicchiere. — Che ho fatto

io per procacciarmi tanta fama? Non sono uscito mai da Gorgonzola...

Le mie idee politiche sono subordinate alla volontà di pochi buoni

amici che onorano la mia casa della loro presenza... Nel circolo da me

istituito non parlai che due volte... e non credo aver proferite più di

venti parole....

— Venti parole del signor Lanfranconi valgono assai più che non venti

volumi di codesti politicanti accozzatori, gonfi di ciarle e vuoti

di idee. Non v'ho forse udito poco fa predicare dal vostro balcone?

Qual fuoco, quale eloquenza in sì breve arringa! Qual concisione e

al tempo istesso quale esattezza nel dipingere lo condizioni presenti

dell'Europa, le passioni politiche de' vari stati, le nuove idee dei

popoli! Il signor Albacioff, parlando di voi al conte Adrianoff, uscì

fuori con questa sentenza: «L'Italia possiede due geni politici, che

nella presente situazione potrebbero condurla a buon fine: l'uno è il

conte Cavour, il quale fatalmente si è ritirato dalla cosa pubblica;

l'altro è il signor Lanfranconi presidente del circolo di Gorgonzola,

troppo modesto o troppo altero per accettare la prima carica dello

stato.»

— Oh sì! troppo altero! — grida il mio interlocutore dopo aver vuotato

il bicchiere sino all'ultima stilla.... Ma se mai gli attuali ministri

intendessero abusare più oltre del loro potere... uscirei forse del mio

coviglio... e volerei a Torino... per salvare la patria!

Povero Lanfranconi! L'ingenuità delle sue parole mi commuove, mi

intenerisce. Io comprendo fino a qual punto le adulazioni di due

raggiratori gli hanno guasto il cervello.

— Voi dicevate, — prosegue egli coll'entusiasmo del credenzone, — voi

dicevate che lord Russel, lord Gorciacoff e Valeschi si sono degnati di

pronunziare il mio nome. Potreste ora dirmi in qual modo que' grandi

diplomatici hanno potuto aver nuova de' fatti miei... e in quale

occasione si compiacquero rammentarmi...?

— Signore: la sarebbe una istoria troppo lunga e, per dir vero, io

sono aspettato da un mio compagno di viaggio all'albergo del _Sole_, nè

posso per ora intrattenermi più a lungo.

Il signor Lanfranconi scuote il campanello per richiamare il domestico,

il quale subitamente comparisce.

— Va all'albergo del Sole, e dì all'amico di questo signore... che noi

lo attendiamo qui...

— No... no, — interrompo io. — Asdrubale non consentirebbe di metter

piede in questa casa, mentre per certe ragioni politiche egli viaggia

l'Italia nel più stretto incognito. —

Poi volgendomi al domestico: — poichè il signore desidera ch'io mi

trattenga qualche tempo con lui, dirai alla padrona dell'albergo che in

caso il mio amico rientrasse prima di me, vada pure a coricarsi, che io

sto bene ove mi trovo...

— E aggiungi, — proseguì il signor Lanfranconi, — aggiungi che il

signore passerà la notte in casa mia, perchè deve parlarmi di gravi

affari di stato... Ah! ah! —

Il servo si inchina e parte. Il colpo è fatto... eccomi padrone della

fortezza. A suo tempo aprirò la breccia per introdurre l'amico; gran

scena di passione, gran quadro finale, e buona notte... Il signor

Lanfranconi brucia d'impazienza: conviene alimentare la fiamma perchè

non si spenga sul più bello.

— Io era a Pietroburgo due mesi sono e, come vi dissi, fui presentato

in casa del signor Gorciacoff, il quale ebbe la cortesia d'introdurmi

presso la marchesa Albanoff, amica del principe Adrianoff, il cui

segretario, signor Anstracoff...

— Che bei nomi! che nomi diplomatici! È duopo confessarlo, noi in

Italia di tali nomi non ne abbiamo...

