IV.

— Convien scendere a Storo in cerca di un chirurgo, disse il giovine

sergente delle Guide. Sarà bene che vada io stesso... Il ferito è in

buone mani... è inutile che io vi raccomandi di trattarlo come fosse

uno dei nostri.

— Tutti gli uomini sono fratelli — rispose il prete — e non potè

astenersi dal soggiungere: per scannarsi l'un l'altro, salvo poi a

prestarsi vicendevole aiuto quando si sono scannati!

Il sergente delle Guide uscì dalla stanza.

Il tedesco pareva assopito. — Don Remondo era rimasto a piedi del letto

e recitava, da buon cristiano, le sue preci della sera, colla testa

curvata dal sonno. L'infermiere, dietro ordine del cappellano, era

uscito anch'egli per andar in cerca di ghiaccio.

Un grido lamentevole, partito dalla stanza superiore, scosse il

cappellano dalla sua ascetica sonnolenza. — In quella stanza del

secondo piano c'erano altri due letti; altri due garibaldini feriti...

Don Remondo non poteva esitare. — Tolse da terra la lucerna, e battendo

sulla spalla di un vecchio che se ne stava rattrappito ed immobile

presso il letticciuolo vicino: Gregorio! gli disse con voce amorevole:

che serve ora mai?... riprendi i tuoi uffizi di carità... gli è il

miglior modo di rendersi accetti a Dio, e di far del bene ai poveri

morti! Io sono chiamato là sopra!... Quì non resta più alcuno... fa

attenzione se questo povero diavolo che ha poche ore da vivere...

reclama qualche servizio... Mi hai capito, Gregorio?...

E il cappellano, vedendo che il vecchio aveva rialzata la testa e lo

aveva ascoltato con faccia compunta, salì frettoloso la scaletta per

accorrere alla voce che non cessava di chiedere ajuto.

Il vecchio volse una occhiata al letticciuolo che il prete gli aveva

indicato.

Poi crollò la testa, e ripiegandosi tosto sul guanciale che gli era più

prossimo, si diede a singhiozzare e a parlare seco stesso.

Su quel guanciale spiccavano i contorni di una testa coperta da un

sottile fazzoletto di tela bianca. Il vecchio sollevò un lembo di quel

fazzoletto, e accarezzò con uno sguardo pieno di amore e di angoscia le

pure sembianze di un fanciullo irrigidito dalla morte. — Un volto che

pareva quello di una vergine, — un morto che sorrideva come l'angelo

che dorme.

— «Morto!... proprio morto!... Ma dov'è la giustizia di Dio? Anch'essa

ha dovuto morire... la povera Martina! E sua madre quasi impazzita...!

I preti dicono dal pulpito che i prepotenti, o presto o tardi, la

scontano!

«Io l'ho ancora presente... quel mostro...

«Sì... l'ho presente... poichè nelle fattezze di questo povero ragazzo

che era un angelo, c'è pure qualche cosa di quel demonio! Forse ho

fatto male a condurre un ragazzo in mezzo a questi orrori. Ho voluto

vendicarmi da me.... e il Signore ha detto: vediamo un poco cosa sai

fare?... Ci hanno cacciati fra queste montagne dove si combatte senza

vederci in faccia... Ho avuto un bel cercarlo io... Quel mostro era

forse là... dietro un macigno... a tirare i suoi colpi al sicuro...

e me l'ha ucciso...! Cosa dirò a Veronica tornando al paese?... Oh!

ma io non tornerò!... Te lo prometto, Ernani... Io mi arrampicherò su

questi massi... come da ragazzo quando andavo alla domenica a snidare

i falchetti... Andrò bene a trovarli io, quei brutti ceffi che non si

fanno vedere... E quando ne avrò trovato uno...

In quel punto dal letto vicino si partì una voce lamentosa.

— Datemi un sorso d'acqua!... per pietà, un sorso d'acqua... che io mi

sento morire...!

Gregorio abbassò il pannolino sul viso del morto, e si volse dall'altro

lato con sembianze mutate. In quella voce di moribondo gli era parso di

udire un suono conosciuto.

Si levò in piedi — corse alla brocca per attingere acqua, e tornando

al letto del ferito, gli accostò al labbro il bicchiere guardandolo

fissamente.

