Prime armi di Teodoro Dolci.
Sospinto dai camerieri, dai _piccoli_ e dai pressati avventori, il
timido campagnuolo trovossi nel mezzo della sala terrena.
— Il signore desidera pranzare?
— Io pranzare! — risponde Teodoro al cameriere; — da noi a Capizzone
non si pranza.... Io non sono un signore.... Però avrei caro di
mangiare un boccone così alla buona... perchè nel corso della giornata
non ho preso verun cibo... tranne il caffè della Caterina....
— La si accomodi a quel tavolo....
— Signor cameriere.... cameriere!...
— Le dico di prender posto a quel tavolo, e di sbrigarsi nell'ordinare,
perchè in oggi, come ella vede, non abbiam tempo da perdere.
Teodoro si inoltra timidamente nella sala terrena, ma non osa
avvicinarsi alla tavola che gli viene indicata, per tema di dar noia
agli altri commensali.
— Se questi signori mi permettessero... — balbetta il giovane
campagnuolo, dopo breve esitazione, — io mi accomoderei alla meglio in
quel cantuccio...
I commensali si stringono l'un presso l'altro; Teodoro si leva
il cappello e si pone a sedere, avendo cura di occupare il minore
spazio possibile. Alla vista di tante persone ben vestite, di tante
facce sconosciute, l'allievo di don Dionigi Quaglia non osa levar
gli occhi, non che muovere una mano. Al rumore dei bicchieri e delle
forchette si uniscono le stridule voci dei camerieri e dei _piccoli_,
le ciarle animate dei mangiatori. Questi ultimi, per buona ventura
di Teodoro, colle eccentriche aspirazioni del dialetto e colla
manifesta predilezione per certi commestibili, rivelano la loro origine
bergamasca. Teodoro, vedendosi circondato da tanti compaesani, trae dal
petto un largo sospiro, e si dispone a pranzare di miglior appetito.
— I baggiani non san fare la polenta! — grida l'uno in tono
dispregiativo.
— Nè tampoco arrostire gli uccelli, risponde un altro.
— Anche in coteste inezie, — soggiunge un terzo a voce bassa, — si
scorge l'influenza fatale di un governo che pose ogni opera nel tener
divisi gli Italiani.... Ma... Viva l'arcivescovo Romilli...!
— Viva Pio IX! — rispondono sommessamente altre voci.
Frattanto il cameriere mette dinanzi a Teodoro mezza dozzina di piatti
e un boccale di vino, poi si allontana rapidamente per servire gli
altri commensali.
— È tutta per me questa roba! — grida il campagnuolo, rimirando con
occhi atterriti la ricca imbandigione... — Io preferirei un tozzo di
polenta... e un bicchier d'acqua....
— Scelga ciò che meglio le aggrada, e ringrazii la Provvidenza che
l'hanno servito sì tosto, — brontola il vicino di Teodoro sorridendo
maliziosamente. — E beva un sorso di vino... perocchè non sono più
tempi da rinfreschi codesti.... Fuoco! fuoco ci vuole e non acqua...
acciò la bomba scoppii più presto!
Teodoro non osa profferire veruna obiezione; egli intinge la forchetta
in un piatto di fritelle, ma recandosi al labbro il ghiotto boccone,
non può a meno di sclamare: «Che direbbe mio zio don Dionigi se
mi vedesse mangiare tali ghiottonerie!.... Egli che mi ha tanto
raccomandato la sobrietà e l'economia!»
Il rumore della conversazione va sempre crescendo; ma gli epigrammi, le
arguzie, le fatidiche arringhe dei circostanti, tuttochè espresse nel
più puro idioma bergamasco, non sono comprese dall'ingenuo montanaro.
«O questi signori sono pazzi, — conchiude egli dopo aver ascoltato
lunga pezza gli strani discorsi, — o ch'io ho lasciato il cervello a
Capizzone.»
— Io propongo un brindisi al grande prelato italiano! all'aspettato
dalle genti! al successore di Giulio II!... — grida il vicino di
Teodoro, levandosi in piedi e portando il bicchiere alle labbra.
Tutti i commensali si levano in piedi e bevono senza dir motto, ma
stralunando gli occhi e agitando la testa come invasati.
— E lei... giovanotto... lei non risponde all'invito?
— Io... non son uso a ber vino... — risponde Teodoro.
— Ah!.. lei non è uso a ber vino! Lei non è buon Bergamasco!
— Nè buon Italiano! — soggiunge il vicino di Teodoro.
E tutti i circostanti ammutiscono, lanciando occhiate di sospetto e di
minaccia sull'allievo di don Dionigi, il quale sopraffatto dalla paura,
divien rosso come brago e suda dai piedi alla testa.
— Io la consiglio di bere, e prontamente! — ripete un barbuto signore
all'orecchio di Teodoro, con una voce che somiglia al ruggito d'una
belva. L'atterrito campagnuolo, come automa commosso da meccanico
impulso, si leva in piedi, gira intorno lo sguardo smarrito, poi stende
la mano alla bottiglia, l'accosta alle labbra, e la vuota d'un fiato
con grande stupore degli astanti che prorompono in acclamazioni di
entusiasmo:
«Viva Pio IX! Viva Romilli! Viva i Bergamaschi! Viva l'Unione!»
— Voi siete dei nostri, — grida il vicino di Teodoro battendogli la
mano sulla spalla. Ma il povero montanaro, dopo quell'atto di violento
eroismo, è ripiombato sulla seggiola, immobile e floscio come un sacco
di bambagia. La paura e i vapori del vino estinsero in lui il fuoco
della vitalità, gli cristalizzarono lo spirito ed il corpo.
