DIOCLEZIANO

(284-305)

57. =Diocleziano e Massimiano: la spartizione dell’Impero (284-293).= —

Anche il successore di Caro era un Dalmata, come Claudio e Aureliano,

sebbene di natali ancora più oscuri. Chi lo diceva persino figlio di

un liberto. Era stato nell’esercito fin dai più giovani anni, e s’era

allenato alla scuola di tre grandi generali, Claudio, Aureliano, Probo.

Ma quel barbaro era un grande uomo.

Appena eletto, ebbe a sostenere una guerra civile con Carino,

che frattanto aveva combattuto contro gli Jazigi. Le due parti si

prepararono per parecchi mesi e si affrontarono nella primavera del 285

sulla Morava. Par che Diocleziano avrebbe avuto la peggio, se Carino

non fosse stato ucciso da uno dei suoi ufficiali. Ma la nuova guerra

civile aveva scatenato i soliti disordini. Le province, abbandonate per

parecchi mesi a loro stesse, avevano incominciato a proclamare nuovi

pretendenti. Nella Gallia era scoppiata una insurrezione di contadini

rovinati e di debitori insolvibili, la così detta insurrezione dei

Bagaudi. I barbari ricominciavano ad agitarsi alle frontiere, a

corseggiare le coste della Gallia e della Britannia. Diocleziano capì

che un solo imperatore non poteva bastare a tutto; e poco dopo, a

quanto sembra nella seconda metà del 285, chiamò a dividere le sue

fatiche uno dei suoi compagni d’arme, Massimiano, figliuolo di un

colono pannonico dei dintorni di Sirmio. Massimiano era un valente

soldato, ma null’altro che un soldato, di scarsa coltura; onde è da

credere che Diocleziano da principio volesse far di lui non un collega,

ma un luogotenente fido e sicuro. Infatti Massimiano ricevè, non il

titolo di Augusto, bensì quello di Cesare; e mentre, per dare una

consacrazione religiosa alla loro autorità, Diocleziano prendeva il

titolo di _Jovius_, Massimiano prese quello di _Herculius_. Anche tra

i due Dei, sotto la cui protezione i due capi dell’impero erano posti,

correva un rapporto di superiore a inferiore. Ma in poche settimane

Massimiano soffocò la insurrezione dei Bagaudi; e questo felice

successo fece mutare idea a Diocleziano. Nel 286 egli conferì il titolo

di Augusto a Massimiano, e quindi equiparò, almeno in teoria, i poteri

dei due principi, senza però rompere l’unità politica e legislativa

dell’impero. Se ciascuno dei due Augusti aveva un suo esercito, un

suo prefetto del pretorio, un suo bilancio speciale (non però forse

uno speciale _Consilium principis_), le leggi e la moneta rimanevano

comuni, gli atti pubblici portavano entrambi i loro nomi. Quello di

Diocleziano era primo, come prevalente ovunque era la sua volontà, per

la maggiore autorità e capacità, non per un potere più grande. Divise

erano l’amministrazione e la difesa militare, ma anche queste senza

limiti invalicabili; giacchè nessuno dei due Augusti non esiterà mai ad

entrare, per qualsiasi ragione, nei territori all’altro affidati.

