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LUIGI CAPUANA
COME L'ONDA...
NOVELLE
1921
REMO SANDRON -- EDITORE
LIBRAIO DELLA REAL CASA
Casa centrale: Palermo, Via Ucciardone, 7 (_Angolo Via Sampolo_)
MILANO PALERMO
Via Castelfidardo, 8 (Succursale) Via Vitt. Em., 324
NAPOLI GENOVA
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BOLOGNA TORINO FIRENZE
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_Proprietà letteraria dell'Editore_
_REMO SANDRON_
_Riservati tutti i diritti di riproduzione e traduzione per tutti i
paesi non esclusi i Regni di Svezia di Norvegia e di Danimarca._
Offic. Tipograf. Sandron
_A ROBERTO BRACCO_
JELA.
I.
Sono passati tanti anni, ma ancora ricordo lucidamente i più minuti
particolari di questo episodio della mia vita.
I cavalli scalpitavano impazienti nella strada, un po' distante dalla
porticina dell'orto dove io stavo a origliare. Sentivo, di quando in
quando, il rumore delle catenelle e di tutti gli arnesi a ogni scossone
che i poveri animali accompagnavano con una specie di sternuto. Mi
pareva impossibile che non nitrissero, e col pensiero li ringraziavo
della intelligente riserbatezza mostrata in quel punto.
Aspettavo da un'ora.
Era nuvolo. Il vento stormiva furioso fra gli alberi e mi recava
interrottamente all'orecchio rumori cupi, lontani, che somigliavano a
urli, a lamenti, a grida confuse e mi facevano trasalire.
Provavo intanto vivissima compiacenza di quelle sensazioni notturne.
Passare, d'un tratto, dalla monotona vita di provincia a una bizzarra
avventura, che aveva la doppia attrattiva del pericolo e dell'ignoto,
per uno che languiva nella noia era anche un po' troppo. Sentivo
ridestato in fondo al cuore qualcosa rimasto lì da lungo tempo a
dormire; respiravo più liberamente; riconoscevo con sodisfazione che non
ero già vecchio a trentasei anni.
L'immensa solitudine da cui ero circondato; la vallata che il vento
riempiva dei suoi strani sibili; l'oscurità della notte senza luna, che
trasformava l'aspetto degli alberi e dei luoghi in un insieme fantastico
e pauroso, privo di contorni e di limite, tutto serviva a comporre uno
sfondo, che si adattava benissimo alla natura della mia impresa ed alla
singolare situazione dell'animo mio.
Aspettavo, ripeto, da un'ora. Nel villino e nell'orto non fiatava anima
viva.
-- Verrà? Non verrà? Che qualche impedimento abbia sconvolto i nostri
piani? Ch'ella si sia pentita all'ultimo momento?
Appoggiato allo stipite della porticina dell'orto, ruminavo da un pezzo
queste domande, quando udii girar la chiave nella toppa.
Mi tirai da parte, trattenendo il respiro.
La porta si aperse lentamente; una testa si affacciò indistinta
nell'ombra e stette un istante ad ascoltare; poi ecco sul legno i tre
colpi convenuti.
-- Son qua da un'ora -- dissi a bassa voce, facendomi innanzi.
-- Siamo già pronte -- rispose una voce di donna. -- Vado a chiamar la
signora.
-- Brava! Si spicci.
Le parole mi facevano nodo alla gola. Se la persona che doveva da lì a
poco fuggire con me fosse stata mia amante, non avrei potuto essere più
agitato.
Trascorsero dieci minuti, che mi parvero un secolo. Non vedevo l'ora di
trovarmi lontano un buon paio di miglia e m'impazientivo d'ogni intoppo.
Avevo spinto l'usciolino lasciato aperto, avevo messo il piede
nell'orto, mi ero anzi inoltrato sino a mezzo viale, ed ero tornato
sùbito indietro per paura di commettere un'imprudenza. Un lume apparve
finalmente dietro i cristalli di una finestra e sparì. Aguzzai gli occhi
nel buio: due ombre si disegnarono sul bigio della facciata del villino,
poi sulla striscia del viale.
-- Affrettiamoci, -- disse la signora con voce soffocata.
-- Mi dia la mano, -- risposi. -- Il cavallo è dei più tranquilli.
E l'aiutavo a montare in sella, mentre il mio servitore, piegato un
ginocchio a terra, le presentava l'altro per servirle da gradino.
Ella saltò leggera, come persona abituata a cavalcare. Lo stradone
correva dritto fra due siepi di fichi d'India. Lo scalpitío monotono
delle ugne ferrate era il solo rumore che si confondeva coi sibili acuti
del vento.
A un'ora dopo la mezzanotte, l'aria pungeva, quantunque fosse di
primavera.
Stavamo tutti zitti; già, con quel vento era impossibile parlare. Ella
tossicchiava di quando in quando e fermava un pochino il cavallo; poi
riprendeva il trotto. Uno dei miei contadini e la cameriera ci seguivano
a breve distanza. Il mio servitore e un altro contadino venivano dietro,
a cento passi, per avvertirci di galoppo se fossimo stati inseguiti.
In quella stessa ora Paolo ballava allegramente da un parente di lei per
allontanare qualunque sospetto.
*
* *
La strada, dopo un buon tratto, faceva gomito.
-- Che cos'è? -- domandò la signora, arrestando il cavallo alla vista di
un lume.
-- È la barriera, -- risposi; -- non abbia paura. Sta bene in sella?
-- Benissimo.
Urtai con le gambe del cavallo la grossa catena di ferro, che sbarrava
il passo e feci suonare la campana dentro la baracca di legno. Una voce
dall'interno ciangottò non so che parole; poi, allo scarso lume del
lanternino attaccato al muro, vedemmo affacciare allo sportello
dell'uscio la testa barbuta del custode, con lo sbadiglio alla bocca e
gli occhi nuotanti nel sonno. Pagato il pedaggio, lo sportello si
richiuse e la catena cadde a terra. Lo stradone tornò a risuonare del
trotto dei nostri cavalli.
Il buio non mi aveva permesso di vedere in viso la fuggitiva; ne avevo
però udito la voce, dolce, carezzevole.
-- È bella? -- pensavo.
E tentavo di figurarmela. Le davo occhi cerulei, limpidissimi, e capelli
biondi. Perchè? Non lo sapevo neppur io; mi sembrava però che a quelle
forme svelte ed eleganti s'addicessero capigliatura bionda e occhi
cerulei.
Maritata? Vedova?
Non volevo entrarci. Paolo era sempre stato l'uomo dalle belle
avventure. Questa volta mi sembrava l'avesse fatta un po' grossa. Basta!
Doveva pensarci lui.