— Ma voi... non siete dei nostri? — domandò il vecchio con terribile

voce, dopo avere colla intensa avidità dello sguardo ricostruite quelle

sembianze oramai scomposte dalla agonia.

Il morente non poteva indovinare il terribile segreto di quella

domanda, non poteva sospettare che quelle ultime goccie d'acqua

stillanti sull'arsura delle sue labbra, gli erano versate da un uomo

che, riconoscendolo, lo avrebbe avvelenato collo sguardo.

— Fratello italiano: — prese a dire il tedesco con voce interrotta

dai singulti — vi rendo grazie delle vostre cure... Non c'è tempo da

perdere... io vi prego... chiunque voi siate... di inviare alla mia

famiglia che vive a Pesth... la carta rinchiusa nel mio portafoglio...

Fate sapere ai miei figli che ho combattuto fino all'ultimo... per la

patria e per l'imperatore...

— Ma il tuo nome! il tuo nome, o dannato d'un tedesco! — urlò Gregorio

come una iena...

L'altro si scosse... I suoi occhi nuotanti nella morte si spalancarono

per terrore...

— Buono italiano! in guerra bisogna che tutti facciano il proprio

dovere... io sono il capitano Francesco Neïper!... e non ho fatto male

a nessuno...

— Non hai fatto male a nessuno?... Ma guarda un poco se hai fatto male

a nessuno! gridò il vecchio strappando il pannolino dalla testa del

giovine morto. — Io sono Gregorio... l'oste di Val d'Intelvi... il

padre della poveretta che è morta di vergogna... di crepacuore... e

questo che tu vedi... è il figliolo che tu hai abbandonato... e che i

tuoi hanno ucciso!

Gregorio si avventò sul capitano con un gesto orribile, ma uno dei

feriti garibaldini, riscosso alle grida del vecchio, era balzato dal

letto per impedire una scena atroce.

In quel punto, il cappellano accorrendo dalle stanze superiori, si

precipitava fra il vecchio ed il moribondo, mentre il sergente delle

Guide entrava dalla porta di strada in compagnia di un chirurgo.

Per un istante un silenzio lugubre regnò nella stanza.

Don Remondo colla sua mano nerboruta serrava i polsi del vecchio —

il sergente delle Guide sosteneva nelle sue braccia il garibaldino

per ricondurlo al suo letto — il chirurgo, prostrato al giaciglio del

capitano tedesco, ne esaminava le ferite, lavandole con una spugna.

— Che volevi fare... che hai tu fatto... o mio vecchio Gregorio!

— esclamò il prete con voce sommessa. — Hai tu perduto la ragione?

Vergogna!... Infierire contro un uomo vicino a morire!...

— Era lui!... proprio lui! — rispose il vecchio con voce strozzata —

quegli che mi aveva fatto tanto male... Che il Signore mi perdoni...

ma... poco fa... nel sentire la sua voce... nel riconoscerlo... mi ha

preso un tal impeto... Ho creduto che il giusto Dio me lo avesse fatto

trovare in questo luogo... presso al cadavere del mio povero Ernani...

per darmi la consolazione... di finirlo colle mie mani!

— Non c'era bisogno — disse il chirurgo, levandosi in piedi e

allontanandosi dal giaciglio coll'aria indifferente dello scienziato.

Penetrando fra la clavicola e la costa superiore, la palla si è

sprofondata nel polmone sinistro e la morte divenne inevitabile.

— Hai sentito? — disse il cappellano a Gregorio, poichè il dottore e

la Guida si furono alquanto allontanati per visitare gli altri feriti.

— Ora, se tu sei un bravo cristiano, inginocchiati e prega anche per

lui, pensa che il povero Ernani gli ha già perdonato in paradiso — e

che ora, padre e figlio ci guardano di lassù abbracciati.

Ciò detto, don Remondo si levò dalla testa il suo ampio cappello, e

mentre Gregorio cadeva in ginocchio a mani giunte, si fece a recitare

una semplice preghiera che diceva:

«Anche oggi la morte ha mietuto sui due campi centinaia di vittime

umane. Perdonate, o Signore, ai fratelli che uccidono i fratelli, e

inviate le vostre consolazioni alle madri che aspettano invano.»

Racconti politici · 第 44 / 104 题