Insomma a capo dell’impero stava non più un imperatore, ma due,

di egual potere, come per tanti secoli a capo della repubblica due

consoli. La riforma era necessaria. Novamente, approfittando della

insurrezione dei Bagaudi, Eruli, Burgundi, Alamanni passavano il Reno,

e, quel ch’era peggio, il comandante della flotta, incaricato di dar la

caccia ai pirati Sassoni e Franchi, — un tal Carausio — si intendeva

segretamente con costoro, e, condannato a morte da Massimiano,

insorgeva; prendeva il titolo di Augusto in Britannia, si impadroniva

dell’isola e di qualche città costiera della Gallia, e creava una

flotta poderosa, al riparo della quale sfidava l’autorità dei due

Augusti legittimi. Nè le cose andavano meglio in Oriente, dove l’impero

continuava ad essere minacciato, come era da circa trent’anni, ossia da

quando Roma aveva perduto il suo maggior baluardo orientale contro il

nuovo impero dei Sassanidi: l’Armenia. Due imperatori, uno in Oriente

ed uno in Occidente, non erano di troppo. Difatti, mentre Massimiano

respingeva con successo sul Reno la nuova invasione germanica,

Diocleziano cercava di rimetter piede in Armenia, più con gli intrighi

che con le armi. Il momento era favorevole; l’impero persiano era

indebolito da una guerra civile, al punto che il Re Bahram aveva

mandato ambasciatori a Diocleziano a sollecitarne l’amicizia; l’Armenia

era stanca e malcontenta del dominio persiano; l’erede legittimo della

corona armena, Tiridate, viveva in non volontario esilio, a Roma.

Aiutato da Diocleziano Tiridate, con una sorpresa ben preparata,

e approfittando degli imbarazzi del Re di Persia e del malcontento

dell’Armenia, potè senza resistenza riprender possesso del reame dei

suoi padri. L’Armenia era di nuovo sotto l’influenza romana. Il re dei

Persiani, non essendo in grado di far guerra, s’acconciò a riconoscere

il fatto compiuto.

58. =La tetrarchia e la nomina di Galerio e di Costanzo a «Cesari».=

— Questa vittoria rassicurava alquanto l’Oriente, dove però compariva

un nuovo nemico — e cioè i Saraceni, che dal deserto siro-arabico

piombavano, rapinando, sul territorio romano; e dove l’Egitto si

agitava, per ragioni poco chiare. Ma le difficoltà non diminuivano

invece in Occidente. Qui Massimiano non era riuscito ad aver ragione

di Carausio, che aveva arruolato un forte esercito di Franchi e di

Sassoni; nuove agitazioni e migrazioni tornavano a minacciare dalla

Germania, dove Goti, Vandali, Gepidi, Borgognoni si facevano guerra.

Nell’Europa orientale si moveva anche la Sarmazia, l’antica Slavia;

in Numidia, in Mauretania, ricominciava il fermento tra gli indigeni.

Si sforzavano i due Augusti di tener testa a tutte queste difficoltà,

volando dall’uno all’altro capo dell’impero, conferendo a questo o a

quel generale poteri militari e civili amplissimi, facendo talora di

necessità virtù e riconoscendo Carausio, poichè non potevano vincerlo,

come terzo Augusto. Ma qualche anno di prova bastò a convincere

Diocleziano e Massimiano, che neppur due Augusti erano sufficienti al

compito: onde nel 293[75] Diocleziano si risolvè a spartire ancora

l’amministrazione dell’impero, attribuendo ai due Augusti due nuovi

collaboratori ufficiali, di un grado inferiore: due _Cesari_. Con

questa riforma egli sperava di difendere meglio le frontiere, di

rinvigorire l’amministrazione, di prevenire le ambizioni pericolose e

di risolvere anticipatamente la questione della successione, che tanto

aveva tormentato l’impero. Alla morte di un Augusto, il suo Cesare

ne avrebbe preso il posto, nominando a sua volta un altro Cesare.

I due ufficiali, chiamati a così alto onore, furono, il Cesare di

Diocleziano, Galerio, un Dace, tempra rude, ma energica di soldato;

l’altro, invece, il Cesare di Massimiano — Costanzo — soprannominato,

dal suo pallore, _Cloro_, discendeva per parte di madre da Claudio

il Gotico; era quindi il discendente di una famiglia cospicua, uno

spirito colto, mite e un aristocratico, in mezzo alla torma dei

parvenus, che governava l’impero. Le province furono distribuite tra

i quattro imperatori. Diocleziano tenne per sè la parte più orientale

dell’impero: la Bitinia, l’Arabia, la Libia, l’Egitto, la Siria;

Galerio ebbe la Dalmazia, la Pannonia, la Mesia, la Tracia, la Grecia

e l’Asia Minore; a Massimiano toccarono Roma, l’Italia, la Rezia, la

Sicilia, la Sardegna, la Spagna e tutta la restante Africa; Costanzo

ricevè la Britannia e la Gallia. I quattro capi dell’impero avrebbero

dovuto risiedere non in Roma, ma sulle principali linee di confine:

Diocleziano in Nicomedia (in Bitinia), Galerio a Sirmio (in Pannonia),

Massimiano a Milano, Costanzo a Treveri (in Gallia).

