(306-337)
66. =La nuova guerra civile (305-314).= — Meno di un anno dopo
l’abdicazione di Diocleziano e di Massimiano, Costanzo Cloro moriva
in Britannia. La sua morte bastò a rovinare la tetrarchia e tutto
l’ordinamento dioclezianeo. Non avendo voluto accettare l’eredità come
principio di successione, Diocleziano aveva escluso dalla ripartizione
dell’impero così il figlio di Costanzo, Costantino, come il figlio
di Massimiano, Massenzio. Ma Costantino, appena morto il padre, si
fece proclamare Cesare dai soldati ad _Eboracum_ (25 luglio 306)[83];
e Galerio, il più autorevole e più anziano dei due Augusti, per
risparmiare all’impero una guerra civile, riconobbe il fatto compiuto
nominando Costantino Cesare e promovendo Severo al rango di Augusto.
Ma la guerra civile che Galerio aveva sperato di evitare in Gallia,
scoppiò di lì a poco in Italia, dove Roma non si rassegnava ad essere
una città di provincia. Spinti da questo malcontento, in occasione
di un nuovo censimento indetto da Galerio, il popolo e il corpo dei
pretoriani si sollevarono, e proclamarono Augusto il figliuolo di
Massimiano, Massenzio, che voleva anche egli esser nominato Cesare,
dopochè Costantino era stato assunto all’impero (27 ottobre 306).
Massenzio, per rinforzare la propria autorità, chiamò il padre che
era poco contento del suo ritiro, e investì anche lui del titolo
imperiale. La tetrarchia dioclezianea era spezzata; l’impero contava
sei imperatori, quattro Augusti e due Cesari!
Galerio incaricò Severo di reprimere la sedizione dell’Italia. Ma le
milizie di Severo non vollero combattere contro Massimiano, il cui
nome era ancora venerato; e Severo, abbandonato dai suoi soldati,
dovè consegnare a Massimiano in Ravenna la porpora, di cui questi poco
prima l’aveva rivestito (307). Un secondo tentativo, fatto da Galerio
in persona, non ebbe migliore fortuna. L’Italia si dichiarò tutta
solidale con Roma e con Massenzio. Le singole città chiusero le porte
in faccia a Galerio, che, giudicando poco prudente assediare Roma,
uscì dalla penisola, e invitò a _Carnuntum_ (in Pannonia) lo stesso
Diocleziano, perchè con il consiglio e la autorità aiutasse lui e i
suoi colleghi a trovare uno scampo: prova manifesta dell’ammirazione
di cui il solitario di Salona godeva ancora nella vita privata! Alla
conferenza di Carnuntum intervenne anche Massimiano, già in discordia
col figliuolo che, dopo il successo, intendeva esercitare su di lui
come una mal tollerata preminenza. Ma nè Galerio nè Massimiano poterono
indurre di nuovo Diocleziano alla porpora. La conferenza mise capo
ad un’unica deliberazione: sostituire a Severo un nuovo Augusto, un
vecchio, antico camerata di Galerio, Liciniano Licinio, con il governo
dell’Illirio (novembre 307). Massimiano doveva ritornare a vita
privata; e Massenzio era escluso dall’impero.
Il rimedio era peggiore del male. Massenzio si mantenne in Italia.
Massimiano non depose la porpora, cercò di far causa comune con
Costantino, a cui diede in moglie la figlia Fausta. La nomina di
Licinio generò nuove difficoltà. Licinio saliva al primo posto
nell’impero senza avere attraversato il grado di Cesare, scavalcando
Massimino Daio e Costantino. Il primo dei due si fece allora proclamare
Augusto dalle sue legioni, e il secondo reclamò per sè da Galerio lo
stesso titolo. Ai primi del 308 l’impero ebbe così, oltre Massenzio e
Massimiano, quattro Augusti tutti eguali tra di loro. La tetrarchia di
Diocleziano era caduta; e il troppo incerto principio di successione
nella carica suprema — questa malattia mortale che da Augusto in poi
non aveva dato pace all’impero — partoriva un nuovo disordine. La prima
vittima fu Massimiano. Si disse che aveva cospirato contro il genero;
certo è che Costantino lo fece imprigionare a Marsiglia, e poi, due
anni dopo, togliere di mezzo per sempre (310). Ma in mezzo a questi
disordini e a questi intrighi, a un tratto, nel 311, tre dei quattro
imperatori legittimi, Galerio, Costantino e Licinio, promulgano un
editto che sospende le persecuzioni del Cristianesimo[84]. Come si
spiega questo improvviso voltafaccia? Più che una resipiscenza, sarà
prudente vedere in esso una mossa politica, suggerita dalle pericolanti
condizioni del potere supremo. Che la concordia tra i cinque Augusti,
tra i quali nessuno predominava più per autorità come Diocleziano,
fosse precaria; che un giorno o l’altro dovesse nascere una guerra
civile, era chiaro. Ma Massenzio e Massimino Daio erano ligi all’antico
culto pagano e avversi ai cristiani. È quindi verosimile che gli
altri Augusti pensassero di procurarsi con quel decreto il favore
dei cristiani, i quali venivano ad approfittare dell’indebolimento
dell’autorità suprema.