— Il signor Gorciacoff, leggeva una sera il _Somarroff_, giornale

russo. A un tratto egli sospende la lettura, e volgendosi a me con aria

sorridente: «Di grazia, mi chiese, quanti anni credete voi possa avere

il signor Egidio Lanfranconi?»

— Sessantaquattro anni, cinque mesi e sei giorni...

— Sventuratamente io non conosceva questi particolari e, lo dico a mia

vergogna, ignorava perfino... che in Italia esistesse un personaggio

così chiamato...

— Ah! Ah!... lo credo. Da cinque mesi soltanto io ho cominciato ad

agire nel campo della politica. Ebbene? qual fu la vostra risposta al

signor Anstracoff?...

— Risposi schiettamente ch'io per nulla conosceva il signor

Lanfranconi. Peccato che voi non foste presente a quella scena! Il

signor Gorciacoff fece un atto di meraviglia: tutti gli astanti si

guardarono in viso, e la marchesa Albanoff mormorò a mezza voce:

«Ecco l'Italia! io non spero che quel paese possa redimersi infino a

che mostrerà tanta indifferenza verso i suoi grandi.» Rimasi confuso,

annichilito: balbettai qualche parola di scusa, e il signor Anstracoff,

vedendo il mio turbamento, mi si accostò, mi battè leggermente sulla

spalla, dicendomi all'orecchio: «Temo che un tal peccato d'ignoranza vi

abbia a chiudere d'ora innanzi le sale della marchesa.»

— Povero giovane! mi spiace che il mio nome vi sia stato occasione di

dispiaceri....

— Non importa: pochi giorni dopo esso mi procurò molti vantaggi.

Io mi recai a Londra: il mio compagno di viaggio aveva una lettera

commendatizia per lord Russel.

— Lord Russel! lord Russel si sarebbe degnato parlare di me?

Oh!... davvero io non credo d'essermi meritato un tanto onore... e

quantunque, come dice il signor Nebbia, gli occhi dell'Inghilterra

sieno rivolti con benevolenza all'Italia... non so comprendere come il

celebre ministro siasi occupato del povero presidente del circolo di

Gorgonzola....

— L'Inghilterra ha in Italia molti emissari, incaricati di studiare

i progressi del paese, di conoscere il voto delle popolazioni. Lord

Russel, parlandomi di voi, che stavolta finsi di conoscere, mi diceva

in presenza di lord Palmerston: «Quel signor Lanfranconi la sa più

lunga di tutti; l'Italia ha trovato il suo Pitt.»

— Pitt!... Che diavolo di nome? però.. bel nome... Un nome spiccio...!

E dite un po': lord Palmerston non ha presa la parola...? non ha detto

anch'egli qualche cosa a proposito del signor... Pitt...?

— A proposito di Pitt, lord Palmerston ha esclamato: «Voglia il cielo

che il signor Lanfranconi sia il Pitt e non il Robespierre dello

sventurato paese!»

— No... no! caro collega Palmerston... io non sarò il Robespierre

dell'Italia: se mai venisse giorno in cui gli avvenimenti, come dice il

signor Trigambi, esigessero una ghigliottina... io darei la mia formale

dimissione. —

In proferire queste parole, il signor Lanfranconi si asciuga due grosse

lacrime che gli gocciolano sulle guance. L'ingenuo trasporto del

dabben uomo mi toglie il coraggio di continuare la finzione. Vorrei

stringergli la mano, vorrei senza indugio aprirgli candidamente il

mio cuore, dirgli le vere ragioni perchè io sono venuto in casa sua;

ma forse di tal modo guasterei il mio piano di battaglia. Per buona

sorte un terzo personaggio entra nelle sala... una giovanetta di circa

diciott'anni, bella e mestissima nel volto: Ifigenia.

«Oh! la gentile creatura! — penso io, — dessa è ben tale da destare

l'entusiasmo dell'amore in un cuore di ventisei anni, bollente, poetico

qual è il cuore dell'amico mio.»

Ella si arresta... non osa aprir labbro. Si direbbe ch'ella tremi

della severità paterna: forse l'aspetto d'uno sconosciuto la rende più

esitante.