Le ombre della notte cominciavano a diradarsi. Il vento era quasi
cessato; il freddo del mattino però mordeva più vivo. La strada
s'animava di carri carichi d'ortaggi, che dovevano trovarsi ai mercati
dei paesetti vicini prima dello spuntare del sole. I carrettieri,
sdraiati bocconi su la roba accatastata, fumavano le pipe,
canticchiando, e scotevano di tanto in tanto le redini di corda fissate
a un pomo della tavoletta di fianco.
Più in là prendemmo una scorciatoia a traverso i campi, per evitare di
incontrar gente e per giungere a tempo alla piccola stazione di Bicocca.
Vi arrivammo che già spuntava il sole. Il treno avrebbe tardato appena
un quarto d'ora a passare.
Spossata dal viaggio e più, forse, dalla commozione, la signora chiese
un bicchier d'acqua. Il Capo stazione la invitò gentilmente a salire in
camera di sua moglie; lassù avrebbe anche potuto riposarsi meglio che su
le panche di legno della saletta di aspetto.
Le tenni dietro. Smaniavo di vedere in viso la persona che dovevo
accompagnare non solamente per altri due lunghi giorni di viaggio, ma
finchè il mio amico non avrebbe potuto venire presso di lei senza farsi
scorgere.
Quando la moglie del Capostazione le presentò il bicchier d'acqua, la
signora alzò il velo poco più in su delle labbra e bevve lentamente.
Aveva un collo stupendo. La carnagione bruna traeva un po' al pallido.
Capelli nerissimi, viso ovale piuttosto piccolo, mento gentile, bocca
come un anello, ma seria per naturale atteggiamento delle labbra; ecco
quel che potei vedere con un'occhiata investigatrice, nell'intervallo di
due secondi, tra la alzata e l'abbassata del velo. Avevo proprio
indovinato!
Bella, nello stretto significato della parola, non mi parve; intendo di
quella bellezza scintillante, sfolgorante, che non si lascia discutere
ma s'impone. Piacente sì; molto piacente, e per me, infine, voleva dire
più che bella.
Non avevo però veduto la vera espressione del viso, la vera anima: gli
occhi; e bisognava attendere per pronunciare un giudizio. Frattanto
m'abbandonavo a un lavoro di ricostruzione simile a quello dei
naturalisti. Dato quel collo, quel mento, quella bocca, quella
carnagione, quella statura, quei capelli, quale avrebbe dovuto essere
l'espressione del volto e, più specialmente, degli occhi? E una serie di
visi ora accennati, ora sbozzati, ora disegnati con accuratezza e
coloriti con amore, tremolava, brillava, si sbiadiva, spariva,
ricominciava ad apparire innanzi a' miei occhi fissati sulla banchina
ghiaiata sottostante alla finestra.
La signora intanto, seduta presso il capezzale del letto su una seggiola
impagliata, col capo appoggiato ai guanciali, e le mani ferme su le
ginocchia, riposandosi dalla fatica del cavalcare, pensava Dio sa a che
cosa!
*
* *
Nel vagone rimanemmo soli. Speravo che quel velo importuno sarebbe stato
alfine rimosso.... Niente affatto. Ella si adagiò in un canto quasi per
cercar di dormire, ed io dovetti rassegnarmi scambiare qualche parola
con la cameriera, che non era nè giovane, nè bella, ma aveva una
fisonomia intelligente, maliziosa, e prodigava _l'eccellenza_.
Cavai di tasca il portasigarette e domandai alla donna se la sua signora
soffrisse pel fumo.
-- Fumi pure -- rispose la signora senza rimuoversi dalla sua positura. --
Non mancherebbe altro ch'ella avesse anche questa noia! Sarebbe troppo:
fumi, fumi, la prego....
Il Jonio scintillava come un immenso specchio al sole. La spiaggia si
piega in quel punto con vasta curva dolcissima, e l'onda del mare viene
a morirvi lentamente quasi per languore amoroso.
Giardini ancora bagnati dalla rugiada del mattino e che profumavano
l'aria con la loro zàgara, strisce di prati, scogliere, gole di colline,
strappi di mare e poi giardini di nuovo; tutto spariva velocemente con
la rapida corsa del treno, in visione indistinta, da far credere che il
velo della mia fuggitiva si fosse anche steso su quella meravigliosa
natura, destatasi fresca e gioconda ai primi raggi del sole. E
fantasticavo, secondo le varie impressioni, lieto di seguire i bizzarri
capricci della fantasia.
Nella stazione di Siracusa ci attendeva una carrozza a due cavalli;
ripartimmo immediatamente.
-- Ora che non c'è più timore di importuni, -- dissi, appena chiuso lo
sportello, -- ella può liberarsi della seccatura del velo.
Staccò uno spillo e rimosse via quell'ingombro.
La guardai stupito.
L'avevo già vista altrove? Mi pareva di riconoscerla. Non poteva essere;
sapevo con certezza che la vedevo allora la prima volta. Pure nei suoi
lineamenti doveva esserci qualcosa che mi produceva quell'effetto.
Cercai, ma non trovai una spiegazione plausibile.
Oh, quegli occhi! Neri, vivaci, piccoli, dallo sguardo profondo -- che, a
un lieve aggrottar delle sopracciglia, assumeva un'espressione
d'indefinibile tristezza -- quegli occhi, senza dubbio, li avevo veduti
prima di allora; quell'indefinibile espressione di tristezza non mi
giungeva punto nuova. Ma non mi raccapezzavo.
Ella mi domandò:
-- Si arriverà tardi alla Marza?
-- Domani, -- risposi, ricomponendomi sùbito.
-- E dovremo viaggiare tutta questa giornata e la notte seguente?
-- Ci fermeremo a Rosolini; ripartiremo di buon'ora.
-- È un bel posto la Marza?
-- Stupendo, massime in questa stagione. Vedrà qualcosa di strano,
ch'ella non può immaginare.
-- Vigne, oliveti?
-- Campagna rasa.
Mi fissò tra incredula e dispiaciuta.
Ma abbozzai, per tranquillarla, una breve descrizione, che produsse
l'effetto voluto. Dopo, indovinando facilmente il suo naturale ritegno,
mi decisi a parlare di Paolo.
-- Forse -- dissi -- non potrà esser là prima dell'altra settimana.
-- Come? -- ella fece. -- Non verrà fra tre giorni?
-- Potendo. Bisogna esser cauti.... capisce?
-- Non correrà pericolo, è vero? -- chiese, voltandosi più direttamente
verso di me.
-- Oh, per questo, viva tranquilla!
Il ghiaccio del primo incontro era bell'e rotto.
Conversammo lungamente.