Il decreto del 311 è dunque un segno di prossima guerra civile. La
quale parve scoppiar subito dopo la proclamazione dell’editto, alla
morte di Galerio. Licinio e Massimino sembrarono voler disputarsi la
successione con le armi: ma poco dopo si accordarono, prendendosi
il secondo l’Asia minore, la Siria, l’Egitto, ed il primo il resto
delle province orientali dal Bosforo all’Adriatico. Non in Oriente,
ma in Europa, doveva scoppiare di lì a poco l’incendio. Da un paio di
anni Costantino, che già si era segnalato in guerre fortunate contro
Franchi ed Alamanni, osservava attento gli affari d’Italia. Massenzio
si rafforzava, approntava milizie, destinate — si diceva — a strappare
la Gallia a Costantino e l’Illiria a Licinio; e si intendeva con
Massimino, il quale continuava a perseguitare i Cristiani in Siria,
in Egitto e altrove. Costantino a sua volta si accostò a Licinio,
cui diede in moglie sua sorella Costanza; preparò un forte esercito;
allacciò in Italia secrete intelligenze. Quando si ritenne pronto,
sui primi del 312, valicò le Alpi per il Cenisio, con 50.000 uomini,
di cui la metà legionari scelti e provati; ruppe facilmente le prime
resistenze; si impadronì della valle del Po, indi marciò contro Roma.
Massenzio non si era mosso di qui, confidando nella forte posizione
della città, nelle sue numerose milizie e in tutti quegli ostacoli
che avevano fatto fallire la spedizione di Severo e di Galerio. Ma
quando seppe che Costantino si avvicinava a Roma alla testa di un forte
esercito, dopo una marcia vittoriosa, che le popolazioni, stanche del
suo governo, avevano favorita, anzichè rimanere chiuso fra le mura
aureliane, uscì dalla città ad affrontare in campo aperto il nemico,
nei pressi del Ponte Milvio. Sconfitto pienamente, egli stesso perì con
gran parte del suo esercito, affogato nel fiume (28 ottobre 312)[85].
Il giorno dopo, il vincitore si rivolgeva in Roma con parole rispettose
al senato, quasi promettendogli una restaurazione delle antiche
prerogative; scioglieva il corpo dei pretoriani e ne smantellava il
campo. N’ebbe dal senato in ricompensa il titolo di primo Augusto, e un
arco trionfale, che si leva ancor oggi e che fu ornato con le spoglie
dell’arco di Traiano.
La conquista dell’Italia alterava i vecchi rapporti fra i tre
imperatori, ma ancor più peggiorava la condizione di Massimino. Appunto
per esaminare il nuovo stato di cose Licinio e Costantino convenivano
poco dopo, sui primi del 313, a Milano.
67. =L’Editto di Milano (primi del 313) e la catastrofe di Massimino
(313).= — Noi non sappiamo di quali argomenti s’intrattenesse la nuova
conferenza. Non è difficile supporre che, mentre Licinio consentiva
al nuovo ingrandimento di Costantino, otteneva da questo mano libera
contro Massimino. Probabile è pure che, per scuotere ancora più la
potenza di Massimino, fu emanato un nuovo editto di tolleranza a favore
dei Cristiani, che nella storia del mondo suole segnare il trionfo
definitivo del Cristianesimo[86]. In verità il Cristianesimo non
trionfava ancora, perchè non era riconosciuto come la sola religione,
e quindi come la religione ufficiale. Lo Stato romano non ripudia
ancora la sua religione ufficiale, e l’imperatore conserva in questa
la carica suprema, il pontificato massimo. L’editto, anzi, non fa
che confermare quello precedente del 311, ossia sancisce di nuovo
la libertà di culto (τὴν ἐλευθερίαν τῆς θρησκείας) accordata due
anni prima, togliendo alcune restrizioni superstiti e ordinando la
restituzione alle Chiese cristiane dei luoghi e dei beni, sequestrati
durante la grande persecuzione. Ma se esso mirava a mostrare che
Licinio e Costantino volevano seguire un indirizzo opposto a quello
di Massimino, il quale nelle province orientali, massime dopo la
morte di Galerio, aveva inasprito la persecuzione contro i Cristiani,
quelle concessioni bastavano. Insomma il Cristianesimo e il Paganesimo
diventano nelle mani degli imperatori armi per le guerre civili:
Costantino e Licinio mirano a sollevare l’Oriente cristiano contro
Massimino, e Massimino a sollevare contro Licinio e Costantino i Pagani
dell’Occidente. Massimino lesse chiaro nel gioco degli avversari; e
non perdè tempo. Licinio era ancora in Italia; ed egli già invadeva la
penisola balcanica, pigliava d’assalto prima Bisanzio, poi Perinto,
e si spingeva verso Adrianopoli. Licinio dovette accorrere e porsi
sulla difensiva; ma, non lungi da Perinto, a circa diciotto miglia
da Eraclea, fu combattuta una grande battaglia (30 aprile 313), che
annullò tutti i vantaggi precedenti. Sconfitto, Massimino fuggì in
Cilicia, ove morì.
68. =Nuova guerra tra Licinio e Costantino (314).= — Poco prima
Diocleziano era morto a Salona, dopo avere assistito alla rovina della
sua costituzione. Ma egli era almeno morto al tempo, per non veder la
repressione fatta da Licinio vincitore, nella quale perirono la moglie
di Galerio, sua figliuola, e un figlioletto di lei, i quali non avevano
altro torto, salvo forse di soggiornare in Oriente. Anima del nuovo
impero barbaro-asiatico erano due passioni: la ferocia e la diffidenza.
