De la providenzia che Dio usa verso di coloro che sono ancora
nell'amore inperfecto.
--Sai tu, carissima figliuola, che modo Io tengo per levare l'anima
inperfecta dalla sua inperfeczione? Che alcuna volta Io la proveggo con
molestie di molte e diverse cogitazioni, e con la mente sterile. Parrá
che sia tucto abandonata da me, senza veruno sentimento: né nel mondo
gli pare essere, ché non v'è; né in me gli pare essere, ché non ha
sentimento veruno, fuore che sente che la volontá sua non vuole
offendere.
Questa porta della volontá, che è libera, non do Io licenzia a' nemici
che l'aprano. Ma do bene licenzia alle dimonia e agli altri nemici de
l'uomo che percuotano l'altre porte; ma questa, che è la principale, no,
ché conserva la cittá de l'anima. È vero che ha la guardia del libero
arbitrio, che sta a questa porta: hogliele dato libero, che dica sí e
no, secondo che gli piace. Molte sonno le porte che ha questa cittá. Le
principali sonno tre (ché l'una è quella che sempre si tiene, se ella
vuole, ed è guardia de l'altre): ciò sonno la memoria, lo 'ntellecto e
la volontá. Unde, se la volontá consente, v'entra il nemico de l'amore
proprio e tucti gli altri nemici che seguitano doppo lui. Subbito lo
'ntellecto riceve la tenebre, che è nemica della luce; e la memoria
riceve el odio per ricordamento della ingiuria (el quale odio è nemico
della dileczione della caritá del proximo suo); ritiene e' dilecti e
piaceri del mondo in diversi modi, come sonno diversi e' peccati e'
quali sonno contrari alle virtú.
Subito che sonno aperte le porte, s'aprono li sportegli de' sentimenti
del corpo, e' quali sonno tucti strumenti che rispondono a l'anima. Unde
tu vedi che l'affecto disordenato de l'uomo, che ha uperte le porte sue,
risponde con questi organi; unde tucti e' suoni sonno guasti e
contaminati, cioè le sue operazioni. L'occhio non porge altro che morte,
perché è posto a vedere cosa morta con disordenato guardare colá dove
non debba; con vanitá di cuore, con leggerezza, con modi e guardature
disoneste è cagione di dare morte a sé e ad altrui. Oh misero te! quel
ch'Io t'ho dato perché tu raguardi el cielo e tucte l'altre cose e la
bellezza della creatura per me e perché tu raguardi e' misteri miei; e
tu raguardi in loto e in miseria, e cosí n'acquisti la morte.
Cosí l'orecchia si dilecta in cose disoneste, o in udire e' facti del
proximo suo per giudicio; dove Io gli li diei perché udisse la parola
mia e la necessitá del proximo suo. La lingua ho data perché annunzi la
parola mia e confessi e' difecti suoi, e perché l'aduopari in salute de
l'anime; ed egli l'aduopera in bastemmiare me, che so' suo Creatore, e
in ruina del proximo, nutricandosi delle carni sue, mormorando e
giudicando l'operazioni buone in male e le gattive in bene; bastemiando,
dando falsa testimonanza; con parole lascive pericola sé e altrui; gitta
parole d'ingiuria, che trapassano ne' cuori de' proximi come coltella,
le quali parole li provocano ad ira. Oh, quanti sonno e' mali e
omicidii, quanta disonestá, quanta ira, odio e perdimento di tempo che
escono per questo menbro!
Se egli è l'odorato, né piú né meno offende ne l'essere suo con
disordenato piacere nel suo odorare. E, se egli è il gusto, con golositá
insaziabile, con disordenato appetito volendo le molte e varie vivande,
non mira se non d'empire il ventre suo, non raguardando la misera
anima, che aperse la porta, che per lo disordenato prendere de' cibi
viene a riscaldamento la fragile carne sua, con disordenato desiderio di
corrómpare se medesimo. Le mani, in tòllere le cose del proximo suo, e
con laidi e miserabili toccamenti, le quali sonno facte per servire il
proximo quando il vede nella infermitá, sovenendo con la elemosina nella
necessitá sua. E' piei, gli sono dati perché servino e portino il corpo
in luogo sancto e utile a sé e al proximo suo per gloria e loda del nome
mio; ed egli spende e porta el corpo in luoghi vitoperosi in molti e
diversi modi, novellando e spiacevoleggiando, corrompendo con le loro
miserie l'altre creature in molti modi, secondo che piace alla
disordenata volontá.
Tucto questo t'ho decto, carissima figliuola, per darti materia di
pianto di vedere gionta a tanta miseria la nobile cittá de l'anima, e
perché tu vegga quanto male esce della principale porta della volontá.
Alla quale Io non do licenzia che i nimici de l'anima entrino, come
decto è; ma, come Io ti dicevo, do bene licenzia ne l'altre che i nimici
le percuotano. Unde lo 'ntellecto sostengo che sia percosso da una
tenebre di mente; e la memoria pare molte volte che sia privata del
ricordamento di me. E alcuna volta tucti gli altri sentimenti del corpo
parrá che siano in diverse bactaglie. Nel guardare le cose sancte e
toccandole e udendole e odorandole e andandovi, ogni cosa parrá che gli
dia mutazione, disonestá e corrompimento. Ma tucto questo non è a morte,
però che Io non voglio la morte sua (guarda che egli non fusse sí stolto
che egli aprisse la porta della volontá): Io permecto che eglino stiano
di fuore, ma non che entrino dentro. Dentro non possono intrare se non
quando la propria volontá vuole.
