(337-363)
75. =La famiglia di Costantino (337-340).= — Alla morte di Costantino
seguirono alcuni mesi tranquilli. Ma improvvisamente, a quanto pare,
tra il luglio e il settembre 337, scoppiò in Costantinopoli, nel
palazzo imperiale e nella città, una grande sedizione militare.
I soldati, gridando di non volere altri sovrani che i figli di
Costantino, ossia Costantino II, che aveva 21 anni, Costanzo II,
che ne aveva 20, e Costante, che ne aveva 17, trucidarono Dalmazio,
Annibaliano e tutta la discendenza maschile di Costanzo Cloro, i più
remoti congiunti e i loro fautori. Non scamparono che due fanciulli,
figliuoli di un fratello di Costantino, Gallo e Giuliano, di cui l’uno
contava 12 anni, e l’altro appena 6.
È difficile ricusare interamente le testimonianze positive dei
contemporanei, che accusano di questo eccidio i figli di Costantino,
massime Costanzo. La sommossa appare macchinata da un loro partito ed
a loro vantaggio; ed è certo che poco dopo la strage, il 9 settembre, i
tre fratelli ricevevano dal senato il titolo di Augusti; e l’anno dopo
si riunivano a Sirmio, per spartirsi di nuovo l’impero. Costanzo ebbe
in più il Ponto, la Tracia con Costantinopoli, la Macedonia, l’Acaia;
Costantino II la Mauretania; solo Costante pare non abbia aumentato i
propri territori.
L’assolutismo asiatico non aveva tardato molto a insanguinare con
le sue congiure di palazzo la nuova capitale. Questo eccidio fu
seguito da un’amnistia a favore degli Atanasiani, i quali ritornarono
dall’esilio. A spiegare questo voltafaccia, che sconfessava, quasi
appena morto, Costantino, è necessario sapere che fu voluto da Costante
e da Costantino II. Mentre l’Oriente era in prevalenza ariano, le
province dell’Occidente propendevano invece per l’atanasianesimo. La
rivalità, che da secoli divideva le due parti dell’Impero, rinasceva
ora nella chiesa cristiana e specialmente nei due episcopati di Roma e
di Alessandria. Il primo aspirava a imporre con il simbolo di Nicea la
sua supremazia; intorno al secondo e nell’arianesimo ardevano tutte le
ambizioni di indipendenza o di primato delle grandi chiese orientali,
le più antiche e le più attive, come Cesarea, Antiochia, Tiro, alle
quali ora si univa Costantinopoli. Si intende dunque, ora che l’impero
non era più governato da un solo sovrano, che i due Augusti d’Occidente
volessero far cessare la persecuzione degli Atanasiani, malvista
nei loro Stati, mentre a Costanzo conveniva piuttosto continuarla.
La discordia era, aperta o latente, in tutto l’impero: nella Chiesa
come nella Corte. E nella Corte non tardò a scoppiare in una guerra
civile, quando Costantino II e Costante (secondo si può supporre)
vollero spartirsi l’Africa settentrionale. Il primo, approfittando di
un’assenza di Costante, si gettò sull’Italia, sperando scacciarne il
collega e ripetere così le gesta del padre contro Massenzio del 312; ma
fu vinto ed ucciso non lungi da Aquileia (340).
