CAPITOLO CXLVIII

De la providenzia di Dio in generale, la quale usa verso le sue

creature in questa vita e nell'altra.

--Dilarghisi, figliuola, el cuore tuo, e apre l'occhio de l'intellecto

col lume della fede a vedere con quanto amore e providenzia Io ho creato

e ordinato l'uomo acciò che goda nel mio sommo, etterno bene. E in tucto

ho proveduto, come decto t'ho, ne l'anima e nel corpo, negl'imperfecti

e ne' perfecti, a' buoni e a' gattivi, spiritualmente e temporalmente,

nel cielo e nella terra, in questa vita mortale e nella inmortale.

In questa vita mortale, mentre che sète viandanti, Io v'ho legati nel

legame della caritá: voglia l'uomo o no, egli ci è legato. Se egli si

scioglie per affecto che non sia nella caritá del proximo, egli ci è

legato per necessitá. Unde, acciò che in acto e in affecto usasse la

caritá (e se la perdete in affecto per le iniquitá vostre, almeno sète

constrecti per vostro bisogno d'usare l'acto), providdi di non dare a

uno uomo, né a ogniuno a se medesimo, el sapere fare quello che bisogna

fare in tucto alla vita de l'uomo; ma chi n'ha una parte, e chi n'ha

un'altra, acciò che l'uno abbi materia, per suo bisogno, di ricòrrire a

l'altro. Unde tu vedi che l'artefice ricorre al lavoratore, e il

lavoratore a l'artefice: l'uno ha bisogno de l'altro, perché non sa fare

l'uno quello che l'altro. Cosí el cherico e il religioso ha bisogno del

secolare, e il secolare del religioso; e l'uno non può fare senza

l'altro. E cosí d'ogni altra cosa.

E non potevo Io dare a ogniuno tucto? Sí bene; ma volsi, con

providenzia, che s'aumiliasse l'uno a l'altro, e costrecti fussero

d'usare l'acto e l'affecto della caritá insieme. Mostrato ho la

magnificenzia, bontá e providenzia mia in loro, e essi si lassano

guidare alla tenebre della propria fragilitá. Le menbra del corpo vostro

vi fanno vergogna, perché usano caritá insieme, e non voi: unde, quando

il capo ha male, la mano il soviene; e se il dito, che è cosí piccolo

menbro, ha male, il capo non si reca a schifo perché sia maggiore e piú

nobile che tucta l'altra parte del corpo, anco il soviene con l'udire,

col vedere, col parlare e con ciò ch'egli ha. E cosí tucte l'altre

menbra. Non fa cosí l'uomo superbo, che, vedendo il povero membro suo

infermo e in necessitá, non el soviene, non tanto con ciò che egli ha,

ma con una minima parola; ma con rimproverio e schifezza volta la faccia

adietro. Abbonda in ricchezze, e lassa lui morire di fame; ma egli non

vede che la sua miseria e crudeltá gitta puzza a me, e infino al

profondo de lo 'nferno ne va la puzza sua.

Io proveggo quel povarello, e per la povertá gli sará data somma

ricchezza. E a lui, con grande rimproverio, gli sará rimproverato dalla

mia Veritá, se egli non si corregge, per lo modo che conta nel sancto

Evangelio, dicendo: «Io ebbi fame e non mi desti mangiare; ebbi sete, e

non mi desti bere; nudo fui, e non mi vestisti; infermo e in carcere, e

non mi visitasti». E non gli varrá in quello ultimo di scusarsi,

dicendo:--Io non ti viddi mai, ché, se io t'avesse veduto, io l'arei

facto.--El misero sa bene (e cosí dixe Egli) che quello che fa a' suoi

povaregli, fa a lui. E però giustamente gli sará dato etterno supplicio

con le demonia.

Sí che vedi che nella terra Io ho proveduto perché non vadano

all'etternale dolore.

Se tu raguardi di sopra, in me vita durabile, nella natura angelica e

ne' cittadini che sonno in essa vita durabile, che in virtú del sangue

dell'Agnello hanno avuta vita etterna, Io ho ordinato con ordine la

caritá loro, cioè che Io non ho posto che l'uno gusti pure il bene suo

proprio, nella beata vita che egli ha da me, e non sia participato dagli

altri. Non ho voluto cosí: anco è tanto ordinata e perfecta la caritá

loro, che il grande gusta el bene del piccolo, e il piccolo quello del

grande. Piccolo, dico, quanto a misura, non che 'l piccolo non sia pieno

come il grande, ognuno nel grado suo, sí come in un altro luogo Io ti

narrai. Oh! quanto è fraterna questa caritá, e quanto è unitiva in me, e

l'uno con l'altro, perché da me l'hanno e da me la ricognoscono, con

quello timore sancto e debita reverenzia, che rendono loro, s'affogano

in me, e in me veggono e cognoscono la loro dignitá nella quale Io gli

ho posti. L'angelo si comunica con l'uomo, cioè con l'anime de' beati, e

i beati con gli angeli. Sí che ognuno in questa dileczione della caritá,

godendo el bene l'uno de l'altro, exultano in me con giubilo e

allegrezza senza alcuna tristizia, dolce senza alcuna amaritudine,

perché, mentre che vissero e nella morte loro, gustâro me per affecto

d'amore nella caritá del proximo.

Chi l'ha ordinato? La sapienzia mia con admirabile e dolce providenzia.

E se tu ti vòlli al purgatorio, vi trovarrai la mia dolce e

inextimabile providenzia in quelle tapinelle anime che per ignoranzia

perdêro il tempo, e perché sonno separate dal corpo, non hanno piú el

tempo di potere meritare: unde Io l'ho provedute col mezzo di voi, che

anco sète nella vita mortale, che avete il tempo per loro; cioè che con

le limosine e divino offizio che facciate dire a' ministri miei, con

digiuni e con orazioni facte in istato di grazia, abbreviate a loro il

tempo della pena mediante la mia misericordia. Odi dolce providenzia!

Tucto questo ho decto a te che s'appartiene, dentro ne l'anima, alla

salute vostra, per farti inamorare e vestire col lume della fede, con

ferma speranza nella providenzia mia, e perché tu gitti te fuore di te,

e in ciò che tu hai a fare speri in me senza veruno timore servile.

Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza · 第 169 / 221 题