Non risponde. Si copre il viso
colle mani, come per raccogliersi,
come se gli girasse la testa e
instintivamente volesse fermarla.
NICOLETTA.
Allora?
RAIMONDO doloroso.
Non so, non so. Bisogna che ci
pensi. Non ho la.... vostra calma....
io, non ho un cuore di bronzo. Penserò
al da farsi.... Mi fingerò ammalato....
poi lascierò Milano, per sempre....
Non so.... Oggi non sono in
grado di decidere.... di provvedere....
Un silenzio.
NICOLETTA.
Troverai modo di avvertirmi.... se
lo crederai opportuno.
Si siede a destra.
RAIMONDO.
Vi avvertirò, siate tranquilla.
Si avvia per uscire, ma
fatti due passi, si arresta,
si volge, ridiscende.
No, no! Bisogna decidere oggi. È
urgente anzi. E poi, meglio uscirne,
meglio finirla subito tra noi due.
Non può reggersi, e cade
a sedere su una sedia, un
poco discosto da NICOLETTA.
Ci siamo detti reciprocamente il
nostro odio e il nostro disprezzo....
Moto di NICOLETTA.
Sì, sì, lo so: voi mi disprezzate e
mi odiate per lo meno quanto io odio
e disprezzo voi. È intesa. Dopo ciò,
dopo quello che ho saputo, nessun
rapporto è più possibile tra noi. Voi,
forse, sapreste fingere, dissimulare e
sopportare bene o male la mia presenza.
Io no. Perchè niente vi scusa
ai miei occhi. Neppure una passione
fatale, invincibile. Voi non amate
quell'uomo più che non amiate me,
o Piero, o il primo che passi per la
via. E avete un marito che vi adora,
che sposandovi vi ha tolta dalla miseria
e vi ha evitato di cadere nell'abbiezione
a cui vi chiamava la
vostra sorte. Vizio, dunque, vizio e
non altro, del più sudicio e del più
abbietto....
NICOLETTA.
Si alza sdegnosa,
fremente.
RAIMONDO.
Scusate, è vero, non tocca a me
il giudicarvi. Vi prego di sedervi e
di ascoltarmi ancora per due minuti.
Non pronuncierò più una parola che
non possiate ascoltare tranquillamente.
Breve silenzio.
Siamo, dunque, due estranei da
oggi. Ma siamo legati entrambi ad
un essere che amo, al mio unico
fratello, all'ultimo che mi rimane
della mia famiglia. E bisogna evitare
che egli conosca la sua sventura.
Se dovrà conoscerla, e la sua
vita ne sarà spezzata, distrutta, che
non lo sia per opera mia nè per la
vostra; in ogni modo che la catastrofe
si compia il più tardi possibile.
È giusto?
NICOLETTA china la testa,
e la tiene chinata, ormai
sul punto d'essere vinta.
S'io non verrò più qui, rimanendo
a Milano, come giustificarmi? Per
qualche giorno troverò dei pretesti.
Poi me ne andrò. Non c'è altro
mezzo. Per me, vivere qui o a Torino
o a Roma, è indifferente. Andrò
a stabilirmi a Torino.
NICOLETTA.
A voce bassa, in cui
è una commozione
che cerca di vincere.
Come giustificherete questa risoluzione
improvvisa? Piero troverà
assurdo che non vogliate vivere dove
è lui. Avete affittato un alloggio otto
giorni fa; siete ora occupato ad arredarlo....
RAIMONDO.
Cercherò il pretesto migliore. Saprò
trovarlo. Fra un paio di giorni
partirò d'improvviso, dicendogli che
son chiamato per un affare. Prolungherò
la mia assenza.... poi, poi troverò....
non saprei dire adesso; ma
sento che saprò trovare qualcosa che
gli parrà molto convincente....
Breve silenzio.
D'altronde è tutto ciò che posso
fare, per non fargli e per non farvi
del male.... E cercherò di farlo nel
miglior modo.
Si alza.
E non ho altro da dirvi.
Breve silenzio. Egli sta per
un momento indeciso, osservandola,
scrutandola, mentre
ella pure si è alzata e
gli volta le spalle. Ella si
trova accanto alla finestra
guarda attraverso i vetri e
tormenta nervosamente con
una mano la cortina.