76. =Il primo scisma cristiano. I concilii di Sardica e di Filippopoli
(344).= — Costanzo non si oppose alla usurpazione che raddoppiava
la potenza di Costante; e la ragione fu che con le province aveva
ereditato dal padre anche la guerra persiana, ch’era appunto
cominciata nel 338. Ogni anno, a primavera, il re di Persia, Sapore
II, scendeva a devastare la pianura tra il Tigri e l’Eufrate, ad
incendiare le messi, ad assediare le piazzeforti, a saccheggiare le
città aperte, a trucidare gli abitanti, a turbare i commerci e le
industrie, schivando sempre ogni battaglia decisiva. Attanagliato da
questa guerra esauriente, Costanzo non poteva intervenire negli affari
interni dell’impero. Alla guerra persiana si aggiungevano le turbolenze
religiose e civili. Costanzo non resiste più allo spirito esclusivo
del Cristianesimo; e incomincia a perseguitare il Paganesimo. Nel 341
proibisce i sacrifici[93]. Ma mentre si impegna in questa lotta suprema
contro il culto millenare della Grecia e di Roma, le eresie della
religione trionfante non gli dànno tregua. Atanasio, appena ritornato
ad Alessandria, aveva ripreso la guerra contro l’arianesimo, chiamando
in aiuto non solo i due imperatori, ma anche i vescovi dell’Occidente,
tra i quali il Papa di Roma; condannando la politica religiosa degli
ultimi anni di Costantino e del suo successore. Molti altri seguaci
suoi, amnistiati, avevano imitato l’esempio; l’agitazione religiosa
aveva divampato in tutto l’impero; sollecitato da varie parti, il
papa Giulio aveva convocato un concilio a Roma nel 340, invitando
anche i vescovi dell’Oriente. Ma un gruppo di vescovi dell’Oriente,
quelli di Cesarea, di Antiochia e di Costantinopoli tra gli altri,
risposero con una lettera da Antiochia, ponendo i principî di quello
che sarà lo scisma d’Oriente, che dura tutto oggi: i diritti di tutte
le chiese essere uguali, nessuna preminenza spettare a quella di
Roma. Il concilio si tenne egualmente e assolse Atanasio; ma nel 341
un altro concilio, tutto composto di vescovi orientali, si teneva in
Antiochia; e questo riconfermava, sia pure attenuandola, la formula
dell’arianesimo.
La lotta tra l’arianesimo e l’atanasianismo prendeva forma di
un conflitto tra l’Oriente e l’Occidente, che involgeva i due
imperatori, ciascuno dei due partiti cercando di adoperare a proprio
vantaggio l’autorità dell’Augusto a cui obbediva. Disgraziatamente
per l’arianesimo, in quel momento Costante, che aveva preso le
province di Costantino II, era più potente di Costanzo, impegnato
nella lunga guerra contro i Persiani. Così, quando sulla fine del
342 o nel 343, come sembra, Costante propose al fratello un concilio
ecumenico a _Sardica_ (Sofia), ai confini dei due imperi, per
comporre il dissidio, Costanzo non potè rifiutare, per quanto sia
probabile che Costante mirasse, più che a confermare il simbolo di
Nicea, a far riconoscere dal concilio la supremazia della Chiesa
di Roma, vantaggiosa a lui anche per ragioni politiche. I vescovi
orientali badarono infatti soprattutto a eludere questa questione e
ci riuscirono. Approfittando dell’intervento di Atanasio e di altri
religiosi, che essi giudicavano eretici, si ritirarono, si radunarono
in un concilio separato a _Philippopolis_ (344), protestando contro la
invadenza degli Occidentali che volevano riformare le deliberazioni
dei concilî orientali e scomunicando non solo Atanasio, ma lo stesso
papa Giulio. A questa scomunica i vescovi ortodossi dell’Oriente
e dell’Occidente risposero con una lettera al Papa, nella quale
dichiaravano solennemente il loro rispetto per l’episcopato romano,
e «in onore della memoria di Pietro» gli riconoscevano il diritto di
giudicare in appello tutte le condanne, che i vescovi avessero subito
altrimenti. La Chiesa di Roma era proclamata capo della cristianità
ortodossa. Ma i vescovi radunati a _Philippopolis_ dichiararono a lor
volta, con una lettera circolare, di non riconoscere la supremazia
della Chiesa di Roma, e di riconoscere ai concilî soltanto il potere di
governare spiritualmente la Chiesa. Così nasceva la Chiesa scismatica
orientale[94]. Intorno allo stesso tempo è ordinata la chiusura di
tutti i templi pagani; il culto antico è dichiarato reato e punito[95].
