L’INVASIONE

(363-393)

83. =Gioviano, Valentiniano e Valente (363-375).= — Giuliano morto, fu

necessario trovargli un successore. La discendenza di Costantino era

spenta. Anche quel faticoso sforzo per fondare l’autorità dell’impero

sul principio dinastico falliva, dopo poco più di trent’anni, perchè

la dinastia era già stata logorata e distrutta. Dove trovare il nuovo

capo? Secondo quale criterio sceglierlo? La terribile difficoltà, che

non dava pace all’impero da tre secoli e mezzo, si ripresentava tale

e quale, come se tutti gli sforzi per vincerla fossero stati vani.

I generali si radunarono a consiglio, ma discussero a lungo senza

conchiudere. Quando, improvvisamente, un gruppo di soldati cristiani

si diede ad acclamare uno dei comandanti della guardia imperiale:

Gioviano. Nella discordia e nella incertezza generale, la proposta fu

accettata. Ma il nuovo principe non possedeva nessuna delle qualità

che i tempi chiedevano. Per maggior disgrazia la morte di Giuliano

aveva sparso il panico tra i legionari. A quell’esercito disanimato e a

quel principe improvvisato Sapore potè imporre una pace per lui molto

vantaggiosa, ottenendo l’abbandono delle conquiste di Diocleziano,

ossia la perdita delle cinque province transtigritane, non escluse le

fortezze della Mesopotamia e l’Armenia, cioè i baluardi avanzati della

potenza romana in Oriente.

La pace veniva così a liberare la Persia dal pericolo della prossima

congiunzione dell’esercito del Tigri con l’esercito dell’Armenia.

Questa congiunzione avvenne infatti a Tilsafata (nella Mesopotamia

inferiore); ma Procopio, il generale così tardivamente sopraggiunto,

ricevette subito l’incarico di trasportare a Tarso le ceneri di

Giuliano. Qualche mese dopo, a Dadastana (in Bitinia), prima ancora

di avere potuto ricondurre in patria l’esercito, Gioviano moriva, non

lasciando di sè, oltre alla lugubre onta della pace persiana, che la

memoria di un nuovo editto religioso, il quale restituiva ai cristiani

i loro privilegi.

Il nuovo consiglio di generali, che fu tenuto a Nicea, scelse un altro

dei maggiori ufficiali della guardia, anch’esso originario della

Pannonia (26 febbraio 364): Valentiniano. A richiesta dei soldati

Valentiniano nominò a secondo Augusto il fratello suo Valente (28

marzo 364) e divise con lui l’impero: a sè l’Occidente, al fratello

l’Oriente. Si affrettò poi a emanare leggi di tolleranza religiosa,

che per la loro imparzialità possono paragonarsi all’editto di Milano

del 313, ma in favore del Paganesimo, e non del Cristianesimo, e

che in una certa misura giustificano la politica di Giuliano; volle

rimanere al di sopra di qualunque controversia teologica, cercando

solo impedire che l’una parte soverchiasse quella avversaria con la

forza[103]; creò un magistrato nuovo, il _defensor civitatis_, con il

compito precipuo di proteggere il popolo minuto contro le prepotenze

dei ricchi, confessione esplicita della crescente impotenza delle leggi

e dello Stato; provvide infine a difendere contro i barbari le province

occidentali sempre più minacciate. Nel 365 l’impero fu l’oggetto di

un attacco germanico bene concertato; chè nel tempo stesso la Gallia

e la Rezia furono assalite dagli Alamanni, le due Pannonie, dai Quadi

e dai Sarmati, la Britannia dai Sassoni, Pitti e Scoti, le province

africane, dai Getuli e Mauri, la Tracia dai Goti. Valentiniano riuscì

nel 367 a infliggere agli Alamanni una seria sconfitta sui campi

Catalaunici (a Chalons-sur-Marne); nel 368 invase il loro territorio;