Questo mio disegno vi va?
NICOLETTA.
Senza volgersi, a voce
bassa in cui non è più
nè asprezza, nè disdegno.
Siete voi che ha il diritto di decidere.
RAIMONDO.
Permettetemi di dirvi ancora una
cosa. Mi preme che giudichiate la
mia condotta esattamente. Sono un
soldato.... e poi, che conta? Soldato
o no, sono un uomo d'onore e di
coscienza. Se Pietro fosse un altr'uomo,
avesse una fibra diversa, e se
soprattutto non vi amasse come vi
ama, di un amore pazzo ch'è passione
frenetica dell'anima e dei sensi,
io gli avrei rivelata subito la sua
sventura e la sua vergogna. Geloso
del suo onore come del mio; geloso
del nome integerrimo che portiamo,
avrei voluto ed imposto che
si lavasse dell'onta che lo ricopre,
che si togliesse al ridicolo che lo
circonda, e che vi punisse scacciandovi
da questa casa. Ma Piero non
è un forte che nel suo lavoro. Fuori
di lì, è una povera creatura, soggiogata
da questa passione che si
direbbe ingigantisca ogni giorno invece
di calmarsi. Ho avuto paura
di ucciderlo. Perciò ho taciuto, e
tacerò sin che potrò....
NICOLETTA si volge
di scatto e lo interroga
con gli occhi.
Dipenderà un poco, anzi molto,
anche da voi. Non vi chiedo quello
che farete, i vostri proponimenti, le
vostre intenzioni. Vi ho detto ciò
che farò io. Ma vi avverto che starò
a vedere ciò che farete voi. Vicino
o lontano io saprò, ve ne avverto.
Breve silenzio.
È inutile che io scriva per scusarmi,
oggi. Forse non saprei. Ditegli
che fui qui ad avvertirvi. Siamo
intesi?
NICOLETTA, un poco
commossa, si volge a
lui e accenna di sì.
Addio.
Si avvia per uscire.
NICOLETTA.
D'improvviso, umile.
Raimondo?!
Questi si ferma, un
poco sorpreso, si volge,
la guarda; ella china
gli occhi e sussurra.
Grazie.
RAIMONDO.
Di che?
NICOLETTA.
Di quel che fate.
RAIMONDO.
Non lo faccio per voi.
NICOLETTA.
Lo so. Ma non incrudelite, adesso!
Sincera, con slancio.
Oh se tu non mi avessi assalita,
dianzi, come hai fatto, io mi sarei
gettata ai tuoi piedi e ti avrei chiesto
pietosamente di fare ciò che tu
spontaneamente hai deciso di fare.
Sono senza scuse, lo so. Non fu per
vizio, come hai detto, no.... Non so,
non so.... fu leggerezza, noia, il troppo
amore di mio marito....
RAIMONDO.
Oh!
NICOLETTA.
Sì, sì, è orribile, è assurdo, lo so....
ma è così! Le donne come me bisogna
non amarle troppo, o bisogna
non dimostrarglielo.... Non mi difendo,
non mi scuso.... E non ti chiedo
perdono, bada!... E non faccio proponimenti,
nè giuramenti, nè promesse....
Non crederesti. Voglio dirti
questo: che mi preoccupo di Piero,
quanto te, più di te. E non per interesse
mio, te lo giuro. Se fossi una
malvagia, un'abbietta creatura, non
temerei di nulla. O mi perdonerebbe
per non perdermi, perchè non può
vivere senza di me, oppure.... oppure
me ne andrei per la mia strada,
quella che tu dici mi era riserbata.
No, mi preoccupo di lui, e solo di
lui. Ebbene.... ebbene....
Una pausa, si prende
il capo tra le mani
guardandosi d'intorno.
Oh Dio, mi smarrisco.... non so
più.... non so più quello che volevo
dire.... Ah! questo; temo che la tua
partenza, per quanto tu faccia e dica,
possa essere causa di sventura. Che
egli non riesca a spiegarla e giustificarla....
comprendi? Di', comprendi?
RAIMONDO.
Che l'ha ascoltata, immobile,
impassibile, dubbioso.
Ebbene?
NICOLETTA.
