V.

Trascorse alcune ore, gli ospiti del piccolo albergo parevano assopiti.

Il vecchio Gregorio, rattrappito fra due letti, colla testa ricurva,

avea cessato di pregare e di piangere. Nessuna espressione di dolore

per parte dei feriti. Il tormento e l'angoscia reprimevano il singulto,

nulla turbava i silenzi della notte misteriosi e profondi.

Nella stanza terrena, seduto presso una vecchia tavola, il sergente

delle Guide scriveva. La sua penna scorreva rapidamente sul foglio,

agitata da un leggiero tremolio; avresti detto che quel giovine fosse

intento a commettere un delitto; che rivelando ad una persona amica i

segreti del proprio cuore, temesse di dire cose riprovevoli e codarde.

Sul campo di battaglia, dopo le innebrianti e spietate emozioni,

il sentimento dell'amore quasi apparisce puerile e ridicolo. L'eroe

del mattino aspetta le tenebre e la solitudine per scrivere alla sua

donna. Se i suoi compagni lo sorprendessero, il rossore gli monterebbe

alle guancie. — Vedete se la guerra non inverte gli istinti del cuore

umano! — i più puri, i più nobili affetti dell'uomo somigliano ad una

debolezza e quasi diventano obbrobriosi, laddove non si vive che per

uccidere o per essere uccisi.

Il sergente delle Guide non è pei nostri lettori un personaggio

sconosciuto. Basti dire che egli si chiama Edoardo De Mauro, il figlio

del ricco industriale di Milano, il fidanzato di Enrichetta Cantareno.

— È forse mestieri di aggiungere che la lettera è diretta a lei, alla

fiera e orgogliosa fanciulla, nel cui amore Edoardo aveva attinta la

forza per compiere, a malgrado della resistenza paterna, i doveri di

cittadino italiano?

Ed ora che abbiamo riconosciuto il nostro giovane eroe, poniamoci

dietro le sue spalle, e coll'occhio seguiamo lo scritto che il di lui

cuore va dettando:

«Mia Enrichetta!

«Io ti scrivo da una povera stanzuccia piena di tenebre e di dolore.

Poco fa ho dovuto assistere ad una orribile scena che ha portato al

colmo la mia tristezza. Non ho cuore di descrivertela; e d'altronde il

tuo animo gentile di donna non reggerebbe al racconto. Debbo ora dirti

che questa fu una giornata di gloria per l'esercito garibaldino. Ci

siamo impadroniti del forte di Ampola; ma ciò ha costato gravi perdite.

Quando si pensa che soli duecento uomini difendevano quella fortezza,

e ch'essi potevano fulminarci senza pericolo...! Ma a che servono

i tristi commenti? Ampola ha dovuto arrendersi; qualche centinaio

di prigionieri sono in nostro potere, e la bandiera austriaca che

sventolava sul forte è caduta in nostra mano. — Contuttociò il mio

animo non è punto rassicurato, ed io domando invano a me stesso il mio

entusiasmo e la mia fede.

«Vi è qualche cosa di inesplicabile, di fatale in questa guerra — tanto

ciò è vero che anche le vittorie ci prostrano come sconfitte. Io non mi

pento di essere venuto a combattere — ho obbedito alla voce del dovere

— se non lo avessi fatto ne avrei eterna vergogna. Ma ben altro era lo

spettacolo, altre le emozioni che io mi riprometteva dalla battaglia —

io posso dire di aver perduta una illusione ad ogni tappa.

«Vuoi che io ti parli sincero? Io desidero che la guerra abbia fine,

io sospiro il momento di svestire questa uniforme per quanto gloriosa

ella sia, e tornare semplice cittadino. Se io dovessi riassumere il

mio giudizio su questo esercito in camicia rossa, al quale mi sono

aggregato, non potrei farlo che con queste parole: «eravamo troppi o

troppo pochi.» Non chiedermi in proposito altre spiegazioni.

«E frattanto, i migliori patiscono, combattono e muoiono! — In questa

cameruccia, dove io sto scrivendo, c'è un poeta, un giovine poeta

ferito, certo Eugenio Lanfranchi. Egli era venuto coll'entusiasmo della

sua anima esuberante, egli era dappertutto ove tuonavano i cannoni e le

carabine. — In quell'angolo c'è un morto, un fanciullo di tredici anni,

che era venuto da Val d'Intelvi per vendicare sua madre... Il povero

ragazzo ha fatto prodigi di valore... e nessuno saprà di lui... Quanti

vennero per odio all'Austria, o per un elevato sentimento di dovere, o

per entusiasmo di gloria... tutti meriterebbero una fronda di alloro...

od un monumento... Ma queste anime candide e generose compiono i loro

prodigi nel silenzio e nelle abnegazioni — gregarii degli infimi ranghi

soffrono senza alzare un lamento, muoiono senza lasciare un ricordo.

Pure io credo che anche in queste anime elette, l'entusiasmo e la fede

a quest'ora sieno molto sbolliti.

«Udremo più tardi, a guerra finita, le recriminazioni e le invettive.

Tutte le accuse andranno a cadere sul governo... e fors'anche — ma io

credo che non l'oseranno — sullo stesso Garibaldi. — Dei colpevoli ve

ne sono molti, e in ogni parte, su tutta la linea; ma da questo intrigo

inesplicabile di colpe, di errori e di fatalità, il nome di Garibaldi

uscirà più puro e più glorioso che mai. Quell'uomo è il riassunto, la

personificazione delle idee più elevate. Per farti comprendere questo

carattere grandioso e solitario, ti dirò ch'egli è meno garibaldino e

più italiano di noi tutti...

«Mi è forza interrompere la lettera... Sento le balde voci de' miei

compagni che sposano al suono dei tamburi i loro inni di guerra... Oggi

ci avanzeremo verso Lardaro... Addio Enrichetta; il cuore mi dice che

presto ci rivedremo, e lo desidero. Le più elette intelligenze, i più

nobili cuori si consumano in queste lotte — e la feccia sopravvive!

È un orribile pensiero codesto! — Non ti sembra che l'Italia abbia

invece bisogno di economizzare le sue forze intellettuali e morali già

ridotte all'estremo? Oh! voi altre donne vi siete molto adoperate in

questi anni per infiammare di eroici sentimenti la gioventù italiana!

— Ma un'altra missione vi resta ora da compiere, e non meno patriotica

— creare degli uomini sapienti e costumati.

«Io vorrei che nel paese nostro ci fosse meno entusiasmo e qualche

maggior lume di onestà e di sapere.

«Ti abbraccio con tutto il mio cuore.

«Il tuo EDOARDO.»

Racconti politici · 第 45 / 104 题