CAPITOLO XIII

Come questa anima per la responsione divina crebbe insiememente e

mancò in amaritudine; e come fa orazione a Dio per la Chiesa sancta

sua e per lo popolo suo.

Alora l'anima anxietata e affocata di grandissimo desiderio, conceputo

ineffabile amore nella grande bontá di Dio, cognoscendo e vedendo la

larghezza della sua caritá che con tanta dolcezza aveva degnato di

rispondere a la sua petizione, e di satisfare dandole speranza a

l'amaritudine, la quale aveva conceputa per l'offesa di Dio e danno

della sancta Chiesa e miseria sua propria (la quale vedeva per

cognoscimento di sé), mitigava l'amaritudine, e cresceva l'amaritudine;

perché avendole il sommo ed etterno Padre manifestata la via della

perfeczione e nuovamente le mostrava l'offesa sua e il danno de l'anime,

sí come di socto dirò piú distesamente.

Perché nel cognoscimento che l'anima fa di sé, cognosce meglio Dio,

cognoscendo la bontá di Dio in sé; e nello specchio dolce di Dio

cognosce la dignitá e la indegnitá sua medesima: cioè la dignitá della

creazione, vedendo sé essere imagine di Dio e datole per grazia e non

per debito. E nello specchio della bontá di Dio dico che cognosce

l'anima la sua indegnitá nella quale è venuta per la colpa sua. Però che

come nello specchio meglio si vede la macula della faccia de l'uomo

specchiandosi dentro nello specchio, cosí l'anima che, con vero

cognoscimento di sé, si leva per desiderio con l'occhio de l'intellecto

a raguardarsi nello specchio dolce di Dio, per la puritá, che vede in

lui, meglio cognosce la macula della faccia sua.

E perché el lume e il cognoscimento era maggiore in quella anima per lo

modo decto, era cresciuta una dolce amaritudine, ed era scemata

l'amaritudine. Era scemata per la speranza che le die' la prima Veritá;

e sí come il fuoco cresce quando gli è data la materia, cosí crebbe il

fuoco in quella anima per sí facto modo che possibile non era a corpo

umano a potere sostenere che l'anima non si partisse dal corpo. Unde, se

non che era cerchiata di fortezza da Colui che è somma fortezza, non

l'era possibile di camparne mai.

Purificata l'anima dal fuoco della divina caritá, la quale trovò nel

cognoscimento di sé e di Dio, e cresciuta la fame con la speranza della

salute di tucto quanto el mondo e della reformazione della sancta

Chiesa, si levò con una sicurtá dinanzi al sommo Padre, avendole

mostrato la lebbra della sancta Chiesa e la miseria del mondo, quasi con

la parola di Moisé dicendo:

--Signore mio, vòlle l'occhio della tua misericordia sopra el popolo tuo

e sopra el corpo mistico della sancta Chiesa; però che piú sarai tu

gloriato di perdonare a tante creature e dar lo' lume di cognoscimento

(ché tucte ti rendarebbero laude vedendosi campare per la tua infinita

bontá da la tenebre del peccato mortale e da l'etterna dampnazione) che

tu non sarai solamente di me miserabile che tanto t'ho offeso e la quale

so' cagione e strumento d'ogni male. E però ti prego, divina etterna

caritá, che tu facci vendecta di me e facci misericordia al popolo tuo.

Mai dinanzi ala presenzia tua non mi partirò infino che io vedrò che tu

lo' facci misericordia.

E che sarebbe a me che io vedesse me avere vita e il popolo tuo la

morte? e che la tenebre si levasse nella sposa tua, che è essa luce,

principalmente per li miei difecti e de l'altre tue creature? Voglio

dunque, e per grazia tel dimando, che abbi misericordia al popolo tuo

per la caritá increata che mosse te medesimo a creare l'uomo a la

imagine e similitudine tua dicendo: «Facciamo l'uomo a la imagine e

similitudine nostra». E questo facesti volendo tu, Trinitá etterna, che

l'uomo participasse tucto te, alta, etterna Trinitá. Unde gli desti la

memoria perché ritenesse i benefizi tuoi, nella quale participa la

potenzia di te, Padre etterno; e destili l'intellecto acciò che

cognoscesse, vedendo, la tua bontá e participasse la sapienzia de

l'unigenito tuo Figliuolo; e destili la volontá acciò che potesse amare

quello che lo 'ntellecto vide e cognobbe de la tua veritá participando

la clemenzia dello Spirito sancto.

Chi ne fu cagione che tu ponessi l'uomo in tanta dignitá? L'amore

inextimabile col quale raguardasti in te medesimo la tua creatura e

inamorastiti di lei, e però la creasti per amore e destile l'essere

acciò che ella gustasse e godesse il tuo etterno bene. Vego che per lo

peccato commesso perdecte la dignitá nella quale tu la ponesti; per la

rebellione che fece a te cadde in guerra con la clemenzia tua, cioè che

diventammo nemici tuoi. Tu, mosso da quel medesimo fuoco con che tu ci

creasti, volesti ponere il mezzo a reconciliare l'umana generazione che

era caduta nella grande guerra, acciò che della guerra si facesse la

grande pace. E destici el Verbo de l'unigenito tuo Figliuolo, il quale

fu tramezzatore fra noi e te.

Egli fu nostra giustizia che sopra di sé puní le nostre ingiustizie; e

fece l'obbedienzia tua, Padre etterno, la quale gli ponesti quando el

vestisti della nostra umanitá, pigliando la natura e imagine nostra

umana. Oh abisso di caritá! qual cuore si può difendere che non scoppi a

vedere l'altezza discesa a tanta bassezza quanta è la nostra umanitá?

Noi siamo imagine tua, e tu imagine nostra per l'unione che hai facta ne

l'uomo, velando la Deitá etterna con la miserabile nuvila e massa

corrocta d'Adam. Chi n'è cagione? L'amore. Tu, Dio, se' facto uomo, e

l'uomo è facto Dio. Per questo amore ineffabile ti costringo e prego che

facci misericordia a le tue creature.

Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza · 第 32 / 221 题