Di fatti dalla caduta di Massimino non tardò a nascere una nuova guerra
civile tra i due Augusti superstiti, perchè la vittoria aveva troppo
ingrandito la potenza e i dominî di Licinio, il quale ora dava ombra a
Costantino. Un pretesto qualunque — il rifiuto di Licinio di consegnare
a Costantino un tal Senecione, il quale avrebbe congiurato contro di
lui — bastò a far scoppiare la guerra. Licinio fu vinto una prima volta
a _Cibalae_ in Pannonia sulla Sava l’8 ottobre 314, e poi di nuovo in
Tracia, nella pianura detta _Mardiensis_ o _Jarbiensis_. Ma nè l’una
nè l’altra furono vittorie decisive. Costantino comprese che, per
sconfiggere definitivamente il rivale, sarebbe stato d’uopo portare la
guerra fino nel cuore dell’Oriente, sguarnendo le frontiere pericolanti
del suo impero. Preferì quindi venire a patti. Ebbe la Grecia, parte
della Mesia, la Macedonia, l’Epiro, la Dacia, la Dardania, la Dalmazia,
la Pannonia, il Norico. Ma la clausola più importante degli accordi fu
questa: che Licinio, che non aveva figliuoli, rinunziava a nominare un
successore; mentre Costantino, il cui figliuolo Crispo s’avvicinava
alla maggiore età, rimaneva libero d’indicare questo, fra non molto,
quale suo legittimo successore.
69. =Gli anni della pace (314-323). — La nuova riforma monetaria
— La questione Donatista.= — Come che sia, la pace del 314 o 315
permise alla fine all’impero di respirare. Per circa nove anni le
armi avrebbero taciuto; e si potrebbe provvedere anche alle cose
civili, troppo trascurate sino allora. A qualche riforma civile,
anzi, Costantino aveva posto mano prima del 314. Nel 312 s’era già
occupato della moneta, emettendo con il nuovo nome di _solidi_ degli
_aurei_ di un peso ridotto, ma fisso, non più di 1/60 di libbra, come
Diocleziano, ma di 1/72. Quanto all’argento, mantenne l’_argenteus_
dioclezianeo di 1/96 di libbra; ma gli pose a fianco due nuove monete,
che avrebbero reso più facile lo scambio con la nuova valuta d’oro: il
_miliarense_ pari a 1/1000 di libbra d’oro, del peso cioè di 1/72 di
libbra d’argento, e la _siliqua_ (o κεράτιον), pari alla metà della
precedente. Ma se coniò delle buone monete, non potè neppure egli
risanare la circolazione, togliendo di mezzo l’infinito numero di false
monete d’argento apparente che l’infestavano; cosicchè il male, a cui
Diocleziano aveva cercato di provvedere con il suo editto dei prezzi,
non cessa di tormentare l’impero.
A questo stesso anno risale un’importante innovazione
nell’amministrazione finanziaria: la cosiddetta _indictio_ o l’obbligo
di rifare, ogni 15 anni, il censimento e il catasto di tutto l’impero.
L’anno finanziario sarebbe così cominciato il 1º settembre e terminato
il 31 agosto della chiusura del quindicennio; e l’anno primo della
nuova êra fu il 312. L’_indictio_ servirà più tardi al conto degli
anni, nell’impero bizantino.
Ma di maggior momento che la moneta e la finanza, era allora la
religione. L’editto di Milano aveva stabilito la libertà dei vari
culti, ma la vecchia dottrina pagana, che la società civile e la
religiosa non possono essere separate; che, anzi, la religione è
ancella della società civile e la serve, non era stata e non poteva
essere cancellata d’un colpo. Se il Cristianesimo era forte, lo Stato
era ancora più forte, e non voleva rinunciare al suo alto diritto
sulle religioni, così necessario nella varietà dei culti innumerevoli,
professati in tutto l’impero. Ma il Cristianesimo era una religione
esclusiva che affermava di essere la sola vera; e che voleva imporre
alla società civile la sua legge, non riceverla. Era inevitabile che da
questa contradizione nascessero ogni sorta di difficoltà; e le prime
vennero dalle eresie. La società cristiana cominciava a pullulare di
eresie, che si combattevano con un furore esasperato dagli interessi
con cui molto spesso le dottrine facevano corpo. Lo Stato non poteva
disinteressarsi di queste contese, che turbavano tutta la vita civile
e spesso addirittura l’ordine pubblico. Ma come poteva esso sciogliere
delle questioni religiose, in una Chiesa che, per le questioni
religiose, riconosceva solo l’autorità dei capi spirituali?
Costantino fece la prima esperienza di tante difficoltà in Africa. In
questi anni era nata in Africa una setta intransigente, che escludeva
dalla comunione ecclesiastica tutti coloro i quali, durante la
persecuzione dioclezianea, avevano ceduto: i così detti _traditores_
o _lapsi_. E poichè, ad esempio, il vescovo di Cartagine Ceciliano
era stato ordinato da uno dei così detti _traditores_ dell’epoca,
questa setta gli contrappose prima un _Maggiorino_ e poi, nel 313,
un _Donato_. Dal nome di quest’ultimo l’eresia si sarebbe appunto
denominata con l’appellativo di _Donatismo_. In un paese ardente
di fanatismo e di contrasti sociali come l’Africa e la Numidia del
tempo, lo scisma non poteva astenersi da violenze e da rappresaglie.
Costantino dovè intervenire, sollecitato dalle due parti, i Ceciliani
e i Donatisti; ma come poteva egli, pagano, giudicare un litigio di
questo genere? Costantino rimandò la questione ad una commissione
di vescovi italiani e gallici, che giudicò contro i Donatisti. Ma
questi non se ne diedero per inteso; non riconobbero la sentenza; e
l’imperatore allora, il Pontefice Massimo del paganesimo, convocò per
la prima volta un concilio cristiano ad Arles, il 1º agosto del 314.
La maggioranza del concilio dette nuovamente torto ai Donatisti. Ma
neppure la decisione del concilio di Arles valse a domare il Donatismo.