77. =Costanzo unico imperatore (353): il concilio di Milano (355).= —
Tuttavia i deliberati del concilio di Sardica furono applicati anche
in Oriente. Costante, approfittando delle difficoltà in cui la guerra
persiana metteva Costanzo, riuscì ad ottenere che Atanasio fosse
restituito al seggio episcopale di Alessandria e che in tutto l’Oriente
cessasse la persecuzione contro i seguaci del simbolo di Nicea. La
unità della Chiesa parve ricostituita, ma per una pressione politica
dell’Occidente sull’Oriente: procedimento pericoloso, che portava in
sè una guerra civile tra i due imperatori. La sorte sola impedì che
il mondo vedesse i figli di Costantino in guerra per una questione
teologica: un giorno, mentre Costante era a caccia, il suo _magister
militum_, un barbaro d’origine germanica, un Magnenzio, d’accordo con
il _comes largitionum_, fu acclamato Augusto, e l’imperatore legittimo
ucciso (18 gennaio 350). Poco dopo nell’Illirico, la provincia che
ancora non dimenticava di avere dato all’impero i grandi capi del
terzo secolo, un altro usurpatore, un Vetranione, seguiva l’esempio di
Magnenzio (1º marzo 350).
Costanzo questa volta si risolvè a conchiudere con la Persia un
armistizio; e alla fine del 350 o ai primi del 351 mosse con grandi
forze verso la Macedonia. Con gli intrighi, il denaro e i ricordi
del padre riuscì a sobillare le legioni di Vetranione e a persuader
costui a rinunziare per sempre alla porpora; poi si accinse a far
guerra a Magnenzio. Magnenzio, che sembra aver cercato appoggiarsi sui
pagani perseguitati, fu un nemico più difficile di Vetranione, e per
debellarlo fu necessaria una guerra di due anni. Dopo la battaglia
di Mursa (in Pannonia) — 28 settembre 351 — Magnenzio fu costretto
a ritirarsi in Aquileia dove svernò, sperando di poter chiudere le
Alpi ai suoi nemici: ma questi le sforzarono nell’anno seguente,
ributtandolo sulle Alpi Cozie e di là nella Gallia, a Lione, dove,
abbandonato dai suoi soldati, si uccise. Tutta la sua famiglia fu
trucidata e con essa un gran numero di partigiani, veri o supposti.
L’unità dell’impero era ricostituita. Pagani e cristiani ne sentirono
subito l’effetto. Caduto Magnenzio, la persecuzione del Paganesimo fu
inasprita; e la decapitazione fu minacciata a chi praticasse l’antico
culto[96]. La morte di Costante invece era stata una grande fortuna per
gli ariani. Non passò molto tempo, che i loro intrighi contro Atanasio
e contro i vescovi seguaci del concilio di Nicea, incoraggiati dal
favore dell’imperatore, gettarono un tal disordine in tutto il mondo
cristiano, che il papa Liberio chiese all’imperatore di convocare un
concilio. Costanzo acconsentì e convocò il concilio a Milano, ma con
intenzione diversa da quella del Papa: per annullare le deliberazioni
del concilio di Nicea e stabilire la supremazia del Cristianesimo
orientale sull’occidentale. Nel principio del 355 convennero infatti a
Milano ben 350 vescovi, quasi tutti occidentali però, e quindi seguaci
del simbolo di Nicea. Ma Costante gettò sulle bilance del concilio
tutto il peso della sua autorità di solo imperatore. Intervenuto in
persona, apertamente, egli pronunziò le famose parole, che contenevano
la prima aperta sfida dell’impero alla autorità della Chiesa: «La mia
volontà deve essere considerata come la regola. I miei vescovi di Siria
approvano che io parli così. O voi obbedite, o quelli di voi che non
obbediranno saranno condannati all’esilio....»[97]. E non furono vane
minacce. Chi non volle condannare Atanasio, lo stesso papa Liberio,
fu costretto a prendere la via dell’esilio; Atanasio, condannato dal
concilio, si rifugiò nei monasteri della Tebaide; in Occidente e in
Oriente tutti i vescovi fedeli al simbolo di Nicea furono deposti,
perseguitati, minacciati; il terrore regnò in tutta la Cristianità.
Ma a Costantinopoli, ad Alessandria, a Roma, a Napoli, in Gallia
scoppiarono insurrezioni popolari contro i vescovi che vennero a
sostituire gli esiliati, e una nuova guerra, nel tempo stesso religiosa
e politica, incominciava tra l’Occidente e l’Oriente.
