(211-284)
49. =Da Settimio Severo a Severo Alessandro: Caracalla, Macrino,
Eliogabalo.= — Morto Severo, il senato riconobbe imperatori i figli,
già colleghi del padre nell’impero: M. Aurelio Antonino e Publio
Settimio Geta. Il principio ereditario era ormai così audace e forte da
osar di dividere l’impero come un patrimonio privato tra i due figli
dell’imperatore. Ma questa prima spartizione ereditaria riuscì poco
felice. Il figlio maggiore a cui, dalla foggia preferita del mantello,
la tradizione darà il nome di Caracalla, era un soldato prepotente,
sospettoso, autoritario. Presto venne in discordia con il fratello;
e senza perdere tempo in lunghe contese, lo fece uccidere. Indi, per
cancellare questo assassinio — il primo, da Nerone in poi, che avesse
insanguinato una famiglia imperiale — si buttò nelle braccia della
soldatesca, esagerando il padre.
Umiliò il senato, più che non avesse fatto Settimio Severo, e par
che escludesse quasi interamente i senatori dai comandi militari.
Aggravò le imposte[63], e continuò a peggiorare la moneta. Accrebbe
alle legioni il soldo raddoppiando quasi di un balzo il bilancio
militare[64]. Fece nell’esercito parecchie riforme, di cui alcune
sembrano buone; fece guerre in Germania, che gli valsero il nome di
_Germanicus_, e intorno alle quali troppo poco sappiamo per poter
pronunciare un giudizio; si volse anche all’Oriente, dove pare sognasse
di cogliere di nuovo gli allori di Alessandro Magno, che era la sua
maggiore ammirazione. Incominciò annettendo l’Osroene e l’Armenia;
sembra che chiedesse al nuovo re dei Parti, Artabano, la figlia in
isposa, forse illudendosi di unire con quel mezzo l’impero romano e il
partico; respinto con un rifiuto, preparò una grande campagna contro la
Parzia; ma in mezzo ai preparativi, l’8 aprile del 217, cadde pugnalato
da un veterano, vittima non si sa se del malcontento di un soldato o
di quello del suo prefetto del pretorio o di una congiura di generali,
non lasciando altra eredità fuorchè la memoria di un governo duro e
violento. A questo governo però, in mezzo a molti eccessi, si deve la
costituzione, che donava la cittadinanza romana a tutti gli uomini
liberi delle province[65]. Si vuole, ma non è certo, che la riforma
mirasse principalmente ad accrescere il gettito delle imposte; come è
probabile che volesse spianare le ultime differenze tra l’Italia e le
province, invise al dispotismo Severiano. Certo è invece, e qui sta
la forza vera della riforma, che affrettò quell’imbarbarirsi del ceto
governante, già incominciato da più di un secolo.
Morto Caracalla, le legioni acclamavano imperatore il suo prefetto
del pretorio, Marco Opellio Macrino, africano anch’egli e semplice
cavaliere. Macrino è il primo personaggio dell’ordine equestre, che
giunga all’impero. Ma per un oscuro cavaliere, che non aveva per
sè nè la nobiltà dei natali nè la gloria di grandi gesta compiute,
l’acclamazione dei soldati non era titolo sufficiente. Perciò, per
quanto il senato fosse avvilito dagli eventi degli ultimi anni, Macrino
cercò di ingraziarselo, per trovare nel suo favore una sembianza almeno
di legittimità: amnistiò tutti i senatori condannati da Caracalla;
annullò molti atti del suo predecessore, e tra questo le sue misure
fiscali. Ma non pare riuscisse ad ottenere la convalidazione senatoria.
Non riuscì neppure a supplire alla difettosa legalità del suo potere
con la grandezza dei trionfi militari: vinto dai Parti, dovette per
la prima volta acconsentire a pagare una indennità di guerra. Questa
doppia debolezza precipitò la sua fortuna.
Alla morte di Caracalla, la madre Giulia Domna si era lasciata morir
di fame, mentre la sorella Giulia Mesa e le nipoti, Soemia e Mamea,
andavano a vivere, relegate da Macrino, in Emesa, nel tempio del Dio
del Sole Eliogabalo. Il padre di Giulia Domna era stato sacerdote del
Dio. Ciascuna delle due giovani donne aveva un figliuolo; Soemia,
un Vario Avito Bassiano, giovinetto quattordicenne e sacerdote del
Dio come il suo bisnonno; Mamea, un Alessiano. Approfittando della
debolezza e delle sconfitte di Macrino e profondendo le ricchezze del
tempio di Emesa, Giulia Mesa ottenne che una legione stanziata nelle
vicinanze di Edessa proclamasse imperatore Bassiano, persuadendola
che era figlio di Caracalla (16 maggio 218). La rivolta si propagò
rapidamente nelle legioni malcontente e affezionate alla progenie di
Settimio Severo; Macrino fu abbandonato dai soldati ed ucciso; e in
ventitrè giorni il giovine sacerdote di Eliogabalo era riconosciuto
unico imperatore (8 giugno 218).
Il principe che, salendo all’impero, assunse il nome di M. Aurelio
Antonino ma che passò alla storia con quello di Eliogabalo, regnò
quasi quattro anni, sino all’11 marzo 222. Con lui le religioni
orientali debellano la secolare opposizione di Roma: il che basta
a spiegare le leggende certamente esagerate e in parte fantastiche,
che corsero sul suo governo. Il nuovo imperatore mette in disparte
la religione ufficiale di Roma; pone innanzi al titolo di Pontefice
massimo quello di _Sacerdos amplissimus Dei invicti Solis Elagabali_,
celebra una specie di mistico matrimonio tra il Dio Siriaco del
Sole e la Dea Cartaginese Astarte, introducendo ambedue questi Dei
nel culto ufficiale. Il sacerdote di un culto siriaco, guidato da
donne, governa l’impero di Roma! Pericolo ancora maggiore, Eliogabalo
non era uomo da conservarsi il favore delle legioni, che l’avevano
innalzato alla carica suprema. Sotto il suo governo debole, inetto,
tutto feste e cerimonie religiose, l’impero si indebolì ancor di più;
crebbe nell’esercito l’indisciplina; le finanze precipitarono alla
quasi totale rovina per le inconsiderate spese; un sordo malcontento
minacciò sotto sotto il governo di questo sacerdote del Sole. Per
rinforzarlo un po’, la madre, la zia, e i soldati imposero al principe
che si associasse il cugino, il giovane Alessiano, che, infatti, in
età di appena dodici anni, fu assunto come collega, col nome di M.
Aurelio Severo Alessandro. Ma Eliogabalo non era molto contento di
dover temere in un collega un rivale possibile; e in varii modi e a più
riprese cercò di toglierlo di mezzo. Sinchè alla fine, l’11 marzo 222,
i soldati infuriati lo trucidarono, quando toccava appena i diciotto
anni, insieme con la madre e gli amici.