Allora un ordine imperiale impose l’esclusione dei Donatisti dalle
chiese di Africa. Per quanto l’impero avesse, con l’editto di Milano,
affermato la libertà dei culti, esso era tratto, dalla necessità di
mantenere l’ordine e la pace, a intervenire nelle faccende del culto
cristiano, come interveniva in quelle di tutti gli altri culti.
Ma i Donatisti, che erano maggioranza, resisterono; e nonostante
persecuzioni, torbidi e lotte, l’eresia donatista rimase predominante
in Africa. L’impero non aveva, di fronte a una religione come la
cristiana, nessuna autorità nelle questioni di fede, ma solo la forza;
e la forza non basta a sciogliere questioni di fede.
70. =La fine di Licinio (319-324).= — Sino al 319 i rapporti
fra Licinio e Costantino non furono turbati. Ma da quest’anno
incominciarono a guastarsi. Per quale ragione, è poco chiaro. Le
ragioni, anzi, possono essere state numerose: il rancore di Licinio
per la pace del 314, la diffidenza reciproca inerente ormai alla
stessa molteplicità degli imperatori, l’ambizione di Costantino di
fondare una vera dinastia, introducendo l’eredità, in luogo della
scelta dioclezianea, come principio di successione. La guerra era
inevitabile. Ambedue gli imperatori cominciarono in tempo a prepararsi.
Costantino apprestò armi; cercò di conciliarsi l’amicizia dei Persiani,
nemici naturali dell’Augusto dell’Oriente; emanò nuove leggi a pro
dei debitori verso il fisco; largheggiò nella generosità e nelle
spese; si studiò di procurarsi il favore e l’appoggio dell’elemento
cristiano[87]. A sua volta Licinio preparava ingenti forze militari;
pur non perseguitandoli, osteggiò i Cristiani, li escluse dall’esercito
e dall’amministrazione; pare anche aver cercato di appoggiarsi a quel
partito che Costantino in Africa combatteva, ai Donatisti[88].
La guerra scoppiò nel 323 in modo singolare. Poichè in quell’anno
una irruzione di Goti era penetrata in Tracia e in Mesia, ossia nelle
province europee rimaste a Licinio, Costantino vi accorse per primo
a respingerla (323). Licinio considerò questo, che poteva essere un
aiuto, come una violazione di territorio. Le armi, da lungo tempo
affilate, luccicarono al sole; e, nella seconda metà del 323, il 3
luglio, i due eserciti si scontrarono nella pianura di Adrianopoli.
Licinio fu disfatto e, dopo aver combattuto valorosamente, si chiuse in
quella Bisanzio, che sbarrava la via terrestre dell’Asia, come la sua
possente flotta sbarrava quella del mare. Ma l’armata di Costantino era
comandata dal figlio maggiore dell’imperatore, Crispo, che, quantunque
giovanissimo, già si era segnalato in precedenti operazioni contro i
Franchi e aveva ricevuto il titolo di Cesare. Crispo sconfisse l’armata
di Licinio all’ingresso dell’Ellesponto. Licinio allora abbandonò
Bisanzio e tentò di impedire a Costantino l’invasione dell’Asia minore.
Ma aggirato dal nemico, dovette dar battaglia presso _Crysopolis_
(l’odierna Scutari), dove fu novamente sconfitto (18 settembre 324).
Allora si arrese al vincitore, che, pur avendogli promesso salva la
vita, lo fece uccidere nell’anno successivo. Costantino restava unico
imperatore; poteva nel tempo stesso ricostituire l’unità dell’impero, e
dargli una vera costituzione monarchica sul modello asiatico, iniziando
la dinastia che lo reggerebbe.
71. =Le difficoltà religiose; il concilio di Nicea (325).= — Gli
apologisti cristiani celebrano questa vittoria come il supremo duello
fra il Cristianesimo e il Paganesimo. E la loro opinione è più vicina a
verità che i moderni critici non pensino. Con Costantino avevano vinto
i cristiani, che in tutto l’impero avevano parteggiato per lui contro
Licinio. Rimasto solo imperatore, nell’atto stesso in cui si accinge a
fondare un pretto regime dinastico, Costantino si affretta ad emanare
due editti, con i quali il pontefice del Paganesimo non solo annullava
i decreti di Licinio, ma designava la religione, di cui egli era a
capo, come «un deplorevole errore», anzi come una «opinione empia», una
«potenza delle tenebre», e i suoi fedeli seguaci, come degli «aberranti
della verità», sia pur liberi per sovrana benignità di conservare i
loro «templi della menzogna»[89].
L’imperatore, che era riuscito a ricostituire nella sua persona e nella
sua famiglia l’unità dell’impero, cedeva ormai innanzi allo spirito
esclusivo del Cristianesimo, di quella religione che si proponeva di
toglier di mezzo tutte le altre, anche quelle che potevano considerarsi
come basi e sostegni del potere imperiale: il culto dell’imperatore
e il mitraismo. Per conquistare tutto l’impero e per fondare una
dinastia, Costantino aveva, appoggiandosi al Cristianesimo, indebolito
il potere assoluto, che Aureliano e Diocleziano avevan cercato di
consolidare con i culti orientali: così può riassumersi l’opera
politica e religiosa di Costantino. Senonchè egli non sembra essersene
reso chiaro conto. Ne è prova l’atteggiamento da lui assunto di fronte
all’eresia ariana, che egli trovava in pieno rigoglio in Oriente. Un
prete di Alessandria, Ario, aveva da qualche tempo preso a sostenere
che Cristo era stato creato da Dio, il quale gli preesisteva, ma
non già dalla sostanza divina, sibbene dal nulla; onde la supposta
perfetta identità delle tre persone della Trinità non era possibile.
