LA REPUBBLICA DI TRAIANO E GLI ULTIMI SPLENDORI DEL ROMANESIMO

17. =Nerva (18 settembre 96-27 gennaio 98).= — Questa volta non si

era pensato solo a uccider Domiziano, ma anche a prevenire i soldati,

facendo subito eleggere dal senato il successore. I congiurati avevano

pronto un candidato, e il senato non esitò e tergiversò, come altre

volte. Appena Domiziano era spirato, elesse a imperatore, senza

discussione, M. Cocceio Nerva, un vecchio senatore, che era anche un

reputato giurista.

La concordia del senato, la sua risolutezza, forse anche il suo

rinnovato prestigio si imposero alla soldatesca. I pretoriani a Roma,

le legioni nelle province mormorarono un po’, e accennarono anche

a protestare. Sul Danubio e in Siria scoppiò qualche torbido. Ma la

pace pubblica non fu violata, e, per la prima volta, l’impero ebbe un

capo che non era stato imposto nè dagli avvenimenti, come Augusto e

Tiberio, nè dai soldati come Claudio, Nerone, Vespasiano: un principe,

che era stato liberamente scelto dal senato e che poteva considerarsi

come il suo fiduciario. Nerva infatti governò come tale. Si impegnò

a non condannare a morte nessun senatore; riserbò ai senatori tutte

le alte magistrature; vietò ai liberti e agli schiavi di testimoniare

contro i padroni; proibì i processi di lesa maestà; perseguitò i

delatori, richiamò gli esuli; non punì i tentativi di congiura fatti

contro di lui; abbozzò le istituzioni alimentari di soccorso per

la popolazione povera dell’Italia. Inoltre si sforzò di restaurar

le finanze; distribuì terre ai cittadini poveri di Roma; si occupò

molto delle opere pubbliche. Insomma cercò di governare con senno ed

onestà. Ma era vecchio e debole; onde non sempre sapeva agguagliare

gli atti alla intenzione: voleva far più che non potesse, onde spesso

scontentava anche quelli a cui voleva giovare: inoltre era uomo di

legge, non di spada, e perciò piaceva poco ai soldati. La rivolta

delle legioni era la spada di Damocle sospesa su questo governo, così

saggio, onesto e debole. Il pericolo era così grande, che nell’ottobre

del 97 l’imperatore, seguendo l’esempio di Augusto, di Galba e di

Vespasiano, prendeva, d’accordo con il senato, un collega, adottando

M. Ulpio Traiano, governatore di una delle due Germanie — non è chiaro

se dell’inferiore o della superiore. Traiano era uno dei più illustri

soldati del tempo. Di nuovo dunque l’impero, come nei tempi in cui

Augusto e Agrippa erano stati colleghi nella magistratura, era retto

da un capo civile e da un capo militare. Ma per poco tempo: tre mesi

dopo, al principio del 98, Traiano riceveva a Colonia la notizia

che l’imperatore era morto, e che il senato aveva ricostituito nella

sua persona l’unità della suprema magistratura, affidandogli tutto

l’impero.

18. =I primi anni di Traiano (98-100): la nuova aristocrazia e la

rinascenza repubblicana.= — Alla lettera del senato, che lo riconosceva

unico imperatore, Traiano rispose nobilmente e semplicemente,

ringraziando e rinnovando l’impegno di Nerva, di non farsi mai

arbitro di sentenze capitali a carico di alcun senatore; indi lasciò

che senato e consoli governassero la repubblica, attendendo per due

anni ancora, sul Reno prima, poi sul Danubio, alla missione militare

che gli era stata affidata da Nerva. Solo nel 99 tornò a Roma, dove

rinnovò l’esempio dell’antica semplicità repubblicana con ogni suo

atto e gesto. Entrò nella metropoli a piedi, senza pompa, tra il

popolo festante; visse in un palazzo modesto, schivo di cerimonie,

ricevendo chiunque e parlando con tutti familiarmente; non fu e non

volle esser considerato che come il più autorevole dei senatori. Il

suo modo di governare andò d’accordo con il suo modo di vivere. Il

senato fu spesso consultato anche sulle faccende esterne dell’impero;

i processi di lesa maestà, obliati; i delatori, puniti; tutte le alte

magistrature riserbate ad senatori; la nobiltà accarezzata e protetta.

