Per lungo tempo, l'amore che mi portava Giustino Morelli fu

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GLI AMANTI

PASTELLI

DI

MATILDE SERAO

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1894

OPERE di MATILDE SERAO.

(_Edizioni Treves_).

_All'erta, Sentinella!_ racconti napoletani, 3.ª ed. L. 4 --

_Il romanzo della fanciulla_, 4.ª edizione 2 --

_Il paese di cuccagna_, romanzo, 2.ª edizione 5 --

_Il ventre di Napoli_ (1885), 3.ª edizione 1 --

_L'Italia a Bologna_. Con 15 incisioni. 2 --

_Gli amanti_, pastelli. 4 --

IN PREPARAZIONE:

_L'inutile passione_.

GLI AMANTI

PASTELLI

DI

MATILDE SERAO

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1894.

PROPRIETÀ LETTERARIA

_Riservati tutti i diritti._

Tip. Fratelli Treves.

_AL CARISSIMO AMICO

EUGENIO TORELLI VIOLLIER_

M. S.

L'IMPERFETTO AMANTE

_(Nino Stresa)_.

Donna Grazia scrive così, di questo suo amante:

La prima volta in cui Nino Stresa mi mancò di rispetto, fu in un

ballo. Ero vestita di broccato bianco, quella sera: e il busto del

vestito era sostenuto, sulle spalle, da due fascie di brillanti che

formavano manica. Egli, Nino Stresa, mi cominciò a guardare, di

lontano, poco dopo la mia apparizione nel ballo: e non potei più fare

un movimento per passeggiare o per ballare, senza sentire il suo

sguardo fermo sovra me. Ora, Nino Stresa ha uno sguardo singolare. I

suoi occhi sono semplicemente neri, senz'altro pregio. Ma lo sguardo

ha una dolcezza languida e persistente che, talvolta, dopo qualche

minuto di contemplazione, pare che si veli di lacrime per una profonda

emozione saliente agli occhi dall'imo cuore. Sembra, quando guarda

così, Nino Stresa, che tutta la sua anima si dissolva in una intima e

malinconica tenerezza, assolutamente contraria alla sua apparenza di

bellissimo giovane e di giovane elegantissimo. Vi sono, o pare che vi

sieno, in quello sguardo tesori segreti e inesauribili di un

sentimento nascosto con gelosa cura e trapelante, solo, in quella

dolcezza ostinata e adombrata di lacrime. Tanto che la donna guardata

così, da Nino Stresa, dimentica la soverchia, inquietante bellezza

dell'uomo, e nella creatura troppo fine e sicuramente corrotta, nella

creatura che porta la peggiore delle reputazioni, cioè quella della

fatuità, le par di scoprire, dallo sguardo così strano, un orizzonte

spirituale che giammai altra donna vide. Io ebbi questa impressione,

vivacemente: e, non so perchè, impallidii dopo averla avuta. Subito,

una curiosità ardente mi accese l'immaginazione: e, probabilmente, i

miei occhi, rispondendo a quelli di Nino Stresa, dovettero contenere

una interrogazione. Non subito egli si avvicinò a me; io fui costretta

a ballare una _mazurka_ e gli passai a poca distanza tre volte. Dio,

Dio! che struggimento di dolcezza in quello sguardo, quanto languore

malinconico, quanta celata tristezza che si rivelava, quasi

inconsciamente! Forse, la interrogazione dei miei occhi dovette

diventare più acuta. Discorrendo, fermandosi ogni tanto, voltandosi

sempre a ricercarmi, egli si avvicinò a me, facendomi un grande

inchino.

--Buona sera, signora,--disse con la sua voce sorda, un po' stanca.

--Buona sera, Stresa.

Aspettai, un po' ansiosa, come se egli si fosse avvicinato per

rivelarmi un grande mistero, per dirmi, finalmente, la unica verità

della sua anima. Egli mi disse:

--Avete delle spalle stupende.

A quest'atroce brutalità, io dovetti arrossire sino alla radice dei

capelli: mi sentii soffocare dall'ira e non risposi. Nino Stresa si

accorse di tutto, certamente, giacchè mi guardò, stupefatto, con una

meraviglia dolorosa negli occhi: mi salutò, di nuovo, e si allontanò

lentamente. Lo sdegno mio non ebbe sfogo quella notte: e, man mano, si

venne trasformando in un eccitamento di gioia, quasi convulso, che mi

fece molto ridere, molto ballare e che mi fece anche cenare, io che

non ceno mai, giacchè odio le donne che mangiano in pubblico. Vi erano

delle piccole tavole, per quattro. Io era con Clara Lieti, e due

cavalieri, briosi e insignificanti. Non avevo più riveduto Nino

Stresa, nella notte, e avevo supposto che se ne fosse andato, e questo

mi aveva fatto molto piacere, mentre mi arrovellavo di non avergli

potuto dire una fredda impertinenza, in cambio della sua brutalità. A

un tratto, lo vidi fermo presso la nostra piccola tavola:

--Non si fa l'elemosina all'affamato?--chiese.

Clara Lieti e i due nostri cavalieri gli dettero subito un po' della

loro cena, ridendo, mettendo tutto nello stesso piatto. Egli cenò

quietamente, in piedi, senza rivolgermi la parola. Io chinavo gli

occhi, abitata. Egli si curvò, a dirmi sottovoce:

--Datemi la vostra coppa di _champagne_.

Io non seppi fare altro che porgergliela. La mia mano tremava

lievemente.

--Bevete, prima, un sorso,--disse, con quella voce un po' rôca.

Bevetti un sorso di quello _champagne-cup_, odoroso e inebriante: gli

detti la coppa. Egli mise audacemente le labbra dove io le avevo messe

e bevve, guardandomi. In quel momento Nino Stresa mi piacque

immensamente: ma subito dopo, ne ebbi un disgusto immenso.

Non credete, però, che io sia divenuta l'amante di Nino Stresa dopo

poco tempo e per qualche bizzarra suggestione. No. Egli durò dei mesi

e dei mesi a farmi una corte assidua, irrispettosa, circuendo la mia

persona di un amore che mi offendeva, tanto era terra terra, e tanto

pareva fatto solamente di desiderio. Niuno aveva mai osato guardarmi

come egli mi guardava, niuno mi aveva mai detto quello che egli mi

diceva! Invano, io mi armavo di freddezza e di alterigia; egli

persisteva, ostinatamente, umiliandosi e allontanandosi, talvolta, ma

ritornando sempre, più innamorato, più audace, più desideroso. Vi

erano dei minuti in cui io lo odiava, assolutamente, per questa sua

insistenza amorosa e per la monotonia di quello che egli provava.