intrigò per seminare zizzania tra gli Alamanni e i Burgundi, e tanto

fece che riuscì a concluder la pace, concedendo loro il titolo di

_alleati_. Per domare nella Britannia i Sassoni, i Pitti e gli Scoti

dell’Irlanda, fu necessario mandare un apposito generale, lo spagnolo

Flavio Teodosio. Teodosio, in tre anni di guerra (368-370), riuscì a

ristabilire quelli che erano stati i confini di Adriano; indi passò

nell’Africa, dove represse le incursioni dei barbari e una rivolta

tentata da uno dei maggiori latifondisti del paese, che era riuscito

a farsi proclamare imperatore. I Quadi e i Sarmati penetrarono nella

Pannonia e trucidarono le legioni romane; ma la provincia fu salvata

dal figlio del vincitore della Britannia e dell’Africa, allora _dux_

della Mesia, che portava anch’egli il nome di Teodosio. Sopraggiunse

l’imperatore, ma per poco; perchè nel novembre del 375 Valentiniano

moriva improvvisamente nel campo di _Bregitio_ nell’Illirico.

84. =Graziano e Valentiniano II: la nuova guerra contro i Goti

(375-378).= — Meno difficili erano state sino ad allora le condizioni

delle province orientali. Valente aveva dovuto reprimere parecchi

tentativi di guerra civile; aveva avuto difficoltà, con gli Isauri e

i Persiani, e fatta, dal 367 al 369, una piccola guerra vittoriosa,

contro i Goti: ma insomma aveva avuto tempo e modo di sostenere

l’arianesimo contro l’ortodossia occidentale, gettando legna sul

fuoco delle discordie religiose. Quando, nel 375, un grosso pericolo

si avventa sull’Oriente. Da Claudio il Gotico in poi, i Goti avevano

lasciato in pace l’impero, salvo la breve guerra del 367-369. Essi

occupavano ancora all’incirca il dominio che era stato loro nel terzo

secolo, dal Don alla Transilvania, ed erano dalla linea del Dniester

divisi in _Grutungi_ (i futuri Ostrogoti) e _Thervingi_ (i futuri

Visigoti). Ma si erano convertiti al Cristianesimo ariano, e inciviliti

in una certa misura; erano cresciuti di numero, di ricchezze, di

potenza, conquistando altre popolazioni barbariche; avevano avviato

commercio con l’impero, a cui avevano fornito milizie. Nel 375 anche

su questi barbari si rovesciò il flagello di una nazione più barbara:

gli Unni. Era una gente di razza gialla, congiunta perciò dei futuri

Mongoli, che scorreranno e devasteranno l’Europa nel Medio Evo, nonchè

dei più tardi Turchi Ottomani. Gli Unni, dei quali si raccontavano

cose orribili, erano un popolo numeroso e bellicosissimo; e movendo da

Oriente a Occidente, prima avevano sottomesso gli Alani del Caucaso,

poi, insieme con costoro, si erano gettati sui Goti. Gli Ostrogoti

finirono per sottomettersi; e i Visigoti, disperando di resistere,

chiesero all’impero d’Oriente il permesso di ripiegare al di qua

delle fortezze della riva destra del Danubio (376). Valente non

credette di respingere la domanda; ma impose che deponessero le armi

e s’impegnassero, senza più il diritto all’annuo stipendio, a servire

e difendere l’impero. Senonchè il governo imperiale si era addossato

il carico di fornire di viveri una popolazione molto numerosa.

Nell’esecuzione di questo compito sorsero controversie e litigi, finchè

un giorno i Goti, esasperati, insorsero e si dettero a devastare tutta

la Tracia, sin oltre i Balcani (377).

In Occidente frattanto gli ufficiali dell’esercito avevano elevato

all’impero Graziano e Valentiniano II, ambedue figlioli di Valentiniano

I, sebbene di madre diversa e il secondo, fanciullo di quattro anni.