59. =La nuova monarchia assoluta e il suo carattere religioso.=

— L’impero però non era diviso. La unità politica e legislativa

rimaneva, come prima, intatta. I due Cesari erano subordinati ai due

Augusti; e tra i due Augusti, se Diocleziano era il più autorevole, la

concordia era perfetta. Cosicchè, se la legislazione è fatta in nome

dei quattro sovrani, la mente ispiratrice e coordinatrice è sempre

Diocleziano. Ma la riforma assume un carattere religioso, a cui gli

storici non hanno sempre badato a dovere. Come già un tempo Massimiano

era stato adottato, quale figliuolo, da Diocleziano, così ora i due

Cesari ricevono il nome e l’adozione dei due Augusti. Inoltre i due

Cesari repudiano le loro consorti e sposano le figlie dei due Augusti,

che li hanno adottati come figli; e come, al principio della loro

rispettiva assunzione all’impero, Diocleziano e Massimiano avevano

preso, l’uno, il titolo di _Jovius_, l’altro, quello, subordinato,

di _Herculius_, così ora la famiglia del Cesare dell’uno e quella del

Cesare dell’altro vengono rispettivamente, ad appartenere alla stirpe

dei _Jovii_ e degli _Herculii_. Non è dubbio che nell’imaginare questo

ordinamento del supremo potere Diocleziano si è inspirato al grande

esempio degli Antonini e dell’adozione, quale fu praticata nel secondo

secolo, sperando di poter ridare all’autorità imperiale la stabilità

di cui in quel secolo godè. Ma il principio antico fu da lui adattato

ai tempi. Così, risolutamente, una volta per sempre, è fissato il

principio della divinità degli imperatori. Essi sono _a Diis geniti

et deorum creatores_; i sudditi e l’esercito giurano nel loro nome,

come un tempo giuravano per Giove o per Ercole; e la divinità, dalla

quale essi e l’impero traggono forza e favore, è precisamente il Dio

del Sole, che sui sovrani esercita la sua soprannaturale influenza:

il persiano Mitra, dispensatore dei troni e degli imperi[76]. Inoltre

questa nuova maestà divina dell’impero è inculcata nella coscienza

dei sudditi per il veicolo dei sensi. Il sovrano porterà in capo il

diadema come i grandi monarchi orientali; un diadema radiato come il

Sole, che l’illumina del proprio favore. Le sue vesti e i suoi calzari

saranno cosparsi di pietre preziose. Nè egli sarà più, come Augusto,

Traiano o Vespasiano, un semplice mortale, che sia lecito accostare in

ogni giorno e ad ogni ora. Per rivolgere a lui la parola, occorrerà

osservare le norme di un apposito protocollo, e, allorchè si sarà

venuti alla sua presenza, sarà mestieri inchinarlo in una specie di

adorazione. L’assolutismo orientale trionfa finalmente sulle rovine

dell’ellenismo e del romanesimo per tanta parte distrutto dal grande

rivolgimento del terzo secolo, nell’impero ormai in gran parte popolato

e governato dai barbari.