78. =Gallo e Giuliano Cesari (351-355).= — L’impero riunificato
abbisognava di luogotenenti. Costanzo non era uomo da regger solo tutto
l’impero di Diocleziano e del padre suo. Senonchè non era cosa facile
trovare, in quella Corte, un collaboratore capace e sicuro. In mancanza
di meglio Costanzo, che non aveva figli, ricorse al maggiore dei due
cugini, scampati per miracolo all’eccidio del 337: Gallo. Gallo e il
fratello suo, Giuliano, erano sino ad allora vissuti in un esilio, poco
dissimile da una prigionia: prima, l’uno a Efeso, l’altro a Nicomedia,
poi ambedue insieme nella solitaria _Macellum_, in Cappadocia. Gallo,
che contava ora 25 o 26 anni, fu nominato Cesare (351) e incaricato
del governo dell’Oriente. Diffidentissimo, Costanzo, non si era
accontentato di fargli giurare sugli Evangeli la fedeltà; gli aveva
posto a fianco dei ministri, i quali dovevano sorvegliarlo; gli aveva
dato in isposa la sorella sua Costantina, e si era riserbato la nomina
di tutti i principali ufficiali e funzionari del suo esercito e della
sua Corte. Ciò non ostante, e forse a cagione di queste precauzioni,
l’odio e i sospetti fra Gallo, uomo poco capace, e l’imperatore, si
invelenirono, sinchè, dopo tre anni il Cesare era richiamato e in
viaggio, a Pola, imprigionato e giustiziato, insieme con molti amici e
fedeli (fine del 354).
Intanto gravi difficoltà nascevano in Occidente, dove nel 354, mentre
Gallo era giustiziato a Pola, e Costanzo preparava il concilio di
Milano, i Germani occupavano le due Germanie — la Gallia orientale
dal lago di Costanza fino al mar del Nord — penetrando nell’interno,
devastandolo, smantellando le fortezze. Costretto a mandare un generale
in Occidente, Costanzo, non ostante la mala prova fatta da Gallo, sia
perchè non aveva altri, sia per le istanze della imperatrice, la mite
Eusebia, pensò al fratello di Gallo: Giuliano. Gallo era stato un
incapace, più che un ribelle; e Giuliano, un innocuo, un letterato,
avrebbe dovuto rappresentare nominalmente l’autorità imperiale. Il
potere sarebbe stato nelle mani dei personaggi, che Costanzo gli
avrebbe messi al fianco. Così il relegato di _Macellum_ era creato
Cesare, con l’incarico di governare la Gallia, la Spagna, la Britannia
(fine del 355).
79. =Il primo quadriennio di Giuliano in Gallia (355-359).= — Giuliano
aveva appena 25 anni e nessuna pratica del governo e delle armi. La sua
giovinezza era trascorsa nell’esilio, tra i libri, nei lunghi dialoghi
silenziosi con Omero, Esiodo, Platone, nell’umiliazione delle pratiche
cristiane e nella memoria del sangue, che aveva spruzzato la sua
fanciullezza, sotto il geloso spionaggio di mille occhi. Eppure in quel
cervello di retore filosofo, in quel cuore umiliato dalla persecuzione,
in quel corpo gracile e malaticcio, si nascondevano una volontà, una
passione, una energia straordinarie.
In Gallia apparve subito che nel filosofo c’era la stoffa di un grande
soldato. In pochi mesi egli imparò l’arte della guerra vera. Per non
arrischiarsi se non in imprese che fossero sicure per la preponderanza
del numero, troppo spesso i generali di Costanzo lasciavano i barbari
saccheggiare il paese sotto i loro occhi. Giuliano capì subito che
bisognava osare e operare. Nel 356, udendo che Autun era minacciata
dai barbari, accorre e la libera; poi con rapida marcia raggiunge la
valle del Reno, libera Colonia e la fortifica, come fortifica Treveri;
sostiene con vigore e fortuna in pieno inverno un assedio entro le
mura di Sens, sebbene il generale che Costanzo gli ha messo a fianco,
Marcello, non lo aiuti. L’anno dopo (357), sebbene anche questa volta
mal secondato dai suoi generali, riesce a catturare un gran numero di
barbari reduci da un mancato assalto a Lione. Poi caccia innanzi a sè
altri barbari al di là del Reno; li insegue a guado tra gli isolotti
del fiume; e ne mena una strage inaudita; sinchè ad Argentoratum
(Strasburgo) nell’estate del 357, affronta, con soli 13.000 soldati,
un esercito alemanno triplo di numero, che pochi giorni prima aveva
disfatto 25.000 uomini condotti da uno dei più provetti generali di
Costanzo. Ma le sue legioni, ormai temprate, sconfiggono a sera il
nemico.