— Che vuoi tu, figliuola mia? — chiede il signor Lanfranconi con piglio

alquanto brusco.

— Io veniva per ricordarti... che i convitati... ti aspettano in

giardino... e si maravigliano della tua assenza.

— Oh! sì!... vero!... — esclama il signor Lanfranconi, levandosi

in piedi. — Vedete s'io sono smemorato...! La politica mi faceva

dimenticare la cena! Figliuola mia, ti prego di dar di braccio al

signore, di condurlo in giardino e di presentarlo ai nostri amici,

mentre io corro a vedere se quella lumaca di Stefania ha preparate

le camere... Il signore è amico di Palmerston, di lord Russel, di

Gorciacoff... e d'altri pesci grossi... di tal fatta. Basta!... fra

poco verrò io. Voglio un po' vedere lo stupore di mia sorella quando

udrà che lord Palmerston... e quegli altri signori parlano di me in

Inghilterra ed in Russia... come si trattasse d'un loro fratello.

Ifigenia manda dal petto un sospiro, e mi volge una occhiata di

rimprovero, quasi intendesse dirmi: «Anche voi abusate della credulità

d'un vecchio dabbene, del povero padre mio!»

Ma appena il signor Lanfranconi è uscito, io prendo con dolce violenza

il braccio della fanciulla e le mormoro all'orecchio: — Eccellente

fanciulla: io sono venuto qui per darvi una buona notizia. Eugenio è

giunto stassera a Gorgonzola, e scommetto che in questo momento egli

è ancor là abbasso inchiodato sotto il balcone... nella speranza di

vedere la sua Ifigenia. —

Gli occhi della fanciulla sono rasserenati. Il suo braccio trema nel

mio... Ella si affretta ad accompagnarmi in giardino, e nello scendere

le scale mi fa cento domande sul conto del suo innamorato. Io le

dipingo co' più vivi colori la passione di Eugenio e il suo dolore

nel vedersi tolta la donna che era per lui oggetto di adorazione;

le dichiaro che non per altro scopo io mi sono introdotto in casa

del padre di lei, se non per favorire i disegni di Eugenio, per

ricongiungerlo alla sua innamorata. Ad ogni mia parola Ifigenia cerca

rianimarsi: in breve io riesco ad ispirarle tanta confidenza, quanta

dapprima le avea ispirato avversione.

Eccoci in giardino; sotto il pergolato è disposta una mensa obblunga,

in capo alla quale è un posto vacante.

— Vedete! — mi dice Ifigenia sotto voce, — mio padre vorrebbe ch'io

sposassi uno di que' lumaconi là in fondo, che seggono ai lati del

posto riservato a mio padre.

— Voi sposerete Eugenio, a dispetto di tutti i lumaconi politici e

scientifici d'Europa! —

Prima che noi ci avanziamo verso la mensa, il signor Lanfranconi ci

raggiunge. Egli sembra molto soddisfatto di potermi presentare a' suoi

commensali. Mi prende per mano, mi conduce sotto il pergolato, e con

voce solenne: — signori, — dice, — ho l'onore di presentarvi il signor

Palmerston... cioè.., voleva dire... l'amico di lord Palmerston...

di lord Russel... di Gorciacoff... di Adrianoff... della marchesa...

Andreoff... il quale si è degnato di recarmi alcuni importanti messaggi

di que' bravi signori di laggiù.,. Signor Nebbia... signor Trigambi...

e voi tutti, onorevoli fratelli e correligionari politici, perdonate

se stassera io cedo il mio posto d'onore al nuovo ospite, all'amico di

lord Palmerston, del conte Valeschi, del ministro Gorciacoff... —

Io mi assido senz'altra cerimonia al posto che mi viene indicato. Il

signor Nebbia e il signor Trigambi impallidiscono, e si scambiano una

occhiata obliqua e dispettosa. Il Lanfranconi va a sedere all'altro

capo della tavola, intercettando colla protuberanza del suo addome

una comunicazione di gesti e di parole piuttosto interessanti fra sua

sorella nubile ed uno zuavo. Frattanto Ifigenia si è allontanata sotto

pretesto di volersi recare a contemplare la luna. Ch'ella invece sia

corsa al balcone per iscambiare con Eugenio qualche segno telegrafico?