Ebbene, ti chiedo.... te lo chiedo
per lui.... se non puoi e non vuoi
rimanere....
RAIMONDO.
A Milano? E venir qui? E vederti?
NICOLETTA.
Sì.
RAIMONDO.
Impossibile.
NICOLETTA.
Senti: io metto la mia vita nelle
tue mani. Sarai il padrone. Sarai il
marito, il vero marito; Piero non è,
non sa essere, non può essere che
un amante: ed è ciò che m'ha perduta.
Guarda: a saper fare si fa di
me tutto quello che si vuole; in fondo,
sono buona.... sono anche onesta....
non sorridere.... ti dico la verità:
sono forte e buona. Dianzi, da principio,
mi hai assalita, e mi son rivoltata,
e in quel momento non so
quello che avrei fatto. Se fosse entrato
Piero, ti avrei denunziato, denunziandomi,
per mettervi di fronte,
con la speranza che il suo amore e
la sua fede fossero più forti, e ti
scacciasse per vendicarmi. Poi tutto
è svanito. Hai detto delle parole
buone, per lui, non per me, ti ho
visto così commosso, così affranto,
così disperato....
Brevissimo silenzio.
Non so più.... non so più dire....
decidi tu....
Cade affranta su una sedia.
RAIMONDO.
Dopo un breve silenzio,
rimanendo ritto, immobile.
Sai che cosa mi chiedi? di affrontare
il ridicolo che si riverbera anche
su di me, vivendo qui, dove
tutti sanno la vergogna che ricopre
il nostro nome.... E poi? E poi? Se
tu fossi sincera!...
NICOLETTA.
Rialzando la testa
fieramente.
Ah!
RAIMONDO.
Se si potesse crederti!
NICOLETTA.
Si alza, e, dolorosa.
Più! Più! Più! Taci, ti prego....
Se mi son tanto umiliata, io! io!
Ma tu hai il diritto di non credermi.
Parti, parti! Sarà ciò che Dio vorrà.
Si ode la suoneria
del telefono che è
nella sala da pranzo.
NICOLETTA.
Con un sussulto.
Questi è Piero, senza dubbio.
Di nuovo la suoneria.
Si vede GIULIETTA che
vien dall'interno e si
dirige all'apparecchio.
Ci vado io, Giulietta.
Va al telefono, GIULIETTA
se ne va donde è venuta.
Il telefono è posto alla parete
che divide la sala da
pranzo dal salotto, a destra
della porta di comunicazione;
cosicchè l'apparecchio
non si vede, ma il
pubblico vede NICOLETTA,
quando sta a telefonare,
col cornetto all'orecchio.
NICOLETTA telefonando.
Sei tu Piero?
Silenzio breve.
Sì, son io. Non riconosci la mia
voce? Io riconosco la tua, e mi
pare turbata. Che c'è? Che hai?...
Silenzio brevissimo.
Come, niente? Perchè mi hai chiamata?
Breve silenzio.
Sì.
Brevissimo silenzio.
Non sono uscita. Da dove telefoni?
Dall'officina?
Silenzio un poco più lungo.
Non capisco.
Silenzio breve.
Posto pubblico? Dove?
Silenzio breve.
Ah!
Silenzio un po' più lungo.
Raimondo? è qui....
Movimento di RAIMONDO.
È venuto ad avvertirmi....
RAIMONDO.
Prontissimo, facendo
un passo verso di lei.
Non dite.
NICOLETTA.
NICOLETTA non ebbe il
tempo di udire le parole di
RAIMONDO, getta un piccolo
grido, e prosegue, affannosa,
spaventata al telefono.
Un duello?!
RAIMONDO ha un gesto d'ira,
di dispetto e si ritrae.
Hai detto un duello?
Brevissimo silenzio.
No, non sapevo, non....
Silenzio breve.
Che non veniva a colazione. Con
chi?
Silenzio brevissimo.
Non sai? Ma.... vieni, subito....
prendi una carrozza.
Abbandona il cornetto
ed entra agitatissima
in salotto.
Vi battete?!... Con.... lui?... È lo
scandalo che volete? È lo scandalo?
Ora che cosa direte a Piero? Con chi
vi battete, e perchè? E non me lo
dicevate! E non mi avvertivate di
nulla. E i vostri progetti di poc'anzi?