Pure, egli aveva, insieme all'audacia, tale una tenerezza fluente,

tale una morbidezza di parole, di voce, di gesti, egli aveva,

finanche, e di nuovo, e sempre, insieme all'audacia, tale una

malinconia, che io, sbalzata nel mondo delle sorprese dello spirito,

mi chinavo, ahimè, senza odio e con crescente interesse su

quell'anima, a scoprirvi un fantastico mistero, a cercare le sorgenti

ascose di quella espressione singolare. Nulla io giungeva a vedere, e

come la curiosità mi sospingeva, gli domandavo:

--Perchè siete così triste?

--Perchè non mi amate. Ed io vi adoro....--diceva lui, cercando di

prendere la mia mano e di baciarne le dita.

Lo respingevo, sempre. Egli ne provava un sincero dolore, non privo di

qualche ingenuità infantile. Era come un bimbo a cui negassero una

cosa promessa e dovuta: era come se gli si commettesse contro una

crudele ingiustizia.

--Perchè non mi amate, perchè?

--Perchè quello che voi sentite, per me, non è amore.

--Che cosa è, dunque?

--È desiderio.

--È la medesima cosa,--replicava lui, con un'aria di perfetto candore.

Ah, quando io lo udiva negare così la parte sentimentale e nobile

dell'amore, quando egli calpestava, così, tutto quello che vi è di

puro e di elevato, anche in una passione colpevole, Nino Stresa mi

faceva ribrezzo! Egli leggeva nel mio viso tutta la ripulsione del mio

spirito e dei miei nervi e taceva. Soffriva, forse, in silenzio.

Talvolta, si allontanava, per qualche giorno. Ma io, immancabilmente,

lo vedeva riapparire, riavvicinarsi a me, cercar di stringere la mia

mano, trattenendola sempre un minuto secondo fra le sue, cercando di

toccare qualche oggetto ch'io aveva toccato. Per questo, era un

superstizioso dell'amore. Se io lasciava un ventaglio, sovra una

mensola, Nino Stresa lo prendeva, lo schiudeva, lo avvicinava al viso,

continuava a tenerlo fra le mani, incapace di lasciarlo; se io perdevo

un fiore dalla cintura, se mi toglievo un guanto, egli raccoglieva

subito il fiore e rubava senz'altro il guanto. Una sera, d'inverno, la

mia pelliccia era restata nel salone e io ero andata in camera mia, a

cambiar d'abito: lo ritrovai col volto immerso nella pelliccia e con

una letizia indicibile negli occhi. Egli conosceva perfettamente tutti

i miei vestiti e tutti i miei mantelli, e ne prediligeva alcuni,

specialmente, e dava loro degli aggettivi carezzevoli, quasi fossero

cosa animata, e quando io mettea uno di questi vestiti, egli trasaliva

di gioia, e la parola sua, la sua gran parola, gli usciva dalle

labbra:

--Quanto mi piacete, quanto mi piacete!

Volgare e laida parola! La pronunciava un gentiluomo, un giovane

intelligente e colto, un bellissimo giovane, con una voce sorda,

velata e pure armoniosa: ma essa rivoltava tutto il mio sangue.

--Non sapete dirmi altro?--chiedevo io, fremendo di collera.

--Che debbo dirvi? Mi piacete assai, immensamente.

--Niente altro, niente?

--Ma non vi è altro, signora,--egli soggiungeva, meravigliato e

dolente.

Così io mi sono innamorata di Nino Stresa. Vi pare una contraddizione?

Non so. Cercherò di spiegarmi meglio, e voi noterete se vi è

contraddizione. Egli m'indignava, ma mi attraeva, anche, perchè era

giovane, perchè era bello, perchè, infine, a suo modo, mi amava. Ogni

volta che il suo desiderio si esprimeva negli sguardi e nelle parole,

io ne riceveva un sussulto di dolore e di sdegno: ma, nel medesimo

tempo, quasi senza che io me ne accorgessi, una delle difese del mio

cuore crollava. Gli imponevo silenzio, ma egli aveva già parlato. Lo

fuggivo, ma egli mi ritrovava. Mi chiedeva perdono, ma, nel chiederlo,

egli ricordava la colpa che aveva commessa e che, per me, sarebbe

stato più utile dimenticare. Lentamente, mi abituavo a una temperatura

alta di passione, dove scompariva la forma della manifestazione,

trionfando solo la potenza dell'amore, qualunque sia il grido del suo

trionfo. Certo, Nino Stresa era innamoratissimo; così assorbito, così

concentrato in me che, quando veniva a casa mia, mi aspettava anche

delle ore, solo, pur di vivere dove io viveva, mentre io era lontana.

Innamoratissimo, impallidendo quando io appariva, tremando nel toccare

la mia mano, non potendo sedersi troppo lontano, fissandosi

bizzarramente a guardare le mie labbra, o la curva del mento, o

perdendosi ad ascoltare la mia voce, senza intendere le parole.

Allora, vedendolo così preso, così vinto, così soggiogato, io mi

formai, come tutti quelli che stanno per commettere un errore, una

grande illusione: sperai, non solo sperai, ma fui certa che, se avessi

amato Nino Stresa, avrei, senz'altro, estratto dal fondo del suo cuore

tutta la sentimentalità che vi era, sicuramente, come vi è, in ogni

uomo, il più misero moralmente, in ogni più arido cuore. Io mi

incamminavo a uno strano viaggio, come colui che, per una via oscura e

malfida, discende sotterra, cercando nelle profondità la miniera che

lo deve arricchire: e non ha per sè che la speranza del prezioso

tesoro che va a ricercare, non ha per sè che la fiducia in una

illusione. L'uomo che mi amava, per carattere e per temperamento mi

spiaceva, violando tutte le idealità invincibili del mio cuore,

calpestando tutti gli istinti di elevatezza a cui si era educata e

legata per sempre la mia anima: ma io mi lusingava, fortemente, di non

conoscere l'ultima verità dell'essere di Nino Stresa. L'ultima verità,

la suprema di un uomo, si conosce nell'amore corrisposto, nelle ore

estreme della passione: tutto il resto è, o può essere, bugia. Questa

fu l'illusione che io mi feci e a cui mi afferrai, dandomi all'amore

di Nino Stresa. O, forse, volli ingannarmi da me stessa, non

resistendo più al mio amore per lui, amore nato dai contrasti, dalla

curiosità, dalla debolezza, dall'abbandono di tutte le mie forze

morali. Decidete voi. Forse, non speravo veramente nulla e non ero,

forse, che semplicemente innamorata, e vergognandomi di tale caduta,

trovavo fisime e creavo illusioni. Voi capirete meglio.