Le legioni provvedevano al principio di autorità, facendo uno strano

miscuglio di sedizione militare e di principî dinastici. Valente

s’affrettò a chiedere aiuti a Graziano. Ma Graziano non potè rispondere

al suo appello, perchè appena le prime coorti si erano mosse alla volta

dell’Oriente, gli Alamanni erano piombati sulla Germania superiore.

Graziano dovè difendere le sue province; e le difese bene, infliggendo

agli Alamanni una grave disfatta. Ma intanto la porzione superiore

della penisola balcanica cadeva nelle mani dei Goti e, quel ch’era

più grave, la loro vittoria invitava altri barbari alla preda; gli

Ostrogoti, gli Alani, gli stessi Unni. Qualche giorno prima del 9

agosto 378, in un grande consiglio di guerra fu deciso di impegnare

col nemico, da lungo tempo ormai campeggiante in territorio romano,

una battaglia decisiva, senza aspettare Graziano che, vinti gli

Alamanni, si disponeva a venire in soccorso. Doveva esser questa la

tremenda battaglia di Adrianopoli. I Romani toccarono una sconfitta

sanguinosissima, nella quale perì lo stesso imperatore.

85. =Teodosio e la pacificazione della penisola balcanica (378-382).=

— Gli effetti della disfatta furono grandi. Mentre i vincitori si

spargevano per tutta la Tracia, osando assalire persino Adrianopoli

e Costantinopoli, e di là ripassavano nell’Illiria, Sarmati e Quadi

rivalicavano il Danubio, gli Alamanni si preparavano a ripetere il

tentativo di qualche anno innanzi. Furono momenti terribili. «La terra

è coperta di cadaveri e di sangue» esclama S. Gregorio Nazianzeno, e S.

Girolamo nel 398 rincalzerà ricordando: «Sono venti anni e più che da

Costantinopoli alle Alpi Giulie il sangue dei Romani è sparso tutti i

giorni. La Scizia, la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia, la Dardania,

la Dacia, la Dalmazia, le due Pannonie, tutto è devastato dai Goti,

Sarmati, Quadi, Alani, Unni, Vandali, Marcomanni. Ovunque si saccheggia

e si uccide.... Sui Corinzii, sugli Ateniesi, sui Lacedemoni, sugli

Arcadi, su tutta la Grecia comandano i barbari.... Quante acque di

fiumi sono diventate rosse di sangue umano! Antiochia e le restanti

città, bagnate dall’Halys, dal Cydno, dall’Oronte, dall’Eufrate, hanno

sofferto le durezze dell’assedio; i prigionieri son trascinati via a

branchi; l’Arabia, la Fenicia, la Palestina, l’Egitto sono in preda al

panico, il mondo romano precipita....»[104]. In quel terribile flagello

Graziano ebbe un’idea felice: incaricò Teodosio, figlio del valoroso

difensore della Britannia e dell’Africa, di salvare l’Oriente. E

Teodosio, che era un giovane di 33 anni, fu pari al difficile compito.

Ricostituito in fretta l’esercito, senza impegnare alcun grande

combattimento, con piccoli attacchi, cominciò a sterminare, una dopo

l’altra, le bande gotiche, che, sparse qua e là, infestavano la Tracia

e la penisola balcanica. Il primo resultato fu che, il 19 gennaio 379

Graziano elevava all’impero il suo generale, inaugurando così un’altra

dinastia. Ma la conclusione di quella diuturna e difficile guerriglia

fu la solita di tutti i precedenti conflitti tra Romani e barbari:

parte dei Goti fu installata nella Pannonia, nella Tracia, nella

Macedonia, nella Mesia, in veste di alleati, ossia con l’obbligo del

servizio militare a difesa dell’impero (382).