La eresia era pericolosissima per la stabilità della dottrina; perchè,
fatto di Cristo soltanto un essere privilegiato tra gli uomini, non
c’era ragione perchè Dio non creasse altri Cristi, dopo il primo; il
Vangelo non era quindi la rivelazione definitiva della verità, perchè
altre rivelazioni potevano seguire; anche per il Cristianesimo la
verità diventava, non un testo rivelato, eterno e immutabile, ma un
divenire continuo; e il Cristianesimo si accostava a quelle scuole del
Paganesimo, numerose nel terzo secolo, che ammettevano un Dio unico,
uno Spirito superiore, considerando le altre divinità come incarnazioni
dei suoi attributi particolari. In Oriente, dove la cultura filosofica
non era ancora del tutto spenta e l’amore della discussione vivo,
questa dottrina aveva suscitato una bufera. Il vescovo di Alessandria,
Alessandro, suffragato dal voto di un Sinodo di cento vescovi, aveva
espulso Ario dalla comunità cristiana (321).
Ma Ario non era solo: la sua dottrina, semplice e chiara, era
comprensibile dalla moltitudine, e quindi popolare; le simpatie che
egli ritrovava fra il neoplatonismo pagano, tanto diffuso in Oriente,
gli odî, i rancori, l’amore delle rappresaglie, che le precedenti
eresie, discussioni e repressioni avevano seminati, gli procacciarono
subito un partito numeroso. Alle discussioni seguirono le zuffe nelle
strade e le violenze. Costantino decise di intervenire. La lettera,
che a tale proposito ebbe a rivolgere ai contendenti, merita d’esser
letta. «Io m’ero proposto, egli scrive, di ricondurre a un’unica
forma l’opinione che tutti i popoli si fanno della divinità, perchè
sentivo bene che, se avessi potuto raggiungere l’accordo su questo
punto, come era nei miei desideri, la cosa pubblica ne avrebbe ricevuto
beneficio.... Ma oh, bontà divina, quale notizia ha ferito acerbamente
le mie orecchie, anzi il mio cuore? Io apprendo che vi sono tra voi
più dissensioni che non ce ne fossero testè in Africa.... Pure, a me
sembra, la causa è ben piccola e affatto indegna di tanta contesa....
Tu, Alessandro, hai voluto sapere ciò che i tuoi sacerdoti pensavano
su un punto della legge, anzi su una parte sola di una questione di
nessuna importanza, e tu, Ario, se lo pensavi, dovevi tacere.... Non
dovevate nè interrogare nè rispondere, giacchè queste sono discussioni
che non servono a nulla, sono suggerimenti dell’ozio e del vizio,
buoni solo ad aguzzare gl’ingegni.... È giusto che vi laceriate voi,
fratelli contro fratelli, per vane parole?... Sono queste trivialità e
fanciullaggini, indegne di sacerdoti o di uomini saggi.... Restituitemi
dunque, vi prego, giorni tranquilli e notti senza inquietudini,
in modo che anch’io possa nell’avvenire godere della pura gioia di
vivere....»[90].
Questa lettera prova che Costantino intendeva il Cristianesimo alla
romana: ossia come uno strumento politico per mantener l’ordine nello
Stato. Difatti prese l’iniziativa di un grande concilio, che componesse
questa discordia. A Nicea, nella primavera del 325, convennero
oltre 250 vescovi, in massima parte orientali. Costantino inaugurò
il concilio con un modesto discorso. Ristabilendo, egli disse, la
concordia nella Chiesa, i convenuti avrebbero fatto cosa grata a Dio
«e reso un grande servigio» al principe[91]. Presiedeva il concilio
un suo segretario, il vescovo Osio, avversario dell’arianesimo. Ario
fu un’altra volta sconfessato. Cristo — decretò il concilio — non è
stato tratto dal nulla, nè è punto diverso dal padre, fu anzi generato
da lui «dall’essenza _del padre_», «_vero Dio da vero Dio_» ed è a
lui perfettamente _consustanziale_ (ὁμοούσιος). La questione, che a
Costantino pareva così oziosa, poteva considerarsi come sciolta. Ma il
Cristianesimo non era una religione politica, come le altre religioni
dell’Oriente e dell’Occidente; era il germe di un mondo nuovo ed
immenso, che si proponeva, non già di puntellare il cadente impero di
Roma, ma di redimere gli uomini insegnando loro una morale più alta. E
il concilio di Nicea, che Costantino aveva convocato per ristabilire
la pace e l’unità degli spiriti, doveva essere il principio di una
formidabile lotta, che indebolirebbe ancora più lo stanco impero. Era
ormai destino che tutto quel che la sapienza umana credeva di dover
fare per la salvezza dell’impero, lo spingesse alla rovina.