Vi dirò tutto. Il primo giorno della nostra felicità, noi fummo

infelicissimi. L'esaltamento della sua passione fu così grande, che mi

stupì: ed io gli dovetti parere freddissima. Nino Stresa cadde in una

tristezza immensa, da cui nulla lo potè trarre. Io gli giurai che lo

amavo, che lo adoravo: piansi innanzi a lui. Egli si vinse un poco e

fu molto tenero, di una tenerezza mesta che mi andò all'anima. Gli

vidi delle lacrime negli occhi.

--Che hai, che hai? Tu soffri, è vero?

--Sì,--egli mi disse, piano.

--Ma perchè? Non ti amo, io?

--Sì, mi ami, diletta.

--Non mi ami, tu?

--Sì, moltissimo.

--Ebbene? Perchè soffri?

--Così: non lo so.

Ma il dissidio che era fra noi, anteriore all'amore, sorgente dalla

nostra medesima essenza, non sparve per l'amore. Noi avemmo delle ore

violente di passione, in cui sembrò che il raro, l'altissimo miracolo

della fusione delle anime fosse accaduto: ma come l'ora declinava, le

anime si staccavano, gelide, e gli amanti si guardavano in viso, quasi

estranei, imminenti nemici. Come colui che ha una febbre di quaranta

gradi che cade, a un tratto, gittando l'infermo in una debolezza

mortale, appena l'entusiasmo della passione finiva, mi sentivo misera

e disfatta: ero così avvilita, così deturpata da quell'amore fatto

solamente di fiamma, che facevo nausea a me stessa. Comprendeva egli

ciò? Chi sa! Egli era felice, lo vedevo: e ciò che lo faceva soffrire,

era la mia freddezza, la mia diffidenza, la mia ripulsione. L'eterna

questione sorgeva, fra noi:

--Il tuo amore non mi piace, Nino.

--Hai torto: esso è sincero.

--Ma non mi piace.

--E perchè?

--Perchè è troppo ardente.

--Ti lagni di essere troppo amata?

--Vorrei esser amata meglio.

--Come, meglio?

--Con l'anima, col cuore, Nino.

--Così ti amo.

--Non è vero.

Egli taceva. Il suo silenzio m'irritava: pareva che confermasse questo

criterio dispregevole che mi ero fatto dell'amor suo.

--Non sai amarmi meglio?--gli chiedevo,--non sai?

--Proverò,--diceva lui umilmente.

Ahi, che non gli riusciva! Tutto ciò che è squisita sentimentalità,

raffinatezza spirituale, stima, rispetto, poesia, pietà, sì, anche

pietà, nell'amore, gli era ignoto. Mancava di quella delicatezza del

cuore, per cui, nell'amore, il più piccolo episodio è gravissimo. Non

gli importava nè dei miei pensieri, nè dei miei sogni, nè dei miei

ideali, nè di nulla che riguardasse il mio spirito: e non arrivava a

nascondere tale indifferenza. Gli premeva delle mie ore, perchè le

voleva per sè; gli premeva della mia casa, perchè era il nido

dell'amore; gli premeva del mio umore, perchè da esso dipendeva un

convegno di più o di meno; gli premeva il tono della mia voce, perchè

in esso vibrava la negazione o la dedizione: solo tutta la mia vita

materiale gli premeva, perchè era legata strettamente alle gioie

dell'amore. Invano, a un segno suo d'interesse, a un suo turbamento,

io lo interrogava affannosamente, per poter sapere se, infine, qualche

cosa della sua anima si muovesse, vivesse, oltre l'ardore della sua

fiamma: invano! Tutto il ciclo delle sue azioni si chiudeva in questa

fiamma. Quando una delusione novella mi abbatteva, io giungeva ad

ingiuriarlo.

--Ma sei incapace, dunque, di voler bene come tutte le altre oscure e

semplici creature della terra? Hai dei nervi e non un cuore? Hai del

sangue e non un'anima? Sei un mostro?

--Grazie, quanto mi piaci in collera!

--Oh che creatura arida e odiosa tu sei, odiosa, odiosa!

--Proprio, tanto?--chiedeva lui, con la sua voce rôca e carezzevole.

Alla mia sete di sentimento, a questo bisogno intimo e invincibile di

tutti gli esseri umani, a questa nostalgia che ci accompagna tutta la

vita, egli non sapeva rispondere, che con la seduzione della passione.

Monotono, monocorde, impotente a vibrare per qualunque espansione

dell'anima, egli si rigettava in quella sola forma che gli

permettevano il suo carattere e il suo temperamento. Il mio amore era

diventato per lui una necessità, come l'aria che respirava, come il

pane che mangiava: me lo diceva, così, credendo di darmi una prova del

suo completo soggiogamento, e invece mi faceva bollire d'ira, con

questi paragoni tutti tolti alla vita materiale. Per contrasto, in me,

tutta l'adorazione delle belle e buone e nobili cose dello spirito

diventava come un'ossessione, e solitariamente, nella mia stanza,

quando egli mi aveva lasciata, io scoppiava in lunghe e cocenti

lacrime sul mio abbassamento, sovra la mia irreparabile decadenza. E

se, all'indomani, io ritornava a lui, era perchè questo Nino Stresa,

come era, esercitava un fascino sulla mia ragione: era perchè

talvolta, nella sua natura limitata e misera, mi faceva pietà. Sì, io

piangevo spesso su me e su lui, a cui era negato, per fatalità, tutto

un mondo dell'amore, piangevo sull'aridità del suo cuore e sulla

impotenza della sua anima. Glielo dicevo, talvolta, così

esplicitamente e così duramente, che egli restava trasognato:

--Sono una creatura inferiore, io, come tu dici?--mi chiedeva fra

l'ironia e la tristezza.

--Forse.

--E perchè mi ami allora?

--Per un'aberrazione della mia fantasia,--gli dicevo, in faccia,

impetuosamente.

Lo vedevo decomporsi, per la collera, per il dolore. Che m'importava?

Mi aveva avvinta a una catena insopportabile. Tentai spezzarla.

Impossibile! Egli sopportava qualunque insulto, ora tranquillo, ora

umile, ora amorosissimo, e questo, non per amore, no, io lo intendeva

bene, ma per la consuetudine della passione, per il legame oscuro ma

saldo con cui la passione serra le persone, per la passione della mia

persona, delle mie labbra, delle mie braccia! Furiosamente geloso: di

una gelosia così folle che, varie volte, mi dette la illusione di un

amore completo e verace. Se io parlava a un altr'uomo, egli tendeva

l'orecchio alle mie parole e alla mia voce; se io dava la mano, egli

misurava la stretta di mano data a un altr'uomo; se io sorrideva, egli

fremeva e quasi si avanzava a provocare l'uomo cui io sorrideva.