E perché tengo Io in tanta pena e affliczione questa anima atorniata da
tanti nemici? Non perché ella sia presa e perda la ricchezza della
grazia; ma follo per mostrarle la mia providenzia, acciò che ella si
fidi di me e non in sé, levisi dalla negligenzia e con sollicitudine
rifugga a me, che so' suo difenditore, so' Padre benigno, che procuro la
salute sua; acciò che ella stia umile e vegga sé non essere, ma l'essere
e ogni grazia che è posta sopra l'essere ricognosca da me, che so' sua
vita. Come ella cognosce questa vita e providenzie mie in queste
bactaglie? Ricevendo la grande liberazione, ché non la lasso permanere
continuamente in questo tempo; ma vanno e vengono, secondo ch'Io veggo
che le bisognino. Talora gli parrá essere ne lo 'nferno, che, senza
veruno suo exercizio che allora faccia, ne sará privata e gustará vita
etterna. L'anima rimane serena: ciò che vede le pare che gridi Dio,
tucta infiammata d'amoroso fuoco per la considerazione che fa allora
l'anima nella mia providenzia, perché si vede essere uscita di sí grande
pelago non con suo exercizio, ché il lume venne inproviso, non
exercitandosi, ma solo per la mia inextimabile caritá, che volsi
provedere alla sua necessitá nel tempo del bisogno, che quasi non poteva
piú.
Perché ne l'exercizio, quando s'exercitava a l'orazione e a l'altre cose
che bisognano, non le risposi col lume, tollendole la tenebre? Perché,
essendo ancora inperfecta, non reputasse in suo exercizio quello che non
era suo. Sí che vedi che lo inperfecto nelle bactaglie, exercitandosi,
viene a perfeczione, perché in esse bactaglie pruova la divina mia
providenzia, unde egli s'è levato da l'amore inperfecto.
Anco uso uno sancto inganno, solo per levarli dalla inperfeczione: ch'Io
lo' farò concipere amore ad alcuna creatura spiritualmente e in
particulare, oltre a l'amore generale. Unde con questo mezzo s'exercita
alla virtú, leva la sua inperfeczione, fallo spogliare il cuore d'ogni
altra creatura che egli amasse sensualmente, di padre, madre, suoro,
frategli: ne trae ogni propria passione, e amali per me, Dio. E, con
questo amore ordinato del mezzo ch'Io gli ho posto, caccia il
disordinato, col quale in prima amava le creature. Adunque vedi che
tolle questa inperfeczione. Ma actende che un'altra cosa fa questo amore
di questo mezzo: che egli fa provare se perfectamente egli ama me e il
mezzo che Io gli ho dato, o no. E però gli li diei Io, perché egli el
provasse, acciò che avesse materia di cognoscerlo; ché, non
cognoscendolo, né a se medesimo dispiacerebbe, né piacerebbe quello che
avesse in sé che fusse mio. Per questo modo el cognosce: e giá t'ho
decto che ella è ancora inperfecta. E non è dubbio che, essendo
inperfecto l'amore che ha a me, è inperfecto quello che ha alla creatura
che ha in sé ragione, però che la caritá perfecta del proximo dipende
dalla perfecta caritá mia. Sí che con quella misura perfecta e
inperfecta che ama me, con quella ama la creatura. Come el cognosce per
questo mezzo? In molte cose. Anco, quasi, se voi aprite l'occhio de
l'intellecto, non passará tempo che egli nol vegga e pruovi. Ma, perché
in un altro luogo Io tel manifestai, poco te ne narrarò.
Quando della creatura cui egli ama di singulare amore, come decto è,
egli si vede diminuire il dilecto, la consolazione o conversazioni
usate, dove trovava grandissima consolazione, o di molte altre cose, o
che vedesse che ella avesse piú conversazioni con altrui che con lui,
sente pena; la quale pena el fa intrare a cognoscimento di sé. Se vuole
andare con lume e con prudenzia, come debba, con piú perfecto amore
amerá quel mezzo, perché, col cognoscimento di se medesimo e odio che
averá conceputo al proprio sentimento, si tolle la inperfeczione e viene
ad perfeczione. Essendo poi perfecto, séguita piú perfecto e maggiore
amore nella creatura generale, e nel particulare mezzo posto dalla mia
bontá, che ho proveduto a farla spronare con odio di sé e amore delle
virtú in questa vita della perregrinazione, pure che ella non sia
ignorante a recarsi, nel tempo delle pene, a confusione e tedio di
mente, a tristizia di cuore e senza exercizio. Questa sarebbe cosa
pericolosa: verrebbeli a ruina e a morte quello che Io gli ho dato per
vita. Non die fare cosí; ma con buona sollicitudine e con umilitá
reputandosi indegno di quel che desidera (cioè non avendo la
consolazione la quale egli voleva), e con lume vegga che la virtú, per
la quale principalmente la debba amare, non è diminuita in lui con fame
e desiderio di volere portare ogni pena, da qualunque lato ella venga,
per gloria e loda del nome mio. Per questo modo adempirá la volontá mia
in sé, ricevendo il fructo della perfeczione, per la quale Io ho
permesso le bactaglie, el mezzo e ogni altra cosa perché ella venga a
lume di perfeczione.
In questo modo negl'imperfecti uso la providenzia mia, e in tanti altri
modi che lingua non sarebbe sufficiente a narrarli.