86. =La grande reazione cattolica (380-383).= — Con Graziano,

Valentiniano II e Teodosio, l’Occidente governa l’impero. Tutti e tre

questi imperatori appartengono alle province Occidentali: il che vuol

dire che l’ortodossia torna a prevalere sull’arianesimo, la Chiesa

di Roma sulla Chiesa d’Oriente. Graziano fu un fervente cattolico,

un grande persecutore dell’arianesimo. Allorchè invitava Teodosio

ad assumere la porpora, aveva già, nel 377, esonerato da una gran

parte dei carichi pubblici tutti i sacerdoti e tutti gli addetti al

culto cristiano[105]; l’anno successivo aveva espropriato tutti i

luoghi destinati al culto dei non cattolici[106], e poco dopo, appena

morto Valente, destituito numerosi vescovi ariani, sostituendoli con

cattolici. Ma la grande azione religiosa ha principio col governo

collegiale dei due Augusti. Il 3 agosto 379, Graziano e Teodosio

proibiscono con un violentissimo rescritto tutte le eresie[107]. E,

sei mesi dopo, il 27 febbraio 380, i due imperatori affermano in un

altro editto la volontà di unificare la fede religiosa dell’impero,

che doveva appunto essere quella del Concilio di Nicea, e chiamarsi

ufficialmente _cattolica_; definiscono inoltre le restanti confessioni

cristiane, più che chiese «conciliaboli di dementi e di cervelli

insani», annunziando loro non solo la vendetta divina, ma altresì le

persecuzioni del governo[108]. Nè la minaccia dovea rimanere lettera

morta. Infine il 10 gennaio 381, il simbolo di Nicea era imposto

per tutto l’impero come il fondamento del solo culto permesso, il

«cattolico»[109].

Ma leggi dello Stato non bastavano. Occorreva rinforzarle con

l’autorità spirituale. Nel maggio del 381, Teodosio convocava a

Costantinopoli un concilio ecumenico e quivi il simbolo di Nicea fu

solennemente confermato; alla sede episcopale di Roma fu assegnato il

primo posto tra le grandi sedi episcopali dell’impero, e a quella di

Costantinopoli, elevata a rango di patriarcato, il secondo, al di sopra

di quelle di Alessandria e di Antiochia, che pure si dicevano fondate

dagli apostoli. Nello stesso anno, il vescovo di Milano, Ambrogio, e

Graziano convocarono un altro concilio ad Aquileia. E questo, mentre da

una parte segnò un nuovo trionfo del cattolicesimo, dall’altro stabilì

l’obbligo del clero cattolico di pregare quotidianamente per gli

imperatori.

I due concilî dovevano dare un nuovo impulso allo sterminio del

Paganesimo. Teodosio e Graziano sullo scorcio del 381 minacciano

gravi pene a chi continuasse a praticare atti del culto pagano[110].

Nel 382, ordinano la rimozione dalla Curia romana dell’altare della

Vittoria, che, simbolo della potenza romana, Augusto vi aveva collocato

dopo Azio; che Costanzo aveva tolto, e Giuliano ricollocato al suo

posto. Ordinano che tutti i privilegi del sacerdozio pagano siano

annullati; le rendite, fino ad ora corrisposte ai templi, soppresse;

i beni, confiscati; impediti i lasciti a loro favore. Finalmente, in

quello stesso anno o nell’anno successivo, Graziano, e di conseguenza

Teodosio, primi tra gli imperatori, depongono l’antica carica di

_pontifex maximus_.

Ma, nell’agosto del 383, d’improvviso, la Gallia era invasa da un

nuovo pretendente, Magno Clemente Massimo, governatore, pare, della

Britannia: uno spagnolo come Teodosio. Graziano, che non era stato

mai popolare, fu abbandonato dalle sue milizie e dai suoi generali, e

assassinato, il 25 agosto.