Verso il tramonto, assai prima di arrivare a Rosolini, si avvolse nello
scialle, si rannicchiò nel suo angolo di carrozza e stette così, pensosa
e con gli occhi socchiusi, fino al momento che, a sera inoltrata, la
carrozza si fermò davanti al portone dell'Albergo.
*
* *
Ci rimettemmo in viaggio prima dell'alba.
Ella scese le scale in fretta, con mosse da freddolosa, e appena entrata
in vettura:
-- Vorrei essere già arrivata! -- esclamò con accento di grande
stanchezza.
La carrozza partì di galoppo, accompagnata da una musica di sonagli, di
schiocchi di frusta e di chè! chè! del cocchiere.
Avevo dormito poco, interrottamente, e mi ero svegliato di malumore. Mi
sentivo oppresso da uno di quegli inesplicabili sentimenti che non
lasciano distinguere se un malessere fisico ne produca in quel punto uno
morale, o se un patema d'animo agisca sui centri nervosi, li contragga e
li faccia soffrire.
Mentre il piede destro batteva con colpettini irrequieti il fondo
zincato della vettura, gli occhi fissavano, macchinalmente, a traverso i
vetri, la tinta quasi uniforme delle cose in quell'ora mattutina, e
l'immaginazione vi gettava, a intervalli, visioni ridenti come sprazzi
di luce: un angolo di paesaggio illuminato dal sole; una stanzetta ben
nota; una testina di donna che non giungevo a ravvisare; un tramonto,
veduto non ricordavo più quando, una pianticina fiorita, un muro coperto
di screpolature bizzarre; e cento altre immagini che si delineavano
rapidamente su quel fondo grigio, come per istantaneo aprirsi e
chiudersi di una lanterna magica; ed io continuavo, tra sonno e veglia,
a fantasticare senza occuparmi d'intendere quali attinenze corressero
fra quelle apparizioni disparate e il mio improvviso malumore.... Forse
avevo nel cuore una segreta paura d'intenderle.
Quando l'alba colorò dei suoi miti splendori lo spazio di cielo
inquadrato dallo sportello della carrozza, ritrassi le gambe, e mi
rizzai su la vita:
-- Eccoci a un terzo di strada -- esclamai, dopo aver dato un'occhiata al
posto che traversavamo in quel momento.
-- Lo credevo addormentato -- ella disse; -- temevo di svegliarlo.
-- Non ho dormito, -- risposi; -- ho sognato.
-- Desto?
-- È il miglior modo di sognare.
La signora fece un movimento con gli occhi e con le labbra quasi
dicesse:
-- Sarà; ma stento a crederlo.
Durante il silenzio che seguì, io riflettei che trovarsi accanto a una
graziosa signora, nel ristretto spazio di una carrozza, coi vetri tirati
su, dentro quell'atmosfera riscaldata dal calore dei fiati, è sensazione
gradevole, quasi voluttuosa, che merita di esser provata almeno una
volta, specie quando la signora che viaggia con noi non ci appartiene.
Appena però mi accorsi di non essere osservato, tornai, come il giorno
innanzi, a guardare attentamente la fuggitiva. L'idea della sua
rassomiglianza mi tormentava tuttavia. Il non averla ancora trovata
m'impensieriva però assai meno di quel che si agitava dentro di me per
cagione di lei; senso indefinito di sentimenti dolcissimi provati tempo
addietro, venuti ora lentamente a galla dal più profondo del cuore.
-- Ma che doveva importarmi di quella benedetta rassomiglianza?
*
* *
Me lo domandavo la mattina dopo sulla terrazza del villino di Conca di
Pietra, aspettando che la signora Emilia uscisse di camera per far
colazione lì, in faccia al mare.
E quando comparve, non seppi frenare un gesto di sorpresa. Ella era
trasfigurata!
Indossava un abito d'indiana azzurra e bianca guarnita di trine nere,
che davano risalto alla foggia. Il busto le abbracciava stretta la vita
e la faceva parere più snella. I capelli, semplicemente tirati su e
trattenuti da un nastro di velluto celeste, luccicavano di ondeggianti
riflessi violacei attorno alla fronte.
Mi porse la mano domandandomi scusa di essersi fatta aspettare; poi
diede una rapida occhiata al mare brulicante di scintillii sotto la
vampa del sole già alto, un'altra occhiata alla campagna che scendeva a
sinistra, verde di messi quasi fino alla spiaggia, e alzando le
sopracciglia e aprendo gli occhi con viva espressione di piacere,
esclamò:
-- Che magnificenza!
In quel momento mi sentivo interdetto; respiravo appena. La
rassomiglianza, così ostinatamente cercata e non potuta trovare, mi era
all'improvviso saltata agli occhi, dandomi una fortissima scossa.
Stupido! Come non me n'ero accorto sùbito?
Come avevo potuto aspettare fino a quel momento per riconoscere ciò che
avevo confusamente avvertito appena vedutala?
-- Perchè mi guarda così?... -- domandò quasi mortificata.
-- Scusi -- mi affrettai a dire. -- È proprio un caso incredibile!
-- Che caso?
-- Lei somiglia tanto a una persona di mia conoscenza....
-- Davvero? -- m'interruppe ridendo. -- È fortuna per me.
-- Ma tanto -- continuai senza badare al complimento -- che io medesimo non
credo ancora ai miei occhi!
-- A persona, senza dubbio, molto cara.... -- ella soggiunse, pronunziando
le parole con tono di graziosa malizia.
-- Molto! -- risposi vivamente.
-- Meglio. Così soffrirà meno la noia di questo esilio alla Marza.
Cotesta sua amica però, non sarebbe molto contenta, se sapesse che lei
ha stentato due giorni prima di riconoscerla nei miei lineamenti.
-- Vi era qualcosa che me lo impediva, -- risposi; -- il vestito,
l'acconciatura della testa, la....
-- E poi, forse, -- m'interruppe con un sorrisetto di celia -- la
rassomiglianza non sarà proprio tanto grande....
-- Sì, è vero -- risposi. -- Infatti la sua voce ha un'intonazione diversa,
e colei aveva anche aria più dimessa, più seria.
-- Così?
E si atteggiò a serietà senz'affettazione, nè caricatura.
-- Precisamente, Dio mio!
-- Starò seria tutto il giorno, per farle piacere.
-- Oh, ma non creda.... -- dissi con simulata indifferenza. E per
divergere la conversazione, esclamai: -- Se ci fosse una tenda, si
potrebbe anche desinare qui. Vi ceneremo la sera, al chiaro di luna,
come nei romanzi.
*
* *
Rimasi tutta la giornata mezzo stordito. Non sapevo capacitarmi come mai
i lineamenti della mia Jela si fossero quasi ripetuti in un'altra
persona.
