Dei mali che procedono dal tenere o desiderare disordinatamente le
ricchezze temporali.
--Doh! raguarda, carissima figliuola, quanta vergogna a' miseri uomini
amatori delle ricchezze, che non seguitano il cognoscimento che lo'
porge la natura per acquistare il sommo ed etterno Bene! Lo fanno questi
filosofi, che, per amore della scienzia, cognoscendo che e' l'era
inpedimento, le gittavano da loro. E questi de le ricchezze si vogliono
fare uno idio. E questo manifesta ch'egli è cosí: che essi si dogliono
piú quando perdono la ricchezza e substanzia temporale che quando
perdono me, che so' somma ed etterna ricchezza. Se tu raguardi bene,
ogni male n'esce di questo disordenato desiderio e volontá della
ricchezza.
Egli n'esce la superbia, volendo essere il maggiore; la ingiustizia in
sé e in altrui; l'avarizia, che per l'appetito della pecunia non si cura
di robbare il fratello suo, né di tollere quello della sancta Chiesa,
che è acquistato col sangue del Verbo unigenito mio Figliuolo. Èscene
rivendarìa delle carni del proximo suo e del tempo: come sonno gli
usurai, che, come ladri, vendono quel che non è loro. Èscene golositá
per li molti cibi e disordenatamente prenderli, e disonestá. Ché, se non
avesse che spendere, spesse volte non starebbe in conversazioni di tanta
miseria. Quanti omicidii, odio e rancore verso il suo proximo, e
crudeltá con infidelitá verso di me, presumendo di loro medesimi, come
se per loro virtú l'avessero acquistate! Non vedendo che per loro virtú
non le tengono né l'acquistano, ma solo per mia, perdono la speranza di
me, sperando solo nelle loro ricchezze. Ma la speranza loro è vana, ché,
non avedendosene, elle vengono meno: o essi le perdono in questa vita
per mia dispensazione e loro utilitá, o essi le perdono col mezzo della
morte. Allora cognoscono che vane e none stabili elle erano. Elle
inpoveriscono e uccidono l'anima: fanno l'uomo crudele a se medesimo,
tolgonli la dignitá dello infinito e fannolo finito, cioè che 'l
desiderio suo, che debba essere unito in me che so' bene infinito, egli
l'ha posto e unito per affecto d'amore in cosa finita. Egli perde il
gusto del sapore della virtú e de l'odore della povertá, perde la
signoria di sé, facendosi servo delle ricchezze. È insaziabile, perché
ama cosa meno di sé; però che tucte le cose che sonno create sonno facte
per l'uomo perché il servissero e non perché egli se ne faccia servo, e
l'uomo die servire a me che so' suo fine.
A quanti pericoli e a quante pene si mecte l'uomo, per mare e per terra,
per acquistare la grande ricchezza, per tornare poi nella cittá sua con
delizie e stati; e non si cura d'acquistare le virtú né di sostenere un
poca di pena per averle, che sonno la ricchezza de l'anima. Essi sonno
tucti ammersi il cuore, e l'affecto, che debba servire a me, egli
l'hanno posto nelle ricchezze, e con molti guadagni inliciti carica la
conscienza loro. Vedi a quanta miseria egli si recano e di cui e' si
sonno facti servi: non di cosa ferma né stabile, ma mutabile, ché oggi
son ricchi e domane povari; ora sonno in alto, ora sonno a basso; ora
sono temuti e avuti in reverenzia dal mondo per la loro ricchezza, e ora
è facto beffe di loro avendola perduta, con rimproverio e vergogna e
senza conpassione eglino son tractati, perché si facevano amare e erano
amati per le ricchezze e non per virtú che fussero in loro. Ché, se
fussero stati amati e fussersi facti amare per le virtú che fussero
state in loro, non sarebbe levata la reverenzia né l'amore, perché la
sustanzia temporale fuxe perduta e non la ricchezza delle virtú.
Oh, come è grave loro a portare nella coscienzia loro questi pesi! E l'è
sí grave, che in questo camino della perregrinazione non può còrrire né
passare per la porta strecta. Nel sancto Evangelio vi disse cosí la mia
Veritá: che «egli è piú inpossibile ad intrare uno ricco a vita etterna
che uno camello per una cruna d'aco». Ciò sonno coloro che con
disordenato e miserabile affecto posseggono o desiderano la ricchezza.
Però che molti sonno quelli che sonno povari, sí com'Io ti dixi, e per
affecto d'amore disordenato posseggono tucto il mondo con la loro
volontá, se essi el potessero avere. Questi non possono passare per la
porta, però che ella è strecta e bassa; unde, se non gittano il carico a
terra e non ristrengono l'affecto loro nel mondo e chinano il capo per
umilitá, non ci potranno passare. E non ci è altra porta che gli conduca
ad vita se non questa. Ècci la porta larga che gli mena a l'etterna
dannazione; e, come ciechi, non pare che veggano la loro ruina, che in
questa vita gustano l'arra de l'inferno. Però che in ogni modo ricevono
pena, desiderando quello che non possono avere. Non avendo, hanno pena,
e se e' perdono, perdono con dolore. Con quella misura hanno il dolore,
che essi la possedevano con amore. Perdono la dileczione del proximo,
non si curano d'acquistare veruna virtú. Oh, fracidume del mondo! non le
cose del mondo in loro, però che ogni cosa creai buona e perfecta, ma
fracido è colui che con disordenato amore le tiene e cerca. Mai non
potresti con la tua lingua narrare, figliuola mia, quanti sonno e' mali
che n'escono e veggonne e pruovanne tucto dí; e non vogliono vedere né
cognoscere il danno loro.