50. =Severo Alessandro (222-235).= — Gli storici moderni possono pure,
traviati dalla storiografia tedesca e dai suoi spiriti monarchici,
ripetere che il senato romano era ormai un inutile rudere. Ma che il
senato fosse la sola fonte della legalità, a cui potessero attingere
autorità gli imperatori, si vide chiaro alla morte di Eliogabalo.
Spaventata dalla crescente prepotenza dell’esercito, la famiglia
di Settimio Severo si volge al senato, perchè l’aiuti a costituire
un governo, la cui legittimità non sia dubbia e che perciò possa
durare. Severo Alessandro non aveva ancora 14 anni. Egli sembra perciò
essere stato guidato nei primi anni dalla madre, Giulia Mamea, che
fu l’Agrippina di questo secondo Nerone. E come Agrippina, Giulia
Mamea incominciò, e per le stesse ragioni, da una restaurazione della
repubblica. Inspirato dalla madre, il giovine imperatore, che pure
era nato in Fenicia, imita, esagerandolo, il governo di Traiano,
di Antonino Pio, di Marco Aurelio. Rifiuta il titolo di _dominus_,
abolisce il cerimoniale, tratta i senatori come pari, affida al senato
la scelta dei principali funzionari, compresi il prefetto del pretorio
e i governatori delle province. Il _consilium principis_ si riempie
di senatori; l’_aerarium_ è ricostituito accanto al _fiscus_; perfino
nelle province imperiali i governatori sono assistiti da assessori,
giuristi i più, che appartengono all’ordine senatorio; i consoli
son designati dal senato; l’autorità dei procuratori imperiali è
ridotta. Il senato è perfino purificato! L’ordine senatorio, insomma,
riconquista il perduto, e l’ordine equestre perde l’acquistato, da
Settimio Severo in poi. Il principe e il senato si alleano per tener
testa all’esercito, come sotto Settimio Severo il principe e l’esercito
avevano stretto lega per spossessare il senato.
Senonchè a questa ultima restaurazione senatoria i tempi e gli
eventi non furono favorevoli. Verso il 224 o il 227 l’equilibrio,
faticosamente mantenuto da Roma in Oriente, era sconvolto da un
improvviso rivolgimento. Dalla caduta della monarchia medica erano
passati otto secoli, pieni di eventi grandiosi: la unificazione
di tutta l’Asia occidentale sotto lo scettro dei re persiani
della dinastia dei Sassanidi; il duello tra la Persia e la Grecia;
l’invasione quasi favolosa di Alessandro Magno; le guerre secolari
dei Diadochi; la maturazione e consolidazione dell’impero ellenistico
dei Seleucidi e la nascente fortuna della monarchia degli Arsacidi; il
sorgere inopinato dell’astro di Roma e l’eclissi dei Seleucidi; infine
l’interminabile duello ancora indeciso, dopo quasi tre secoli, tra
Parti e Romani. A questo punto la monarchia partica, che troppo aveva
civettato con la cultura greca e troppo debolmente s’era opposta alle
ambizioni di Roma e dell’Occidente, era rovesciata da una insurrezione
persiana e nazionale che sostituiva un Ardeschir (Artaserse), un
Sassanide anche esso, come Ciro il grande, all’ultimo Arsacide,
all’Artabano, con cui Caracalla e Macrino avevano combattuto. Ma questo
non era più uno dei tanti mutamenti di sovrani, che i Romani avevano
sino ad allora sfruttati. Il nuovo impero persiano sorgeva nemico
dell’Occidente e di Roma: non solo per rimettere in onore il vecchio
culto iranico del Mazdeismo, che aveva avuto per profeta Zaratustra;
non solo per combattere la coltura greca, ma per ricostituire l’antico
impero persiano fino all’Asia Minore, alle Cicladi, alla Grecia,
all’Egitto.
L’impero romano doveva fronteggiare inaspettatamente un nuovo nemico.
E questo non perse tempo. Nel 231 il nuovo sovrano si gettava sulla
Mesopotamia romana, con l’intenzione di conquistare addirittura l’Asia
Minore e lanciava arditamente le sue avanguardie in Cappadocia e nella
Siria. Da parte romana si tentarono le trattative, ma il re persiano
dichiarò di considerare come appartenenti a lui tutti i territori che
erano stati di Ciro, e chiese lo sgombero di tutta l’Asia. Alessandro
dovè richiamare molte legioni del confine del Danubio, ordinare nuove
leve, armarle rapidamente; e alla testa di un poderoso esercito si
recò in persona in Oriente. Il piano di guerra, che i suoi generali
avevano imaginato, era ottimo. Una colonna doveva invadere la Media
attraverso l’Armenia, anch’essa in guerra con il re di Persia;
un’altra, procedendo attraverso la Mesopotamia inferiore, minacciare il
cuore della Persia; una terza, disposta fra le due prime, procedere più
lentamente attraverso l’alta Mesopotamia, per rincalzare quello degli
altri due eserciti, che avesse avuto bisogno di aiuto. Innanzi a un
così vasto spiegamento di forze Artaserse si ritirò, e si raccolse per
attaccare all’improvviso l’esercito del sud, prima che potesse esser
soccorso dall’esercito del centro. Riuscì infatti a sconfiggere e a
costringere alla ritirata l’esercito romano che avanzava a sud, prima
che l’esercito del centro arrivasse a sostenerlo, e indirettamente
respinse anche l’esercito del nord, che invece aveva invaso la Persia,
saccheggiando e catturando prigionieri; ma che non potè reggersi
solo in paese nemico, quando gli altri due eserciti ripiegarono. La
spedizione romana era dunque fallita, come invasione; ma era riuscita
invece a liberare il territorio dell’impero, perchè non solo il Re di
Persia si ritirò, ma riconobbe che non era ancora giunto il tempo di
marciare verso il Mediterraneo come erede di Ciro.
Senonchè per arginare l’invasione persiana Severo Alessandro era
stato costretto a richiamare molte legioni dal Reno e dal Danubio. I
Germani ne approfittarono. Mentre la guerra infuriava in Oriente una
coalizione di popoli germanici, a cui gli antichi dànno il nome di
Alamanni, riuscivano ad entrare in Gallia; e i Marcomanni varcavano il
Danubio. Alessandro dovè trasportare l’esercito in Occidente, far nuovi
arruolamenti, prepararsi a una seconda e più aspra guerra. Non volendo
spossare l’impero già stanco, egli volle saviamente debellare i barbari
dell’Occidente non con le armi soltanto, ma con i trattati e i sussidi.
Senonchè i soldati erano da un pezzo malcontenti di Alessandro, che
non li trattava e non li pagava come Caracalla e Settimio; e al loro
malcontento riuscì comodo, per soddisfarsi in una rivolta, il pretesto
dell’onore dell’impero. Alessandro fu trucidato insieme con la madre
(gennaio, febbraio o marzo 235) da una sedizione militare, a capo della
quale stava C. Giulio Vero Massimino, un valoroso Trace di origine
oscura, molto devoto alla famiglia di Settimio Severo, ma che parlava
malamente il latino. Le legioni lo proclamarono imperatore in Magonza.