A sua volta il senato rispettò e ammirò l’imperatore sinceramente come

il più cospicuo dei suoi membri e come il modello di tutte le antiche

virtù repubblicane. Per la prima volta senato e imperatore andarono

d’accordo; per la prima volta l’inconciliabile — il principato e la

libertà — fu conciliato; per la prima volta Roma ebbe un imperatore

che la nobiltà ammirava unanime. Dopo la repubblica di Augusto, la

repubblica di Traiano; questa volta per davvero!

La meraviglia sognata e aspettata da tante generazioni era realtà,

finalmente! Ma non era un miracolo. La grande riforma del senato,

compiuta da Vespasiano, dava i suoi frutti. La nuova nobiltà

provinciale ravvivava per un’ultima volta le tradizioni e le

istituzioni della antica repubblica. In queste famiglie dell’Italia

del Nord, della Gallia, della Spagna, dell’Africa, educate nello

spirito della romanità dai grandi scrittori dell’età di Cesare e di

Augusto, ferventi di ammirazione e di gratitudine per Roma che dalle

province le aveva chiamate a governare l’impero, l’antico spirito

latino riviveva con una forza e una sincerità nuove, e temperato da

una umanità, che era il frutto della coltura filosofica, dei tempi,

della grandezza e della varietà dell’impero. Roma era governata da

una aristocrazia, non meno ricca ma più semplice e austera che ai

tempi dei Giulio-Claudi[18]; orgogliosa dei suoi privilegi e diritti,

ma consapevole dei suoi doveri verso l’impero; colta e preparata al

comando dalle tradizioni del romanesimo rimesse nell’antico onore

dallo studio della letteratura latina e della filosofia greca fatto

con spirito civico e sollecitudine morale profonda; aliena dal feroce

spirito di discordia e dalle atroci gelosie, che avevano lacerato

la nobiltà romana negli ultimi secoli della repubblica: migliore di

quella più antica aristocrazia che le guerre civili, gli intrighi

politici, i dissesti economici, le conquiste troppo facili, il subito

dilagare dell’ellenismo avevano guastata, tra la seconda guerra

punica e l’avvento di Augusto. Tacito è lo scrittore che rappresenta

questa nuova aristocrazia e ne esprime le aspirazioni. E l’opera di

Quintiliano, il primo professore pubblico di retorica, istituito

da Vespasiano, ci fa conoscere l’educazione che formava questa

aristocrazia.

Traiano è il grande imperatore di questa nuova nobiltà. Era nato da una

di quelle famiglie di provinciali romanizzati, propriamente spagnola,

con cui Vespasiano aveva rinsanguato il senato. Suo padre, dopo aver

servito con onore nell’esercito, era stato fatto senatore dal primo dei

Flavii. Ma dell’antico romanesimo la parte che più forte riviveva in

lui era lo spirito militare. Traiano fu un soldato tagliato sul modello

di Scipione o di Paolo Emilio. Perciò, dopo aver data soddisfazione

alle aspirazioni civili dell’ordine senatorio, si accinse a soddisfare

un altro desiderio, che lo studio del passato e le rinnovate tradizioni

avevano ravvivato nella nuova aristocrazia: il desiderio che la gloria

militare di Roma rinverdisse. A questa aristocrazia, che lamentava

il secolo corso da Augusto a Domiziano come una lunga decadenza e

corruzione, pareva che anche la gloria delle armi romane si fosse

oscurata in quel tempo; la pace con Decebalo conchiusa da Domiziano

era considerata come una vergogna; si invocava un grande guerriero, che

ritemprasse la spada di Roma.