Credetti all'amore, io, per la gelosia! Ma era una gelosia così cieca

e così bassa, così ingiusta e così brutale, che mi rivoltò. Non osai

mai provocarla, tanto le scene che ne seguivano mi accasciavano,

dandomi una novella prova che Nino Stresa viveva e amava e soffriva

solo per i nervi e per i sensi: non osavo provocarla, giacchè, dopo,

io era costretta a essere più amorosa che mai, con lui; e,

probabilmente, egli esagerava l'ardore di questa gelosia, per

ottenerne dei compensi di passione. Detestabile amore! Quante volte,

vedendolo fra amici e amiche, così bello e così corretto, con quei

suoi occhi dove nuotava uno sguardo di languore tenero, di mestizia

indefinita, io, rôsa dalla collera di tutte le delusioni, non avrei

voluto insultarlo, in pubblico, dicendo che quella soave maschera di

bellezza e di malinconia, nascondeva solo la vittoria più plateale

dell'istinto, che egli era ancora e sempre e non altro che l'uomo

fatto di argilla, senza il divino soffio! Non meritava egli l'insulto,

con quella sua apparenza di tristezza, dove chi sa quante altre donne

sarebbero cadute ingannate, con quella sua ipocrisia di tenerezza e di

languore, dove ogni cuor semplice si sarebbe lasciato prendere?

--Perchè sei ipocrita, anche?--gli domandavo per provocarlo.

--Io? Io?

--Sì, tu. Non fingi di esser triste, tu?

--Non fingo, sono triste.

--Tu sei un gaudente, niente altro.

--Gaudente e triste, insieme,--egli soggiungeva, sordamente.

--Ipocrita, niente altro che ipocrita!--gli gridavo, furiosa che egli

proseguisse nell'inganno.

Egli mi guardava, crollando il capo.

Oramai, purchè non mancassi ai convegni, purchè mi lasciassi amare,

purchè, sotto la sua seduzione--ah egli la esercitava su me, la

esercitava!--avvampassi anche io di passione, egli tollerava qualunque

mio affronto.

--Non posso fare a meno di te,--soggiungeva, come vinto da una

fatalità!

Come la invocavo, la mia liberazione! Ogni giorno di quell'amore che

trascorreva, ribadendo i miei ferri, mi recava un oltraggio di più. Mi

disprezzavo, per aver ceduto a un uomo così volgarmente predominato

dai bassi istinti della vita: e anche mi disprezzavo, per non averlo

saputo elevare sino a me, lasciandomi invece trascinare giù. Mi

sentivo indelebilmente macchiata. Avevo offeso l'amore e tutta la sua

santità e tutta la sua purezza. Chi ama forte e ama bene, non pecca

mai, nell'amore. Nella imperfezione dell'amore sta il peccato. La

colpa esiste solo dove è la debolezza, la miseria, la grettezza, la

bassezza. Eravamo due colpevoli, Nino Stresa e io: e mai, mai,

nessun'assoluzione, nella vita, ci avrebbe potuto redimere dalla

nostra macchia. Oh lui non ne soffriva, non capiva neppure la

volgarità in cui viveva, gli pareva di essere un perfetto amante, e si

lagnava della mia crudeltà! Io, io, sentivo tutto il disdegno di una

relazione simile, indegna di una donna, di una signora: io aveva

l'anima scoperta e ferita, e frizzava a ogni soffio d'aria. Egli,

intravvedeva il dramma del mio spirito, senza intenderlo. La sua sola

paura, era che lo lasciassi:

--Per carità, non mi abbandonare!

Ed esigeva sempre nuovi convegni, e ne prolungava le ore, e mi

seguiva, e mi cercava, temendo che gli sfuggisse il possesso di questa

donna che aveva orrore di lui. Lo lasciai, due volte: mi riprese due

volte. Allora, disperata, nel colmo dell'avvilimento e della

esasperazione, io tradii questo imperfetto amante, questo Nino Stresa.

Ah il vile, il vile, sempre il medesimo! Lo dovetti tradire molto, per

molto tempo, con una feroce ostinazione, con uno scandalo pubblico,

perchè egli mi lasciasse stare. Nulla vi è più, fra noi, da tre anni.

Eppure, quando mi incontra, egli mi guarda con quei suoi occhi così

dolci, così facilmente velati di lacrime e così infinitamente tristi,

che mi hanno mistificata, e la cui singolare espressione, lo confesso,

non so donde venga. Egli fu un imperfetto amante e io l'ho tradito,

ecco tutta la storia dei fatti.

L'IMPERFETTO AMANTE

_(Giustino Morelli)_.

Anna così racconta:

Per lungo tempo, l'amore che mi portava Giustino Morelli fu la mia

segreta consolazione e il mio segreto orgoglio. Io era una donna

assolutamente infelice, con mio marito: una di quelle infelicità

coniugali intime e inesauribili che assumono le più tormentose e

quotidiane forme, che mettono al cimento la maggior pazienza femminile

e che sconvolgono nell'anima più ferma ogni idea di giustizia. Mio

marito non mi era soltanto infedele, era volgarmente infedele; la

scortesia verso me, talvolta, non gli bastava, egli aveva bisogno di

esser villano; il suo disprezzo di ogni delicatezza giungeva alla

brutalità: e tutto questo con tale una sicurezza oltraggiosa, con tale

una severità tirannica, con tale preconcetto di avvilirmi, che io mi

domandava spesso se, proprio, io fossi la persona al mondo che egli

più odiava. Io ho sofferto immensamente, allora, poichè anche, mi

vergognava di soffrire: poichè, io non voleva che la gente conoscesse

il mio stato; poichè io celava con cura gelosa tutti i miei dolori,

non volendo perdere, oltre la felicità, anche il mio decoro di donna.

Il solo che mi ha aiutato in quel tempo a soffrire, è stato Giustino

Morelli. Egli sapeva tutto. Io non gli diceva nulla, per fierezza, ma

egli solo, oltre me, possedeva la misura esatta di tutte le mie

torture. Egli sapeva tutto, _da prima_. Quando io volli sposare mio

marito, tutti approvarono la mia scelta; solo Giustino Morelli

impallidì all'annunzio, si turbava ogni volta che gli si parlava di

questo matrimonio, tentò qualche vaga rimostranza, non osò insistere

innanzi alla mia cieca ostinazione, partì, sparve, non ritornò che

dopo un anno dai miei sponsali. Più tardi, amaramente, io gli

rimproverai le sue troppo tenui difficoltà, la sua fuga: gli

rinfacciai di avermi gittato nelle braccia di un uomo violento e

perverso insieme. Ricordo ancora il dolore che si manifestò sulla sua

fisonomia a questo rimprovero: era confusione, rimpianto, rimorso,

umiliazione. Mi pentii del rimproccio, sentendo per la prima volta che

il cuore di Giustino Morelli era troppo debole innanzi a me e sentendo

che io doveva risparmiarlo. Ma perchè non salvarmi quando lo poteva?