51. =Da Massimino a Gallieno: trent’anni di anarchia (235-268).=
— La famiglia dei Severi cadeva così, distrutta da quello stesso
esercito che era stato lo strumento della sua fortuna. Ma la sua
caduta segna il principio di un disordine terribile, perchè questa
volta non si leva più un Vespasiano o un Settimio Severo a ricondurre
prontamente nell’ordine le legioni, che si arrogano il diritto di
scegliere l’imperatore e di imporlo con le armi. Con la morte di Severo
Alessandro incomincia una guerra civile che, complicata da guerre
esterne, sembra non terminar più, e che dura trentatrè anni: i più
calamitosi che l’impero avesse mai attraversati, e la cui storia è
impossibile narrare minutamente tanto è confusa ed oscura. Cercheremo
di darne un’idea quanto più chiara e concisa si possa. _Massimino_
(235-238), innalzato al potere dalle legioni, non si curò che d’aver
per sè i soldati; non chiese la convalidazione del senato; governò
come se il senato non ci fosse. Il senato però c’era ancora; e non era
punto disposto a lasciarsi trattare come un’anticaglia inutile da un
Trace salito all’impero sulle spalle di una sedizione. Essendo stato,
in Africa, proclamato imperatore il proconsole _M. Antonio Gordiano_,
un ricchissimo senatore che a Roma aveva molti amici, il senato si
affrettò a riconoscerlo. Gordiano prese come collega il figliolo dello
stesso nome: _Gordiano II_. Ma Gordiano essendo stato vinto e ucciso
dal governatore della Numidia, il senato nominò due imperatori _M.
Clodio Pupieno_ e _Decio Celio Calvino Balbino_: il primo, un valente
uomo di guerra salito agli alti gradi da umili origini; il secondo, un
senatore di grande lignaggio, molto stimato se pur mediocre. A questi
fu aggiunto di lì a poco un terzo imperatore, un nipote di Gordiano,
che portava lo stesso nome, e che il senato riconobbe, pare, perchè gli
fu imposto da una specie di sommossa popolare. La capacità di Pupieno,
il prestigio di Balbino e l’autorità del senato concorsero in un
governo di una certa forza, il quale alacremente si diede ad apprestare
armi e soldati contro Massimino, intento a combattere i barbari:
quando s’accorse che il nuovo governo si rafforzava e che la fedeltà
di parecchi governatori vacillava, Massimino venne in Italia; ma sotto
le mura di Aquileia, che egli dovette assediare, un po’ la resistenza
della città, un po’ la debolezza della sua autorità, che non posava
su nessun titolo, un po’ il prestigio del senato e la unanime rivolta
dell’Italia, scossero la fedeltà delle legioni. Massimino fu ucciso dai
suoi soldati nella primavera del 238.
Il senato aveva vinto; ma la sua vittoria fu breve. Pupieno e Balbino
vennero in discordia; sorsero difficoltà con le legioni, a cui il
senato voleva far sentire la sua autorità. Alla fine i due imperatori
furono trucidati da una rivolta militare (238), e _Gordiano III_
(238-244) acclamato dai soldati. Le legioni avevan preso la loro
rivincita sul senato: ma quale autorità avrebbe il nuovo imperatore,
che era giovane e non pare possedesse molta saggezza? Sopraggiungevano
intanto tempi calamitosissimi. In questo stesso anno, nel 238, i Carpi
e i Goti passano il Danubio; nel 241, i Persiani sotto Sapor, successo
a Ardeschir, invadono la Mesopotamia e minacciano la stessa Siria.
Fortunatamente Gordiano trovò nel suo suocero e prefetto del pretorio,
C. Furio Sabinio Aquila Timesiteo, un uomo capace e fedele. Furio
Sabinio riassettò l’esercito, e seppe ricacciare dall’impero così i
Persiani come i Carpi e i Goti. Disgraziatamente Furio morì nel 243; e
Gordiano lo sostituì con M. Giulio Filippo. Arabo di nazione e valente
soldato, Filippo non intendeva di servire l’imperatore, come il suo
predecessore; sobillò i soldati a chiedere che Gordiano lo nominasse
collega nell’impero; e Gordiano riluttando ad acconsentire, lo fece
trucidare da una rivolta.
Acclamato imperatore dai soldati, _Filippo l’Arabo_ (244-249) cercò
di far legittimare dal senato la sua autorità; e ci riuscì. Ma
l’autorità del senato era a sua volta troppo scossa, perchè da sola
bastasse a legittimare un governo di origini così sospette e che
sembra fosse inetto e fiacco. Filippo si trovò presto alle prese
con vari pretendenti, improvvisati dal malcontento di questa o di
quella provincia; finchè il malcontento delle legioni lo rovesciò.
I Goti, respinti sotto Gordiano, erano tornati a rompere il confine
dell’impero, e con tanta forza, che le legioni del Danubio, sfiduciate
di Filippo, il quale si curava più di consolidarsi in Roma che di
difendere le frontiere, acclamarono il governatore della Dacia e della
Mesia, _C. Messio Quinto Traiano Decio_. Decio venne con l’esercito in
Italia; e a Verona vinse e uccise Filippo (249).
Eletto per combattere i Goti, Decio (249-251) si affrettò a ripassar
le Alpi, lasciando in Italia P. Licinio Valeriano con la carica di
censore. Mentre egli combatterebbe i Goti, che avevano invaso la
Tracia, Valeriano riordinerebbe l’amministrazione e rinvigorirebbe il
senato. Ma non ebbe fortuna, perchè dopo diversi combattimenti, egli
stesso era ucciso in un’ultima battaglia (251). Per la prima volta un
imperatore romano cadeva combattendo contro i barbari.
Le legioni si affrettarono a proclamare il governatore della Mesia,
_C. Vibio Treboniano Gallo_ (251-253). Ma sebbene fosse un guerriero
di grande reputazione, Gallo si affrettò a comprare la pace dai Goti a
prezzo d’oro; e poi si recò in Italia. Senonchè i Goti non mantennero
i patti e di nuovo invasero la Mesia. Furono questa volta sconfitti dal
governatore _M. Emilio Emiliano_; onde le legioni, a cui Emiliano aveva
promesso i denari versati ai Goti, lo acclamarono imperatore (253).
Gallo lo fece proscrivere, ordinò al governatore della Germania, quel
P. Licinio Valeriano che era stato censore sotto Decio, di muovere
contro il nuovo pretendente, ed egli stesso cercò di disputargli
l’Italia, alla cui volta il rivale marciava. Prima che l’esercito di
Germania arrivasse, i due pretendenti vennero a battaglia, e Gallo fu
ucciso (253). Il senato riconobbe Emiliano. Ma le legioni di Germania
avevano già proclamato imperatore il loro generale; e una nuova guerra
certo sarebbe scoppiata, se Emiliano non si fosse guastato con i suoi
soldati, e questi non lo avessero ucciso, riconoscendo _Valeriano_
(253).
