La rappresentazione del nuovo dramma era imminente. I comici, nel corso
delle prove, si erano mostrati oltremodo soddisfatti dell'autore,
preconizzandogli il più felice successo. Nullameno, all'avvicinarsi
di quell'ora solenne e terribile nella quale il pubblico è chiamato
a proferire il suo verdetto, Eugenio Lanfranchi sentì il bisogno di
sottoporre il suo lavoro drammatico al giudizio di un amico. — Ma dove
trovare un amico? — In città non vi era che uno solo, cui il Lanfranchi
osasse dare questo nome — un altro poeta più giovine di lui e meglio
favorito dalla fortuna, in quanto non avesse bisogno di esercitare la
letteratura per vivere, o di subordinarsi, per necessità dell'impiego,
alla dispotica albagia dei suoi concittadini.
Questo giovane poeta si chiamava Carlo De Santi. Toccava appena i venti
anni, e faceva il suo corso di studi all'università di Pavia; ma da
qualche tempo era tornato alla città natale per rimettersi da una grave
malattia che l'aveva condotto a filo di vita.
La famiglia De Santi non aveva mai veduto di buon occhio
l'intrinsichezza dei due giovani. Come abbiamo veduto, il Lanfranchi
passava per un cervello matto, per un discolo. Ma forse la sua
povertà più che la sua cattiva fama lo facevano reputare un soggetto
pericoloso. Carlo ed Eugenio, all'epoca delle vacanze autunnali, si
vedevano rare volte, di nascosto, attratti da quella omogeneità di
caratteri e di studii che esercita un potere irresistibile negli anni
della giovinezza.
Il Lanfranchi non aveva mai osato presentarsi alla casa dell'amico,
dacchè questi era venuto da Pavia per rassodare la sua convalescenza.
Il prepotente bisogno di interrogare il di lui giudizio sulla nuova
produzione drammatica, prima di affrontare quello del pubblico, gli
ispirò il coraggio di dirigersi a quelle soglie, malgrado il pericolo
di vedersi respinto.
Entrò col cuore trepidante — salì le scale a celere passo — e ottenne
di presentarsi all'amico, il quale non aveva ancora abbandonata la sua
camera da letto.
Poichè i due giovani furono lasciati soli, essi presero a parlare con
quell'enfasi esuberante, che fa sorridere gli scettici incalliti nella
apatia, ma che è pure la espressione più naturale della giovinezza che
sente e che crede.