87. =La riscossa ariana in Occidente (383-387).= — Massimo aveva

preteso di rovesciare il solo Graziano, il più impopolare dei tre

Augusti. Al fratello di costui, infatti, Valentiniano II, egli mandò

per mezzo di S. Ambrogio parole di pace, insieme con la promessa

di non oltrepassare le Alpi; e a Teodosio fece sapere che intendeva

soltanto restare a capo delle province che erano state di Graziano: la

Gallia, la Spagna, la Britannia. Teodosio non fece alcuna opposizione

e riconobbe Massimo come Augusto, sia che non credesse opportuno

impegnarsi in nuova guerra civile, sia che sperasse servirsi di

Massimo. Valentiniano era ancor giovanissimo; governava perciò

in sua vece la madre Giustina, seconda consorte di Valentiniano,

la quale era aliena dall’intransigenza cattolica di Teodosio e di

Graziano. Può essere quindi che Teodosio abbia sperato di bilanciare

per mezzo di Massimo l’influenza di Giustina. Ma se questi erano

i suoi disegni, Massimo lo servì anche al di là del suo desiderio.

Così i pagani come gli ariani cercarono di approfittare della morte

di Graziano; e Giustina, che era uno spirito tollerante, pensò di

dare una soddisfazione agli ariani, imponendo al vescovo di Milano,

S. Ambrogio[111], di cedere agli ariani, anch’essi cittadini e

soldati dell’impero, la Basilica Porzia fuori le mura (S. Vittore _ad

Corpus_), per l’esercizio del loro culto. Era un atto di conciliazione

e di tolleranza a profitto di una minoranza. Ma gli ortodossi si

ribellarono; e S. Ambrogio potè minacciare e quasi scatenare, in

Milano, una rivolta (Pasqua 385)[112]. L’autorità imperiale dovè per

il momento cedere alla sommossa, ma cercò di rifarsi: l’anno dopo

Valentiniano II autorizzò gli ariani ad esercitare il loro culto (25

gennaio 386). Massimo credette giunto il momento di ripetere contro

Valentiniano II l’impresa che gli era riuscita contro Graziano. Sicuro

di Teodosio per il comune zelo cattolico, e, insieme, dell’Italia,

in grande maggioranza cattolica, nel 387, calava inopinatamente nella

pianura padana, come rappresentante dell’ortodossia contro le tendenze

ariane di Valentiniano. Valentiniano, la madre e la sorella ebbero

appena il tempo di imbarcarsi e fuggire alla volta dell’Oriente.

Una volta ancora le dispute teologiche avevano servito di arma alle

ambizioni.

88. =Il primo conflitto tra Chiesa e Stato (387-390).= — Ma Massimo

era andato troppo oltre. Teodosio non poteva lasciar trucidare sotto

i suoi occhi due imperatori, e consentire che la potenza dell’Augusto

dell’Occidente s’accrescesse in tal misura. La bellezza della sorella

di Valentiniano, Galla, fece il resto: l’imperatore cattolico, rimasto

vedovo da poco, se ne invaghì e volle sposarla. Poco dopo moriva

Giustina. Sparita la madre, Valentiniano s’affrettò a convertirsi al

cattolicismo. L’impresa d’Occidente, dunque, non costituiva più un

pericolo, e Teodosio, a capo di un esercito formato di Goti, Alani,

Unni, nel quale militavano, tra i generali, i franchi Ricimero e

Arbogaste, si volse contro Massimo. Vinto a _Sciscia_ (Sisech, nella

valle della Sava) e poco dopo a _Petovium_ (Petau, in Pannonia), egli

non potè difendere, come sperava, i passi delle Alpi Giulie, e fu

consegnato dai suoi stessi soldati al vincitore, che già arrivava alle

porte di Aquileia, e poi decapitato (estate 388). Valentiniano era

così ristabilito nella pienezza dei suoi poteri. Ma non si trattava

che di una lustra; egli non contava che 17 anni; il vero Augusto

dell’Occidente sarebbe dunque, d’ora innanzi, stato Teodosio.