Jela! Il dolce sogno della mia giovinezza! L'unica donna che io abbia
sempre amata anche amandone altre.
Jela! Jela!... Oh! Dopo tant'anni, non posso tuttavia pronunziar questo
nome senza tremare dalla commozione. La immagine di lei non solamente ha
resistito nel mio cuore a tutte le offese del tempo e dei mille casi
della vita, ma ogni mese, quasi a giorno fisso, torna a stringermi
affettuosamente tra le sue braccia ideali, con raccoglimento più che
religioso, con dolcissima estasi, per parecchie ore, durante le quali
l'idillio della mia giovinezza ricanta lietamente le sue gentili
canzoni.
-- Fanciullaggini! Ridicolezze! -- mi sono spesso ripetuto. Può darsi; ma
fanciullaggini divine! Da chi ho mai ricevuto consolazioni più profonde?
Da chi conforti più ineffabili?
Purificata, idealizzata da lungo e segreto lavorio, pel quale il mio
carattere, le circostanze della vita e l'indole dei miei studi si
porsero a vicenda la mano, la malinconica figura di Jela assunse presto
pel mio cuore e pel mio spirito valore di simbolo. Pavento anch'oggi
come una sciagura il momento in cui potrò forse dimenticarla, o rimanere
indifferente. Ed ecco perchè il vederla riprodotta vivente nella persona
della signora Emilia mi turbava.
Il gentile e sacro ideale della mia vita avrebbe patito per
quest'incontro qualche mutilazione? Mi metteva i brividi il solo
pensarvi.
E tentavo distrarmi da queste idee, ma non riuscivo.
Eravamo andati a visitare l'antico casamento della Marza, poco distante.
L'atrio merlato; il cortile ingombro di erbe; la chiesa in rovina e già
ridotta a fienile; le stanze vaste ma inabitabili; le rovine di un altro
casamento lì accanto, una volta dei frati Carmelitani, deviavano, a
intervalli, la mia mente da quella fissazione ostinata. Dovevo far da
cicerone, dare schiarimenti, appagare la curiosità femminile destata da
un sasso, da una grondaia, da un cespo di rigogliose viole a ciocche
cresciuto sull'architrave della porta della chiesa, e rispondere alle
cento domande che il posto naturalmente suggeriva.
-- Quella bianca cupola in fondo, che stacca sul grigio della pianura?
-- È della chiesa di Pachino.
-- E quel colle con quel vasto e severo edificio in cima?
-- Il colle di San Basilio e la villeggiatura dei proprietari.
-- E quello scoglio nero in mezzo al mare, poco lontano dalla spiaggia?
-- L'isoletta dei Porri.
La giornata era splendidissima. Sole di primavera; aria profumata dagli
odori particolari delle mèssi e delle erbe selvatiche in fiore.
Ma quel sole, quelle mèssi, quelle erbe selvatiche in fiore mi
richiamavano alla mente un'altra giornata di maggio e una campagna più
bella.
Jela, appoggiata al muro rustico di un pozzo su la spianata accanto
all'aia, sorrideva ai piccioni domestici che beccavano i chicchi di orzo
e di frumento lasciati cadere a poco a poco dal pugno della mano destra
levata in alto; un cane bigio scodinzolava guardandola fisso, col muso
in aria, quasi aspettasse anch'esso qualche regalo mangereccio.
-- A che pensa? -- domandò la signora, vedendomi così assorto.
-- Penso, -- risposi, -- ch'è bene ci siano al mondo felicità che non si
possono mai possedere!
-- Una felicità non posseduta è piuttosto un dolore.
-- Per possedere certe felicità e possederle per sempre (aggravai la voce
sul certe e sul sempre), l'unico mezzo, cara signora, è non possederle
mai.
-- Una donna, -- ella rispose, -- non parlerebbe a questo modo.
-- Perchè?
-- Perchè noi siamo molto più pratiche degli uomini.
-- Questo mi stupisce, dopo averla sentita parlare dei mille romanzi che
ha letti.
Mi tornò alla memoria quel po' della sua vita, che ella mi aveva
confidato la sera avanti. Sentivo susurrarmi all'orecchio: «Ho sofferto,
ho lottato!»
E poi, in tono più severo, quasi ultimo resultato di tristissima
esperienza: «Solo il possesso rende felici; tutto il resto è illusione».
Io però protestavo internamente:
-- No, non è illusione.
*
* *
Si accorse presto del mio turbamento, e mi sorrideva in faccia con aria
maliziosa, non osando apertamente canzonarmi. Richiamava spesso il
discorso sul mio ideale, com'ella diceva, e m'interrogava con curiosità,
quasi provasse gusto nel delicato tormento che m'infliggeva.
-- Era più bassa, più gracile di me?... -- mi domandò una volta ex
abrupto, mentre appoggiata al mio braccio saliva uno dei tanti mucchi di
sabbia del piccolo Sahara della Marza.
-- Più gracile assai.
-- Ed è rimasta gracile sempre?
-- Rivedendola dopo un lustro, mi parve soltanto un po' più pallida e
assai più triste.
-- Non è felice?
-- Ahimè, poverina! -- esclamai.
-- La colpa è un po' anche sua, -- riprese, sorridendo e piegando di lato
il collo per guardarmi negli occhi, mentre agitava in aria l'indice
della mano sinistra con gesto accusatore.
-- Dica del caso, delle circostanze; eravamo così ragazzi tutti e due!
-- L'avrà un po' consolata.... dopo.
-- Oh, no! -- dissi trasalendo, e levando alta la fronte. -- Quella donna è
proprio morta per me. Io amo soltanto la ragazza, un ricordo, un
fantasma. Infatti, quel che rende il mio sentimento più bello e più
orgoglioso della propria purezza è la convinzione che sia ignorato da
lei.
-- Che assurdità! -- esclamò. -- Una donna amata può, se vuole, fingere
d'ignorare; ma ignorare davvero....
-- Le assicuro che colei ignora, -- insistetti.
E intanto sentivo battermi il cuore all'idea che quel mio sentimento non
vibrasse ignorato. Avrei però voluto sospettarlo io solo.
La signora Emilia si divertiva a salire, a discendere pei mucchi di
sabbia sparsi, come tanti tumuletti, lungo la spiaggia; e col braccio mi
spingeva a correre su e giù per quella distesa mobile e gialliccia,
deserto in miniatura.
Vi ritornammo parecchie volte nei giorni seguenti, ora al levar del
sole, ora sotto il calore meridiano per formarci un'idea approssimativa
del vero deserto, ora al lume di luna.