Erano tempi spaventosi. Una peste micidiale desolava l’impero,
sul quale i nemici, ormai incoraggiati dal disordine interno, si
precipitavano da tutte le parti. Tra il 254 e il 260 i Goti ritornano
a invadere la Dacia, la Macedonia, l’Asia minore; una nuova gente
germanica, i Sassoni, apparisce sul mare, corseggiando le coste della
Gallia e della Britannia; gravi torbidi scoppiano in Africa e nuovi
pericoli minacciano in Oriente, dove l’Armenia cade di nuovo sotto
l’influenza persiana e la Siria è invasa dai Persiani. Valeriano non
si sentì la forza di fermar da solo questo universale scoscendimento,
e prese un provvedimento, dal quale incomincia la frantumazione
dell’impero e l’irreparabile decadenza della civiltà antica. Nominò
Augusto il figlio _P. Licinio Egnazio Gallieno_ (253-268) e gli assegnò
le province occidentali, mentre egli serbava per sè le orientali.
La grande opera di Roma, l’unità dell’Occidente e dell’Oriente,
incominciava a vacillare. Ma neppur questo provvedimento giovò. Mentre
Gallieno cercava, come poteva, di arrestare le incursioni dei popoli
germanici nelle province d’Occidente, Valeriano tentava una grande
spedizione contro la Persia, ma con poca fortuna; chè nel 259 o nel
260 era fatto prigioniero dai Persiani e andava a morire, non si sa
come, nè quando, in cattività. Alla sparizione di Valeriano, che dei
due Augusti era il più autorevole, seguì una dislocazione generale
dell’impero. Già nel 258 in Gallia le legioni, spinte forse dalle
popolazioni malcontente del governo di Gallieno, avevano proclamato
imperatore _M. Cassiano Latinio Postumo_, mentre le legioni di Pannonia
e di Mesia acclamavano imperatore _Ingenuo_. Postumo, che era un uomo
energico, riescì a farsi riconoscere dalla Spagna e dalla Britannia, e
a fondare un vero impero gallico-iberico che durò sino al 267, difese
con vigore i confini e ridiede alle province da lui governate una
certa sicurezza. Invece Ingenuo non riuscì a sostenersi nella Mesia e
nella Pannonia; fu vinto da Gallieno e si uccise. Mentre l’Occidente
si smembrava, l’Oriente, abbandonato a se stesso dopo la cattura di
Valeriano, si difendeva come poteva contro i Persiani. Un generale di
Valeriano, M. Fulvio Macriano, aiutato dalla ricca e potente città di
Palmira e dal suo più potente e autorevole cittadino, Odenato, operando
di propria iniziativa con gli avanzi dell’esercito di Valeriano, era
riuscito a cacciare i Persiani e a salvare le province più ricche. Ma
incoraggiato da questo successo, pensò di impadronirsi dell’impero per
i suoi due figli, che fece proclamare imperatori. Odenato invece, che
Gallieno aveva nominato _dux Orientis_, restò fedele all’imperatore:
onde, mentre in Occidente Gallieno era in guerra con Postumo, scoppiava
un’altra guerra civile in Oriente che terminò con la disfatta e la
morte di Macriano e dei suoi figli. Ma mentre le forze dell’impero
si logorano in guerre civili, cresce la baldanza dei barbari. Nel
261 gli Alamanni riescono a invadere l’Italia, e Gallieno non li
sconfigge che sotto Milano; poco dopo i Franchi invadono la Gallia e
la Spagna, valicando il mare e spingendosi, pare, fino in Africa; i
barbari dell’Europa orientale, i Borani, i Goti, gli Eruli, i Sarmati,
saccheggiano tutte le coste del mar Nero, forzano i Dardanelli, e
giungono anch’essi in Asia Minore ed in Grecia. Nel 267 gli Eruli
bivaccano ad Atene, a Corinto, ad Argo, a Sparta. È facile capire
quale disperazione dovette impadronirsi delle infelici popolazioni;
e non è difficile spiegare, come, sentendosi abbandonata dal potere
centrale, ogni regione, ogni provincia si ribellasse, illudendosi di
poter difendersi da sè, nominando un proprio imperatore. Negli ultimi
anni del governo di Gallieno i pretendenti, che la storia denominerà
i _Trenta tiranni_[66], pullulano in tutte le province, così numerosi
e così caduchi, che non se ne può raccontar la storia: finchè nel 268
una congiura di generali uccide Gallieno, mentre assediava in Milano il
pretendente, proclamato dalle legioni della Rezia: Aureolo.
52. =Claudio II il Gotico (268-270) ed Aureliano (270-275).= — Dei tre
generali che cospirarono contro Gallieno, due — M. Aurelio Claudio e
L. Domizio Aureliano — erano uomini di alto merito. Un grave motivo di
pubblico interesse doveva dunque aver spinto questi uomini eminenti
a toglier di mezzo con la violenza l’imperatore legittimo. Questo
motivo deve esser cercato nel nuovo pericolo che minacciava l’impero: i
Goti. Incoraggiati dalla crescente debolezza dell’impero e ammaestrati
dall’esperienza, molti popoli germanici avevano fatto una potente
coalizione sotto il nome comune di Goti e di Alamanni, e approntato
grandi mezzi, per invadere e conquistare una parte dell’impero.
Nella primavera del 268, un esercito, si diceva, di 320.000 uomini
validi, dietro cui sciamava un numero doppio di donne, di vecchi e di
fanciulli[67], passava sulla riva destra del Danubio, spingendosi verso
Marcianopoli (a ovest di Varna); inondava la Macedonia orientale, la
Grecia, le Cicladi, Rodi, Cipro, rimbalzando sulle coste dell’Asia
Minore. Contemporaneamente, un altro esercito, in cui egualmente
prevalevano i Goti, entrava in Mesia, e di qui per la valle della
Morava invadeva la Macedonia. Il piano era chiaro: interporsi tra le
province di Oriente e quelle di Occidente, e spezzare in due l’impero
romano, conquistando la penisola balcanica. Non erano tempi in cui un
imperatore debole e inetto potesse reggersi. Roma aveva bisogno di una
spada. Claudio, il generale più reputato e popolare, fu riconosciuto
senza discussioni dagli altri generali, dalle legioni e dal senato.
Questa volta la scelta era stata felice. Non lungi dall’antica Naissus
(Nisch), Claudio aggirò il grosso del nemico e lo distrusse (269); indi
intraprese una guerra sterminatrice contro gli avanzi dell’esercito
vinto. Dopo un anno i pochi superstiti furono installati in territorio
romano, per coltivare le terre dei vincitori, o per militare a difesa
dell’impero, inquadrati nelle coorti ausiliarie. Disgraziatamente
Claudio sopravvisse poco alla vittoria, essendo morto a Sirmio verso il
marzo 270, vittima della peste, che ormai da quindici anni devastava
l’impero. Il generale che gli successe, acclamato dalle legioni della
Pannonia, e che egli stesso aveva designato, _L. Domizio Aureliano_,
era però, come Claudio, un grande uomo di guerra; e la sua scelta fu
una vera fortuna per l’impero, perchè i Goti sconfitti da Claudio non
erano che una avanguardia. Aureliano era appena eletto imperatore,
che Jutungi, Vandali, Alamanni invadevano addirittura l’Italia; e al
principio del 271 sconfiggevano un esercito romano presso Piacenza.