19. =La guerra contro la Dacia (101-102; 105-106).= — Traiano fu questo

grande guerriero. Il suo primo soggiorno a Roma fu breve, e durò poco

oltre il 101: il tempo necessario per preparare, d’accordo con il

senato, una grande spedizione nella Dacia; otto legioni, che con gli

ausiliari e le dieci coorti pretorie, dovevano formare un esercito di

almeno 100.000 uomini. Quando i preparativi furono terminati, nella

primavera del 101, Traiano dichiarò la guerra a Decebalo. Purtroppo

la storia di questa grande guerra è poco chiara. Noi sappiamo che la

Dacia fu invasa da tre eserciti; che i Daci si difesero con abilità ed

energia; che Traiano riportò una segnalata ma sanguinosissima vittoria

alla Porta di Ferro (Tapae), ma che neppur questa vittoria bastò a

piegare il nemico. L’imperatore dovè inoltrarsi nel paese nemico,

e minacciare il cuore e la capitale del regno. Solo allora Decebalo

accettò le condizioni imposte da Traiano: si dichiarò vassallo di Roma,

abbandonò le terre conquistate a danno dei popoli limitrofi, consegnò

il materiale di guerra e demolì le fortezze (102).

L’imperatore tornò l’anno seguente a Roma e celebrò un solenne

trionfo. Senonchè la pace non era che una tregua. Novello Mitridate,

il re dei Daci rialzava le sue fortezze; approntava nuove armi,

accoglieva i disertori romani, stringeva nuove alleanze, perfino,

si diceva, con la lontana Parzia. Alla fine del 104 il senato dovè

deliberare una più grande spedizione; e la guerra tra Roma e la

Dacia scoppiò di nuovo nel 105. La seconda campagna non fu meno aspra

della precedente. Abbandonato dagli alleati e da una parte del suo

popolo, Decebalo si ritirò lentamente nell’interno, resistendo nelle

gole delle montagne, incendiando i campi e le città, infliggendo ai

Romani aspre fatiche e perdite crudeli. Alla fine, egli e i nobili

del paese, dopo essersi strenuamente difesi, si uccisero, chi col

ferro chi con il veleno, o furono trucidati, o riuscirono a passare le

frontiere; e la Dacia fu proclamata provincia romana. Ma ormai il paese

devastato dalla lunga guerra era semideserto. Non volendo ai confini

dell’impero una provincia spopolata, Traiano colonizzò in grande la

nuova conquista. Da ogni parte dell’impero furono sollecitati coloni;

compagnie di imprenditori accorsero a scavare le miniere dei Carpazi;

la coltivazione del grano nelle feconde pianure e la navigazione

del Danubio si svilupparono prosperose; lo Stato aiutò in tutti i

modi, costruendo vie e città, non badando a spese, la colonizzazione

privata. In breve l’antico regno germanico di Decebalo si convertì in

una provincia romana, popolata di mediterranei dalla statura media,

dagli occhi scuri e ardenti, dalla capigliatura bruna; a cui facevano

contrasto gli indigeni superstiti dall’alta statura, dall’occhio

glauco e dai capelli biondi. In breve colà sonò la lingua di Roma, che

vive tutt’oggi nella contrada; e l’impero di Roma si era ampliato in

Occidente di una vasta provincia, che per parecchie generazioni fu quel

che oggi noi chiameremmo un «paese nuovo», aperto agli audaci, ricco di

pericoli e di fortune.

20. =L’amministrazione civile di Traiano (106-114).= — Nell’anno

stesso in cui Traiano compieva la conquista della Dacia, uno dei suoi

luogotenenti, A. Cornelio Palma, donava all’impero un’altra provincia:

l’Arabia Petrea, il paese che si stende dal Mar Rosso ad oriente della

Palestina sino a Damasco, incluso quasi tutto il Sinai, con le ricche

città di Petra e di Bostra. La nuova conquista fu senz’altro denominata

la provincia dell’Arabia (106).