I raggi lunari, rischiarando con luce bianchiccia quella vasta e brulla
estensione di sabbia, davano risalto con le ombre a tutte le
disuguaglianze del terreno; e il luogo assumeva così un aspetto strano e
pauroso, che di giorno nessuno avrebbe immaginato. Le onde del mare,
battendo svogliatamente sulla spiaggia poco discosta, facevano un
perfetto contrasto col silenzio che incombeva dall'altro lato su la
solitudine desolata.
Pareva di essere chi sa a quante miglia da ogni creatura vivente,
sperduti e senza speranza di soccorso, in mezzo a un oceano di sabbia.
La configurazione del terreno, celandone i limiti, contribuiva a far
credere immensa quell'estensione di poche miglia.
Di tanto in tanto la mia compagna lanciava per l'aria cheta un allegro
scoppio di risa, che suonava più argentino del solito e vi si perdeva
senz'eco.
Io, quando non ragionavamo, canterellavo. Ella intanto, facendo il giro
dei pantani, gettava manate di sabbia fra i giunchi dattorno per far
levare le anitre, le folaghe, i gheppi lì rimpiattati.
In verità, non mi divertivo molto.
Nei giorni precedenti mi ero più volte sorpreso a guardarla
intensissimamente con sentimento di dolce compiacenza e che non
scaturiva soltanto dalla sua somiglianza con Jela.
Ed ora, in quel posto, tornando silenziosi verso casa, avvertivo con
stizza che il calore del suo braccio, appoggiato con stanchezza sul mio,
mi faceva pensare a qualcosa di vagamente sensuale che s'infiltrava
nella pura atmosfera del mio spirito e cominciava ad attirarlo.
Pur troppo era vero!
La signora Emilia mi aveva rapidamente svegliato nel cuore tutti gli
ardori dei miei sedici anni e con la stessa freschezza d'una volta. No,
non vivevo insieme con lei alla Marza, ma con la mia Jela evocata da
misteriosa potenza, che soltanto ne aveva alterato alquanto i lineamenti
e le gracili forme. Capivo benissimo però che, oltre quei sentimenti, se
n'erano sviluppati dei nuovi, collegati con quegli altri quasi per
completarli; temevo appunto di questi.
Alcune parole, alcune frasi della signora Emilia, mi turbavano da
qualche giorno in modo incredibile. Certe occhiate, certi sorrisi, certe
inflessioni della voce che più vivamente riflettevano o rammentavano,
anche da lontano, le occhiate, i sorrisi, le inflessioni della voce di
Jela, mi davano scosse, tremiti, languori, che talvolta arrivavano fino
a spossarmi. Ed io soffrivo di questo sovrapporsi di lei, di questo suo
impertinente sostituirsi alla cara immagine, che formava da tanti anni
il culto più sacro della mia vita.
Soffrivo, ma non resistevo, non reagivo; mi lasciavo sopraffare. Provavo
qualcosa di simile a quelle tiepide correnti sottomarine delle quali
parlano i pescatori di corallo, che intorpidiscono nelle mute profondità
delle acque il sentimento della vita e fanno assaporare la morte quasi
delizia ineffabile. Sentivo che ormai quel fascino mi avviluppava in
modo da non poterne più vincere la malefica azione.
-- E dopo? -- mi domandai una sera indignato, piantandomi di rimpetto a la
mia ombra proiettata dal lume sul muro bianco della stanza.
E siccome l'ombra non rispondeva:
-- Sei un vile! -- dissi a quell'altro me stesso che vedevo
coll'immaginazione confuso ed abbiosciato là davanti.
E andavo su e giù, tirando fantastici buffi di fumo dal sigaro spento.
-- Miserabile! -- continuavo -- Tu carezzi desiderii, che non osi
confessare nemmeno a te stesso. Già non sei più sicuro se, tradendo la
fiducia del tuo amico, commetti un'indegna azione!
E tornavo a passeggiare, stritolando fra l'indice e il pollice la punta
del sigaro col pretesto di ravvivarlo.
Quelle parole mi avevano fatto arrossire quasi fossero state pronunziate
da un'altra persona, da un amico severo, venerato per gli anni e per
l'esperienza della vita. E cercavo di scusarmi; e mentalmente
rispondevo:
-- Via! Tu esageri. Tradire la fiducia del mio amico? Nemmeno per ridere.
Volessi pure, quella donna......
Ma non completavo il periodo. Sentivo di mentire e mi fermavo esitando,
un po' per persuadermi che forse m'illudevo, un po' per l'involontaria
compiacenza di scoprire che pur troppo non m'ero illuso.
Quella donna non sarebbe stata forte, lo indovinavo. Da che? Da cento
lievi e quasi impercettibili indizi, che sarebbero sfuggiti a qualunque
occhio meno interessato del mio.
-- E dopo? -- ripetevo con insistenza.
E rimanevo sbalordito, addolorato, vedendo come l'immagine della mia
Jela avesse potuto offuscarsi un momento; indignato che la
rassomiglianza fosse servita, mio malgrado, da incentivo per sentimenti
affatto opposti a quelli ispiratimi da lei.
-- Che debolezza! Che vigliaccheria!
Oh, no! Volevo essere uomo; resistere, vincere anche sfidando il
pericolo; dovevo al culto della mia Jela questa riparazione
sentimentale.
E andai a letto consolato.
*
* *
Avevo noleggiato una barca, che venne a prenderci allo spuntare del
sole.
Un marinaio, con larghi e corti calzoni rimboccati fin sopra il
ginocchio, ci portò in collo di peso, una dietro all'altro; poi diede
una spinta alla poppa, e la barca mezza arenata si cullò tosto
mollemente su le onde dopo aver traballato un pochino pel peso di lui,
che vi era saltato dentro.
Il mare appariva tranquillo. Larghi riflessi, verdognoli, azzurri,
rossastri lo colorivano in diverse direzioni, divisi da orli
fosforescenti; le varie correnti marine lo striavano a fior d'onda, come
solchi di rotaie in un immenso piazzale.
La signora Emilia batteva le mani e dava in esclamazioni di sorpresa e
di gioia. L'acqua le produceva fascini violenti, che le lampeggiavano
nelle pupille con incredibile vivacità. Di quando in quando, a un'ondata
che turbava il moto regolare della barca, ella cacciava un grido -- non
sapevo ben discernere se di paura o di piacere -- e diceva, ridendo:
-- Se si cascasse in mare?
E scoteva la testa e la persona quasi già provasse i brividi del freddo
contatto dell'acqua.
Io la guardavo tranquillo, dominando le mie impressioni, lieto di vedere
che potevo opporre qualcosa alle involontarie seduzioni di lei. I miei
sensi erano calmi, l'equilibrio del mio spirito perfetto; ma questa
contentezza interiore doveva certamente tradurmisi sul volto in insolita
serietà, e in quel raccoglimento che mi faceva star zitto.