Egli mi amava, non avrebbe dovuto lasciarmi cadere in un precipizio di

dolore. Dopo, non gli restava che versare il balsamo del suo amore

sulle mie insanabili ferite, perchè io ne sentissi meno l'asprezza.

Così, il suo amore fu un balsamo nascosto, soavissimo, purissimo. Io

lo vedeva raramente, Giustino Morelli: giacchè mio marito lo teneva in

sospetto, mentre lo irrideva, e giacchè egli aveva ribrezzo di stare

con mio marito. A me stessa, in nome del santo e tenero amore di

Giustino, mi ripugnava di vedere i due uomini insieme. Ma da lontano,

divisi per giorni, per settimane, spesso per mesi, io sapeva bene che

il vigile cuore di Giustino Morelli era mio, tutto mio, così

completamente mio, che niuna donna, niuna assenza, nessun tempo,

avrebbe potuto togliermi mai nulla del mio possesso. Nelle ore più

misere e più affrante della mia esistenza coniugale, quando pareva per

me crollato ogni senso di tenerezza, di bontà, di compatimento, a

traverso le crisi terribili e negli accasciamenti profondi, il

pensiero che Giustino Morelli mi amava, di un amor silenzioso, tenace,

costante e certissimo, veniva a confortare le mie forze esauste.

Talvolta, lo incontrava, dopo uno di questi tremendi periodi: ed egli

mi appariva quale io lo aveva sognato, buono, affettuoso, di una

dolcezza così grande, che io mi sentiva struggere di riconoscenza,

innanzi a lui. Soli, c'incontravamo: egli mi guardava con una pietà

carezzevole, prendeva la mia mano senza stringerla, ne baciava

leggermente le dita, mi chiamava per nome, niente altro, ma con una

voce così amorosa e soave, che lo sguardo, la voce, la parola, la

carezza, mi avvolgevano in un'atmosfera d'amore. Quando

c'incontravamo, poco mi parlava: si contentava di guardarmi, con

infinita tenerezza: mi ascoltava parlare, come se udisse una mistica e

misteriosa musica, percepita solo dalla sua anima: e io, sentendo la

rarità dell'attimo amoroso, non gli dicevo nulla delle mie sofferenze,

volevo godere in tutta la sua essenza purissima quel momento di

suprema consolazione. Io intendeva che egli leggeva nel mio spirito,

senza che io gli parlassi: e che tutti i più segreti pensieri gli

fossero noti, per questa intuizione nobile e sapiente dell'amore. Se

io era triste tentavo nasconderlo: mi pareva di averla nascosta bene

la mia tristezza: ma subito io la vedeva in lui, riflessa magicamente.

Oh, egli sapeva tutto, di lontano, senza che io gli narrassi le mie

sventure, senza che io gli scrivessi di ciò una sola parola! Quando mi

rivedeva, dopo una lunga assenza, egli prendeva la mia mano e diceva,

in un impeto di compassione per tutti i miei mali che indovinava, che

aveva indovinato:

--Poveretta, poveretta!

Io piangeva, udendo questa parola. Egli non soggiungeva nulla,

lasciandomi piangere, asciugando le mie lacrime col suo fazzoletto,

con un moto gentile quale dovette esser quello di Veronica con Gesù,

carezzando fugacemente i miei capelli, come benedicendomi. Non altro.

Lentamente, le mie lacrime s'inaridivano, la mia anima si quietava e

io comprendeva che, ancora una volta, l'amore di Giustino Morelli era

stato il mio unico conforto. Tornavo a casa tranquilla, con una

novella forza in me e con una lieta luce negli occhi. Mio marito mi

guardava, diffidente: e la sua diffidenza lo spingeva all'ira, e

nell'ira egli m'infliggeva una di quelle brevi o lunghe scene che

erano il tossico della mia vita. Che importa? Io aveva il

contravveleno. Chiusa nella sublime fiducia dell'amore che Giustino

Morelli mi portava, sapendo che vi era nel mondo, nel vasto mondo così

deserto di ogni gioia, qualcuno che mi voleva bene, che mi adorava in

una dedizione continua di sè stesso, io opponeva a mio marito una

glaciale indifferenza. Mio marito mi lasciava: io andava nella mia

stanza, mi buttava sul letto, con la bocca sul cuscino per poter

ripetere il nome soavissimo di colui che era il mio salvatore. Tutta

l'anima mia, allora, si prostrava, si abbandonava, in un'estasi di

tenerissima gratitudine per il beneficio di quell'amore che era il

liquore essenziale di ogni mia forza. Non sapendo come sfogare ciò che

mi soffocava, trovavo modo di scrivergli, lungamente, confusamente,

delle lettere che, spesso, dovevo lacerare senza potergliele inviare:

raramente, arrivavo a spedirgliene una. Di lontano, io calcolavo

sentimentalmente che effetto gli avrebbe fatto la prova che il cuore

di Anna, della sua Anna, gli apparteneva e si dava a lui, novellamente

e sempre con entusiasmo. Ma i miei calcoli sentimentali fallivano

spesso. Io non lo rivedeva subito. Egli non mi rispondeva mai. Finivo

per non sapere nulla. Dimenticavo la mia lettera. Quando, per una

scarsa e fortunata combinazione, mi ritrovavo con lui, non gli parlavo

più di nulla, felice solo di essere accanto a lui. Sentivo che

l'impetuosità del mio temperamento lo turbava un poco: e mi moderavo.

D'altronde, era troppo nobile e troppo alto il nostro sentimento, per

disperderlo nei minuti fatti dell'amore. Anzi, il nostro amore era

senza fatti. Ci vedevamo troppo raramente, perchè le due esistenze si

unissero nella fusione degli avvenimenti quotidiani. Parlavamo di

amore, pianamente, soavemente, anzi con quella cautela delle persone

che molto soffrono, che molto temono di soffrire: e vi era in ogni suo

sguardo tanta effusione spirituale: vi era nelle sue mani che tenevano

le mie quasi senza stringerle, tanto fluido di affetto: vi era nella

sua voce tale onda di amore; che io mi scordava tutto il passato, che

io non aveva più paura dell'avvenire, e mi sentivo accanto a Giustino

Morelli assolutamente felice. Certo, mi dividevo da lui con un intenso

rammarico, sempre più forte come il tempo passava: certo, appena lo

avevo lasciato, un senso di vuoto e di morte mi coglieva, orribile. Ma

egli era partito da me, almeno in apparenza, senza dolore; ma egli era

calmo e tenero. Sempre, anche quando si separava, anche quando mi

vedeva turbata e agitata, separandosi da me, e poichè egli, vagamente,

profondamente mi amava, io dicevo che solo la sua calma era saggia e

pura, che solo il suo spirito intendeva l'amore in una forma sublime.