Con la vittoria di Teodosio il cattolicesimo trionfa; trionfa a tal

punto che si libera dalla tutela, a cui l’impero aveva sino allora

sottomesso la Chiesa. Il grande arcivescovo di Milano formula in questi

anni, apertamente, la dottrina che tanto l’imperatore Giuliano aveva

paventata: essere lo Stato subordinato alla Chiesa, scopo della società

terrena essendo la salute celeste. In questi anni egli stesso reclama

una più diretta ingerenza nel Concistoro, nel controllo degli atti

dello Stato, lasciando intravedere che una rivolta contro lo Stato

medesimo è altrimenti possibile. Una piccola avvisaglia si ebbe a

proposito della distruzione di una sinagoga in una minuscola cittadina

asiatica sull’Eufrate, a _Callinicum_, per opera di quel vescovo.

Teodosio, poichè nessuna legge vietava il culto ebraico, avrebbe voluto

che quel tempio israelitico fosse ricostruito a spese del vescovo, e

che gl’incendiari fossero puniti. S. Ambrogio si oppose. «Io ti scrivo,

egli disse rivolgendosi all’imperatore, perchè tu mi ascolti nel tuo

palazzo, affinchè io non sia forse costretto a farmi ascoltare nella

Chiesa....»[113]. E poichè l’imperatore non cedeva, il vescovo sospese

per lui le funzioni religiose.

Teodosio cedette; ma successe di peggio. Nel 390 scoppiava a

Tessalonica una grande rivolta, nella quale perirono il governatore,

alcuni magistrati e taluni degli ufficiali colà di presidio. Teodosio,

irritato, fece eseguire come rappresaglia un massacro nel Circo, in

cui innocenti e colpevoli furono insieme uccisi in quantità. Per la

prima volta allora la voce di un vescovo — era ancora Ambrogio — si

levò a rinfacciare all’imperatore la sua crudeltà, e come castigo

gl’interdisse l’ingresso della Chiesa. L’imperatore dovette cedere una

seconda volta, e, poichè i morti di Tessalonica non potevano essere

resuscitati, egli espiò la sua colpa astenendosi fino al prossimo

Natale da qualunque partecipazione a qualunque cerimonia della Chiesa.

La logica delle cose seguiva il suo corso: più l’impero si indeboliva,

e più ardita la nuova religione si faceva innanzi, per prendere il

governo del mondo.

89. =La nuova guerra civile (391-395).= — Ma una simile capitolazione

dell’autorità imperiale non poteva non provocare la reazione del mondo

pagano. E questa si manifestò in Oriente, in Egitto, ad Alessandria,

dove nel 391 si ebbero vere e proprie battaglie per le vie tra pagani

e cristiani. Ma dall’Egitto non tardò a passare in Italia dove il

partito pagano era ancora numeroso. Un generale, che Teodosio aveva

condotto seco dall’Oriente contro Massimo e che, poco di poi, aveva

respinto una invasione di Franchi al di qua del Reno con una fulminea

controffensiva, un franco romanizzato, Arbogaste, venuto a conflitto

con Valentiniano II, lo fece uccidere (15 maggio 392) e gli sostituì

come Augusto un nobile romano, Eugenio, un uomo di gran conto e che

aveva raggiunto uno degli uffici più alti nella cancelleria imperiale.

Riconosciuto dall’Italia e dall’Occidente e sostenuto da Arbogaste,

Eugenio tentava una vera restaurazione pagana. I sussidî ai templi

furono ripristinati, l’altare della Vittoria ricollocato nella Curia,

l’immagine di Ercole, sostituita alla croce sulle bandiere, decretata

una generale sospensione di tutti i pubblici affari durante tre mesi

(_iustitium_) allo scopo di procedere alla purificazione religiosa

della città, ricelebrate solennemente tutte le feste inscritte nel

calendario pagano.