Nè attese solo a far guerre. Nel 358 e nel 359 Giuliano risuscita
l’antica flotta del Reno, i cui navigli superstiti marcivano oziosi
nei greti del fiume; ne fa costruire quattrocento nuovi, purga le due
rive del fiume dai barbari superstiti, rialza le antiche fortezze
distrutte, obbliga gli stessi barbari a fornire le materie e gli
uomini occorrenti, ripopola coi prigionieri le campagne galliche
deserte, riduce a un quarto l’imposta personale (la _capitatio_) che la
Gallia pagava, assume l’amministrazione delle contrade più rovinate,
allontanando tutti gli agenti del fisco e curandosi egli in persona
della riscossione delle imposte. Nella seconda metà del 359, fa una
punta in pieno paese nemico, nell’alta Germania, e qui, novello Cesare,
ribadisce nel cuore delle popolazioni, il convincimento che Roma aveva
ancora una spada.
Alla fine dell’anno, egli avrebbe potuto dire, come scriverà più
tardi: «Ho passato tre volte il Reno, ho strappato ai barbari 20.000
prigionieri. Due battaglie e un assedio mi hanno fatto padrone di 1000
nemici nel fiore dell’età.... Ho riconquistato non meno di quaranta
città, e, col favore degli Dei, tutte le Gallie giacciono sotto la mia
signoria....»[98].
80. =La fine di Costanzo (359-361).= — Ma nel 359 rinasceva il pericolo
persiano. Sapore II di nuovo minacciava l’Armenia e la Mesopotamia; e
questa volta, pare, con maggiori forze e con maggiore fortuna; poichè
riusciva a prendere la fortezza di Amida, e, ritornando all’attacco
nell’inverno successivo, Bezabda e Singara, che distrusse.
Costanzo era sempre in grandi travagli per l’unità religiosa
dell’impero. Nel 359, i due Concilî di Rimini e di Seleucia Isaurica
approvavano, in luogo del simbolo di Nicea, una formula vaga e
imprecisa con la quale, sotto apparenza di conciliazione, gli ariani
speravano impadronirsi definitivamente del governo della Chiesa.
Senonchè per le moltitudini, le formule teologiche erano anche
bandiere, intorno a cui si raccoglievano le passioni o gli interessi
mondani; onde, allorchè Costanzo volle imporre all’universo la
concordata formula ariana, tutto l’impero riarse di mille insurrezioni
popolari. Costretto dal nuovo attacco persiano a trascurare le dispute
religiose, Costanzo lasciò Milano, spedì a Giuliano l’ordine di
inviargli una parte delle sue forze, e partì per l’Oriente. Ma questo
ordine doveva esser scintilla di nuova guerra civile. Sia che le
legioni di Gallia fossero molto affezionate al loro generale, sia che
si componessero per buona parte di Galli, i quali si erano arruolati
per difendere il loro paese contro i Germani e non per andare in Asia,
all’annuncio dell’ordine di Costanzo scoppiò una sedizione militare,
che proclamò Giuliano Augusto. Per un momento il giovane Cesare esitò,
e tentò di resistere alle voci acclamanti dei soldati. Ma il suo buon
genio non lo fece perversare in quell’impresa impossibile e pericolosa;
e alla fine, si presentò ai soldati, dichiarandosi pronto a dividere il
loro destino.