Aureliano riusciva di lì a poco a distruggerli, ma solo a Pavia e
a Fano; e l’impressione del pericolo corso dall’Italia fu tale, che
Aureliano si risolvè a fare il primo grande sacrificio territoriale,
che Roma consentisse dopo la disfatta di Varo: ad abbandonare il
pericoloso saliente della Dacia, trasportando il nome della provincia
abbandonata a quella parte della Mesia, che si stende lungo la destra
del Danubio (271); creando una _Dacia Ripensis_ (capoluogo _Sardica_,
Sofia), così come duecentocinquantacinque anni prima, perduta
la Germania vera, erano state ritagliate in Gallia una _Germania
superiore_ ed una _Germania inferiore_. Raccogliendo le forze in un
territorio più ristretto, Aureliano sperava di poter meglio difendere
l’Italia. Ma il provvedimento non gli parve sufficiente; chè in questo
medesimo anno comincia a costruire in Roma quella gigantesca cerchia
di mura, lunga intorno alle 11 o 12 miglia, che avrebbe trasformato la
Città eterna in una fortezza, e che gli uomini del secolo XX ammirano
ancora.
L’impero, che Roma aveva conquistato in Occidente e che aveva salvato
per due secoli le sorti del romanesimo, incominciava a sfasciarsi.
Aureliano cercò dei compensi in Oriente. Qui Odenato, il _dux Orientis_
che aveva conservato a Roma il suo impero Orientale, era morto nel 266
o 267; ma lui morto, del potere che egli aveva esercitato, si erano
impadroniti la consorte, Zenobia, e il figlio Atenodoro (Wahaballath).
I poteri di un _dux Orientis_ non erano ereditari; e tanto meno poi
trasmissibili ad una donna. Ma Gallieno aveva dovuto fare di necessità
virtù, riconoscere a Zenobia l’autorità del marito, lasciar che essa le
attribuisse un carattere orientale e monarchico, assumendo il titolo di
regina. Senonchè Zenobia aveva preso ardire a cose maggiori, procedendo
a costituire un grande Stato siriaco, come l’antica Cleopatra, che essa
aveva presa a modello; anzi a ricostituire addirittura l’impero dei
Tolomei. Nel 269, si era impadronita dell’Egitto, senza che Claudio,
occupato a combattere i Goti, potesse opporsi; e ora si studiava di
estendere il suo dominio a occidente su tutta l’Asia Minore. Aureliano,
quando ebbe assestato alla meglio le faccende di Occidente, si risolvè
a liberar l’impero di questo pericolo. Nel 272 egli penetrava nell’Asia
Minore e quindi nella Siria, espugnando successivamente Ancira,
Tiana e Antiochia, e raggiungendo sotto le mura di Emesa l’esercito
della regina che si ritirava. Qui fu combattuta la battaglia campale.
L’esercito siriaco fa vinto, ma non distrutto; e potè chiudersi in
Palmira, che Aureliano non prese se non dopo un lungo assedio. Poco
dopo Aureliano riconquistava anche l’Egitto (273); e tutto l’Oriente
tornava sotto lo scettro di Roma.
Le vittorie della Siria si sentirono anche in Europa. I pochi
imperatori che ancora conservavano qua e là qualche lembo di
territorio, come Tetrico in Gallia, sparirono; l’unità dell’impero
— almeno quella formale — fu ricomposta, e Aureliano potè assumere
il titolo di _Restitutor Orbis_. Cercò allora di curare le ferite
dell’impero. Ma pur troppo doveva cadere vittima del suo zelo. Sullo
scorcio del 275, era ucciso da una congiura di generali, le cui ragioni
sono oscurissime.
53. =L’ultima restaurazione dell’autorità del senato (276-282) e gli
ultimi imperatori del III secolo, Caro, Carino, Numeriano e l’elezione
di Diocleziano (282-284).= — Ucciso Aureliano, le legioni ricusarono di
scegliere un imperatore e si rivolsero al senato perchè lo eleggesse.
La sorpresa era singolare; ma non inesplicabile. Anche i soldati
avevan capito alla fine che gli imperatori acclamati dalle legioni non
potevano governare, perchè mancava loro un titolo legale indiscutibile
della autorità; che neppure il genio e i più insigni servigi potevano
interamente supplire a questa mancanza; che, mancando di legittimità,
gli imperatori capaci e gli incapaci, Gallieno come Aureliano, erano
egualmente esposti al pericolo di esser rovesciati da quella stessa
forza illegale che li aveva inalzati. Disperato, tutto l’impero, le
legioni comprese, si volgeva invocando l’ordine, la pace, la salvezza,
verso il senato, che per tanti secoli era stato insieme con i comizi
la sacra fonte della legalità in Roma. Ma un principio di autorità
quasi disseccato non rinverdisce solo perchè gli uomini, stanchi del
disordine, lo supplicano di aiutarli. Il senato era vecchio e stanco;
dapprima, quasi insospettito, cercò di schermirsi; poi, costretto,
s’indusse ad eleggere imperatore il più anziano dei suoi membri, il
_princeps senatus Marco Claudio Tacito_ (275-276), che a sua volta, in
sulle prime, cercò ogni mezzo per schivare la porpora. Tacito cercò
di governare come aveva governato Traiano: ma dopo pochi mesi era
ucciso da una rivolta di soldati, malcontenti per la debolezza del
suo governo; e di nuovo l’anarchia infuriò nell’impero, sprovvisto
ormai di un principio di autorità. Alla morte di Tacito alcune legioni
proclamarono il fratello suo _M. Annio Floriano_ (276); altre _M.
Aurelio Probo_ (276-282), uno dei più valenti generali di Aureliano.
Probo ebbe il sopravvento, e cercò di governare al modo di Tacito,
invocò e riconobbe l’autorità del senato, gli restituì il diritto di
giudicare in appello nei processi penali, di nominare governatori e
persino di ratificare le costituzioni imperiali; nel tempo stesso in
cui con mano vigorosa provvedeva a difendere le frontiere. Ben forte
doveva essere negli animi il terrore dell’anarchia, che la politica di
Settimio Severo aveva scatenato nell’impero, se anche un soldato come
Probo cercava di ricostituire pezzo a pezzo l’infranto edificio della
potenza del senato!
Ma era troppo tardi. Probo non fu più fortunato di Tacito. Dopo aver
dovuto lottare con parecchi pretendenti eletti nelle province, anche
questo valoroso imperatore cadde vittima della non placata violenza
delle legioni, nel 282. Le legioni gli diedero come successore _M.
Aurelio Caro_ (282-283) che si affrettò ad associarsi i due figli,
Carino e Numeriano, e si accinse subito a far guerra alla Persia.