La sfida era palese, e Teodosio non potè non raccoglierla. Perciò nel

394 marciò dall’Oriente, a capo di un esercito pieno di Goti, Alani,

Unni, Iberi, Saracini. La battaglia decisiva avvenne il 5 settembre

al di qua delle Alpi Giulie, sulle rive del _Frigidus_ (il Vippacco,

ad est di Gorizia). La prima giornata fu assai incerta per le armi di

Teodosio; ma, nella notte successiva, l’oro valse più del ferro, e una

parte dell’esercito di Arbogaste, fu indotta a disertare. La seconda

giornata (6 settembre) sortì dunque vittoriosa per Teodosio. Arbogaste

si uccise, Eugenio fu decapitato. Subito dopo il culto pagano fu di

nuovo interdetto, i templi richiusi e distrutti. Molti capolavori

dell’arte antica perirono in questa, come molti erano periti nelle

precedenti persecuzioni.

90. =La crisi interna dell’impero alla fine del quarto secolo.= —

Cinque mesi dopo Teodosio moriva a Milano in età di soli cinquant’anni

(17 gennaio 395). Egli fu l’ultimo, dopo Costantino e Diocleziano,

di quella terna di insigni imperatori che cercarono di riorganizzare

l’impero dopo la rovina e il caos del terzo secolo. Meno grande di

Costantino, come Costantino era stato meno grande di Diocleziano, egli

si adoperò quanto potè per curare i mali del tempo; ma se la fatica fu

grande, l’effetto fu piccolo. Il mondo antico agonizzava; e nessuna

forza umana poteva risanarlo. Le continue guerre civili ed esterne,

le frequenti invasioni, le imposte, il duro fiscalismo dello Stato

rovinavano ormai troppo facilmente quella che noi oggi chiamiamo la

«ricchezza acquisita», le fortune antiche e consolidate. La riforma

di Diocleziano, per cui i _curiales_, i membri delle _curiae_ o dei

piccoli senati municipali che reggevano le città, erano responsabili

verso lo Stato dell’imposta di tutta la circoscrizione, era stata

una calamità per le fortune medie. Come in tutti i tempi agitati, la

ricchezza era diventata molto mobile e facilmente trapassava dall’uno

all’altro; facilmente i ricchi cadevano in miseria, e dei poveri

arricchivano; ma questa mobilità delle fortune distruggeva rapidamente

i pochi avanzi superstiti di quella brillante civiltà cittadina, che

era stata la gloria dell’impero al suo apogeo. Questa civiltà cittadina

aveva posato, come vedemmo, sopra un largo numero di solide fortune. Si

aggiunga il grande rivolgimento di idee e di sentimenti generato dal

cristianesimo, il rimescolamento delle razze, l’ascensione al potere

delle popolazioni più rozze dell’impero, il crescente inquinamento dei

barbari che si stabiliscono sui territori di Roma: e si capirà come la

grande opera degli Antonini precipiti da ogni parte. Molte città si

spopolano; i loro monumenti cadono in rovina; le arti e gli artisti

che le abbellivano, le arricchivano, le divertivano, spariscono; le

curie si vuotano; l’industria, il commercio, l’agricoltura, i servizi

pubblici si sfasciano[114]. Il più savio consiglio sarebbe stato,

forse, di lasciar compiere il destino e di ritornare a una vita più

semplice. Il Cristianesimo avrebbe potuto aiutar l’impero in questo

mutamento. Ma l’autorità imperiale aveva avuto troppa parte nel creare

questa civiltà urbana; troppo prestigio e potenza aveva derivata dai

suoi splendori; troppi interessi politici, economici, intellettuali

la spingevano a continuare la sua tradizione secolare, perchè gli

imperatori non cercassero di arrestare questa decadenza.