-- Si annoia? -- ella disse dopo un lungo silenzio.
-- No, signora.
-- Il suo pensiero non è qui. Lei non dice neppure una parola!
-- I grandi spettacoli della Natura rendono muti.
-- Mi dispiace che debba annoiarsi per causa mia. Anche l'amicizia ha i
suoi pesi.
-- Non questa volta.
Approdammo all'isoletta dei Porri, largo scoglio quasi piano, sollevato
di qualche metro fuori del mare che vi balla attorno spumante. Lo
percorremmo in pochi minuti, poi ci sedemmo nel centro, dirimpetto alla
spiaggia. La campagna si stendeva laggiù, laggiù, con linee larghe, con
mille sfumature di verde, che si armonizzavano insieme. Lontano, in
fondo, dentro una nuvola di vapori dorati, torreggiavano nel cielo
opalino le cupole e i campanili di Spaccaforno infiammati dal sole. Il
mare rumoreggiava da ogni lato dell'isoletta con urli e scrosci
interrotti. Di tratto in tratto vedevamo qua e là sollevarsi gli spruzzi
iridati dei cavalloni irrompenti sui fianchi più bassi.
-- Ecco un posto, -- ella disse, -- dove abiterei volentieri, e dove vorrei
morire tutt'a un colpo, ingoiata dal mare quasi prima di accorgermene.
-- Che desiderii strani! -- esclamai ridendo. -- E vorrebbe vivervi sola?
-- Oh! no, -- rispose. -- Dicono che soli non si starebbe bene neppure in
Paradiso. In due, con un'altra persona che avesse il medesimo gusto, che
trovasse nella mia compagnia, come io nella sua, bastevole ragione per
non rimpiangere la società.... Sciocchezze, è vero? -- soggiunse
sospirando. -- Invece bisogna contentarsi della dura realtà. Ecco: pel
mio cuore, questo misero scoglio potrebbe valere tutto l'universo. Ma
pel cuore di un uomo? Come rende triste il pensiero che noi, nella vita
dell'uomo, possiamo appena appena essere un accessorio!
-- Scusi, -- dissi. -- Non è sempre così. Vi sono donne che riempiono tutta
la nostra vita del loro benefico influsso; che diventano la parte
migliore dell'anima nostra, del nostro spirito, e sopravvivono in noi
anche quando le relazioni esterne sono rotte per sempre.
-- Jela! -- esclamò, fissandomi in volto con uno sguardo in cui sorpresi
lampi di dolore e di invidia.
Quel nome, pronunciato dalla sua bocca, mi diede i brividi.
Vedendo che tacevo, la signora Emilia mi prese amichevolmente una mano,
e con accento interrotto, pieno di rimpianto e di affetto represso,
continuò:
-- Come dev'esser felice quella donna! Darei metà della mia vita per
essere amata allo stesso modo. Dio mio! Sento già tremare questa mano al
solo ricordo, e veggo quegli occhi inumidirsi.... E son già dodici anni!
Ma quanti dolori, quante tristezze! Felicità costata troppo cara e che,
certamente, non esisterebbe, se invece di essere stati proprio a tempo
divisi, avessero potuto vivere uniti, o lei l'avesse posseduta un
istante, tutta sua, fra le braccia. Ma, caso o no, quella donna intanto
dev'essere troppo felice. Chi non cangerebbe la propria con la sorte di
lei? Chi non vorrebbe provare la sua tremenda voluttà di doversi
concedere, col corpo, all'uomo che non ama, e di darsi nel punto stesso,
collo spirito, al suo assente adorato?
-- Oh no, no! -- interruppi indignato. -- È un amore di altro genere. Ella
non lo intende... non può intenderlo.
E mi rizzai in piedi. Avevo bisogno di essere scortese.
La tremenda voluttà di doversi concedere!...
Queste parole mi eran suonate all'orecchio come una profanazione. Oh!
Colei mesceva la sua bassa sensualità a un sentimento che non avrebbe
appannato il cuore più puro....
Sì, avevo bisogno di essere scortese. E non solo per protestare, ma
anche per difendermi dalle strane impressioni della sua voce, che mi
s'insinuavano per tutto il corpo vellicando dolcemente i nervi con
irritazione delicata.
Temevo di dimenticare troppo presto le belle risoluzioni della notte.
Fu un istante.
Tornai a sedermi; volevo correggere quell'impeto troppo violento che
l'aveva un po' mortificata.
-- Perdoni, -- le dissi, -- oggi sono nervoso. Il ricordo di Jela mi turba.
Senta: ho le mani diaccie. E toccai le sue.
Ella mi guardava ammirando, con le sopracciglia un po' aggrottate, le
labbra strette e la faccia alquanto sollevata verso di me per fissarmi
meglio.
Era Jela, proprio Jela!
Distolsi gli occhi.
*
* *
Me la prendevo con Paolo che non veniva.
I giorni passavano apparentemente uniformi; ma il mio cuore era
sconvolto. Non lottavo più, non resistevo; ragionavo e tentavo scusare
agli occhi della coscienza quella vigliaccheria.
Non ero ancora arrivato al punto di dimenticare i miei doveri di amico;
non osavo ancora pensare che, come tant'altri, quest'amore avrebbe
potuto scivolare anch'esso sul mio cuore senza lasciarvi segno, senza
ledere i diritti del purissimo affetto di Jela, no, questo ragionamento
mi sarebbe parso un'empietà. La rassomiglianza della signora Emilia con
Jela era così grande; il sentimento (perchè non dirlo?) che colei mi
ispirava era un così vivo riflesso del ricordo di questa, da non darmi
il coraggio di giustificarne ai miei occhi neppure la possibilità.
Mi limitavo a concedere che non era poi gran delitto riamare Jela in
quel suo ritratto vivente; riamarla con la stessa semplicità di cuore, e
la stessa purezza dei miei sedici anni. Mi sembrava anzi che il culto
del mio spirito per lei si sarebbe rinfocolato meglio al contatto di
quella realtà; una seconda giovinezza mi sarebbe rifiorita nel cuore.
La signora Emilia era troppo esperta della vita da non comprendere quel
che avveniva nel mio interno. Se ne compiaceva, si divertiva: veniva,
alla sua volta, allettata dalla stranezza del caso e dall'amor proprio
così fortemente lusingato.
E Paolo? E la fuga? E il loro amore?
Ahimè! Niente è più vero del triste proverbio: Gli assenti hanno torto.