Tacere, andarvene via. E vi battete?
Avete sentito questo bisogno, questa
necessità di vendicare il.... vostro
onore.... Ah! è terribile, è mostruoso!
Ora egli viene, fra cinque
minuti sarà qui. Che cosa gli direte?
RAIMONDO freddo, calmo.
Vi prego, cercate di essere più
calma.
NICOLETTA.
Cade spossata su una sedia.
Ah!
RAIMONDO.
Dimostratevi la donna forte che
dite di essere. Perchè.... e per chi
vi affannate tanto adesso?
NICOLETTA.
Per chi?...
Sorge in piedi e,
decisa, con forza.
Ebbene, per me, per me sola. Ciò
che mi esaspera e che mi fa fremere
d'ira, non di paura, è questa odiosa
ed orribile situazione in cui voi mi
ponete. Non posso agire, non posso
lottare, non posso assalire o difendermi.
Non posso far nulla. Ma era
meglio che diceste tutto a mio marito!
L'opera era più semplice, più
spiccia e più completa; compievate
con più sincerità il vostro.... dovere!
Ed io avrei avuto il nemico di fronte,
ed avrei preso il mio partito. Ma
così? che faccio, io? Nulla. Non
posso far nulla. Volete che mi accusi
dinanzi a lui, ora, quando entrerà?
RAIMONDO.
Ancora una volta, vi prego di
calmarvi. Saprò giustificare questo
duello come la mia partenza. Non
temete.
NICOLETTA.
Io non temo. È questa tortura
che mi esaspera, questo dover vivere
nell'incertezza, nell'attesa febbrile
di ciò che può accadere, è l'ignoto
che ho dinanzi a me. Perchè questo
duello? A che scopo? Ah! Come
non conoscete la donna! Non avete
capito che può giovare più a lui,
a quell'uomo, che alla vostra vendetta?
RAIMONDO.
Dopo un breve silenzio.
Bisogna rendervi giustizia: siete
di una sincerità.... spaventosa! Ma,
vedete, ieri non ero in grado di far
della psicologia, io! Quando vi ho
veduta uscire dalla sua casa....
NICOLETTA.
Ah! mi avete spiata!
Cade a sedere e
lo ascolta fissa.
RAIMONDO.
Eh! Che volete, fu più forte di
me; bisognava che sapessi! Mi è
salito il sangue al cervello, e fui indeciso
per un momento, se affrontar
voi o lui. Ma siete una donna, e
siete la moglie di mio fratello. E ho
affrontato lui.
NICOLETTA.
E vi battete?! Oggi?!
RAIMONDO.
Oggi, domani, non so. Attendo
notizie. Forse, se avessi saputo dominarmi
e riflettere, chi sa, non lo
avrei fatto. Avrei capito, forse, che
commetto una sciocchezza, per lo
meno una cosa inutile. Ma col sangue
alla testa non si ragiona. Del
resto le cose furono combinate bene
ed in fretta, tra noi due. Neppure i
padrini sanno, per lo meno ufficialmente,
la ragione dello scontro. La
ragione è un alterco, uno scambio
di parole grosse per una ragione
futile.
Breve silenzio.
Ora che ci sono però, spero di
ammazzarlo.
NICOLETTA.
Volgendogli le spalle,
con disprezzo.
E voi sperate che Piero vi crederà!
RAIMONDO.
Perchè no? Se non dubita di nulla....
NICOLETTA.
Io non so....
RAIMONDO.
Come?!
NICOLETTA.
Si alza nervosa, agitata.
Non so, non so più nulla, non capisco
più nulla....
Si arresta in ascolto.
Una carrozza.
Corre sul terrazzo,
guarda in istrada e
ritorna rapidamente.
È lui.
Si avvia per uscire a sinistra.
RAIMONDO.
Ve ne andate?!
NICOLETTA.
Ah, sì! Non lo vedrò se non dopo
che avrà parlato con voi.
Sulla soglia si ferma.
Anzi, siccome potrebbe chiamarmi,
volermi vedere.... e io non voglio,
così esco.
RAIMONDO.
Uscite?!
NICOLETTA.
Sì.