60. =La riforma dell’ordinamento provinciale.= — L’impero romano è

ora veramente governato dall’assolutismo asiatico. Forse Diocleziano

non trascurò di notificare al senato la propria e le successive

elezioni imperiali, o di rispettare molte forme, rese auguste dalla

tradizione. Ma il senato, come corpo politico, è escluso dal governo,

e trattato come un corpo consultivo, di cui si può ascoltare il

consiglio senza essere obbligati a seguirlo. Il senato non ha più

province da amministrare, è escluso dal governo effettivo e sostituito

dal _Consistorium principis_; un corpo nuovo, di cui fanno parte i

grandi ufficiali dello Stato, il quale esamina, come l’antico senato,

questioni di carattere legislativo.

Riforma più importante, Diocleziano divide definitivamente il potere

civile dal potere militare, assegnando a ogni provincia un _praeses_

o governatore civile e affidando il comando delle forze militari ad un

certo numero di _duces_. Questa riforma può sembrare in contradizione

con le strettezze pecuniarie dell’impero. Mentre queste imponevano

l’economia, il bipartire la amministrazione richiedeva un aumento

notevole di spesa. Ma le necessità politiche che spinsero Diocleziano

su questa via erano troppo forti, perchè egli potesse spaventarsi per

la spesa. Da una parte, dividendo i poteri civili dai militari, egli

mirava a far più deboli così il _praeses_ come il _dux_ e a render

quindi più difficili quelle proclamazioni di imperatori nelle province

che erano state il flagello del terzo secolo. Dall’altra cercava di

riparare alle deficienze dell’elemento militare che, reclutato nelle

popolazioni più rozze, non sempre possedeva le qualità necessarie

per governare le province, in un impero che, per quanto decaduto,

era l’erede di un’antica tradizione di coltura. La separazione del

potere militare e del potere civile, che noi annoveriamo tra i grandi

progressi civili, apparisce nella storia della nostra civiltà come un

espediente di tempi calamitosi; e dovette sembrare ai contemporanei

piuttosto un segno di decadenza, perchè l’unità dei due poteri era

stato uno dei principî cardinali delle antiche aristocrazie e una delle

ragioni della forza romana. Nè Diocleziano si contentò di dividere il

potere; frantumò anche le province, dividendole e suddividendole come

nessuno dei suoi predecessori aveva fatto: sicchè per l’anno 297 noi

conosciamo 96 comandi civili per le province in luogo di 57 quanti egli

ne aveva trovati alla sua assunzione. Nel tempo stesso, per impedire

che questo spezzettamento delle province indebolisse l’impero e la

forza dell’autorità centrale, egli creò le _Diocesi_. Le Diocesi erano

state fino ad allora delle suddivisioni, finanziarie e giudiziarie,

delle province. La diocesi Dioclezianea raggruppa parecchie province

in una superiore circoscrizione, agli ordini di un magistrato nuovo, il

vicarius. Erano dodici di numero: 5 in Oriente e si chiamavano _Oriens,

Pontica, Asiana, Thracia, Moesia_; 7 in Occidente, con il nome di

_Pannonia, Britannia, Gallia, Viennensis, Italia, Hispania, Africa_.

Cosicchè d’ora innanzi a capo dello Stato ci saranno due Augusti con

due Cesari a loro subordinati. Immediatamente al di sotto degli uni e

degli altri ci sono i dodici _vicarii_, e al loro fianco, alla pari,

i proconsoli, governatori di talune province privilegiate; finalmente

al di sotto dei _vicarii_ i _praesides_, o talora, dei _consulares_ o

_correctores_, secondo variamente sono denominati i governatori delle

nuove province ridotte. Accanto a questa gerarchia civile stanno poi i

_duces_, con competenze territoriali, determinate da esigenze militari

e non necessariamente corrispondenti all’ambito delle province o delle

diocesi.

L’impero così diviso e ordinato aveva bisogno di un personale adeguato.

Diocleziano è nell’impero il primo organizzatore di quella che si

potrebbe chiamare la burocrazia egualitaria, che sostituisce l’antica

aristocrazia. L’impero è ormai governato non più da una aristocrazia

ereditaria, le cui famiglie hanno nel tempo stesso il diritto e il

dovere di esercitare le cariche più alte dello Stato senza ricevere un

adeguato compenso; ma da una burocrazia, reclutata in tutte le classi e

in tutte le popolazioni dell’impero, nella quale il merito e il favore

dei capi sono il solo titolo per riuscire, e che vive dei suoi stipendi

come della propria sostanza o professione. L’imperatore è il capo e

l’arbitro di quella burocrazia.