Incominciò allora una pace, durata nove anni, durante i quali la

nuova nobiltà ebbe ragione di compiacersi che i tempi più belli della

repubblica fossero ritornati. «Finalmente la nobiltà — dice Plinio

il giovane, nel suo famoso _Panegirico_ — anzichè essere oscurata dal

Principe, riceve ogni giorno da lui un rinnovato splendore. Finalmente

il principe non teme gli illustri discendenti degli eroi, gli ultimi

eredi della libertà. Egli invece affretta per loro l’età degli onori,

rialza la loro dignità, li restituisce ai loro antenati.... Ovunque

è un ramo di un’antica stirpe, un resto di una vecchia gloria, egli

lo raccoglie, lo ravviva, e lo adopera a vantaggio della repubblica.

I grandi nomi tornano in onore, presso gli uomini, presso la fama,

strappati alle tenebre dell’oblio dalla generosità del principe,

il cui merito è — egualmente — nel conservare la nobiltà, come nel

crearla»[19]. Non più processi, scandali, delazioni, sospetti!

Le tradizioni repubblicane ritornano in onore. Un segretario

dell’imperatore, Titinio Capitone, mette nella sua casa, al posto di

onore, le immagini di Bruto, di Cassio, di Catone, e compone poesie

in lode di questi illustri cittadini, le legge in pubblico a tutta la

nobiltà romana. Lo stesso imperatore conia nelle monete l’effigie di

Silla, di Bruto, di Cicerone, di Catone l’Uticense, e perfino quella

del Genio medesimo della Libertà. Il senato e i magistrati della

repubblica sono trattati dal principe spagnolo con quel rispetto, di

cui la vecchia nobiltà romana non era più capace da un pezzo. Traiano,

anzi, istituisce nel senato lo scrutinio segreto per liberare i

senatori dal fastidioso controllo del principe. Molteplice è l’attività

del governo di Traiano in tutti i rami della pubblica amministrazione.

Grandiosi lavori pubblici sono ordinati in tutte le parti dell’impero,

per utilità o per fasto. Sono migliorati i porti adriatici e tirreni

della penisola, Ancona, Ostia, Centumcellae (Civitavecchia); sono

aperte in Roma pubbliche biblioteche; è costruito quel Foro Traiano,

opera di Apollodoro di Damasco, nel cui bel mezzo sorge ancora la

colonna, che racconta nel bronzo istoriato le guerre daciche.

L’Italia è invasa dalle famiglie arricchite e romanizzate delle

province, che vogliono servire l’impero ed essere assunte nella nobiltà

che lo governa. Traiano rinnova il disposto di Tiberio, che ogni

provinciale, il quale concorreva alle magistrature di Roma, dovesse

investire un terzo del suo avere nella penisola ed in beni immobili:

chiara intimazione dello imperatore spagnuolo a tutti i provinciali,

che a chi voleva prender parte al governo dell’impero l’Italia doveva

essere, non un albergo passeggero, ma la patria definitiva. Come

Augusto, Traiano non vuole che la popolazione italica diminuisca;

s’industria di frenare l’emigrazione; e dà incremento alle _istituzioni

alimentari_, a cui Nerva aveva appena avuto il tempo di dar forma[20].