RAIMONDO.
Che gli dirò di voi?
NICOLETTA.
Niente: che sono nella mia camera.
RAIMONDO.
Ma verrà a cercarvi....
NICOLETTA.
Non vi preoccupate. Penso io.
RAIMONDO.
E dove andate?
NICOLETTA.
Da un'amica, da Fulvia....
Si volge a lui, lo guarda
un momento; e poi:
Oh! vi leggo dentro! No, v'ingannate.
Non andrò dove supponete....
Mi conoscete male!
Esce per la sinistra.
SCENA TERZA.
Piero, Raimondo, poi Giulietta.
PIERO.
Viene dalla sala da
pranzo, affrettato.
Sei qui, Raimondo?
RAIMONDO.
Sforzandosi di apparire
ilare e disinvolto.
Son qui.
PIERO.
Ti batti?
RAIMONDO.
Mi batto! E poi? Che gran guaio?
C'è di che mettersi in ansia?
PIERO.
Col Pucci?...
Poi subito, e nella domanda
è, sebbene dissimulato,
il tono di chi indaga.
Perchè?
RAIMONDO.
Chi ti diede la notizia ti avrà
detto la ragione.
PIERO.
Salvadori, che ho incontrato sotto
i portici e che era imperfettamente
informato. Uno dei padrini del Pucci
è un avvocato, molto amico suo, che
gli aveva detto in confidenza....
RAIMONDO.
Che cosa?
PIERO.
Del duello, per un alterco.
RAIMONDO.
Ecco.
PIERO.
Salvadori credeva che io sapessi.
Perche non mi hai avvertito?
RAIMONDO.
È cosa di ieri sera. Oggi ti avrei
avvertito. Son venuto qui ora, per
dire che non farei colazione con voi.
I miei padrini mi hanno dato convegno
per mezzodì.
PIERO.
Chi sono?
RAIMONDO.
Due colleghi, Ridolfi e d'Ajala.
PIERO.
Ed io?
RAIMONDO.
Tu?
PIERO.
Non potevo esserci io ad assisterti?
RAIMONDO.
No, Piero. Non saresti un buon
padrino, almeno per me. Poi non è
nell'uso. Meglio due militari. Sanno
sbrigare le cose in fretta. Dicevo,
dunque, che se ti avessi trovato in
casa ti avrei data la.... grande notizia,
altrimenti contavo di scriverti
o di telefonarti.
PIERO.
E non avevi detto niente neppure
a Nicoletta?
RAIMONDO.
Naturalmente. Le donne si spaventano
per così poco! Anche tu
però mi pare....
PIERO.
Ah! Raimondo, sono in un'ansia
terribile.
RAIMONDO abbracciandolo.
Ma sei matto da legare! Non sai
che buffa cosa sia un duello?
PIERO.
Talvolta ci si rimane.
RAIMONDO.
In uno su mille, su diecimila, e,
ancora, è una disgrazia, un caso fortuito
come se ti casca un comignolo
sul capo.
PIERO.
Ma, insomma, perchè ti batti?
Siede.
RAIMONDO.
Se dovessi dirtelo esattamente,
non lo saprei. Ho dei ricordi confusi.
So che è per una sciocchezza.
Una discussione, fattasi vivace ad
un tratto....
PIERO.
Dove?
RAIMONDO.
Alla Scala.
PIERO.
Ieri sera?
RAIMONDO.
Sì, nel ridotto.
PIERO.
C'era gente, naturalmente?
RAIMONDO.
Non un cane. Durante l'atto. Il
ridotto era deserto.
PIERO.
Discussione su che?
RAIMONDO.
Ma.... sulla guerra, pensa! Sul
militarismo, sui guerrafondai.... Posa
un poco a socialista, quel Pucci,
eh? Non lo sapevo. Insomma una
stupidaggine.
PIERO.
E per una stupidaggine!... Non
si poteva accomodare la cosa? Con
delle spiegazioni?
RAIMONDO.
Eh, no! Senza accorgercene siamo
venuti a delle parole grosse. Credo
di avergli dato dell'imbecille, e del
cretino.... non so bene. Già, te lo
confesso, non mi è mai stato simpatico.