Quando ero sola, di nuovo, io pensava, sì, che Iddio mi aveva legata

ad un uomo odioso, che mi odiava: che ogni mia felicità innanzi alla

fede e innanzi alla legge, era morta, ma che, in compenso,

segretamente, io aveva per me la più bella forma di amore che dar si

possa nella limitata e misera natura umana, e che potevo esser superba

dell'adorazione di Giustino Morelli come del tesoro fra i tesori.

Pure, da questo esaltamento spirituale che io celava con tanta

meravigliosa dissimulazione, nacque in me una sete più ardente di

veder l'uomo che mi amava e che io amava, di stare con lui, di vivere

insieme a lui. La mia casa e mio marito rappresentavano per me

l'avversità, la tristezza, la mala compagnia, mentre la fantasia si

fingeva il sole, la lietezza, la cara unione soltanto dove era

Giustino Morelli. Cominciai a cercarlo più spesso: e quando lo

ritrovavo, insieme alla espressione di immensa tenerezza, io vedeva in

lui un senso di pena. Mi pentivo della mia ricerca, subito. Gli

chiedevo:

--Ho fatto male, a cercarti?

--No, cara, hai fatto benissimo--diceva lui, dolcemente.

Ma quella dolcezza era anche triste. Forse, egli temeva per me.

--Perchè ti dispiace che io t'abbia cercato?--gli domandavo, ancora,

crudelmente verso me e verso lui.

--Non mi dispiace.

--Sì, sì, ti dispiace!

--Oh Anna, non ripetere ciò.

--Allora, se non ti dispiace, vediamoci anche domani.

--...sì--diceva lui, dopo un minuto di esitazione.

Quella esitazione avvelenava la mia gioia. Scorgevo in lui, adesso,

quello che prima non vi era mai stato, cioè una titubanza continua,

una inquietudine che non arrivava a reprimere.

--Di che temi?--gli chiedevo, guardandolo negli occhi.

--Di nulla, cara--mi rispondeva, guardando in su, per isfuggire alle

mie indagini.

--E mi ami, mi ami?

--Ti adoro--mormorava lui, con la intonazione antica, così schietta,

così sgorgante dall'imo cuore. Ma presto, la mia insofferenza divenne

spasimante. Io non poteva stare un giorno senza vederlo; avevo

annullato in me ogni repulsione, venuta dal contatto di mio marito con

Giustino Morelli, e pretendevo che egli, l'adoratore tenero e soave,

vincesse il proprio ribrezzo.

--Non posso--mi diceva lui, piano, con amore, per togliere a questo

rifiuto ogni durezza.

--Perchè non puoi?

--Non lo so, ma non posso, Anna. Venire in casa tua, dove vi è lui, mi

è insopportabile.

--Allora, non mi vuoi bene.

--Anna, te ne voglio infinitamente.

--Non è vero. Se me ne volessi, verresti da me. Vieni domani,

vieni....

--Anna, non posso.

--Non mi ami, non mi ami! Se mi amassi, vorresti vedermi sempre.

--Io so amarti anche da lontano.

--Senza soffrire della lontananza?

--Senza soffrire.

--Avendo un'altra amante, allora?--arrivavo a dire, io, esasperata.

--Non commettere sacrilegio, cara. Io non adoro che te.

--Così, a traverso le sfere, come le stelle?

--Così--replicava lui, con tanta nobiltà, che io mi riteneva subito la

più volgare fra le donne.

In quel tempo, per mia colpa, dunque--più tardi, poi, intesi che era

per colpa di Giustino Morelli--io finii per intorbidare la sorgente di

ogni mia consolazione. Mentre prima ogni sua tenerezza mi sembrava una

ricca parte fattami dal destino, e ne ringraziavo questo destino,

adesso non me ne contentavo più. Egli era sempre lo stesso uomo, aveva

per me, sempre, un amore tutto di pietà, di rispetto, di ammirazione,

di adorazione, ma mi sembrava freddissimo. Infine, io era giovane,

bella, elegante, molto corteggiata, poichè la pessima condotta di mio

marito, purtroppo, non era ignorata, malgrado le mie premure per

nasconderla: e sentivo intorno a me, come l'incenso di un omaggio

continuo che uomini giovani e belli abbruciavano nel desiderio

dell'amor mio. Giustino Morelli mi pareva freddissimo. La passione

violenta di Nino Stresa per Grazia, la mia amica, mi destava curiosità

e invidia. Il paragone che facevo, ogni tanto, di Nino Stresa con

Giustino Morelli mi faceva sempre più insistere nell'idea, che il mio

amante--era egli, forse, un amante?--non provasse per me un amore

forte e vivo, come si sente quando si è giovani, quando il sangue è

caldo, quando la donna si è già data a voi col suo cuore.

--Perchè sei così freddo?--era la mia interrogazione costante.

--Freddo, ti pare?

--Non mi pare: sei freddo.

--Niuno ti può amare più di me, Anna.

--Non ti vantare. Tu mi ami poco.

--Taci, anima mia. taci.

--Io non ti piaccio--soggiungevo io.

--Nessuna persona mi piace più di te, te lo giuro.

--Non ti credo.

--Che debbo fare, perchè tu lo creda?--mi replicava lui tristamente.

--Non so--rispondevo io, glacialmente.

Giacchè egli diventava più triste, a ogni nuovo colloquio e la mia

anima si gelava. Talvolta, lo sorprendevo che mi guardava con ansietà,

soffrendo di non so quale strano e ignoto dolore: il mio sgomento

diventava grande. La sua voce era infranta, nel parlarmi: più spesso

taceva, assorbito.

--A che pensi, amore?

--Non penso, sogno, cara.

--Che sogni?

--Un solo sogno, il tuo amore, Anna.

--Non lo hai qui, presente, reale, vivo, caldo?

--...sì--diceva lui dopo un dubbio.

--Come? Ti piace meglio il sogno?

--Forse--mormorava lui brevemente.