L’impresa gli era riuscita felicemente; egli aveva già occupato
Seleucia e Ctesifonte, allorquando, sulla fine del 283, dopo un anno
di regno, chi disse un fulmine, e chi una congiura di militari, lo
tolse di mezzo. L’esercito era stanco, come sempre, per le difficoltà
della guerra persiana; _Numeriano_, che aveva accompagnato il padre e
che gli successe, era, più che un soldato, un poeta. Fu quindi deciso
il ritorno. Ma per via perì anche Numeriano. Questa volta si accusò
apertamente il prefetto del pretorio, il suo suocero Apro, di averlo
ucciso. Venne subito ordinata un’inchiesta e composto un tribunale di
generali; il quale scelse ad imperatore il comandante della guardia del
corpo: _C. Valerio Aurelio Diocleziano_ (17 settembre del 284)[68].
54. =La crisi economica del III secolo.= — Anche l’ultimo tentativo di
ristabilir l’ordine nell’impero per mezzo dell’autorità del senato,
questo sforzo supremo di trovare la via dell’avvenire ritornando al
passato, era fallito. L’anarchia durava ormai da mezzo secolo, ogni
anno più violenta, e così vasta e profonda quale il mondo antico non
aveva ancor vista. Le guerre civili della repubblica erano state
disordini piccoli e circoscritti a paragone, perchè gli elementi
essenziali della civiltà antica non erano stati distrutti. Questa
volta, invece, no; la crisi politica dell’impero era diventata una
crisi storica, perchè così l’ellenismo come il romanesimo, le due
forme più alte della civiltà antica, furono ambedue colpite a morte
in quel mezzo secolo, e non si riebbero più. Le guerre, le invasioni,
l’insicurezza generale, l’universale impoverimento, le epidemie
incessanti avevano assottigliato la popolazione. L’ostinazione con
cui anche i più savi tra gli imperatori continuarono a trapiantare
barbari nei territori dell’impero, è la prova più manifesta del bisogno
di uomini in cui versava l’impero. La diminuzione della popolazione
travagliava, com’è naturale, la agricoltura e l’industria, e accresceva
ancor più il generale impoverimento, che era una delle sue cause. Gli
agricoltori — coloni liberi, lavoranti, schiavi e piccoli possidenti
— spariscono in gran numero; la piccola proprietà si assottiglia,
il latifondo si dilata, le terre incolte si estendono. A sua volta,
l’industria, così fiorente sotto gli Antonini e perfino sotto i Severi,
soffrì profondamente; un po’ perchè molti artigiani erano periti,
portando seco il segreto faticoso di arti perfezionate dal lavoro
di molte generazioni, un po’ perchè la crescente povertà diminuì il
consumo, un po’ perchè gli scambi fra Oriente e Occidente, tra province
e province, così floridi e facili nei primi due secoli dell’impero,
furono gravemente interrotti. Spariscono anche — e fu minore rammarico
— giochi ed atleti, teatri e spettacoli. I teatri delle città minori
cadono in rovina; quel furore di giochi e spettacoli molteplici,
che diffondendosi da un capo all’altro dell’impero, l’aveva, per dir
così, unificato nel piacere, illanguidisce, e si raccoglie in poche
grandi città e in alcuni giochi e spettacoli superstiti, non i più
fini ed eletti. Molte miniere si chiudono, massime le miniere d’oro,
o per mancanza di braccia, o perchè i paesi sono invasi dai barbari.
Alla rovina dell’agricoltura e dell’industria si accompagna, come
è naturale, il dissesto del traffico. La poca sicurezza generale
dell’impero, la difficoltà dei viaggi e dei trasporti, la cattiva
moneta, la crescente povertà arenano il commercio. Ma mentre la
ricchezza dell’impero scema, crescono i carichi. Un fiscalismo
implacabile spolpa e scarnifica l’impero, per pagare le spese delle
guerre civili ed esterne, per mantenere gli eserciti cresciuti di
numero e più esigenti, per lenire la miseria delle plebi urbane con
lavori pubblici e con donativi. A tanti flagelli si aggiunge infine la
cattiva moneta. Un po’ per rimediare alla scarsezza dell’oro, un po’
per far fronte alle spese pubbliche senza aumentare troppo le imposte,
gl’imperatori alterano il peso e la composizione delle monete. Sotto
Caracalla il peso dell’aureus era disceso a gr. 6,55; ma, dopo Severo
Alessandro esso diviene tanto irregolare, che i pagamenti in oro si
fanno a peso. Peggio accade per la moneta d’argento. Già le proporzioni
della lega nel _denarius_ e nell’_antonianus argenteus_, emesso per
la prima volta da Caracalla, erano cresciute a dismisura negli anni
successivi alla morte di Settimio Severo. Ma l’_antonianus_ non ha più,
sotto Claudio il Gotico, che il 4 o 5% di argento, e non si distingue
dalla moneta di rame se non per il colore ottenuto mediante un lavaggio
in un bagno di argento o di stagno[69]. Anche le monete di bronzo sono
emesse con peso ridotto. Onde un salire e oscillare vertiginoso dei
prezzi; una disperata scarsezza di capitale che si esaspera quanto
più la falsa moneta abbondi; un impoverimento universale, aggravato
dalla ingiunzione con cui parecchi imperatori costringono gli infelici
sudditi a pagare le imposte in oro. Lo Stato rifiutava la cattiva
moneta, di cui inondava l’impero!
55. =La catastrofe dell’ellenismo e del romanesimo.= — L’anarchia,
le guerre civili, la rovina del commercio, dell’agricoltura,
dell’industria, il fiscalismo, intrecciandosi e sommandosi, avevano
generato una delle crisi più memorande nella storia della civiltà
umana. Sparisce in quella crisi, perchè è sterminata o impoverita
o dispersa, quella aristocrazia, che durante il primo e secondo
secolo, aveva retto, abbellito e incivilito l’impero, fondendo insieme
l’ellenismo e il romanesimo; e con quella aristocrazia, l’ultima, la
più numerosa e vasta tra quelle che si erano succedute nel mondo latino
ed ellenico, cade lo stesso principio ereditario aristocratico, che
della civiltà greca e latina era stato la colonna maestra. La parte
delle ricchezze di questa aristocrazia che non andò distrutta, e il
potere che essa aveva esercitato, trapassano ora a una nuova oligarchia
di ricchi e di alti funzionari, civili e militari, che quel tremendo
disordine ha portato su dalle classi più basse e dalle popolazioni
più barbare dell’impero, ma che non riesciranno più a costituirsi in
una aristocrazia ereditaria, disciplinata, ligia ad una tradizione
secolare e ad una dottrina della vita, alta ma fissa, simile a quella
che aveva fondato e retto l’impero romano. La civiltà antica ricevè
quindi un colpo mortale, da cui non si riebbe più. Dopo cinquant’anni
di anarchia, non solo tutte le industrie e tutte le arti, nelle
quali la civiltà greco-romana aveva raggiunto tanta perfezione — la
scultura come l’orificeria e come l’architettura, — si sono fatte
più grossolane; non solo la cultura intellettuale in tutte le sue
forme — filosofia, diritto, letteratura — si accascia illanguidita;
ma la religione che era stata per tanti secoli in Grecia e in Roma
il fondamento dello Stato e del consorzio sociale, il paganesimo, è
moribonda. I culti orientali, lungo tempo trattenuti dall’accorta e
tenace resistenza dello Stato, irrompono da tutte le parti.