72. =Il nuovo ordinamento dell’impero.= — Anche la nuova unificazione
dell’impero, compiuta da Costantino, indebolisce lo Stato a paragone
del regime di Diocleziano. Solo padrone dell’impero, dopo tante guerre
civili, Costantino è meno saldo e sicuro che Diocleziano partecipe
del supremo potere con un altro Augusto e due Cesari. Egli diventò
sospettoso al punto che, nel 326, per ragioni a noi ignote, e sulle
quali non possono farsi che ipotesi assai vaghe, fece trucidare il
vincitore dei Franchi e di Licinio, il figliuolo Crispo, insieme con un
suo nipote ancor giovanissimo, un Liciniano; e poco dopo, la seconda
moglie Fausta, la figliuola di Massimiano, la madre dei suoi tre più
giovani figliuoli. La corte è ancor più orientalizzata; la pompa del
cerimoniale, le complicazioni dell’etichetta, il lusso dei cortigiani,
il mistero, entro cui si asconde l’imperatore, sono notevolmente
cresciuti. I grandi dignitari, dal quali dipende un numeroso personale,
minuziosamente gerarchizzato e titolato, sono: i _prefetti del
pretorio_, a cui Costantino, completando le riforme di Diocleziano,
tolse i poteri militari; i _magistri militum_, o generalissimi,
comandanti supremi della fanteria e della cavalleria; il _quaestor
sacri Palatii_, che riceve le istanze e prepara e controfirma le leggi
che il _Consistorium_ discuterà e l’imperatore avrà ad emanare; il
_magister officiorum_, una specie di ministro della Casa reale, che
dirige il personale di polizia, le guardie del palazzo, gli impiegati
dell’amministrazione centrale; i due ministri delle finanze (il
_comes sacrarum largitionum_ e il _comes rerum privatarum_). Il nuovo
Consiglio del principe, il _Consistorium_, assume anch’esso maggiore
regolarità che non sotto Diocleziano. I suoi membri ordinari sono
i titolari delle grandi cariche dello Stato, eccezione fatta, pare,
dei prefetti del pretorio e dei _magistri militum_, che partecipavano
alle sedute solo in via straordinaria. Ai quattro grandi dignitari si
aggiungevano, come membri permanenti del _Consistorium_, i _comites
consistoriani_, scelti dall’imperatore, e che in epoca più tarda
sappiamo con certezza essere stati in numero di venti.
Al di sotto dei ministri della casa imperiale e del _Consistorium_,
si ramifica la sempre più numerosa burocrazia dell’impero. I tre
uffici di cancelleria imperiale, esistenti nell’alto impero, l’_ab
epistulis_, l’_a libellis_, l’_a memoria_, hanno mutato nome, si
chiamano ciascuno _scrinium_; e a questi tre si aggiunge un quarto,
lo _scrinium dispositionum_, incaricato di preparare e provvedere
quanto occorreva all’attività dell’imperatore: come viaggi, ispezioni
ecc. ecc. Ma il mutamento del nome rivela la novità del sistema.
Invece di un funzionario, noi abbiamo un intero ufficio, con una vasta
gerarchia di impiegati. Nè gli _scrinia_ sono soli quelli enumerati.
Tutti i funzionari dell’impero hanno un ufficio (uno _scrinium_) a
loro disposizione; ed ogni _scrinium_ una copiosa e gerarchizzata
burocrazia, che sarà modello alle monarchie assolute della prima storia
moderna.
L’ordinamento provinciale è ancora quello di Diocleziano. Non ci sono
più i quattro tetrarchi; l’imperatore è uno solo; ma la divisione
amministrativa di Diocleziano sussiste integra. L’impero si considera
diviso in due o tre, o forse anche quattro, sezioni; a capo delle quali
stanno appunto i prefetti del pretorio, che, disperso ormai il corpo
dei pretoriani, sono solo grandi funzionari, civili e giudiziarî. Da
essi dipendono i vicari; da questi, alla loro volta, i _praesides_ o i
_consulares_ o i _correctores_.
Che cosa è avvenuto delle vecchie magistrature e del senato? Roma
conserva ancora il suo senato, i suoi consoli, i suoi pretori, i suoi
edili e tribuni. Ma queste non sono quasi più che cariche municipali.
A capo dell’esercito stanno ancora i _magistri militum_, che hanno
sotto i loro ordini i _duces_, comandanti di una o più province e delle
guarnigioni di frontiera. Ma l’ordinamento dioclezianeo è ritoccato
in alcuni punti e con innovazioni, che tramutano le cautele del suo
predecessore in pericoli. Gli effettivi delle legioni sono ancora più
scemati; non solo il comando militare è distinto da quello civile, ma
quello della cavalleria da quello della fanteria, come la direzione
del servizio dei viveri e degli stipendi dal movimento degli eserciti.
Il comando degli eserciti è ormai una macchina farraginosa, pesante
e lenta, che non può muoversi senza che l’imperatore faccia agire
di concerto tutte queste autorità. Questi difetti sono accresciuti
dalla nuova dislocazione delle milizie. L’esercito è diviso in tre
generi di milizie: 1) milizia palatina (_domestici, protectores,
scolares_), un quinto od un sesto di tutti gli effettivi, che può
essere paragonato all’antica guardia pretoriana, ma che segue ora,
come esercito di riserva, l’imperatore nelle spedizioni di maggior
momento; 2) l’esercito di linea o _comitatenses_, formato di sudditi e
di barbari, agli ordini di magistrati militari provinciali (_comites_
o _duces_), sparso in piccole guarnigioni nelle città dell’interno; 3)
finalmente, le truppe di frontiera (i _riparienses_ o _castriciani_
o _limitanei_), reclutate in genere tra i barbari e nella feccia
dell’impero, con obblighi di servizio più lunghi e con stipendi minori,
le quali dovevano restare acquartierate in certe zone delle frontiere,
o in castelli, fortezze, campi trincerati e di cui la maggior parte
erano coloni del luogo. Il nerbo dell’esercito (i _comitatenses_) è
polverizzato in piccoli nuclei, che vivono in cittadine dell’interno
perdendo lo spirito militare; e tutto l’esercito, nei suoi tre ordini
di milizie, è inquinato dai barbari, sempre più numerosi.
