Alla lettura di quelle scene concitate e frementi, sul volto di Carlo
si alternavano i pallori e le fiamme vivaci dell'entusiasmo.
Il dramma toccava la fine. Eravamo al punto in cui l'eroina
dell'azione, strappato il figlio dalle branche di uno zio paolotto che
si era attentato di impedirgli la partenza pel campo, fa sventolare
una bandiera tricolore, e si volge alle madri italiane per animarle a
seguire il di lei esempio.
Il Lanfranchi declamava quel brano drammatico coll'enfasi di un autore
che si attende l'applauso: «Tu sei come me, Edoardo!... La voce di tua
madre ha trionfato sulle arti dei rettili immondi che ti stringevano al
piede... Essi non sono riusciti a contaminare la tua giovinezza... La
voce di una madre ha parlato al tuo cuore più fortemente che non quella
di un falso Dio! — Volevano farti credere di non essere abbastanza
vigoroso per sopportare i disagi e le fatiche del campo! Ma io... tua
madre... io che ti ho data la vita... saprò ben io infonderti la forza
che ti abbisogna!...»
— Sublime! interruppe Carlo, balzando dalla seggiola, e percorrendo la
camera a passo agitato.
— «Noi andremo insieme dove ci chiama la voce del cannone... la vera
voce di Dio!... Tua madre ti starà a lato... per sorreggerti, per
infonderti coraggio... e se una palla nemica colpisce il tuo petto...
io raccoglierò il tuo cadavere con orgoglio... e lo porterò di città
in città, di villa in villa, di contrada in contrada, e griderò alle
madri italiane: vedete! era il mio unico figlio!... egli è morto per la
patria... egli è morto combattendo... Vendicatelo, o madri italiane! e
che tutti i vostri figli seguano il di lui esempio!»
A tali parole, il giovane convalescente che non avea cessato di
passeggiare per la camera a grandi passi — si avvicinò all'amico, gli
strinse la mano con trasporto, e gli disse:
«Fissami un luogo... dove possiamo trovarci assieme... domani a sera...
dopo la rappresentazione.»
— Che? tu vorresti uscire di casa?... Nello stato in cui ti trovi?
— Non badare, Eugenio... Il tuo dramma mi ha ridonato la salute e il
vigore... Io sono guarito, capisci? io sono guarito perfettamente — e
dopodomani, all'alba, colla prima corsa intendo partire... Voglio ben
credere che tu non avrai difficoltà ad accompagnarmi!...
Il Lanfranchi non poteva esitare. Egli era rapito di orgoglio in vedere
la concitazione dell'amico; gli pareva che quell'entusiasmo fosse un
effetto del suo dramma, fosse opera sua.
I due giovani si concertarono sul da farsi. A Carlo erano necessarie
delle precauzioni per deludere la sorveglianza dei parenti. Fu
convenuto, che dopo la rappresentazione, egli si sarebbe recato alla
casa di Eugenio, e quivi sarebbero montati insieme in una vettura per
trasferirsi alla più prossima stazione di ferrovia ad attendervi il
convoglio del mattino. Questi concerti furono presi a bassa voce, senza
spreco di parole. Infiammati dal medesimo ardore, quei due giovani
cuori si indovinavano, si comprendevano a maraviglia.
— Un'ultima parola, disse Carlo all'amico nel momento in cui stavano
per separarsi — ai mezzi penso io... la mia borsa è a tua disposizione.
Solamente vorrei pregarti... ma temo che ciò non sia possibile... Mi
dicono che ai depositi vi sia mancanza di camicie rosse... ed io muoio
d'impazienza di indossare quella nobile divisa...
— Ci avevo già pensato! rispose Eugenio trionfalmente. — Io credo che
domani a sera noi saremo tutti e due provveduti della nostra camicia.
Per la rappresentazione del mio dramma ne furono ordinate sei... Gli
è l'ultima recita della compagnia... e i comici... tu mi intendi...
non avranno difficoltà a cederci per poco danaro questa parte del loro
equipaggio!
Carlo, per tutta risposta si gettò nelle braccia dell'amico, e indi
a poco i due giovani si separarono coll'animo tripudiante di sublimi
emozioni.
Quel giorno il Lanfranchi doveva pranzare cogli artisti della compagnia
drammatica.
Verso le ore quattro, egli si recò dunque ad un modesto alberghetto a
poca distanza dal teatro, dove era atteso dalla scapigliata comitiva.
Quando Eugenio pose il piede nella sala da pranzo, uno degli attori
stava leggendo ad alta voce in un foglio teatrale, giunto quella
mattina da Milano la seguente notizia:
«Le compagnie drammatiche hanno fornito all'armata dei volontari
italiani un numeroso contingente. Fra i molti che disertarono dall'arte
per militare sotto le insegne gloriose si citano gli attori: Francesco
Benincasa ed Enrico Brissoni, Pagani, Belli-Blanes, Schmit, Lavaggi,
De-Martini, Bozzo, Pesaco, Mazzoni, Bajesi e Bisi. A questi voglionsi
aggiungere Tito Taddei e Napoleone Straccia, G. Mozzidolfo, Carlo
Zannini, Luigi Mazzoli ed Antonio Bellotti. Anche dal Circolo Ciniselli
di Milano è disertato il fratello di Achille Majeroni. Quest'ultimo
ha già dato un figlio al contingente dell'esercito. I grandi esempi
di Gustavo Modena non andarono perduti. Questa eletta generazione
di artisti che crebbe alla scuola dell'attore insuperabile, doveva
necessariamente ispirarsi alle tradizioni patriotiche lasciate da lui.»