Tuttavia non solo volle che i partigiani e gli emissari di Costanzo
non patissero offesa alcuna, ma egli stesso lealmente informò Costanzo
dell’accaduto e richiese che fossero le legioni a domandare per lui il
titolo di Augusto. Costanzo rispose facendo grandi preparativi contro
il nuovo Magnenzio. Ma Giuliano non era nè Magnenzio nè Gallo; nè la
sua arrendevolezza era inerzia o inettitudine. Allorchè s’accorse che
l’imperatore era irremovibile, decise di prevenirlo e di muover contro
l’Augusto dell’Oriente non solo le sue forti legioni, ma i silenziosi
risentimenti del paganesimo umiliato. Dalla Gallia, per la prima volta,
egli fece precedere la sua offensiva da un manifesto, la così detta
_Epistula ad S. P. Q. Atheniensem_, che doveva raccozzare sotto le sue
bandiere i pagani di tutto l’impero. Indi, lasciato in Gallia il suo
amico Sallustio, quale prefetto del pretorio, con rapidità fulminea
iniziò l’offensiva dividendo l’esercito in tre corpi, e dando loro
come luogo di convegno Sirmio, in Pannonia. In gran fretta Costanzo,
stipulato un armistizio coi Persiani, ripigliò la via dell’Europa. Ma a
Tarso l’assalì una febbre violenta, e poco dopo moriva a Mopsucrena, il
5 ottobre 361.
81. =La reazione pagana: Giuliano l’Apostata (361-363).= — Allorquando
Giuliano giunse a Costantinopoli, fu accolto con entusiasmo. Il popolo,
i ministri di Costanzo, la Corte uscirono tutti ad incontrarlo e a
prestargli il solenne giuramento di fedeltà. Lo stesso senato di Roma,
che dapprima aveva esitato, si affrettò ora a rimettergli quel _senatus
consultum_, che conferiva i consueti e pieni onori imperiali. Il
giubilo non fu minore tra i pagani che tra i cristiani. Gli ortodossi
gioivano della morte dell’uomo che per tanto tempo li aveva conculcati;
e gli ariani assistevano tranquilli al mutamento, ritenendosi ormai
abbastanza forti.
In verità Giuliano ascendeva all’impero, dopo un governo che per circa
trent’anni aveva ferito molti interessi, e lasciato aggrovigliare
numerose difficoltà. In quei trenta anni il pericolo persiano era
diventato cronico in Oriente: in Occidente i barbari della Germania
avevano potuto correre liberamente le più fiorenti contrade della
Gallia. Le province incominciavano a piegare spossate sotto il peso
di un sistema tributario, che oramai non risparmiava più nulla, nè
l’agricoltura, nè l’industria, nè il commercio, nè le professioni,
che tutte continuavano a deperire, non ostante le coercizioni sempre
più numerose o violente con cui lo Stato si sforzava di rianimarle.
La religione era un caos. I cristiani perseguitavano i pagani, e si
perseguitavano tra di loro con furore anche più violento.
Giuliano giungeva al momento opportuno. Ma l’immenso disordine
dell’impero si sarebbe lasciato dominare da un solo uomo? I propositi
dell’imperatore erano di un’altezza e nobiltà quasi sublime. Come
Marco Aurelio, Giuliano era un filosofo, che si era fatto del dovere
un culto mistico. «Noi dobbiamo», egli scriverà, «trarre in tutto
ispirazione dall’essere immortale che vive in noi, a questo affidare il
governo delle cose private e delle città, e considerare la legge come
l’applicazione della ragione universale.... Un principe, che è pure un
uomo, ha bisogno di spiritualizzarsi nei suoi sentimenti e di bandire
interamente dalla sua anima ciò che essa reca di mortale e di comune
coi bruti.... Egli deve perciò emanare non norme d’occasione, opera di
gente, che non è vissuta secondo ragione; ma leggi degne di uomini dal
cuore e dallo spirito puri, che non si sono ristretti a considerare
i mali di oggi e le sole circostanze presenti. Egli deve legiferare,
non per i contemporanei, ma per i posteri, per gli stranieri, per
gli uomini con i quali non ha, nè potrà sperare di aver mai rapporto
alcuno».