Poi, forse, ieri sera ero di
cattivo umore.... E infine, è curiosa,
da che non sono più militare son
diventato militarista e sento di più
adesso lo spirito di corpo che allorchè
vestivo l'uniforme....
Si alza per togliersi dalla
tortura ed andarsene.
PIERO.
Alzandosi e seguendolo.
Ma dimmi, condizioni lievi nevvero?
RAIMONDO.
Sì.... credo. Ho data piena facoltà
ai miei testimoni.
PIERO.
Spero che avranno un po' di buon
senso. Ma dei militari.... quelli non
gli par vero....
RAIMONDO.
Hei! Non dirne male, o mi batto
anche con te....
PIERO.
Hai voglia di scherzare?
RAIMONDO.
Ma sicuro, vuoi che mi disperi?
Breve silenzio. RAIMONDO
cerca il suo cappello. PIERO
è rimasto meditabondo.
RAIMONDO.
Arrivederci.
PIERO senza udirlo.
Mi secca molto anche perchè il
Pucci è un amico nostro e viene
per casa....
RAIMONDO.
Che fa? Mi è capitata con lui,
poteva capitarmi con chiunque altro....
PIERO.
Sì.... ma è una complicazione....
E, dimmi, naturalmente, vi stringerete
la mano, dopo?
RAIMONDO.
Non so.... sono formalità che stabiliscono
i padrini.
PIERO.
Questa non è una formalità. Quando
un duello si fa pro forma, non
per ragioni gravi....
RAIMONDO sulle spine.
Insomma non so, Piero, non posso
dirti, non so nulla, non ho ancora
veduto i miei secondi. Arrivederci.
PIERO.
Dove vai?
RAIMONDO.
Ho qualche faccenda da sbrigare,
e a mezzodì ho convegno....
PIERO.
Sono le undici.... Ti accompagno.
Avverto mia moglie.
Si avvia.
RAIMONDO.
Ma no, lascia. Dove vuoi accompagnarmi?
PIERO.
Dove andrai. Mi è indifferente.
RAIMONDO.
Lascia tranquilla tua moglie. L'hai
spaventata.
PIERO si volge.
Spaventata?
RAIMONDO.
Ma sì, era inutile dirle....
PIERO.
Ma io credevo che glielo avessi
detto tu....
RAIMONDO.
Bene, ora lasciala quieta.
PIERO.
Ma no.
Entra a sinistra,
chiamando.
Nicoletta?!
Di dentro.
Nicoletta?!
RAIMONDO, solo, ha un muto
scoppio d'ira e di disgusto.
Si torce le mani; poi senza
sapere quello che fa afferra
una statuina che è sul tavolino
e la spezza tra le dita.
PIERO rientrando.
Non c'è! Uscita?! Ti ha detto
che usciva?
RAIMONDO.
No.... ma era un po' turbata. Sai
le donne.... quando udì che salivi,
entrò nella sua camera per lasciarci
soli.... supponeva forse che avessimo
qualcosa da dirci....
PIERO.
Con agitazione crescente,
va nella sala
da pranzo e chiama.
Giulietta? Giulietta?
A GIULIETTA che
si presenta.
La signora è uscita?
GIULIETTA.
Sissignore. E mi ha lasciato questo
biglietto, da darle quando il signore
avesse chiesto di lei.
Porge una lettera chiusa.
PIERO la prende.
Bene.
GIULIETTA se ne va.
PIERO.
Interroga RAIMONDO
collo sguardo.
Che vuol dire?
RAIMONDO.
Oh Dio, leggi! Ti dirà dove è
andata. Ha temuto, a venir qui, d'importunarci,
Sembri un ragazzo, tutto
t'impressiona!
PIERO.
Apre, fa per leggere,
ma la vista gli
si oscura, e dà la
lettera a RAIMONDO.
Leggi tu.
Cade a sedere.
RAIMONDO legge.
"La notizia che mi hai data, così
d'improvviso....
PIERO.
Comincia così?
RAIMONDO.
Sì, perchè?
PIERO.
Non c'è un "Caro Piero?"
RAIMONDO.
No. Ah! Ma sei straordinario! Due
righe buttate giù col lapis.... non è
una lettera....
PIERO.
Continua.
RAIMONDO legge.