Queste riforme sono i segni più manifesti dell’indebolimento
dell’impero. Costantino non avrebbe frantumato l’esercito,
distribuendone tanta parte per le città dell’interno, lontano dalle
frontiere, se l’esercito non avesse ormai dovuto servire a conservare
l’ordine interno più che a difendere l’impero contro i barbari. Come
sono lontani i tempi felici del secondo secolo, in cui un esercito di
poco più che 200.000 uomini bastava a mantenere tranquillo e sicuro
l’impero! Ma allora l’impero era governato da un’aristocrazia ricca,
numerosa, rispettata, appoggiata al senato di Roma e all’imperatore, il
cui prestigio e la cui legittimità erano universalmente riconosciuti.
Oggi l’impero è governato da una burocrazia raccogliticcia, detestata
e temuta più che rispettata, e da un imperatore, i cui titoli
sono dubbi, che non si sa se è uomo o Dio, se è il capo legittimo
dell’impero o un avventuriero favorito dalla forza. Non c’è più un
vero governo legittimo; e lo Stato si regge anche all’interno solo
per forza di armi. Nè si potrebbe spiegare che Costantino abbia aperto
così facilmente i ranghi delle legioni ai barbari, se non ammettendo
che disperava di vincere la crescente ripugnanza della nuova società
cristiana alle armi e tutto il movimento degli spiriti che allontanava
i sudditi dalla milizia. Un’altra prova, e anche più palese, di questo
indebolimento dell’impero fu la fondazione di Costantinopoli, come
nuova capitale. Le ragioni del grande mutamento furono certamente
numerose. Ragioni militari, anzitutto. La capitale di un impero,
che doveva combattere in Oriente contro i Persiani, e difendere in
Occidente il Reno e il Danubio contro i barbari; di un impero, alla cui
testa un imperatore unico doveva sorvegliare da vicino così le province
dell’Oriente come quelle dell’Occidente, era meglio posta sul Bosforo
che nell’Italia meridionale. Poi ragioni politiche. Capitale della
nuova monarchia, assoluta ed asiatica, la quale usava tanta benevolenza
verso il Cristianesimo, non poteva essere Roma, la città dell’impero
pagana e repubblicana per eccellenza. Perciò Costantino scelse la
vecchia Bisanzio; e scelse bene, come i fatti provarono. Ma che altro
era trasportar la capitale dell’impero sul Bosforo, se non dichiarare
che il compito di Roma in Occidente era terminato?
73. =L’organizzazione coattiva del lavoro.= — È probabile che a
Costantino risalgano i primi tentativi di quella organizzazione
coercitiva del lavoro, che doveva poi allargarsi nei secoli seguenti a
tante arti ed industrie. Ci induce a supporlo il fatto che nel _Codice
teodosiano_ le leggi più importanti che riguardano i _navicularii_
sono di Costantino. I _navicularii_ erano gli armatori che eseguivano i
trasporti dello Stato per mare. Sembra che Costantino li raccogliesse
in una vasta corporazione, reclutata d’ufficio, imperativamente,
quando non si trovava un numero bastevole di armatori volontari. Il
governatore della provincia compilava la lista di questi armatori
obbligati, scegliendoli tra le persone indicate dalla legge. Ogni
armatore riceveva dallo Stato il legno e le altre materie necessarie
per costruire la nave, e dei sussidi per la navigazione: doveva
provvedere a sue spese alla costruzione della nave, alle necessarie
riparazioni e al trasporto del grano, dei marmi e delle altre merci
di cui lo Stato aveva bisogno. Siccome molti di questi armatori
obbligati cercavano di trar profitto da questi viaggi fatti per conto
dello Stato, commerciando per conto proprio, fu necessario far delle
leggi per frenare questo abuso, per impedire che i viaggi durassero
un’eternità per le soste nei porti intermedi, o che gli armatori
speculassero sulle derrate che trasportavano per conto dello Stato,
massime sul grano. Così noi sappiamo dal _Codice Teodosiano_ che
Costantino concesse per ogni viaggio di andata e ritorno due anni, il
che vuol dire che molti armatori impiegavano anche di più per andare da
un punto all’altro del Mediterraneo; e che a rincalzo di questa legge
Costantino ne fece un’altra per imporre, pur concedendo due anni al
viaggio di andata e di ritorno, che il carico dovesse esser consegnato
entro il primo anno.
Queste poche notizie bastano a farci capire quanto difficili, lenti,
costosi, intralciati erano, al principio del quarto secolo, i trasporti
marittimi in un impero, come il romano, di cui il mare era la grande
via di comunicazione tra le diverse province. Costantino non può aver
emanate tutte queste leggi coercitive, se non perchè gli armatori
liberi, di cui gli imperatori del primo e secondo secolo si erano
serviti, erano spariti. E non si trovavano più perchè il fiscalismo,
l’insicurezza, il disordine, la guerra, la moneta cattiva e di incerto
valore, la diminuzione della popolazione, il misticismo cristiano
avevano colpito a morte l’industria e il commercio. Rara e cara la
mano d’opera, massime nei lavori pericolosi e faticosi; rare e care
le materie gregge, anche i trasporti marittimi costavano più, che i
tempi non potessero e non volessero pagare; onde la circolazione delle
persone e dei beni si rallentava e con esso la civiltà dell’impero,
alimentata da questa circolazione, agonizzava. Per impedire questa
agonia, lo Stato, come al solito, tentava un supremo espediente della
forza.
74. =Gli ultimi anni (330-337).= — L’11 maggio 330, Costantino
inaugurava solennemente la nuova capitale dell’impero — la Νέα
Ῥώμη — Costantinopoli. Due anni dopo (332) lo troviamo a combattere
felicemente i Goti; e più tardi (334) i Sarmati, i quali diventano,
dopo la disfatta, coloni e soldati dell’impero.