Si assegnavano per conto del fisco determinate somme ai municipî, i

quali le prestavano a modico interesse e sulla garanzia dei fondi

ai privati; gli interessi dovevano servire ad allevare ed educare

fanciulli poveri, legittimi o naturali, e, in piccola parte, anche

fanciulle, purchè aventi la cittadinanza romana, fino ad una certa

età. L’istituzione mirava a un doppio scopo: accrescere la popolazione

minuta, che forniva i soldati alle legioni; e giovare all’agricoltura

italica, con prestiti di favore a modico interesse. Ed era — o parve

— così benefica, che molte famiglie della nobiltà si affrettarono

a imitarla, ciascuna nella misura delle sue forze. L’aristocrazia

intendeva di nuovo che i suoi privilegi erano bilanciati da molti

doveri verso le classi povere e lo Stato; che, come Plinio diceva,

«l’uomo veramente liberale deve donare alla sua patria, ai suoi vicini,

ai suoi amici poveri.... Egli deve andare in cerca di coloro che

conosce in bisogno; soccorrerli, sorreggerli e farsi di loro come una

seconda famiglia»[21].

La restaurazione della repubblica, l’aspra ed in gran parte vana

fatica di Augusto e di Tiberio, pareva dunque finalmente compiuta,

per merito di uno spagnolo. Roma aveva finalmente un imperatore, che

vigilava tutta la pubblica amministrazione, come Cicerone aveva voluto,

rispettando i diritti del senato e dei magistrati; un senato che,

senza gelosie e senza invidie, riconosceva per necessario questo unico

magistrato supremo, lo secondava e lo obbediva lealmente. Senonchè, se

Traiano poteva considerarsi sotto ogni aspetto come un restauratore

dell’antica Roma, in una cosa invece si staccava dal passato come

innovatore con i tempi nuovi: nella finanza. Gli storici antichi lo

lodano di aver provveduto alle spese pubbliche senza aggravare le

imposte, avendone, anzi, alleviato alcune. Ma se questo è vero, è

anche vero che egli non amministrò le finanze all’antica e al modo

di Augusto e di Tiberio, con parsimonia avversa alle nuove spese; ma

al modo di Vespasiano, reclamato dai nuovi tempi, largo cioè nello

spendere. Il governo di Traiano spese senza contare per la guerra,

per le opere e per l’assistenza pubblica, per la colonizzazione e la

cultura intellettuale. Che egli abbia potuto spendere così largamente,

senza accrescere i balzelli, si può spiegare ammettendo che il bottino

delle guerre, le terre e le miniere della Dacia, e l’incremento

spontaneo dei redditi, frutto della popolazione e della ricchezza

accresciute, gli abbiano fornito tutti i mezzi di cui aveva bisogno.

Se questa supposizione è vera, il nuovo sistema fiscale di Vespasiano

avrebbe dato il suo maggior rendimento, grazie al favore dei tempi,

sotto Traiano. Sembra poi che per la parte a cui i redditi accresciuti

dell’impero non bastavano, Traiano abbia provvisto con l’espediente

pericoloso di coniar monete d’argento d’egual peso di quelle di Nerone,

ma con lega peggiore. In altre parole Traiano, invece di misurare

le spese alla ricchezza vera, fece godere i contemporanei di una

prosperità fittizia, consumando non solo la ricchezza presente, ma

impegnando l’avvenire e dilapidando in parte le sue riserve. Senonchè

queste spese, se prepararono dal suo principio la rovina che dovremo

narrare, procurarono a Traiano e al suo governo la immensa ammirazione

di cui godè. Spendendo largamente senza scarnificare con le imposte

l’impero, Traiano potè apparire come la provvidenza universale, essere

chiamato, come una iscrizione ci dice, _locupletator civium_[22].

L’impero da un pezzo chiedeva un governo che desse molto pigliando

poco. Non aveva ammirato la moderazione di Augusto e di Tiberio

nell’esigere le imposte, per il rancore della loro avarizia nello

spendere; non aveva ammirato neppure la generosità di Nerone e di

Domiziano, per le violenze ed estorsioni con cui costoro avevano dovuto

alla fine procurarsi il prodigato denaro. Traiano potè, per la felicità

e prosperità dei tempi, spendere come Nerone e Domiziano, risparmiando

i sudditi come Augusto e Tiberio: onde parve a tutti far dello Stato la

fontana della prosperità universale; e di questa spensierata finanza

ebbe la gloria, mentre ad altri toccherà più tardi di pagarne il fio.