Già ella forse non si accorgeva di venir meno al suo dovere: forse, al
pari di me, e lottava e cedeva e transigeva.... Chi lo sa? Forse anche
provava, contro quell'incognita amata, gelosie di rivale.
Non sapeva perdonarle di venire fin lì ad invasarmi il cuore e a
contrastarle fin quel meschino tributo di simpatia, che la donna più
onesta è lieta di ricevere come buffo d'incenso alla propria bellezza o
alla propria bontà!
E voleva vendicarsene, voleva umiliare la povera rivale con la
stessissima arma della rassomiglianza, con cui ella era venuta ad
assalirla nel suo breve regno.
Spesso le intravedevo negli occhi qualcosa di più; una sfida, una rabbia
di provarmi che non soltanto l'amor puro, l'amore ideale lascia perenni
ricordi nel cuore.... ma che ci sono baci e amplessi tali, da
sconvolgere da cima a fondo la vita e assai, assai più durevolmente
delle vaghe fantasie da collegiale che io, un tempo, nella mia
inesperienza, giudicavo suprema felicità. E allora i suoi sguardi
lanciavano fiamme che venivano a lambirmi il viso con lingue di fuoco; e
le sue labbra sembravano umide di un liquore inebbriante, che attirava
irresistibilmente le mie.
Mi occorreva un grande sforzo per restare ragionevole e savio.
*
* *
Un giorno ella mostrò il desiderio di voler raccontata, con tutti i
particolari, la storia di Jela. Non seppi rifiutarmi.
Dapprima ero deciso di accennarle soltanto per sommi capi quel delirio,
quell'estasi di amore durata tre anni. Ma, narrando, mi sentii di mano
in mano soavemente travolto dai miei cari ricordi; più non seppi quali
scegliere, e mi lasciai andare a briglia sciolta dietro quei dolci
fantasmi della giovinezza, che hanno avuto una grande influenza su tutto
il resto della mia vita.
Ella ascoltava intentamente, avidamente, con agitazione e commozione che
aumentavano, come più il mio racconto si coloriva e si animava. A un
certo punto però fece un brusco movimento delle palpebre e del capo:
-- Basta per oggi, -- mi disse con voluta indifferenza. -- Veggo che si
riscalda troppo; le può far male.
Si alzò dalla seggiola, che aveva fatto recare sulla terrazza, scese i
pochi scalini della gradinata, girò sbadatamente per la spianata coperta
di erbe selvatiche e di stelline gialle e bianche tremolanti sui loro
lunghissimi steli, poi si fermò davanti una statuetta greca, che giaceva
ancora nel posto dove era stata scavata.
-- Ha letto, -- mi domandò con tranquillo tono di voce -- la iscrizione che
orna i lembi del pallio di questa dea?
Seguivo con occhio turbato i movimenti di lei. Avevo sùbito compreso il
significato della brusca interruzione, e della simulata indifferenza, e
mi sentivo venir meno la forza di fingere di non aver capito. Senza un
ultimo fievolissimo rimprovero della coscienza, mi sarei precipitato a
buttarmele ai piedi per baciarle furiosamente le mani e dirle le cose
insensate che già mi gorgogliavano in gola.
Quella domanda mi calmò.
-- L'iscrizione è monca, -- risposi. -- Dice: A Hera, la sacerdotessa, (il
nome è illegibile) nella festa di marzo.
-- Povera dea! -- esclamò, quasi non sapesse che dire.
A me intanto parve avesse voluto sottintendere:
-- Povera Jela!
E mi sentii stringere il cuore.
*
* *
Nella nottata presi un'energica risoluzione. Se per poco cedevo a quella
tempesta di sensi scoppiatami così improvvisamente nel petto, insieme
col culto ideale di Jela, sarebbero naufragate e la mia dignità di uomo,
e la mia lealtà di amico. Decisi di fuggire all'insaputa di Emilia,
perchè ero certo che in sua presenza non avrei più posto in atto
quell'urgentissima risoluzione.
Scrissi una letterina e la posai sul tavolino, in modo che dèsse sùbito
nell'occhio. Mi levai prima dell'alba. La mia stanza aveva una finestra
molto bassa, che rispondeva sulla terrazza; apersi l'imposta con
cautela, scavalcai senza stento il davanzale e mi avviai in fretta verso
la stalla.
Il contadino, che custodiva le cavalcature messe a mia disposizione dal
fittaiuolo dell'ex-feudo, dormiva vestito su la _ticchiena_, specie di
letto murato. Lo svegliai, lo aiutai a sellare una giumenta e presi la
carreggiata.
Contavo di recarmi a Spaccaforno, confidare il mio caso a un vecchio e
fido amico e pregarlo di andare, per qualche paio di giorni, a tener
compagnia alla signora. Paolo aveva già scritto che fra due settimane
sarebbe arrivato. Quell'amico era uomo serio, discretissimo. Da giovane,
doveva essere stato molto galante; conservava tuttavia il motto arguto e
l'aneddoto gaio a dispetto dei suoi acciacchi, nei quali la galanteria
della giovinezza entrava forse per qualche cosa. La signora non si
sarebbe certamente annoiata con quel vecchietto, che pareva avesse
concentrato tutta la vita negli occhi. E se si fosse anche annoiata? A
me premeva soltanto di evitare il pericolo.
La giumenta andava lentamente; chi badava a spronarla? Ero troppo
assorto nei miei pensieri. Avevo dispetto di commettere la viltà di
quella fuga, e tentavo di trovare in fondo al cuore la dose di fortezza
sufficiente a guarentirmi; ma non la trovavo.
Ero ridicolo. Cento altri al mio posto non avrebbero avuto tanti
scrupoli. Io stesso, se non ci fosse stata di mezzo la rassomiglianza
con Jela, sarei poi rimasto così virtuoso? Non dicevo nè sì nè no, ma
sorridevo sarcasticamente; mi sbeffavo da me.
La giumenta rallentava il passo, si fermava a strappare grandi boccate
di erbe, voltava di qua e di là la testa, quasi per interrogarmi intorno
a quel che avrebbe dovuto fare. A intervalli, mi riscotevo; una stretta
immeritata di sproni, una strappata di briglia, e la giumenta, poverina,
riprendeva sùbito il trotto.
Era già l'aurora. Le allodole trillavano festosamente sui campi di
frumento; mille altri uccelli rispondevano dalle siepi e dagli alberi.
Le messi, ai lati della strada, ondeggiavano al soffio del venticello
mattutino, facendo un rumore secco e stridente con le teghe delle
spighe. Un misto di odori di erbe fresche, di profumi di fiori e di acri
emanazioni di terreni coltivati mi si affollava alle narici e alla gola,
e mi faceva provare la speciale sensazione della campagna, che par
fortifichi le fibre e allarghi i polmoni.
