Qui comincia el tractato dell'obedienzia. E prima, dove
l'obedienzia si truova, e che è quello che ce la tolle, e quale è
il segno che l'uomo l'abbi o no, e chi è la sua compagna e da cui è
notricata.
Allora el sommo ed etterno Padre, e pietoso, volse l'occhio della
misericordia e clemenzia sua inverso di lei, dicendo:--O carissima e
dolcissima figliuola, el sancto desiderio e giuste petizioni debbono
essere exauditi; e però Io, somma veritá, adempirò la veritá mia,
satisfacendo alla promessa che Io ti feci e al desiderio tuo. E se tu mi
dimandi: dove la truovi, e quale è la cagione che te la tolle, e il
segno che tu l'abbi o no, Io ti rispondo: che tu la truovi conpitamente
nel dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo. Fu tanto pronpta in
lui questa virtú che, per conpirla, corse all'obrobriosa morte della
croce. Chi te la tolle? Raguarda nel primo uomo, e vedrai la cagione che
gli tolse l'obbedienzia inposta a lui da me, Padre etterno: la superbia
che esci e fu producta da l'amore proprio e piacimento della compagna
sua. Questa fu quella cagione che gli tolse la perfeczione de
l'obbedienzia e diègli la disobbedienzia; unde gli tolse la vita della
grazia e diègli la morte, perdette la innocenzia e cadde in inmondizia e
in grande miseria. E non tanto egli, ma e' v'incorse tucta l'umana
generazione, sí come Io ti dixi.
El segno che tu abbi questa virtú è la pazienzia; e, non avendola, ti
dimostra che tu non l'hai, la inpazienzia. Unde contiandoti di questa
virtú, trovarrai che egli è cosí. Ma actende: ché in due modi s'observa
obbedienzia. L'una è piú perfecta che l'altra; e non so' però separate,
ma unite, sí com'Io ti dixi de' comandamenti e de' consigli. L'uno è
buono e perfecto, l'altro è perfectissimo; e neuno è che possa giognere
a vita etterna se non l'obbediente, però che senza l'obbedienzia veruno
è che vi possa intrare, perché ella fu diserrata con la chiave de
l'obbedienzia, e con la disobbedienzia di Adam si serrò.
Essendo poi Io costrecto dalla mia infinita bontá, vedendo che l'uomo,
cui Io tanto amavo, non tornava a me, fine suo, tolsi le chiavi de
l'obbedienzia e posile in mano del dolce e amoroso Verbo, mia Veritá; ed
egli, come portonaio, diserrò questa porta del cielo. E senza questa
chiave e portonaio, mia Veritá, veruno ci può andare. E però dixe egli
nel sancto evangelio che veruno poteva venire a me, Padre, se non per
lui. Egli vi lassò questa dolce chiave de l'obbedienzia, quando egli
ritornò a me, exultando, in cielo, e levandosi dalla conversazione degli
uomini per l'ascensione. Sí come tu sai, egli lassò il vicario suo,
Cristo in terra, a cui sète tucti obligati d'obbedire infino alla morte.
E chi è fuore de l'obbedienzia sua, sta in stato di danpnazione, sí come
in un altro luogo Io ti dixi.
Ora Io voglio che tu vegga e cognosca questa excellentissima virtú ne
l'umile e inmaculato Agnello, e unde ella procede. Unde venne che tanto
fu obbediente questo Verbo? Da l'amore ch'egli ebbe a l'onore mio e alla
salute vostra.
Unde procedecte l'amore? Dal lume della chiara visione con la quale
vedeva, l'anima sua, chiaramente la divina Essenzia e la Trinitá
etterna; e cosí sempre vedeva me, Dio etterno. Questa visione adoperava
perfectissimamente in lui quella fedeltá, la quale inperfectamente
adopera in voi el lume della sanctissima fede. Ché fu fedele a me, suo
Padre etterno, e però corse col lume glorioso, come innamorato, per la
via de l'obbedienzia. E perché l'amore non è solo, ma è aconpagnato di
tucte le vere e reali virtú, però che tucte le virtú hanno vita da
l'amore della caritá (benché altrementi fussero le virtú in lui e
altrementi in voi); ma tra l'altre ha la pazienzia, che è il mirollo
suo, uno segno dimostrativo che ella fa ne l'anima se ella è in grazia e
ama in veritá o no; e però la madre della caritá l'ha data per sorella
alla virtú de l'obbedienzia, e halle sí unite insieme, che mai non si
perde l'una senza l'altra: o tu l'hai amendune, o tu non hai veruna.
Questa virtú ha una nutrice che la notrica, cioè la vera umilitá; unde
tanto è obbediente quanto umile, e umile quanto obbediente. Questa
umilitá è baglia e nutrice della caritá, e però el lacte suo medesimo
notrica la virtú de l'obbedienzia. El vestimento suo, che questa nutrice
le dá, è l'avilire se medesimo, vestirsi d'obrobri, dispiacere a sé e
piacere a me. In cui el truovi? In Cristo, dolce Iesú, unigenito mio
Figliuolo. E chi s'avilí piú di lui? Egli si satollò d'obrobri, di
scherni e di villanie; dispiacque a sé, cioè la vita sua corporale, per
piacere a me. E chi fu piú paziente di lui, che non fu udito el grido
suo per alcuna mormorazione, ma con pazienzia abbracciando le ingiurie,
come inamorato compí l'obbedienzia mia, inposta a lui da me, suo Padre
etterno?
Addunque in lui la trovarrete compitamente. Egli vi lassò la regola e
questa doctrina, e prima l'osservò in sé; ella vi dá vita, perché ella è
via dricta. Egli è la via, e però dixe egli che era via, veritá e vita;
e chi va per essa va per la luce, e colui che va per la luce non può
offendere né essere offeso che egli non s'avegga, perché ha tolto da sé
la tenebre de l'amore proprio unde cadeva nella disobbedienzia: che,
com'Io ti dixi, la conpagna, e unde procedeva l'obbedienzia, è
l'umilitá. Cosí ti dixi e dico che la disobbedienzia viene dalla
superbia, che esce da l'amore proprio di sé, privandosi de l'umilitá. La
sorella, che è data da l'amore proprio alla disobbedienzia, è la
inpazienzia, e la superbia la notrica; con tenebre d'infidelitá corre
per la via tenebrosa, che gli dá morte etternale.
Tucti vi conviene leggere in questo glorioso libro, dove trovate scripta
questa e ogni altra virtú.