Questo rivolgimento spirituale ha generato così immensi effetti nella
storia del mondo, che è necessario soffermarsi a indagare le ragioni
per cui in questo secolo le popolazioni dell’impero abbandonano per le
religioni dell’Oriente il politeismo greco-latino. Queste ragioni sono
diverse: ma due paiono prevalere per importanza. Il mondo greco-latino
era giunto a tale grado di maturità spirituale, da poter separare la
filosofia e la morale dalla religione. Il paganesimo era quindi un
corpo di favole e di riti, fuori del quale il pensiero aveva creato
filosofie e dottrine etiche viventi per forza propria. Le religioni
orientali invece non solo agivano sui sensi e commovevano il sentimento
più fortemente che il paganesimo, con la pompa delle loro feste, con lo
splendore delle processioni, con i canti, con lo spavento, le speranze,
l’estasi, e il misticismo che scaturiva dai loro misteri. Ma supplivano
alle scuole filosofiche, che i popoli orientali non erano giunti a
creare; contenevano delle metafisiche; affrontavano il problema del
destino dell’uomo, della vita, del mondo, dichiarando di averlo già
sciolto[70]. In tempi in cui la cultura filosofica era tanto decaduta,
queste religioni, che contenevano una metafisica e una etica, ambedue
affermative, semplici, senza troppe discussioni, esenti da dubbi,
dovevano sembrare — ed erano — superiori al paganesimo formalistico e
un po’ vuoto, che aveva bisogno di essere integrato da un’alta cultura
filosofica.
L’altra ragione è politica. I culti orientali, essendo nati in paesi
di assolutismo, contenevano quasi tutti una giustificazione mistica
dell’autorità suprema, che nella anarchia del III secolo attrasse
l’attenzione dei gruppi governanti l’impero. Questi, man mano che
l’autorità del senato e la forza della tradizione romana vengono
meno, cercano nella religione un principio mistico di legittimità,
sul quale l’autorità imperiale posi più salda, che sul mobile favore
delle legioni o sul capriccio della fortuna delle armi. La storia
del mitraismo lo prova. Il mitraismo è l’antico mazdeismo dell’Iran,
combinato con la teologia semitica e con altri elementi delle religioni
indigene dell’Asia Minore: una religione, dunque, che veniva da un
paese contro cui Roma lottava tenacemente da secoli. Eppure, nel
terzo secolo, noi lo troviamo diffuso per tutto l’Impero, massime
nelle province di confine, nella Gallia orientale e nella Germania
occidentale, in tutte le province danubiane, in Dacia, in Numidia e
nella sede stessa dell’impero, l’Italia settentrionale e centrale.
Anzi a partire da Commodo, che primo tra gli Augusti romani si era
fatto iniziare ai misteri di Mitra, e durante tutto il terzo secolo, il
favore degli imperatori per il mitraismo cresce continuamente, finchè
Aureliano, vendicando Eliogabalo, istituisce ufficialmente il culto
del _Sol Invictus_, una specie, sembra, di mitraismo latinizzato. Si
può dire che da Aureliano in poi, per parecchie generazioni, l’alta
burocrazia dell’impero, civile e militare, sia stata seguace del
mitraismo, latinizzato alla meglio nella nuova religione di Stato.
Come spiegare questo favore della nuova monarchia assoluta per una
religione, che le sue origini avrebbero invece dovuto fare sospetta?
Il mitraismo affermava che i monarchi regnano per grazia divina e, come
tali, ricevono da Mitra i superiori attributi della divinità; che anzi,
per la sua influenza onnipresente, ne divengono consubstanziali[71].
Il principio della legittimità è così trasportato dal senato alla
Divinità.
56. =Il Cristianesimo.= — Ma la dottrina che in questo mezzo secolo
si impadronì del corpo e dell’anima dell’impero fu il Cristianesimo.
In questi cinquanta anni si diffuse in tutto l’impero e penetrò negli
eserciti, in senato, a Corte, in tutti gli ordini sociali; conquistò
poveri e ricchi, ignoranti e colti; e costituì una gerarchia semplice
ma salda su principî rigorosamente autoritarî. In ogni Chiesa c’era
un clero numeroso, composto di diaconi, che formavano il personale
servente, degli anziani (πρεσβύτεροι) che componevano un consiglio
dirigente, e del vescovo (ἐπίσκοπος) che era il capo della chiesa con
poteri quasi assoluti. Il vescovo era eletto dal clero, consenziente
l’assemblea dei fedeli ed a vita; eleggeva gli anziani ed i diaconi;
ed era già ormai, all’epoca di cui parliamo, un personaggio autorevole
della città. Il Cristianesimo può ormai lottare da pari a pari con
l’impero.
Al principio del terzo secolo il Cristianesimo si confondeva con
molte altre religioni orientali, tenute d’occhio, ma più sprezzate che
temute, dalla aristocrazia governante. Come si spiega questo suo rapido
diffondersi in quel mezzo secolo? Con quella sua radicale negazione dei
principî su cui il mondo greco-latino posava, che per più di due secoli
l’aveva fatto odioso o spregevole agli occhi di tanti. La civiltà
antica, in Grecia e in Roma, era stata aristocratica e politica. Essa
aveva cercato di creare lo Stato perfetto, splendido, giusto, sapiente,
che fosse l’organo delle virtù più alte dello spirito umano nelle mani
di piccole oligarchie di «ottimi», a cui l’eccellenza sopra la comune
natura umana imponeva obblighi più alti e più gravi. Non l’eguaglianza,
ma la diseguaglianza morale degli uomini era il principio su cui lo
stato antico posava. Il Cristianesimo affermando la eguaglianza morale
tra gli uomini, tutti figli del medesimo Dio, distruggeva dalla radice
ogni forma aristocratica della società e del governo; e ponendo lo
scopo della vita in un ideale di perfezione personale, dichiarava di
nessuna importanza quella perfezione e quella potenza dello Stato,
in cui gli antichi avevano raffigurato il massimo dei beni. Che
importava se le città o l’impero erano bene o mal governate, quando un
uomo, obbedendo a Dio e vivendo virtuosamente, poteva raggiungere la
perfezione? Il male fatto dai potenti noceva soltanto a chi lo faceva,
poichè essi dovrebbero renderne conto a chi era più potente di tutti
i grandi della terra. Finchè l’impero fu forte e prospero; finchè il
potere fu tranquillo e pieno di dolcezze; finchè l’aristocrazia che lo
governava godè di un grande prestigio, queste dottrine non si diffusero
molto. Ma quando, nel terzo secolo, l’aristocrazia è distrutta e lo
sforzo di tanti secoli per creare lo Stato perfetto, giusto, sapiente
mette capo alle più orrende dittature della violenza, al più spietato
fiscalismo, alle continue guerre civili, alla anarchia permanente,
all’universale insicurezza, le dottrine cristiane sembrano le sole, che
sciolgano tutti gli insolubili enigmi del tempo. Disperando di poter
curare i mali orrendi dell’impero, gli uomini fanno buona accoglienza
ad una dottrina che insegnava loro questi mali esser di poca
importanza; e che ognuno poteva trovare in se stesso la perfezione, la
felicità, la salvezza.