L’Italia non è più nell’impero che un territorio provinciale, di nuovo

soggetto, come prima della guerra di Perseo, all’imposta fondiaria,

salvo — estremo angolo privilegiato — la Campagna romana fino a 100

miglia dalle mura della città. L’eguaglianza diventa il principio del

nuovo governo, sulle rovine dell’antica aristocrazia.

61. =La riforma militare e la riforma delle finanze.= — Ingegno

organico e costruttivo, Diocleziano non attuava una riforma senza

prevedere le necessarie concatenazioni e senza provvedere. L’aumento

dei capi dello Stato e la loro dislocazione in quattro centri

strategici, la separazione del potere militare dal civile non potevano

bastare alla difesa dell’impero. Diocleziano quadruplicò la guardia del

corpo degli imperatori, aggiungendo agli antichi i nuovi pretoriani

che si diranno i _milites Palatini_ o _Comitatenses_; aumentò gli

effettivi militari accrescendo l’esercito di circa un terzo, da 350.000

a 500.000 uomini[77]. Insieme con i soldati, crebbero gli officiali, e

in misura ancora maggiore; perchè, per meglio dominare ciascuna legione

e per bilanciare la potenza dei _duces_, l’effettivo delle legioni fu

diminuito e moltiplicato il numero dei tribuni militari.

Ma l’aumento delle Corti, della burocrazia e dell’esercito richiedeva

maggiori spese. Anche a questo Diocleziano provvide con molta sagacia.

Incominciò a decretare quello che noi oggi chiameremmo un nuovo

catasto; introducendo poi un ordinamento fiscale, uniforme per tutte

le province, ma che teneva conto delle qualità del terreno, creando

una nuova unità fiscale, denominata secondo i luoghi, _iugum, caput,

millena, centuria_, la quale comprendeva terre di natura diversa e

di diversa estensione, ma doveva avere un identico valore fiscale e

quindi fornire l’identica contribuzione. Così, ad esempio, 5 _iugeri_

di vigneto o 20 _iugeri_ di terre coltivabili di prima qualità facevano

un _iugum_, mentre a farlo occorrevano 40 _iugera_ di seconda qualità

e 60 di terza; e per ogni coltura ce ne voleva di più, se si trattava

di terreno montuoso, di meno, se di terreno pianeggiante[78]. Il modo

della esazione fu regolato con grande cura. La somma imposta dallo

Stato a una circoscrizione fiscale, comprendente perciò un certo

numero di _iuga_, era notificata ai decurioni (i membri del piccolo

senato di ciascuna città), i quali ne ripartivano l’ammontare tra i

proprietari e i locatari del suolo pubblico (_possessores_), esclusi i

detentori di piccolissime terre, e ne curavano direttamente l’esazione,

essendo responsabili dei versamenti. Il sistema tributario era ottimo e

garantiva pienamente lo Stato. Ma col sopraggiungere dei giorni tristi,

avrebbe rovinato alla fine un intero ordine sociale, il più agiato, e

con questo l’amministrazione delle singole città, che non avrebbero più

trovato uomini, pronti ad assumerla.