In nessun principe la pratica seguì così da vicino la teoria. Appena
giunto a Costantinopoli, Giuliano ripulisce di tutti gli innumerevoli
parassiti — barbieri, coppieri, cuochi, eunuchi, delatori, uscieri,
segretari, domestici, paggi, guardarobieri, medici — la Corte; riduce
il personale allo stretto necessario; piglia in mano, così come aveva
fatto in Gallia, l’amministrazione finanziaria e giudiziaria. Un
contemporaneo, non uso all’iperbole, avrebbe poco dopo scritto di lui:
«Si sarebbe in verità pensato che l’antica Giustizia, che un poeta
descrive risalita per le colpe degli uomini in cielo, fosse novamente
ridiscesa sulla terra». Il suo governo prende di nuovo un carattere
repubblicano. Giuliano respinge il titolo di _dominus_; osserva di
nuovo le cerimonie, che un tempo solevano compiersi all’assunzione
delle magistrature repubblicane; onora il senato costantinopolitano
così come Traiano aveva onorato quello di Roma.
Ma la pietra di paragone, non del suo valore, ma della possibilità di
dominare il disordine crescente dei tempi, doveva essere la religione.
Giuliano non considerava il Paganesimo e il Cristianesimo come un
filosofo, ma da soldato e da magistrato. Non potendo indovinare che
il Cristianesimo era il seme di un mondo nuovo, doveva considerarlo
come un dissolvente, aggiunto ai molti che già disfacevano l’impero.
Per quanto la Chiesa avesse cercato di addolcire la contradizione,
lo spirito del Cristianesimo era in contrasto con quello, da cui, per
secoli, lo Stato romano era stato sorretto. La conquista, la guerra e
il dominio, la opposizione della barbarie e della romanità, la missione
di Roma nel mondo, il dovere del matrimonio e della paternità, la
subordinazione del singolo allo Stato, lo spirito civico e politico,
repugnavano al Cristianesimo che o li combatteva apertamente o li
screditava tacitamente. Nè basta: lo Stato antico aveva fatto suo
quel tanto di religione, che bastava a dare un carattere sacro al
suo compito civile e politico. Per il resto, esso stava al di sopra
di tutte le religioni; era quasi uno Stato laico, che esercitava su
tutte, imparzialmente, una missione civile. La Chiesa cristiana invece
pensava che il mondo è governato dalla Provvidenza, non in vista dei
suoi interessi civili, ma per superiori disegni divini; che perciò, se
i cittadini dell’impero servono l’Imperatore, costui serve Iddio, ed è
subordinato alla Chiesa, che rappresenta Dio in terra. Per quanto la
debolezza obbligasse la nuova religione a riconoscere la supremazia
dello Stato, era insita nella sua dottrina l’aspirazione a far dello
Stato uno strumento proprio.
Non è dunque da stupire che un imperatore romano, il quale aveva
ricevuto un’alta coltura filosofica, si convincesse esser suo dovere
risollevare il Paganesimo, riformare i rapporti tra l’Impero e la
Chiesa. Giuliano però non rinnova le persecuzioni; ripiglia la vecchia
dottrina dello Stato pagano, conservata ancora da Costantino: il
Paganesimo essere la religione dello Stato, tutti gli altri culti
essere consentiti; ma intendendo questa formula nella sua pienezza.
Egli pensa che lo Stato pagano non può disinteressarsi della sua
religione; che esso deve avere una fede religiosa al riparo dei colpi
di qualunque critica filosofica; non dogmi e leggende mitologiche,
ma una forte coscienza morale comune a tutti i consociati. Non erano
concetti nuovi. Augusto, Vespasiano, Traiano non avevano pensato
e operato diversamente. Solo, dinanzi a un nemico fatto ormai più
minaccioso, l’opera di Giuliano dovrà essere più vigorosa.
Anzi tutto, perchè l’eguaglianza tornasse a regnare tra tutte
le religioni viventi all’ombra dell’impero, occorreva abolire i
privilegi che la Chiesa aveva conquistati e porre termine a tutte
le persecuzioni, quelle di cui eran vittime i pagani come quelle di
cui eran vittime i cristiani. Giuliano ordina che i beni, attribuiti
alla Chiesa, siano restituiti agli antichi enti morali, che n’erano
stati spogliati; che gli ecclesiastici, banditi quali eretici, siano
richiamati dall’esilio; che i privilegi del clero siano aboliti.