Nel 335, il vecchio monarca compie un altro atto, che dimostra
novamente, e in modo anche più evidente, la debolezza di tutta la
sua faticosa costruzione. Egli distribuiva l’impero fra i tre suoi
figliuoli, tutti e tre ormai nominati Cesari, ed un suo nipote, un
Dalmazio. Assegnava al maggiore, Costantino, la Spagna, la Gallia,
la Britannia; a Costanzo, l’Asia, la Siria, l’Egitto; a Costante,
l’Italia, l’Illirico, l’Africa, e a tutti e tre il titolo di Augusto;
al nipote Dalmazio poi, col titolo di Cesare, la Tracia, la Macedonia,
e la Acaia; infine, a un fratello di Dalmazio, Annibaliano, col
titolo di Re dei Re, il trono vacante dell’Armenia e le limitrofe
regioni del Ponto. A che valeva aver tanto lottato per rovesciare
la tetrarchia di Diocleziano, se egli poi la ricostruiva più debole
e in forma più pericolosa, introducendovi il principio debilitante
dell’eredità, ancora così poco radicato nell’impero? Ma neppure
Costantino poteva venire a capo di quella tremenda difficoltà che era
per Roma, da tre secoli, il principio legale della suprema autorità;
e messo alle strette, al termine della lunga vita operosa, immolava
l’unità dell’impero al principio ereditario, che era sterile perchè
le popolazioni dell’impero non ne sentivano la legittimità. Spezzava
l’impero, nella illusione che potesse più facilmente restare alla sua
famiglia.
Infine — e fu un avvenimento di grandissima importanza — Costantino,
che aveva cercato di ristabilire, per mezzo del Cristianesimo l’unità
morale dell’impero, si lasciò, negli ultimi anni, trascinare nel fitto
delle discordie cristiane, diventando un campione di quella eresia
ariana, che aveva fatto condannare nel concilio di Nicea. Condannato
dal concilio di Nicea, Ario era andato in esilio; ma l’arianesimo era
diffuso e potente, aveva amici devoti, anche alla Corte, tra i quali
Costanza, la sorella di Costantino; onde non rinunciò alla lotta.
Approfittando degli errori degli avversari, addolcendo e temperando
la propria dottrina, Ario e i suoi seguaci riuscirono a riguadagnare
il favore di Costantino, persuadendolo che una riconciliazione era
possibile. Gli sforzi che l’imperatore fece per effettuare questa
riconciliazione, e l’opposizione che trovò specialmente nel nuovo
vescovo di Alessandria, Atanasio, spinsero Costantino interamente
alla parte di Ario. Il favore imperiale ridiede coraggio alla setta,
che nel 335 riuscì a far condannare Atanasio nel concilio di Tiro.
Atanasio fu esiliato in Gallia e tutti i suoi partigiani più in vista
perseguitati e dispersi; Ario ritornò a Costantinopoli; la Corte
fu invasa da Ariani, che diventarono in ogni parte dell’Oriente il
partito dominante nella Chiesa. Ma il partito avverso non disarmò, per
quanto perseguitato; e da questo momento una lotta implacabile agita
tutto l’impero, nuovo fermento di dissoluzione aggiunto agli altri. Il
Cristianesimo rinnoverebbe il mondo, ma non poteva puntellare l’impero.
L’ultima impresa, a cui l’infaticabile imperatore pose mano, fu una
grande campagna contro la Persia, dove regnava Sapore II. La eterna
rivalità dei due imperi era stata gravemente acuita negli ultimi
anni da una questione, al tempo stesso politica e religiosa. Il
Cristianesimo era penetrato in Iberia (Georgia), in Persia ed in
Armenia, ove, nel 302, prima ancora di Costantino, il re Tiridate
si era fatto battezzare, dando così all’impero romano, già mezzo
cristianizzato, dei punti di appoggio. Sapore aveva ripreso in modo
più acceso la propaganda del mitraismo; Costantino aveva replicato,
chiedendo protezione per i sudditi cristiani in Persia, e favorendo
alla sua Corte un fratello di Sapore, un Armisda. A sua volta
Sapore aveva sbalzato dal trono il re di Armenia; e Costantino
aveva risposto, assegnando l’Armenia, come abbiamo visto, ad uno dei
suoi nipoti, Annibaliano. Sapore allora aveva reclamato le cinque
province transtigritane, che Diocleziano aveva strappate alla Persia.
L’imperatore dei Romani si apparecchiava a valicare il Tigri, e
a recare direttamente la sua risposta a Ctesifonte, quando morì
d’improvviso, il 22 maggio del 337, dopo avere poco prima ricevuto il
battesimo da un ariano, Eusebio di Nicomedia.
Costantino fu certo un monarca di grande merito. Ma apparso nei tempi
in cui si compieva il più decisivo rivolgimento della storia del mondo,
egli non è più un pagano e un uomo del mondo antico, e non è ancora
un cristiano e un uomo del mondo nuovo. Perciò tutta la sua azione è
oscillante, violenta, incoerente, arruffata, e in parte almeno sterile.
Fonda una dinastia e la distrugge; ristabilisce l’unità dell’impero
e la spezza; vuol ricostituire con il Cristianesimo la concordia
spirituale dell’impero ed esaspera invece le stesse lotte che si
combattono nel seno della Chiesa. A suo paragone Diocleziano è ben più
forte, coerente, vigoroso, semplice e chiaro, nella sua fedeltà piena
ed intera allo spirito della civiltà pagana. Diocleziano è l’ultimo
grande uomo del mondo antico; Costantino l’inquieto personaggio
figurativo di un’epoca di transizione[92].