62. =L’Editto sui prezzi.= — Diocleziano, dopo tanto falsificare di

monete a cui si erano abbandonati i suoi predecessori, coniò di nuovo

delle monete buone: un _aureus_ di 1/50 di libbra (=gr. 5,45), un

_argenteus minutulus_ (un sostituto del vecchio _denarius_) di 1/96 di

libbra (=gr. 3,40); ma non potè risanare la circolazione, inquinata

da masse enormi di _denarii_ di bassa lega, argentati invece che

d’argento; cosicchè la moneta cattiva scacciando la buona, la misura

dei valori economici continuò ad essere incerta o falsata, con infinita

iattura della buona fede e dell’onesto lavoro. Le oscillazioni dei

prezzi, in tanta incertezza del vero valore della moneta, continuarono

ad essere tali e così tormentose per tutti, a cominciare per lo Stato

il quale non poteva più calcolare, come Diocleziano stesso ci fa

sapere, le sue spese con sicurezza, che Diocleziano tentò di rimediare

con un _Edictum de pretiis rerum venalium_[79], pubblicato nel 301,

nel quale erano fissati i prezzi massimi, oltre i quali era proibito

di vendere e di comperare, _sotto pena di morte_. Noi possediamo quasi

intero il testo di questo editto, con la sua minuziosa enumerazione di

derrate, di manufatti e dei loro prezzi, e con una lunga prefazione

dell’imperatore. In un latino un po’ strano e involuto, l’imperatore

lamenta il crescer continuo, quasi di giorno in giorno e di ora in ora,

dei prezzi, che rovina i privati e lo stesso erario, ma non accenna in

nessuna maniera alle cause, cosicchè la sola esperienza dei non lieti

casi presenti in tanta parte di Europa ci induce ad attribuirla, — ma

l’attribuzione è sicura, — al rinvilio della moneta. Il quale a quei

tempi era giunto a tal punto che dall’Editto di Diocleziano risulta

come il _denarius_, che ai tempi belli dell’impero valeva un po’ meno

della nostra lira di metallo, scendesse al disotto di 2 centesimi;

cosicchè l’Editto minaccia la mannaia appunto a chi pagasse una libbra

d’oro più di 50.000 denari.

63. =La grande guerra persiana (296-298).= — Ma non nella pace soltanto

i due Augusti e i due Cesari fecero cose insigni. A Diocleziano e al

suo governo riuscì pure di ricostituire l’unità dell’impero recuperando

la Britannia. Carausio era stato ucciso da un suo ufficiale, un

certo _Allectus_, che si era illuso di prendere il posto; ma per poco

tempo, chè fu disfatto ed ucciso (296). Prontamente e rapidamente fu

anche repressa una insurrezione di Alessandria, ove, pare, si era

tentato di contrapporre ai sovrani legittimi un pretendente (296).

Grandi difficoltà parvero invece incominciare per un momento con la

Persia. Nel 294 era salito al trono Narsete o Narseo (_Narsehi_), il

quale, per vendicare la remissiva politica del predecessore, nel 296,

approfittando che Galerio era in Pannonia e Diocleziano impegnato in

Egitto, si gettò sull’Armenia, minacciando nel tempo stesso la Siria.

Diocleziano richiamò subito Galerio e lo spedì contro i Persiani. Ma

quell’impetuoso soldato commise un grave errore: attaccò il nemico

nella stessa regione, in cui, tre secoli e mezzo prima, avevano

trovato sepoltura le legioni di Crasso, e con fortuna non migliore. Il

grande imperatore dovette rifare l’esercito distrutto, arruolandovi

in massima parte i barbari dell’Occidente, specie Goti e Daci, e

ritentare l’impresa per un’altra via, invadendo il paese nemico per la

montuosa Armenia. Il nuovo esercito fu affidato a Galerio, il quale

volle vendicare la disfatta precedente e ci riuscì. In un impetuoso

attacco notturno, non solo disfece il campo persiano, ma catturò tutta

la famiglia reale. Solo Narsete, ferito, potè a stento salvarsi con la

fuga. Imbaldanzito, Galerio sognava già, nuovo Alessandro, la conquista

della Persia. Ma i barbari ricominciarono a minacciare i confini; in

quello stesso 297 Costanzo doveva partire per la Britannia; e mentre i

Germani, rincorati da quest’assenza, minacciavano la Gallia, Massimiano

era costretto a partire per l’Africa ove scoppiava un’altra rivolta.