Invece, in me, la vita urgeva. Nella mia casa e con mio marito, ogni

pazienza, ogni indulgenza era finita. Il legame con quell'uomo mi era

insoffribile, e tutte le ribellioni accumulate nel fondo del cuore

sorgevano in armi per vincere. Io voleva la mia parte di bene, di

amore, di ebbrezza: ero stanca di lacrime, di abnegazione, di

mortificazioni. Mentre Giustino Morelli si concentrava nelle poetiche

visioni, in me tutti gli istinti della vita e della giovinezza

fremevano, rivoltandosi, contro il dolore. L'amante mio--ma forse egli

era l'amante?--mi guardava come spaventato, e bene spesso io ho visto

in lui la mestizia di una immensa delusione. Sentivo, così, vagamente,

di decadere nel suo spirito, e mentre ciò mi esasperava, mentre io lo

trovava un gelido sognatore, un poeta dell'amore, un ardor di passione

mi spingeva a lui potentemente, come alla sola creatura umana degna

dell'amor mio.

La sua profonda tristezza innanzi alle lotte che si combattevano in me

e che egli conosceva, tutte, era un insulto; ma io glielo perdonava,

giacchè lo amavo, giacchè egli mi amava, giacchè un solo poteva essere

il mio amante, ed era lui, Giustino Morelli. Questa ultima, estrema

verità non gliela dissi, io. Ero donna. Ero vissuta nelle altitudini

di un amore sublime e mi ero avvezza a una temperatura spirituale

delle più fini e squisite. Questa verità, che egli solo poteva e

doveva essere il mio amante, io, ve lo giuro, non gliela ho detta, ma

tutto di me glie lo disse, involontariamente, glielo disse la vita

istessa con le sue fervide e imperiose parole. Io non so quello che

accadde in lui, quale lungo sogno egli ricacciò nel mondo delle tenere

e pure fantasie, quale saluto egli dette a una sublime illusione,

quale suprema divisione accadde fra l'uomo e il suo sentimento. So

questo, che Giustino Morelli fu veramente e propriamente il mio

amante, e che ciò gli produsse un dolore grandissimo.

Grandissimo! Egli era sempre la cara anima che mi adorava in ogni

pensiero e in ogni sentimento, che vibrava a ogni vibrazione mia, che

per un miracolo sentimentale aveva fatta sua la vita del mio cuore,

che non divideva ma assorbiva tutte le mie sofferenze, che non solo

asciugava ma faceva inaridire le mie lacrime, che mi dava la pace e la

serenità: sempre il Giustino Morelli che mi aveva aiutato a vivere,

che, ancora, in tutti i momenti, era il mio sostegno e la mia guida.

Ma oltre questi, per lui non vi era che dolore intimo e represso, non

vi era che la rassegnazione a un fatto necessario, fatale, e

immensamente triste. I convegni che rassomigliavano agli antichi,

austeri e nobili, con la lieve carezza delle sue labbra sulla mia

mano, erano un sollievo per lui, lo vedevo: mentre i convegni della

passione a cui lo spingeva la voce di un amore diverso, lo

affascinavano e gli facevano male, un male orribile, il male del sogno

violato, il male della illusione fuggita, il male dell'irrimediabile

errore. Così, la passione si faceva tetra: e l'ebbrezza sembrava anche

uno spasimo di tutto l'essere che subiva la legge comune dell'amore,

ma aveva ribrezzo di quella fatalità.

Nulla vi dirò di me. Sarebbe troppo duro rammentare quello che io

provai, dinanzi a tale complicazione nel nostro amore. Ricordo

solamente di essere trabalzata, in quei tempi, dai sentimenti più

limpidi, alti e luminosi, alle vittorie della passione più oscure e

più contristanti: ricordo che io ho sentito, per Giustino Morelli e

per me, insieme, il disprezzo più profondo e l'ira più cieca. Ricordo

che, un giorno, quando più avevo visto il mio amante innamorato, sì,

ma quasi insorto contro le imprescindibili obbligazioni della

passione, quando più avevo inteso che Giustino Morelli era

infelicissimo, perchè era diventato il mio amante, quando più avevo

compreso che l'anima bella e pura e salda di quell'uomo si sentiva

deturpata nel suo sogno, allora ricordo di essermi sentita perduta,

perduta.

* * * * *

--Voi, forse, avrete intuito la conclusione della mia istoria. Io ho

tradito Giustino Morelli, bruscamente, violentemente, malamente. Con

un uomo qualunque, io l'ho tradito. Non me ne chiedete il nome, la

condizione, l'età, la bellezza. Un uomo qualunque! Non potevo fare

diversamente, credetelo. Ho sentito tutto l'orrore della mia

mal'azione, eppure mi è stato impossibile di non farla. In fondo,

credo che avessi una ragione oscura e atroce di far quello; e non

seppi neppure dirla a me stessa. Giustino Morelli me la disse, nel

giorno in cui ci dividemmo, per sempre.

--È vero che mi avete tradito?--mi domandò senza tremare, sebbene

fosse così smorto nella onesta faccia.

--È vero--gli risposi con molta alterigia.

--Perchè avete fatto questo?

--Non lo so.

--Lo so io.

--Voi? Voi? Ditemelo, dunque!

--Perchè ero un imperfetto amante, mia povera Anna.

--E allora, perchè mi avete amato?

--Questo, nessuno lo sa, nessuno.

Sì, sì, Giustino Morelli era una grande anima, un grande cuore, ma è a

lui, è a questo imperfetto amante che io debbo tutte le mie sciagure.

IL PERFETTO AMANTE

_(Massimo Dias)_.

Teresa così racconta il suo amore per Massimo Dias:

Nessun uomo mai ha saputo, nessun uomo saprà mai chi sia e che cosa

sia Massimo Dias. Per conoscerlo, per intenderlo, per apprezzarlo in

quel che è, in quel che vale, ci vuole una donna: e una donna che lo

abbia avuto per amante come me, o che, almeno, sia stata amata da lui.

Già, sempre e dappertutto, soltanto la donna ha il diritto di

giudicare un uomo e, giudicandolo, può dire la verità, poichè ella

solamente lo vede e lo misura nella gran prova umana, che è l'amore.

Il giudizio di un uomo sovra un altro uomo o quello di mille uomini

sovra un sol uomo, ha un carattere originario di menzogna innocente

talvolta, conscia e interessata spesso: mentre la più piccola

confessione di una donna sul conto del suo amante, ha la limpidità, la

lucentezza, la schiettezza del cristallo. Notate, per Massimo Dias.

Che dicono gli uomini di lui? Lo trattano, dal punto di vista

dell'amore, con un esagerato disprezzo che ha per base l'ignoranza e

l'invidia: si meravigliano che possa piacere alle donne: negano una

quantità dei suoi amori più certi e più evidenti, lo trovano

insignificante, comune, talvolta insopportabile: e concludono col dire

che se Massimo Dias fa qualche conquista, è perchè la donna è una

creatura depravata, è perchè la donna, in amore, è capace di tutto.