E lo tentarono con due mezzi, ambedue pericolosi: i privilegi e

la coazione. Ai militari, ai veterani, agli artisti, la cui opera

era necessaria alla bellezza, ai comodi e ai piaceri delle città —

agli architetti, agli scultori, ai pittori — si accordano numerosi

privilegi di ogni genere, tra gli altri la esenzione da molti carichi

pubblici[115]. Ma i privilegi concessi a questi aggravavano ancora più

il carico che pesava sugli altri; onde la vita del maggior numero —

oppresso dalle imposte e dall’obbligo di numerose prestazioni pubbliche

— diventava molto penosa. Grande doveva esser dunque la tentazione per

costoro di abbandonare lai loro professione, di cercar di entrare nelle

professioni privilegiate, o — i più disperati — di acconciarsi a vivere

della beneficenza dello Stato o di quella, molto più larga, della

Chiesa, o di fuggire gli infiniti fastidi della vita civile entrando

nel sacerdozio cristiano. Il monachismo si sviluppava, accogliendo

tutti questi disperati. Per rimediare a questo male, per impedire che

la società si trovasse ad abbondare di scultori e pittori, mancando

invece di contadini e di fornai, l’impero sempre più si impegna in

quella politica coercitiva del lavoro, di cui abbiamo visto i primi

tentativi ai tempi di Costantino. Parecchie condizioni sociali e non

pochi lavori diventano obbligatorî ed ereditari. Così il far parte

delle curie si muta in un obbligo di quanti possiedono una certa

fortuna fondiaria, e dei loro discendenti, sinchè non sono rovinati:

nessun curiale può esercitare un altro ufficio, diventare, per esempio,

militare. Molti mestieri e commerci sono costituiti in associazioni

coattive come i _navicularii_ di Costantino; chi ne fa parte non può

uscirne, e i suoi figli ne faranno essi pure parte. Così, nel quarto

secolo, a poco a poco, e per lo stesso procedimento, in molte parti

dell’impero i _coloni_, che sino ad allora erano stati contadini

liberi, e coltivavano secondo un certo contratto le terre dei padroni,

sono asserviti alla gleba, incatenati dalla legge di padre in figlio al

fondo che coltivano. Il codice Giustinianeo ci ha conservato il decreto

con cui la servitù della gleba fu introdotta in Palestina[116]. Questo

decreto ci mostra sul vivo il processo della malattia. Nei luoghi, nei

quali i contadini scarseggiavano troppo, perchè attirati da mestieri

meno duri o più lucrosi, i proprietari si rivolgevano allo Stato; e

l’imperatore faceva del coltivare il fondo un obbligo ereditario, così

come era stato imposto come obbligo il lavoro ai _pistores_ o fornai a

Roma.

Ma un ordinamento coercitivo di questa natura non poteva reggersi

se non per un infinito numero di leggi, imposte alla meglio, con

infinito dispendio e con una atroce crudeltà, da una burocrazia sempre

più numerosa. Il malcontento, il risentimento, lo spirito di rivolta

crescente nelle vittime sempre più numerose non potevano non essere il

naturale effetto di un sistema così violento, il quale aggravava poi

il male, che intendeva curare esigendo nuove spese e nuove imposte.

Inoltre il corpo sociale s’irrigidiva, e irrigidendosi si indeboliva.

Obbligando tante persone, di padre in figlio, a esercitare lo stesso

mestiere, si condannavano molti a far cose per cui non erano nati.

È probabile, per esempio, che il divieto ai _curiales_ di entrar

nell’esercito sia stata una delle ragioni della crescente scarsità

degli ufficiali, per la quale l’impero deve sempre più — anche per

questi, e non più solo per i semplici soldati — ricorrere ai barbari:

il che fu una delle piaghe più pericolose del quinto secolo. I

_curiales_ erano il ceto medio agiato dell’impero: quello che avrebbe

potuto e dovuto essere il semenzaio degli ufficiali. Onde il male

interno, aggravato dagli sforzi fatti per curarlo, sarà una delle cause

maggiori della suprema rovina, che dobbiamo ancora narrare[117].

Roma antica, Vol. 3/3 · 第 35 / 42 题