Non diremo ciò che avvenisse nelle due famiglie De Mauro e Contareno
nel seguito di quella giornata fino alle ore cinque pomeridiane del
giorno appresso. Oggimai i nostri lettori conoscono abbastanza i
singoli personaggi di questa istoria per indovinare dal loro carattere
certi episodii di nessun conto che sarebbe superfluo riferire. — Alle
ore cinque pomeridiane la carrozza del marchese Contareno entrò nel
palazzo del signor De Mauro. Il ricco industriale discese nel cortile,
porse il braccio al marchese per aiutarlo a discendere dalla carrozza,
mentre Edoardo, dall'altro lato, stendeva la mano ad Enrichetta colla
timidità di un collegiale. — I due amanti si erano già ricambiati
da lungi un saluto pieno di tenerezza, ma pure nei loro sguardi
non brillava quella gioja serena, quella felicità espansiva, che
ordinariamente trabocca dal volto di due giovani innamorati al momento
in cui deve decidersi della loro unione indissolubile. — La fronte
di Edoardo era ombrata da una ruga quasi impercettibile — gli occhi
della fanciulla parevano approfondirsi sotto le palpebre folte. Quando
la signora Serafina mosse incontro alla giovane per introdurla nella
sala, Edoardo trasse dal petto un lungo sospiro, come se l'intervento
di sua madre lo avesse liberato da un grave imbarazzo. Il pranzo non
fu molto gaio. Il signor De Mauro sostenne quasi da solo l'incarico
della conversazione, non risparmiando di lanciare tratto tratto degli
epigrammi all'indirizzo del marchese, il quale divorava a due ganascie
colla voracità plebea di un patrizio in bolletta. La mensa fu servita
lautamente; la cucina del milionario, con quello sfoggio insolente di
prodigalità, perorava cinicamente in favore del positivismo moderno.
Il marchese, verso la fine del pranzo, avea le guancie rifiorite di due
rose color pavonazzo — i suoi occhi bigi ridevano e piangevano ad un
tempo. — La signora Serafina contemplava la fanciulla con uno sguardo
di materna amorevolezza.
— Orsù! disse il signor De Mauro levandosi in piedi per sturare di sua
mano una bottiglia di sciampagna — beviamo il bicchiere della alleanza!
facciamo un brindisi alla salute... dei nostri figli... e dei figli dei
nostri figli, signor marchese!
Erano le prime parole proferite a quella tavola, che suonassero così
apertamente allusive al matrimonio di Edoardo e di Enrichetta. I due
giovani trasalirono. Edoardo levò il bicchiere spumante, e toccando
leggermente a quello della sua fidanzata, con voce commossa si fece
ad esclamare: «Io bevo innanzi tutto alla salute della patria, alla
fortuna ed alla gloria delle armi italiane!»
La fanciulla si levò in piedi — le sue pupille parvero dilatarsi — la
sua bellezza marmorea e severa rifulse di insolita luce — ella accostò
il suo calice a quello del giovane, e coll'accento dell'entusiasmo:
Bene! gli disse — viva l'Italia e i generosi che vanno a combattere per
essa!
Il signor De Mauro potè a stento dissimulare la dolorosa sorpresa che
veniva a colpirlo.
Per alcuni minuti regnò nella sala un silenzio solenne.
Appena servito il caffè, il signor De Mauro, sforzandosi a riprendere
la disinvoltura dell'uomo d'affari, si volse a suo figlio:
— Ebbene, Edoardo?... Con buona licenza del signor marchese, non
condurresti la signorina a respirare un po' d'aria in giardino? Al
punto in cui stanno le cose, signor marchese... E poi non è bene che
quelle teste là... prendano parte alle nostre conferenze... Direbbero
che noi non sappiamo far altro che spoetizzare il sentimento colla
prosa numerica delle cifre!.... Andate, figliuoli!... Edoardo!...
offri il braccio alla tua bella fidanzata.... andate a svolazzare tra
i fiori.... ad esalare la vostra poesia tra il profumo delle rose e dei
giranii... Io spero che al vostro ritorno, fra me ed il signor marchese
saranno conclusi i trattati!
Enrichetta ed Edoardo si levarono in piedi — la fanciulla appoggiò
confidenzialmente il braccio a quello del giovane — la signora Serafina
li accompagnò fino all'anticamera, e di là passò nel suo piccolo
appartamento.
— Fatti l'una per l'altro! disse il signor De Mauro al marchese — due
teste calde — basta! a noi altri, teste grigie, il provvedere alla loro
felicità positiva!