VI.

Gregorio vuotò un bicchiere. — Don Remondo mormorò delle parole che non

erano una giaculatoria da prete.

— Avete mai provato colla vostra bacchetta a scacciare un grosso

ragno dal suo telaio? — Se il ragno cade a terra, subito si raggruppa,

diventa piccino, si perde fra i sassi e rimane immobile fino a quando

non lo abbiate perduto di vista. — Così ho dovuto far io, così ho fatto

in quell'occasione, — come non avessero parlato con me... come se nulla

ci fosse stato... Restai là parecchi minuti... cogli occhi a terra...

fino a che, dopo essersi sfogati con delle parole da far raccapricciare

le anime del purgatorio, quei due cani si furono allontanati... Appena

mi parve che il pericolo fosse cessato, levai timidamente lo sguardo...

e vidi quei due che se ne andavano con aria di trionfo picchiando la

terra colle sciabole... Avevano cessato di bestemmiare in tedesco,

ma ridevano in italiano... Ed uno si volse indietro a guardarmi, —

lui, proprio lui — quell'infame rideva con una bocca da vipera! —

Don Remondo: credete voi che qualche volta... in certe occasioni...

quello che sta lassù... possa udire certe parole che si pronunziano a

voce bassa col veleno nell'anima? Io per me ci credo. Ho sentito dire

che il basilisco, quando guarda fissamente una persona, la uccide.

Orbene: ponete che in quel momento io avessi nel cuore e negli occhi

tutto il veleno del basilisco — ma io non lo fissava per ucciderlo,

quell'assassino del mio sangue — io lo fissava per piantargli nelle

viscere la maledizione. Sentite le parole che io scagliava dietro lui,

senza muovermi d'un passo, appiattato nel mio fango come un rospo su

cui è passata la vanga: «Che tu possa vivere finchè venga un altro

quarantotto!...» Questa _sentenza_ l'ho scagliata dietro lui non meno

di trenta volte. Egli non ha avuto più il coraggio di volgere indietro

la testa — io credo che egli debba aver sentito nel cuore qualche

cosa come un chiodo gelato. Ed ora, non saprei dirvi, don Remondo,

come io partii da Milano, come tornai al paese — Sono uscito da una

porta... ho camminato due giorni e una notte... sono entrato in casa

una mattina, mi sono inginocchiato presso al letto della mia Veronica

che dormiva — e ho pianto per due buone ore. Dopo, ho potuto dormire

anch'io — e quando mi sono svegliato, il primo pensiero che mi venne

in mente fu questo: Gregorio: ora bisogna vivere, e aspettare l'altro

_quarantotto_! — Intanto si è dovuto tirare avanti dieci anni... La

Veronica stette ammalata ventidue mesi... e sempre domandava di sua

figlia... Ho dovuto inventargliene per risparmiarle il dolore...!

Io andava tutte le settimane ad Osteno a vedere quella poveretta che

dimagrava a vista d'occhi... — La sua prima parola era sempre questa:

come va la mamma? — e poi subito, a bassa voce, facendosi tutta rossa:

per l'amor di Dio... ch'ella non sappia mai nulla! — Ed io ho tenuto

parola — quella brutta istoria è rimasta qui dentro... Voi solo, ne

sapeste qualche cosa... Era ben necessario che qualcuno mi consigliasse

in quei brutti momenti...! Ma pure io non vi ho mai detto il capo o la

fine come ho fatto questa sera... Vi ricordate? Il bambino è venuto al

mondo la mattina del sedici giugno... Voi mi avete insegnato la via

della via per mandarlo al sicuro... E nessuno, meno la mia sorella

di Osteno, nessuno ha saputo della disgrazia. Due mesi dopo, quando

io aveva stabilito di ricondurla al paese... chè ciò avrebbe fatto

tanto bene a sua madre... la povera Martina morì come una santa. Sono

arrivato in tempo a vederla... Mi ha domandato perdono... Di che?

Cosa aveva fatto di male quella povera creatura?... Le sue ultime

parole furono quelle che mi ripeteva sempre ogni volta che andavo a

trovarla: «mai!... nè anche quando sarò morta... non dite mai nulla a

mia madre... glielo dirò io... quando ci incontreremo in paradiso...!»

— Così è morta... Dopo ventiquattro ore l'abbiamo collocata nella

cassa... io e mia sorella — e poi sono rimasto là fin quando l'hanno

portata via... A Osteno non aveva amiche... nessuno la conosceva...

Non c'eran più di dieci donne ad accompagnarla al campo santo... Io mi

sono inginocchiato presso una finestra... l'ho seguita cogli occhi fin

oltre il muricciuolo del sagrato — e quando non si vide più nulla...

allora... Ah! voi credete, don Remondo, che durante quella cerimonia

io abbia risposto alle litanìe dei morti... che io abbia pregato il

Signore? Nè anche un _deprofundis_! Quando non si vide più nulla di

quel povero cofano coperto di stracci, mi è sembrato di trovarmi ancora

laggiù... a Milano... in quella grande pianura... Ma il castello non

c'era più... tutto era deserto... non eravamo là che noi due... io e

quell'assassino — egli inginocchiato a domandarmi la vita, io sopra

di lui a piantargli una baionetta nelle viscere. — Questa orribile

visione è stata il mio _deprofundis_, la preghiera che io ho recitato

in quella stanza donde era uscita la mia povera Martina per andare al

campo santo.

Racconti politici · 第 12 / 104 题