Questa sensazione mi produsse l'effetto di un calmante. E quasi
incoscientemente feci voltare addietro la giumenta e ripresi il cammino
verso la Marza.
Ero vergognoso; non volevo neppure rammentarmi d'avere tentato quella
fuga. Dalla strada spiavo le finestre del villino di Conca di Pietra;
erano ancora chiuse. La mia lettera fortunatamente non poteva essere
stata scoperta. E davo di sproni alla giumenta che scuoteva la testa,
costernata dell'insolito trattamento.
Volevo arrivare senz'essere veduto. Eh, sì! Quando fui a pochi passi dal
villino, la finestra della signora Emilia si aprì, ed ella sporse fuori
il capo curiosa di vedere chi mai potesse arrivare a cavallo.
-- Oh, lei, signor Claudio? -- esclamò meravigliata.
-- Buon giorno, -- risposi, cercando di dissimulare il turbamento.
-- Ha fatto una passeggiata troppo mattiniera.
-- Stupenda, -- risposi accostandomi, curioso d'osservarla da vicino.
Era nel più bel disordine, appena levata da letto. I capelli le
scendevano arruffati sul collo; una leggiera sciarpa a strisce di più
colori le copriva le spalle e le braccia, lasciando scorgere gli smerli
della camicia ampiamente scollata in giù della gola; la pelle del volto
era ancora quasi madida del calore delle coltri. Ella accostava la
sciarpa alla vita, con atteggiamento che voleva esser pudico e riusciva
procace. Le braccia, sfuggenti ignude dalle corte maniche della camicia,
reggevano a stento le vesti tirate su in fretta, cadenti da ogni parte
con voluttuoso abbandono, e le davano l'aria di persona uscita allora
allora dalla stretta di lunghi abbracci, con l'ambrosia sulle labbra dei
baci dati e ricevuti.
A quella vista ebbi abbagliamenti e vertigini. La casta e malinconica
figura di Jela, offuscata dagli splendori di quell'apparizione
sfolgorante, non trovò più forza di farsi scorgere dalle mie pupille
intorbidate.
-- Stupenda, -- ripetei, senza proprio sapere quel che mi dicessi,
divorando cogli occhi quel corpo semivestito, a cui la febbre della mia
immaginazione levava d'attorno ogni velo.
-- A rivederci, -- ella disse, arrossendo di scorgersi così avidamente
guardata.
E con movimento di gazzella impaurita chiuse le imposte, salutandomi con
un grazioso sorriso e un inchino del capo.
Era sparita. Io però, rimasto immobile, la vedevo tuttavia nettamente
dietro i vetri, quasi le vibrazioni luminose prodotte dal suo corpo
fossero rimaste impresse lì e ve ne mantenessero l'apparenza.
*
* *
Ero già pentito di essere tornato addietro. Mi vedevo sull'orlo
dell'abisso e sentivo il terribile fascino delle profondità: una lieve
spinta, e cascavo nel vuoto. Brividi mi correvano per la persona. Oh,
quel Paolo benedetto!
E Jela, il mio gentile ideale?
M'ingegnavo di persuadermi ingenuamente che ella avesse bisogno di
questa specie di nuova incarnazione per diventare completa; creatura
affatto spirituale, prendendo da Emilia le agili dovizie della forma,
sarebbe però rimasta sempre la mia Jela.
Futili sottigliezze del cuore che non voleva confessare la propria
debolezza; artifizi della coscienza che non aveva il coraggio di
accettare la sua colpa apertamente e dire per scusarsi: è irresistibile!
La giornata era calda; l'estate batteva all'uscio. I raggi del sole
insinuavano nel corpo lassezze piacevolissime, quasi di sonno. Le
farfalle erravano turbinose di qua e di là; le mosche volavano
insistenti attorno con ronzio prolungato, vero adagio musicale di
ninna-nanna, che cullava i sensi e li legava col suo torpore. A ogni
mover di passo fra le erbe e i fiori, migliaia di insetti si levavano a
volo e tornavano quasi sùbito a rannicchiarsi all'ombra delle foglie e
dei calici per ripararsi dal sole.
Appoggiata al mio braccio, Emilia ora percoteva colla punta del piedino
i cespugli fioriti, ora allungava la sua canna da pesca per disturbare
gli amori degli insetti nel letto dorato delle pratoline; e intanto
canticchiava parole inintelligibili, dondolando lievemente la testa.
La spiaggia formava un seno scavato nella costa dal continuo rodere
dell'onda. Il letto di sassi lisci, arrotondati, e di varii colori, era
circondato dalla curva costa all'altezza di due metri; vi si scendeva
per una rozza scalinata, che non accusava certamente la mano dell'uomo.
-- Vedrà che magnifica pesca, -- ella disse, adagiandosi su un sasso da me
preparatole per sedile.
-- I pesci, -- risposi ridendo, -- saranno lietissimi d'esser pescati da
mano così gentile!
E, inescato il suo amo, lanciai il filo in mare.
L'onda ci lambiva i piedi; la dighetta dei sassi ne limitava la stesa.
Nelle fonticine formate fra sasso e sasso dagli spruzzi dell'acqua e dai
meati della diga, si vedevano correre i gamberetti marini sul fondo
arenoso; le patelle solitarie se ne stavano aggrappate ai sassi col
guscio grigio che si scorgeva appena; l'olio di mare agitava le sue
filamenta a seconda delle ondate, inarcandosi per assorbire dai muschi
impercettibili prede.
Dopo aver dato un po' la caccia ai gamberelli marini e alle patelle,
inescai alla mia volta l'amo e mi sedei sui ciottoli, accanto alla
donna.
Atmosfera pesante ed immobile. Silenzio greve intorno. L'acqua che
veniva a scherzarci ai piedi, aveva mormorii voluttuosi di sirena,
mormorii seduttori. Nessuno dei due diceva una parola. Quella solitudine
si faceva complice dei nostri segreti pensieri; pareva che una corrente
magnetica ci tenesse in comunicazione e rivelasse all'una i più riposti
movimenti del cuore dell'altro.
Ella aveva lasciato abbandonatamente cadere la mano destra poco discosto
dalla mia testa. Sedevo più basso di lei e rimasi alcuni minuti a
guardarla come un goloso, con l'acquolina in bocca. Piccola, dalla pelle
fine e lucente, dalle ugne color di rosa, sfiorarla con la guancia e le
labbra divenne tentazione insistente. Mi spingevo in là senza parere,
quando l'improvviso scostarsi di alcuni ciottoli sui quali poggiavo il
gomito accelerò il movimento, e la mia guancia si posò su la mano di
lei... che non si mosse!