Davvero ne sarei contentissimo: l'amico vedrà ch'io ho ben impiegato il

mio tempo.

Le bottiglie si sturano: i commensali paiono tutti d'ottimo umore, ad

eccezione dei miei due vicini, che sono d'una taciturnità desolante.

Il signor Lanfranconi propone vari brindisi in onore della guardia

nazionale e della società democratica-italo-latina; da ultimo leva

il bicchiere, e volgendosi a me con aria solenne si fa ad esclamare:

— Viva i miei onorevoli colleghi lord Palmerston e lord Russel,

viva il conte Orlanoff, la marchesa Adrianoff e tutti gli Off amici

dell'Italia! —

Il signor Lanfranconi morrebbe di congestione cerebrale se io non

mi affrettassi a ripetere innanzi alla numerosa assemblea che tutte

le sommità ministeriali e politiche di Europa si occupano di lui. Il

momento decisivo è venuto. Io mi levo in piedi; i commensali sospendono

le loro funzioni gastronomiche, e mi salutano di applausi prolungati.

Alla fine io prendo la parola:

— L'onorevole signor Palmerston, col quale poche settimane sono io

mi trattenni in lunga conferenza, m'incaricò di significare al dotto

accademico signor Lanfranconi, di cui onora gli alti intendimenti

politici e lo sviscerato patriottismo, essere oggimai le sorti

dell'Italia assicurate, purchè si rimuovano i pochi ostacoli interni,

che tuttora si oppongono od almeno ritardano il nostro progresso

civile. E quali sono codesti ostacoli? lord Palmerston osava

rispondere. Lord Russel prese animosamente la parola: «Voi avete in

Italia due sêtte nemiche del vostro bene, diss'egli laconicamente,

la setta dei dottrinari, e la setta degli esaltati. Dite al signor

Lanfranconi che si tenga bene in guardia contro le mene di costoro; in

caso diverso il paese sarebbe rovinato!»

Il mio discorso è accolto con applausi frenetici; ma il signor Nebbia

ed il Trigambi, cui forse non garba troppo la conclusione, si levano

dalla mensa, e si allontanano pei viali del giardino, parlando fra loro

sommessamente. Il Lanfranconi, inebriato di vanità, non s'accorge della

improvvisa disparizione de' suoi due segretari. Egli si leva dal suo

posto, con piena soddisfazione della sorella nubile, la quale tosto

si riavvicina allo zuavo, e viene a collocarsi presso di me in uno dei

posti vacanti.

— Io mi accorgo, — dic'egli sottovoce, — che voi non siete quel

dabben uomo che vorreste sembrare. Scommetto che lord Palmerston vi ha

incaricato di qualche missione segreta.... Giurerei che non a caso vi

siete introdotto nella mia famiglia.... Basta! domani non vi lascierò

partire.... Io voglio che mi onoriate d'una seconda conferenza da solo

a solo....

— Sta bene, — rispondo io, — rimarrò domani presso di voi, a patto che

ora mi permettiate di andarmi tosto a coricare.

— Ehi! Tebaldo! Stefania! — grida il Lanfranconi; — accompagnate il

signore al suo appartamento. Ma dove sono andati il signor Nebbia e il

signor Trigambi?....

— Probabilmente a meditare sulle parole di lord Palmerston.

Io prendo commiato dalla società, e, condotto da Tebaldo, salgo ai

miei appartamenti. Attraversando la sala mi accorgo che il balcone è

aperto... e che Ifigenia, immobile come una statua, sta tuttora in

contemplazione della.... luna. — Buona notte, signorina, — le dico

passando, — domani contemplerete la luna senza aprire le imposte del

balcone.

Racconti politici · 第 62 / 104 题