— Viva Gustavo Modena!
— Viva gli artisti italiani!
— Viva la guerra!
— Viva l'Italia!...
Tali furono i gridi che proruppero dalla comitiva, appena terminata la
lettura di quel breve articolo.
— Eh! sicuro... il giornale ha ragione! — disse la madre nobile con
sussiego — tutto quel poco di buono che ci resta nell'arte... e nella
politica... è tutto opera di lui... Povero Gustavo!... E dire che
l'Italia non ha pensato ancora ad erigergli un monumento!... Ma gli era
troppo grande quell'uomo... e certa gente che so io... ha perfino paura
della sua ombra!
— Ma pure — sorse a dire il caratterista — anni sono si era aperta una
soscrizione all'ufficio di non so qual giornale di Milano... ed io so
di aver versato cinque lire...
— Cinque lire...! c'era ben altro che cinque lire nella cassa...! —
entrò a dire un altro comico — la sommetta era abbastanza tonda...
ma poi... chi ne ha saputo qualche cosa? Dove è andato a finire quel
denaro? — Indovinalo grillo!... Si sono fatti dei monumenti per certi
zucconi... Basta! Lasciamo là queste storie! Povera Italia! Povera
arte! Ma lui, non era cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro, il povero
Modena!
— Ci vuol altro che innalzare dei monumenti! — esclamò il secondo
brillante della compagnia — bisogna imitare gli esempi che i grandi
ci hanno trasmessi!... Quel giornale, ove sono registrati i nomi dei
nostri colleghi d'arte già partiti per il campo, quel giornale ci
insegna la via che noi tutti dovremmo seguire!
A questo punto due giovani attori che sedevano vicini in un angolo
della tavola, si scambiarono una occhiata di intelligenza.
— Basta! farà ciascuno ciò che gli piace meglio! disse il capocomico.
— Domani sera finiscono le recite... e per ora io non ho stipulato
verun contratto, nè saprei dove recarmi a dare delle rappresentazioni.
Frattanto parliamo d'altro... Se non mi inganno, sarebbe ora che ci
servissero da pranzo... Ci siamo tutti?...
— Non manca che il primo amoroso...
— È strano!... Cherubini non si fa mai aspettare all'ora del pranzo —
disse il capocomico... Ma eccolo! Mettiti al tuo posto, Cherubini! La
compagnia è completa... Signor oste, voi potete servire la minestra!
Il Cherubini, appena entrato nella sala, erasi avvicinato al poeta per
domandargli non so quale avviso sul modo di abbigliarsi, nella nuova
produzione. Finito quel breve colloquio, egli andò a sedere presso
la prima donna, e mentre il direttore della compagnia dispensava la
minestra:
— Signori e signore — prese a dire — scommetto che questa volta io sono
il primo a darvi la grande notizia!
— Una notizia! sentiamo! — esclamarono tutti ad una voce.
— E quale!... Si vuole nientemeno... Ah! il signor poeta dovrà essere
ben soddisfatto di quanto io sono per dire... Si vuole nientemeno che
Garibaldi abbia lasciato Caprera...
— La bella novità!... Il _Pungolo_ l'ha già data non meno di dieci
volte... Io non crederò che Garibaldi sia realmente partito da Caprera
se non quando l'avrò veduto coi miei proprii occhi!
— Ebbene: se altro non vi abbisogna per rimanere convinti, non avrete
che a recarvi domani alle due pomeridiane presso la stazione della
ferrovia, e di là vedrete passare il generale che si reca col suo stato
maggiore a visitare i depositi di Como e di Varese.
— Egli!...
— Garibaldi!...
— Domani!
— Egli... Garibaldi... domani... Alle due pomeridiane e cinque minuti
sarà visibile alla stazione, dove probabilmente si arresterà un quarto
d'ora.
Tutti i volti si animarono come se una favilla elettrica avesse
percorso la comitiva. Quelle mascelle da comici atrocemente fameliche
sostarono improvvisamente in segno di stupore e di venerazione. Le
guancie degli attori più giovani impallidirono. Il brillante mormorò
delle parole incomprensibili — i due, che poco dianzi si erano
scambiati delle occhiate di intelligenza, questa volta si parlarono
all'orecchio e parvero accordarsi in una mutua promessa.
— A costo di passare attraverso le inferriate, questa volta nessuno
mi torrà di vederlo — esclamò la madre nobile che era una grassona di
sessant'anni.
— Darei l'intiero prodotto della mia benefiziata di domani pur di
accostarmi al suo vagone e baciargli la mano! — soggiunse la prima
donna.
Ciascuno esprimeva il proprio entusiasmo con quel frasario iperbolico
che è proprio degli artisti da teatro. Durante il pranzo uno solo fu il
tema della conversazione. Il nuovo dramma fu obliato completamente — il
poeta, gli attori, il padrone dell'albergo, i camerieri, i guatteri, il
mozzo di stalla non ripetevano che un nome. Nelle sale, nella cucina,
nel cortile, tutti i cuori e tutti i labbri inneggiavano ad un uomo.