Le numerose istituzioni d’assistenza e di beneficenza, che il
Cristianesimo aveva fondate, ne aiutarono molto le fortune. Ovunque le
comunità cristiane provvedono alle vedove, agli orfani, ai malati, ai
vecchi, agli impotenti, ai condannati per la causa di Dio, al riscatto
dei prigionieri, alla cura degli schiavi, alla sepoltura dei poveri,
all’ospitalità dei correligionari forestieri, ai soccorsi in favore
delle comunità povere o in pericolo. I beni che le comunità cristiane
possedevano erano stati in gran parte donati dai ricchi, molti dei
quali, in vita o in morte, trasferivano alla Chiesa parte o tutta la
loro fortuna. La Chiesa veniva quindi raccogliendo una gigantesca
manomorta, i cui frutti essa spendeva, parte a beneficio proprio,
parte a pro dei derelitti e dei poveri. Non è difficile imaginare
quale formidabile strumento di potenza fosse questo patrimonio e le
istituzioni di assistenza e di beneficenza che su quello posavano,
in mezzo alla crisi, alla miseria, alla generale insicurezza del
terzo secolo. Le chiese cristiane apparvero allora a molti come un
porto sicuro nella tempesta. Mentre gli spiriti eletti giungevano al
Cristianesimo attraverso la prova del dolore proprio, o la visione
del dolore altrui, attraverso il disgusto del mondo sconvolto e
contaminato, in uno sforzo affannoso verso la pace e la beatitudine,
molti erano attratti alla nuova fede dal bisogno dell’assistenza,
di cui la Chiesa era larga con i derelitti. Il Cristianesimo era
dunque ormai una potenza spirituale e terrena. Senonchè, a differenza
del mitraismo, esso non godè punto il favore degli imperatori. Se
sarebbe esagerazione il dire, come si fa da alcuni, che tutti gli
imperatori del terzo secolo furon avversi ai cristiani, certo è che il
Cristianesimo ebbe a soffrire sotto alcuni di questi — come Decio e
Valeriano — fierissime persecuzioni, e che fu sempre considerato dai
poteri pubblici con una diffidenza ostile, a cui contrasta il favore
accordato al mitraismo. Lo spirito stesso del Cristianesimo spiega
questa diffidenza. Non è dubbio che il Cristianesimo fu per l’impero
una forza dissolvente. A mano a mano che i tempi si facevano torbidi,
il Cristianesimo prendeva coraggio a sostenere, con maggiore o minor
fervore secondo le diverse sètte, che il cristiano deve fuggire le
pubbliche cariche, gli onori, gli uffici, che mettono a repentaglio la
sua fede. Egli non può curare i templi, disporre i giuochi del Circo,
giudicare e processare i suoi concittadini; egli non può quindi —
salvo a scontarlo con la perdizione dell’anima — divenire magistrato.
Il mondo, in cui gli altri vivono e tripudiano, è l’albergo di una
religione e di una civiltà, che Cristo ha maledette, e nessuna sua
gioia e nessun suo dolore può indurre a parteciparvi il perfetto
cristiano, il quale, anzi, non anela che a uscire il più presto
possibile da questa valle di colpe e di lagrime. A fil di logica, il
dovere del cristiano sarebbe dunque quello di distruggere l’Impero.
Se egli non lo fa, gli è perchè — afferma Tertulliano — il cristiano
possiede a fondo la dottrina e la consuetudine della mitezza.
Come operassero simili dottrine, in un tempo in cui le cariche
pubbliche diventavano così pericolose, si imagina facilmente. Il
Cristianesimo distruggeva l’impero con l’astensione; togliendo al
governo un grande numero di uomini intelligenti, colti, onesti, zelanti
delle classi superiori. Molti cittadini, che avrebbero potuto e,
secondo le antiche dottrine, dovuto assumersi le pubbliche cariche,
preferiscono donare il loro patrimonio alla Chiesa e rifugiarsi
nella religione; altri sfuggono alla responsabilità del potere per
vie diverse, di cui taluna sarà anche deplorata dagli imperatori
cristiani[72]; il celibato cresce più che sullo scorcio della
repubblica. Ma anche più dei servizi civili soffriva l’esercito.
Già nel secondo secolo, il Cristianesimo aveva affermato che «non è
lecito essere uomo di spada, dopo che il Signore ha dichiarato che
chi ferisce di spada ne perirà, e che il Figlio della pace, cui non
conviene neanche impegnarsi in un litigio, può ancor meno impegnarsi in
battaglia»; che «il Signore, disarmando Pietro, manifestò chiaramente
il suo volere che ogni soldato dovesse deporre la spada»; onde
al militare cristiano nessun’altra via rimane, fuorchè quella di
«abbandonare subito l’esercito» o «risolversi a soffrire per Cristo
la stessa sorte di ogni altro Cristiano»[73]. I Canoni della Chiesa
di Alessandria sconsigliano l’arruolamento volontario, fondamento
dell’esercito romano; ed affermano autorevolmente «non convenire ai
cristiani di portare le armi». Lo stesso Lattanzio ragguaglia e vieta
l’ufficio del carnefice e la guerra, chè al precetto divino, che
proibisce di uccidere, «non può farsi veruna eccezione». Sant’Agostino
infine dice che al cristiano è indifferente vivere sotto questo o quel
regime, purchè lo Stato non lo obblighi a commettere azioni empie ed
inique[74].
Quando Diocleziano è assunto all’Impero, gli elementi più vitali
dell’ellenismo e del romanesimo sono ormai morenti. Tutta la cultura
antica, il paganesimo, le dottrine politiche e morali del mondo antico
agonizzano, l’impero è in parte già distrutto, in parte pericolante.
L’opera della Grecia e di Roma sta cadendo, distrutta dai nemici
esterni, dalla sfrenata violenza delle legioni, dal Cristianesimo, che
per far largo alla sua morale più alta e alla sua più nobile concezione
della vita, doveva sconvolgere dalle fondamenta l’ordine di cose
costituito. A questa dissoluzione, effetto nel tempo stesso di forze
distruggitrici e di forze rigeneratrici, l’impero cerca di reagire
spingendo innanzi e incalzando al governo le popolazioni più rozze
dell’impero e rinnovando i vecchi culti orientali, mistici e pieni di
spirito assolutista. Quando Diocleziano vestì la porpora, l’impero
greco-romano di Traiano e di Adriano si è già quasi interamente
convertito in un impero barbarico-asiatico. Lo strano destino che era
riserbato a questo impero barbaro-asiatico, che stava cercando la via
della salvezza e dell’avvenire in un lontano passato — nei culti e
nelle istituzioni monarchiche dell’Asia, quali avevano fiorito prima
del meraviglioso splendore della Grecia e di Roma — sarà raccontato
nell’ultima parte di questa opera.