Ingiustizia frequente nella storia!

21. =Traiano e il Cristianesimo.= — Traiano fu il primo imperatore che,

a quanto sappiamo, ebbe ad occuparsi ufficialmente del Cristianesimo.

Il fatto è di troppa importanza, perchè non si debba almeno accennarlo.

Il Cristianesimo s’era molto diffuso, massime in Oriente e nelle

moltitudini: onde un perturbamento profondo. Il Cristianesimo non

veniva per imbrancarsi con le altre numerose religioni già venerate

in Oriente; ma per soppiantarle tutte. Plinio il giovane, governatore

della Bitinia, scrive in questo tempo a Traiano, che, propagandosi

il Cristianesimo, i templi incominciavano a diventar deserti[23].

Immaginarsi la collera di questi culti rivali, dei fedeli che ad

essi credevano, dei sacerdoti, dei mercanti, degli artigiani che ne

vivevano! Là dove i cristiani incominciavano a diventare numerosi,

i governatori erano di continuo sollecitati ad infierire contro

di loro da denunziatori che li accusavano di ogni sorta di delitti

immaginarî. Plinio sapeva che queste accuse erano fantastiche; e che,

se i Cristiani professavano quella che a lui pareva una _superstitio

prava et immodica_, non facevan nulla di male nelle loro adunanze.

Ma c’era un punto sul quale i Cristiani erano alla mercè dei loro

nemici. Il culto dell’imperatore si era ormai diffuso in tutte le

province, sovrapponendosi alla molteplicità dei culti nazionali

e locali come un vincolo politico e religioso di tutto l’impero.

In ogni città c’era un’ara dell’imperatore, innanzi alla quale si

facevano sacrifici nelle occasioni solenni. Quando qualcuno accusava i

Cristiani di non sacrificare all’imperatore, il governatore doveva pure

verificare l’accusa; e allora ai Cristiani era necessario scegliere

tra il sacrilegio e il crimenlese. Che pur rifiutando di adorarne

le imagini i Cristiani fossero fedeli e obbedienti all’imperatore,

era cosa che l’autorità romana non poteva nè capire nè ammettere, lo

spirito greco-latino non riuscendo neppure a immaginare una religione

esclusiva. Ma insomma il caso dei Cristiani era ancora molto confuso ed

incerto, in politica ed in diritto: onde un bel giorno dal fondo della

sua provincia, Plinio chiese istruzioni a Traiano. E Traiano rispose

dando una regola, un po’ grossolana ma abbastanza mite per i tempi: i

Cristiani non doversi ricercare, nè doversi ammettere a loro danno le

denunzie anonime; ma se denunciati rifiutassero di venerare le imagini

imperiali e con ciò si confessassero cristiani, doversi punire[24].

Tale fu la cosiddetta persecuzione di Traiano. In verità Traiano si

restrinse a dare ai nemici dei cristiani, che reclamavano spietati

rigori, una piccola soddisfazione, che era nel tempo stesso una

persecuzione e una difesa dei cristiani, se si paragona quel che

l’imperatore concede con quel che i nemici dei cristiani chiedevano.

Processandoli e perseguitandoli blandamente, l’autorità imperiale

salvava i cristiani dallo sterminio a cui i loro nemici li avrebbero

condannati, se l’autorità imperiale non li avesse frenati.