Codesta è l'opinione di quanti uomini, giovani e vecchi, galanti o

misantropi, dediti all'amore e indifferenti, abbia io mai incontrato:

e Massimo Dias non la ignora, questa volgare e spregevole opinione che

hanno i suoi fratelli di lui, in quanto riguarda l'amore, e non la

confuta mai, questa opinione, anche quando un fratello più audace glie

la dichiara in volto, e lascia correre tutte le voci, e rimane

indifeso e incurante di difendersi contro quest'onda di antipatia,

d'invidia, di disdegno. Anzi, io ho udito, qualche volta, Massimo

Dias, con la freddezza più mirabile, sostenere il parere dei suoi

avversari e proclamare la sua inettitudine in amore, e le rare

conquiste, più rare di quelle degli uomini meno fortunati in amore, e

il non possedere lui nessun ricordo inebbriante, tanto i suoi amori

erano stati mediocri e limitati. Invece, tutto il contrario è il vero.

Quanti sono uomini, s'ingannano sul conto di Massimo Dias; forse

vogliono ingannarsi; egli li inganna, certo, quando si dichiara

inetto, e questo inganno è uno dei metodi più semplici per rassicurare

il pubblico. La verità vera è che Massimo Dias ha avuto ed avrà molte

amanti. E se ve lo dico io, che l'ho amato, che l'amo, che l'amerò

sempre, se ve lo dice una donna che è stata amata, che sarà sempre

amata da lui, potete crederlo. Egli avrà sempre delle donne; poichè

egli è un perfetto amante.

* * * * *

Voi volete apprendere il come e il perchè Massimo Dias sia un perfetto

amante? Vi dirò la ragione e il modo come l'ho amato io, e

indovinerete, così, come se ne sono innamorate e come, ancora, se ne

innamoreranno le altre donne. Anzi tutto, quando una di noi, la più

casta, la più semplice, incontra un uomo giovane, ella calcola subito

se l'amerebbe o se non l'amerebbe: e così gli uomini sono

immediatamente divisi, nella mente femminile, in due categorie, quelli

che si amerebbero e quelli che non si amerebbero mai. Coloro che

appartengono a questa seconda categoria, non esistono più, per la

donna: possono essere belli, ricchi, galanti, non serve, sono creature

morte, sono larve che l'occhio muliebre non discerne neppure più.

Massimo Dias appartiene alla prima categoria; vedendolo, si pensa che,

in certo tempo, in certe condizioni, forse, se Dio volesse o se

volesse il diavolo, lo si amerebbe. Beninteso che la donna, con tale

pensiero, non si concede, non si dà; il pensiero è profondo, è tenue,

è condizionato, svanisce subito, non ha l'aria di lasciar traccia, non

riappare...., infine, è nulla, ma è un filo che si lega, sottilissimo,

capillare, fra la donna e l'uomo. Questo filo si annodò fra me e lui,

la prima volta che ci vedemmo; e passando il tempo, rivedendoci senza

nessuna volontà apparente, mia o sua, altri fili si legavano e si

riavvicinavano, indistintamente. Egli non mi faceva la corte, ma si

interessava di me, senza troppa ostinazione: e aveva nei modi, con me,

una certa dolcezza costante, simile al primo albore di una tenerezza.

Questa dolcezza primordiale che non fu mai guasta da una parola troppo

sensuale, che non rasentò mai il contegno solito verso le altre donne,

che era una cosa _diversa_, infine, rassicurò e fece schiudere il mio

cuore. Nulla che di tenero, io sentiva in me: ma in presenza di

Massimo Dias mi era impossibile pensare ad altro che all'amore.

Emanava dai suoi occhi, trapelava dalla sua voce, parlava da ogni sua

parola, anche la più gelida, come un mite color vivo, come una

suggestione giovanile, come quel soffio che fra l'aprile e il maggio

dà tante rose ai giardini e alle colline. Compresi, poi, più tardi,

che egli era un uomo fatto assolutamente per l'amore e solamente

dell'amore occupato e preoccupato, essendo egli materiato e

spiritualizzato d'amore; tutto questo non era che la manifestazione

del suo temperamento e del suo carattere. Negli occhi, nella voce,

nelle parole degli altri uomini può scintillare, vibrare, parlare ogni

passione umana, nobile e ignobile: in lui null'altro che l'amore. La

sua seduzione, quindi, lenta e fine, aveva anche qualche cosa

d'inconscio: e la conquista del mio cuore come della mia persona, non

subito, più tardi, fu fatta da lui senza violente richieste, senza

drammatiche tristezze, senza fughe improvvise, senz'abbandoni che

paiono inconsulti e sono meditati--mezzi, questi, che appartengono al

comune degli uomini, a coloro che debbono conquistare le donne con

gravi sforzi. Massimo Dias fu naturale: e fu amoroso, perchè la sua

natura fu amorosa e perchè bastava che vi si abbandonasse, per essere

efficace e attraente, per prendere possesso di tutta la mia volontà e

di tutta la mia forza. Semplicemente, come un esercizio della vita,

egli adoperava tutte le arti più squisite, per essere più amato, egli

sapeva attendere: egli sapeva apparire al momento opportuno, egli

sapeva andarsene. Mirabilmente, per quella felice intuizione amorosa,

il suo amore si equilibrava col mio, senza che nessuna causa esterna

li armonizzasse, e, nelle ore tristi, io trovava accanto a me l'uomo

che seguiva tutte le indefinite malinconie della mia anima inquieta,

come nelle ore brillanti, sfavillanti, io vedeva in lui l'eco della

giocondità giovanile, io sentiva il suo cuore balzare per la gioia di

vivere. Ma il suo gran segreto, quello che egli chiama il segreto di

Pulcinella, dicendolo a chi vuole saperlo, mentre nessuno ne sa fare o

ne vuol fare suo pro, il segreto era nell'amore che mi portava, vivo,

continuo, costante, che mi giungeva da tutte le parti, che mi

avvolgeva come in un'atmosfera di passione, che invadeva il mio

ambiente e me, che mi chiudeva in un roveto ardente, come quello delle

bibliche storie. L'amore sgorgava da l'animo di quell'uomo così e

sempre, che egli non si affidò che a questo, per avermi sua. Chi ama,

chi molto ama, chi ama bene, possiede il motto d'ordine della

conquista: è come colui che possiede la fede e che arriva alla grazia:

è come il mistico che a furia di evocazione e di ardore, ottiene la

visione del suo Dio.

Gli amanti: pastelli · 第 1 / 9 段