Diocleziano era dunque disposto a far pace; e la faceva ai primi del

298 a condizioni molto vantaggiose. Tutta la Mesopotamia, un tempo

conquistata da Settimio Severo, era novamente restituita all’impero;

inoltre il re persiano cedeva cinque province armene dell’alta

valle del Tigri, che Sapore I aveva conquistate: quali fossero,

le fonti non sono concordi[80]. L’Armenia fino a Zinta nella Media

Atropatene era riconosciuta a Tiridate, l’Iberia (l’attuale Georgia)

diveniva Stato vassallo non più della Persia, ma di Roma. Finalmente

Diocleziano otteneva che tutto il commercio persiano con Roma passasse

esclusivamente per Nisibis, allo scopo di semplificare il servizio

delle dogane dell’impero. Per tal guisa l’impero acquistava una forte

frontiera strategica, e delle alleanze molto utili nella Caucasia:

raggiungeva insomma, quasi senza colpo ferire, una pace, che durerà

circa quarant’anni.

64. =La persecuzione dei Cristiani (303).= — Alla grande guerra

persiana seguono finalmente parecchi anni di pace profonda. Non è

dubbio che l’impero si riebbe, respirò, si rinsanguò sotto il forte

governo di Diocleziano. Per quanto le spese e le imposte fossero

cresciute, venti anni di ordine bastarono a rimarginare molte ferite,

a risuscitare in molte province, parzialmente, l’antica prosperità.

Anche lo Stato sembra aver superato il travaglio mortale del distrutto

principio di autorità. Annientata la parte più alta del pensiero e

della tradizione greco-romana e lo spirito repubblicano, l’impero

sembrava aver trovato un certo equilibrio nell’assolutismo orientale,

nei sentimenti, nelle idee, nelle istituzioni che avevano governato la

Persia, l’Assiria, l’Egitto, tutti i grandi imperi dell’Asia. L’impero

barbarico-asiatico, retto da generali divinizzati, pareva trionfare,

e chi sa quale sarebbe stato l’avvenire del mondo e dell’Europa se

in luogo della tradizione greco-romana ormai spenta o quasi, non si

fosse levato a combattere l’assolutismo teocratico il Cristianesimo.

Se tutto l’impero si inclinava ad adorare la persona degli imperatori

come divina, e accettava le nuove religioni in cui lo Stato cadente

cercava il sostegno dell’autorità, i Cristiani no. Essi non potevano

adorare nè Mitra nè il Sole nè gli imperatori che rappresentavano in

terra queste divinità; ma solo il Dio, il cui Figlio si era fatto uomo

per riscattare le colpe degli uomini. E il Cristianesimo era ormai così

diffuso e così potente, che l’impero barbarico-asiatico fu costretto

alla fine a trattarlo come un nemico mortale. La persecuzione del

Cristianesimo è la foce in cui sbocca tutta l’opera di Diocleziano,

poichè chi era cristiano non poteva riconoscere che a mezzo, e con

molte riserve, il nuovo regime.

Il primo editto anticristiano fu pubblicato il 24 febbraio 303.