22. =Le guerre d’Oriente (114-116).= — Sulla fine del 113 o sui primi

del 114, il senato fregiava il principe del solenne titolo, con cui

il paganesimo onorava Giove: il titolo di _Optimus_[25]. Senonchè quei

nove anni di pace non erano stati fine a se stessi, ma preparazione ad

una grande impresa di guerra in Oriente, simile alla conquista della

Dacia in Occidente. Traiano voleva ripigliare e ingrandire ancora

il disegno di Cesare e di Antonio; muovere, come Alessandro Magno,

alla conquista di tutto l’Oriente, dall’Eufrate alle sponde del Golfo

Persico. Le cose di Oriente, sempre in bilico, sollecitavano di nuovo,

intorno al 114, un intervento romano, perchè il re dei Parti, Cosroe,

aveva insediato in Armenia un suo nipote, Partomasiri. In quel momento

però la Parzia era lacerata da una grossa guerra civile; Cosroe era uno

dei tre re che si contendevano il trono; era dunque facile, in quelle

circostanze, combattere i Parti coi Parti stessi, adoperando le arti

politiche di un Augusto e di un Tiberio. Ma Traiano era un soldato, un

grande soldato e voleva anche, come la nuova aristocrazia che ammirava

in lui il suo eroe, far rilucere di nuovo prestigio le armi romane

a tutte le frontiere dell’impero. Egli pensò quindi essere giunto il

tempo di tagliar con la spada il nodo della questione orientale, invece

che ingarbugliarlo ancora più con nuove trattative e combinazioni. Il

disordine in cui giaceva l’impero partico parve offrire un’occasione

propizia. Perciò nella primavera del 114, Traiano mosse da Antiochia

alla testa di grandi forze alla conquista dell’Armenia. Invano

Partomasiri si presentò inerme al campo romano, chiedendo l’investitura

del regno. L’Armenia fu dichiarata provincia romana (114); la

Mesopotamia invasa l’anno seguente e, nella sua porzione superiore,

dichiarata provincia romana (115). Ma il vero assalto all’impero

Partico fu cominciato solo nella primavera del 116. In questo anno,

valicato il Tigri, Traiano occupava l’Adiabene e l’Assiria, che

riduceva anch’esse a province: indi, ripassato il fiume, si impadroniva

di Babilonia; poi marciando di nuovo sul Tigri, entrava in Ctesifonte;

donde proseguiva la sua marcia trionfale sino alle sponde del Golfo

Persico (116). Così almeno sembra risultare dai confusi racconti degli

antichi scrittori.

Traiano era veramente giunto al sommo della gloria. Par proprio che a

questo punto egli si sia illuso di esser riuscito nell’impresa fallita

a Cesare e ad Antonio, e di aver fatto di Roma un immenso impero, mezzo

asiatico e mezzo europeo. A credere, anzi, agli storici antichi egli

già sognava una spedizione in India e una gloria maggiore di quella

di Alessandro. Ma se l’ebbe, l’illusione fu di corta durata. Alle

sue spalle, mentre egli avanzava nell’Asia, il fanatismo nazionale

dei paesi da lui conquistati di sorpresa si risvegliava. Nel 117 la

Mesopotamia e l’Assiria insorgevano; e la repressione fu così difficile

e sanguinosa, che Traiano dovè risolversi a dare, in Ctesifonte, la

corona partica a uno dei pretendenti in conflitto, un Partamaspate,

sperando così di impedire che i Parti si unissero alla rivolta. Ma

la rivolta dilagò invece al di qua dell’Eufrate. Implacabili nel loro

odio, i Giudei coglievano l’occasione ed insorgevano in Palestina, a

Cipro, in Egitto, in Cirenaica. Intanto i Mauri ripigliavano le loro

scorrerie contro la provincia di Africa; i Bretoni si agitavano; i

Sarmati minacciavano di rompere di nuovo la linea del Danubio. L’impero

aveva bisogno di tutta l’intelligenza di Traiano. Quando, ad un tratto,

ammalatosi, Traiano spirava a Selinunte, lasciando, tragica fine di un

impero luminoso, mezzo l’impero in fiamme (agosto 117).

Roma antica, Vol. 3/3 · 第 11 / 42 题