Ma non era che l’esordio. A risuscitare l’anima della romanità pagana,
occorreva l’azione degli scrittori, della scuola, del clero, di tutta
la società[99]. Giuliano vuole che la cultura e la scuola pagana
riprendano l’antico ufficio; e che il sacerdozio pagano adotti tutte
le virtù e tutti i procedimenti che al Cristianesimo erano riusciti
così bene. Giuliano cerca di dare al Paganesimo una organizzazione
ufficiale e un corredo di istituzioni di beneficenza, simili a quelle
del Cristianesimo. Contro una dottrina esclusiva, l’esclusione è
una ritorsione, a cui è fatale che chi lotta ricorra, prima o poi.
Se la scuola doveva essere come un tempio della romanità pagana,
occorreva escludere da questa i maestri cristiani, e rimandarli alle
scuole cristiane[100]. Se ogni ufficio di Stato, e primo fra tutti la
milizia, doveva essere esercitato con piena coerenza, bisognava, come
Diocleziano, espellere dalle magistrature e dall’esercito i cristiani.
Ma poteva la nuova religione tollerare tutto ciò? Mentre pochissimi
puri e intransigenti cristiani applaudivano ai divieti imperiali,
che assicuravano il Cristianesimo da ogni immondo contatto con la
società degli infedeli[101], la moltitudine, scettica e stanca, dei
pagani disapprovava lo spirito battagliero del suo principe, quella
dei cristiani si rivoltava. Sedizioni, risse, conflitti tra pagani e
cristiani, tra cristiani e cristiani furono l’effetto di queste prime
misure, massime in Oriente. Per quanto Giuliano fosse animato da un
alto spirito di concordia e di pacificazione, le sue riforme avrebbero
acceso nell’impero una discordia terribile, se l’opera sua avesse
potuto continuare lungamente.
82. =La grande spedizione persiana (marzo-giugno 363).= — Ma Giuliano
non era uomo da pensar solo alla religione. Fin dal 362, apparecchiava
una gigantesca impresa militare che avrebbe dovuto toglier di mezzo
per sempre il pericolo persiano: una spedizione in Persia, con lo
scopo di ridurre quell’impero a Stato cliente, quale l’Armenia, e di
rinnovare all’incirca il fallito tentativo di Traiano. Giuliano aveva
preparato una armata fluviale potente, un’artiglieria perfetta e un
esercito numeroso ed agguerrito: 1000 navi da carico, 50 galere da
combattimento, 50 bastimenti pontieri, 100.000 uomini, oltre gli aiuti,
che sarebbero venuti dall’Armenia. Anche il suo piano strategico doveva
essere modellato su quello, antico e fortunato, di Traiano: invadere
la Persia da due parti e con due eserciti, che si sarebbero poi
congiunti sulla sinistra del Tigri, per muovere insieme alla conquista
dell’interno.
La campagna incominciò bene. Tutte le fortezze dell’Eufrate furono
o conquistate con la forza o costrette alla resa, e l’esercito
felicemente trasportato dall’Eufrate al Tigri, e dalla destra alla
sinistra di questo fiume. In due soli mesi, sempre combattendo e
vincendo, Giuliano era quasi arrivato alle porte di Ctesifonte. Pur
troppo l’altra porzione del suo esercito, che con i contingenti armeni
aveva marciato nell’alta Mesopotamia e discendeva a sud lungo la riva
sinistra del Tigri era ancora troppo lontana. Giuliano non si lanciò
all’assalto di Ctesifonte, la maggior fortezza persiana, ma ripiegò
verso il nord-est per andare incontro all’altro corpo di spedizione e
per cercar di trarsi dietro l’esercito persiano, trovando, durante la
marcia, l’occasione di una battaglia campale. A tale scopo occorreva
sbarazzarsi della flotta, che avrebbe immobilizzato nel rimorchio
ben un terzo dei 60.000 uomini, di cui Giuliano disponeva, ed egli
non esitò. L’esercito, bruciata la flotta, si avviò verso il nord
seguito dai Persiani, che ripigliavano l’antica tattica usata dagli
Sciti con Dario I: incendiare i borghi e le campagne, molestando e
insieme fuggendo il nemico, invisibili e inafferrabili. Quand’ecco
il 26 giugno, in un nuovo assalto persiano, mentre i soldati romani
respingevano il nemico, un dardo, scagliato da mano ignota, colpiva al
fianco mortalmente l’imperatore, che combatteva tra gli altri come un
semplice soldato e per giunta senza corazza[102].