Giunge la notte. La sala dell'albergo vien rischiarata dal gaz, e
frattanto sui balconi e sulle finestre della Corsia compariscono mille
globi illuminati, e torcie, e lampade e lumi d'ogni foggia e colore.
Lo spontaneo e splendido apparato di festa elettrizza i cittadini già
commossi da generoso entusiasmo; il popolo percorre le vie cantando,
e il torrente della folla ingrossa più che altrove presso la contrada
dei Pattari per introdursi nel largo di piazza Fontana, ove ha dimora
l'arcivescovo, e dove la illuminazione è più splendida.
I commensali dell'Agnello si sono sbandati. Teodoro s'è riscosso dal
breve letargo, ma l'insolita bevanda gli ribolle tuttavia nel petto e
gli annebbia il cervello de' suoi vapori.
«Brunetto! ove diavolo si è ficcato colui! egli avea promesso di
tenermi compagnia!... Oimè! qual vampa alla testa! se mio zio, se
Dorotea mi vedessero!... Perchè mai quei signori hanno voluto che io
bevessi tanto vino!? In questa città mi pare che tutti sieno matti!
S'io posso tornarmene salvo a Capizzone, giuro di non lasciare più mai
quel caro paese!»
Di tal guisa farneticava Teodoro. Il padrone dell'albergo entrò per
caso nella sala, e vedendo il giovinotto seduto a mensa col capo fra
le mani: — Che diavolo fa ella costì? — gli chiese con quel piglio
dolce-brusco che è proprio degli osti milanesi. — Perchè non va anche
lei a vedere l'illuminazione di piazza Fontana?
Teodoro levossi in piedi, e inchinandosi rispettosamente: — Sarei ben
lieto, — rispose, — di poterla obbedire, ma attendo un compagno...
cioè... voleva dire... il signor vetturale Brunetto di Capizzone, che
ha promesso onorarmi della sua compagnia.
— S'ella conta sulla parola del Brunetto di Capizzone, dovrà aspettarlo
un bel pezzo! A quest'ora il Brunetto dormirà briaco fradicio in
qualche bettolaccia di Ponte Vetero. D'altronde, s'ella vuol godere
lo spettacolo della illuminazione, non ha che a fare due passi fuor
dell'albergo e abbandonarsi alla corrente della folla, che in pochi
minuti la trasporterà nel centro della piazza.
Teodoro per quell'istinto di sommissione all'altrui volere, che don
Dionigi avea sì coscienziosamente coltivato nel suo giovane allievo,
seguì l'albergatore fino alla porta che dà sulla Corsia, sdrucciolò
dai gradini, e travolto nella mischia, ora sospinto, ora sollevato
dall'onda della moltitudine, in meno di dieci minuti trovossi
nel centro della piazza Fontana, rimpetto al balcone del palazzo
arcivescovile.
Gli avvenimenti di quella memorabile serata erano il prologo della
grande rivoluzione italiana del 1848. Gli Austriaci da lunga pezza
diffidenti e presaghi della terribile catastrofe, in quella festa, in
quelle acclamazioni chiassose fatte al nuovo arcivescovo, intravidero
i sintomi della prossima insurrezione. Fatto è che, mentre il popolo
stipato nella piazza invitava con urli feroci il ritroso prelato perchè
si presentasse al balcone, parecchie pattuglie di soldati e poliziotti
irruppero nella folla colle armi sguainate, suscitando uno scompiglio
da non potersi descrivere. Alla vista delle sciabole e delle baionette,
i cittadini che non s'attendevano quell'assalto violento, s'urtano
l'un l'altro per uscire dalla mischia. Donne e fanciulli, rovesciati
al suolo dall'urto dei fuggenti, son pesti e malconci; un dabben uomo,
certo Ezechiele Abate, muore di crudele ferita; altri barbaramente
percossi son tratti prigioni: in pochi minuti il popolo scomparisce, e
i soldati assalitori rimangono padroni del campo. È debito della storia
il convenire che in quella serata il valore austriaco trionfò su tutta
la linea; nè mai esercito agguerrito ottenne più completa e più facile
vittoria sovra un popolo inerme.
Che avvenne del nostro Teodoro durante la battaglia? Mi duole
annunziarvi la trista novella.... Teodoro ha riportato una grave
ferita. Trascinato dalla corrente, il nipote di don Dionigi era giunto
allo sbocco che mette in contrada Larga, quando uno scellerato di
poliziotto gli piantò nella coscia la punta della baionetta.
«Aiuto! misericordia!» urlò il poveretto stramazzando a terra.
I circostanti, preoccupati ciascuno della propria salvezza, fuggono
atterriti, abbandonando la vittima alla mercè del carnefice. Una
sciabola acuta e lucente pende sul capo di Teodoro; il terribile
poliziotto misura il colpo.... Se la Provvidenza indugia un istante a
soccorrerlo, il nipote di don Dionigi è bello e spacciato.
Ma la Provvidenza riserba a Teodoro una fine più gloriosa. Cinque o
sei popolani, che ultimi rimasero nella piazza, veggono in passando
l'orribile quadro: d'un calcio poderoso l'un d'essi lancia lo sbirro
contro la parete; gli altri sollevano di terra il ferito, se lo
recano in braccio, e spariscono dietro l'angolo della contrada di
Sant'Antonio. Quando il poliziotto si volse per cercare la vittima,
vide il luogo deserto, e udì in lontananza il fischio dei fuggenti,
quel fischio schernitore, che i _barabba_ di Milano lanciavano come
protesta e minaccia contro gli esosi sicarii di una polizia abborrita.