Imponeva la distruzione dei templi e dei libri cristiani; scioglieva

le comunità e incamerava i loro beni; vietava ai fedeli di riunirsi e

li escludeva da qualunque carica pubblica. L’editto era relativamente

mite, poichè non minacciava la morte. Ma i Cristiani erano ormai troppo

numerosi per esser tutti degli zelanti osservatori della morale,

che impone di offrir la guancia sinistra a chi vi ha percosso sulla

destra. Si vuole che questa volta abbiano risposto alla violenza con

la violenza, appiccando il fuoco al palazzo imperiale di Nicomedia

e ordendo una vasta congiura contro gli imperatori. Almeno così fu

detto. Inoltre in Siria scoppiarono, nell’esercito e tra le autorità

civili, una sedizione e un movimento antidinastico, che pure furono

attribuiti ai cristiani[81]. Diocleziano replicò con un secondo editto,

che imprigionava i vescovi, i preti, i diaconi, se rifiutavano di

consegnare i libri sacri. A questo editto seguì il terzo, che era, in

un certo senso, un addolcimento dei due precedenti. Pigliando occasione

della grande pubblica solennità dei _Vicennalia_ che avrebbe segnato

il primo ventennio del governo dei due Augusti, era promulgata una

amnistia generale; dei prigionieri cristiani dovevano esser messi in

libertà tutti coloro i quali manifestamente tornassero alla vecchia

religione; gli altri sarebbero stati esclusi dal benefizio, anzi, di

fronte a tanta insana pervicacia, il loro trattamento sarebbe stato

rincrudito.

Questi editti sono il più manifesto documento della potenza del

Cristianesimo. Evidente apparisce la riluttanza di Diocleziano a

infierire contro un nemico, che egli sa ormai troppo numeroso e troppo

forte. Come tutti gli Stati che si trovano alle prese con un pericolo

che non hanno la forza di sradicare, anche il governo di Diocleziano

ricorre a mezze misure, le quali, allora come sempre, non ebbero

altro effetto che di aggravare il male. La resistenza dei cristiani

si esasperò, e l’impero fu costretto a procedere a quelle misure di

rigore, da cui in principio si era astenuto. Sulla fine del 303 e

del 304 Diocleziano si ammalava gravemente, e la reggenza in Oriente

veniva assunta da Galerio. Allora un indirizzo più risoluto prevalse

al governo, e, tra Galerio e l’altro Augusto[82], venne concordato

l’ultimo draconiano editto di persecuzione che Diocleziano s’indusse a

sottoscrivere. Con questi editti l’obbligo di sacrificare agli Dei era

fatto universale e imposto con la minaccia delle pene più gravi.

Questa persecuzione durò otto anni; ma se fu vasta e vigorosa nel

suo insieme, sebbene non tanto quanto la tradizione ecclesiastica ha

detto, fu ineguale. La applicazione variò, a seconda delle contrade,

dei Cesari e degli Augusti. Costanzo Cloro, per esempio, non applicò

gli editti di persecuzione, certo perchè alla sua Corte l’elemento

cristiano era troppo in favore e potente.

65. =L’abdicazione (305).= — Col 304 Diocleziano toccava il suo

ventesimo anno di governo. Era stanco, sebbene non fosse ancora

sessantenne. Già da anni meditava il ritiro dopo il lungo governo; un

ritiro, da cui potesse, come spettatore sereno, assistere alla varia

attuazione delle sue riforme, senza che egli fosse ovunque presente a

dirigerla. E da gran tempo egli si andava costruendo in Salona, nella

sua Dalmazia, un romitaggio per il suo riposo senile. Aveva anzi voluto

qualcosa di più: che la sua dipartita dagli affari non fosse sola,

che con lui venisse via anche il fedele compagno delle sue fatiche,

Massimiano, e pare si fosse fatto prometter questo con giuramento.

La grande ora era finalmente venuta. Il 1º maggio 305, a tre miglia

da Nicomedia, su di un colle che si leva dolcemente sulla pianura, a

pie’ di una colonna recante la statua di Giove, là dove egli stesso

aveva donato la porpora a Galerio, circondato dai grandi funzionari

dell’impero e dagli alti ufficiali dell’esercito, Diocleziano si

spogliava del suo diadema, del suo scettro, del suo manto di Augusto,

e chiamava al suo posto Galerio, donandogli a sua volta, come Cesare,

un ufficiale dei _protectores_, Massimino Daio. La stessa cerimonia si

ripeteva nello stesso giorno, forse nella stessa ora, a Milano, dove

Massimiano cedeva il suo seggio a Costanzo e deponeva la porpora di

Cesare sulle spalle di un altro ufficiale, Flavio Valerio Severo. Poi

Diocleziano partì per la sua solitaria villa di Salona.

Roma antica, Vol. 3/3 · 第 26 / 42 题