".... mi ha proprio turbata. Capisco
che tu vorrai stare con tuo
fratello, e poichè egli non può far
colazione con noi, accompagnalo. Ma
anch'io non posso star sola. Sono
nervosa. Approfitto d'un invito di
Fulvia e vado da lei. Appena hai
notizie, mandamele o, meglio, vieni
tu stesso a portarmele. Sono inquietissima".
Ripiega il foglietto e
lo butta sul tavolino.
PIERO.
Si alza, si avvicina
al tavolino per riprendervi
la lettera e vede
la statuina spezzata.
Chi ha rotto questo?
RAIMONDO.
Io. Scusa, dianzi, mi sono appoggiato
e senza accorgermene....
PIERO.
Riprende la lettera,
la scorre, rimane un
momento pensieroso.
Nicoletta sa con chi ti batti?
RAIMONDO.
Colpito, ma dissimulato.
Non gliel'hai detto tu al telefono?
PIERO.
Riponendosi in tasca
la lettera.
No. Quando ho capito che neppure
sapeva del duello, m'interruppi.
Anzi le dissi che non lo sapevo.
Breve silenzio.
Dunque sa, o non sa?
RAIMONDO.
Ma.... sì, lo sa.
PIERO.
Allora glielo hai detto tu?
RAIMONDO.
Glielo avrò detto io.... cioè, ho
creduto che tu glielo avessi detto,
e l'ho confermato.... probabilmente....
Non ricordo.... Ma che importa?
PIERO non risponde. Va ad una
piccola tavola, che è al fondo e
sulla quale è l'occorrente per
scrivere. Vi si siede e scrive affrettato.
RAIMONDO segue quest'azione,
attento, senza capire, o
piuttosto, con un vago terrore
di capir troppo. PIERO chiude il
foglietto in una busta, e preme
il bottone elettrico ch'è alla parete,
alla portata della sua mano.
Poi scrive l'indirizzo. GIULIETTA
viene dalla sala da pranzo.
PIERO alzandosi.
La signora è in casa della signora
Fulvia. Andate là subito e portatele
questa lettera.
GIULIETTA prende
la lettera e si avvia.
PIERO.
Prendete il tram, o una carrozza,
per far più presto.
GIULIETTA.
Vado più in fretta a piedi. È
così vicino!
Esce.
RAIMONDO.
Che le hai scritto?
PIERO.
Che torni a casa subito.
È inquieto, agitato, cammina
su e giù nervoso.
RAIMONDO.
Perchè?
PIERO.
Perchè preferisco che sia in casa....
ma, soprattutto, voglio assicurarmi
che sia là.
RAIMONDO.
Come, che sia là?
Si lascia cadere su
una poltrona a destra,
non reggendosi più.
Se te lo ha scritto....
PIERO.
Non so.... non so....
Seguita a camminare in
preda ad un orgasmo crescente.
Toglie di tasca il
biglietto di NICOLETTA, lo
scorre un'altra volta, poi
con un moto concitato e
rabbioso lo accartoccia, e
lo butta in un canto. Poi
riprende a camminare. Va
sul terrazzo, ne torna.
RAIMONDO.
che lo ha sempre seguíto
con gli occhi, dopo
un silenzio ansioso.
Piero?!
PIERO.
che si trova, a questo
punto, sulla soglia della
sala da pranzo, si ferma,
si volge, guarda
RAIMONDO per un attimo,
poi d'improvviso,
viene a lui rapidamente,
si curva, gli prende il
capo tra le mani, lo bacia
due o tre volte affannosamente,
poi prorompe
in uno spasimo acuto.
Raimondo, tu fai ciò che avrei
dovuto far io, e non ho fatto mai,
perchè.... perchè sono un vigliacco!
RAIMONDO.
Sorge in piedi e
gli afferra le mani.
Piero?!
PIERO.
Oh! Non la paura del duello, o
dello scandalo, no, ma la paura di
perderla, la necessità, dopo, di separarmi
da lei!
Si svincola e si copre
la faccia colle mani.
Sono un essere ignobile, abbietto!
RAIMONDO.
Piero, tu impazzisci!
PIERO.
No, no, non impazzisco. Impazzirò,
forse, o mi ucciderò, ma ora
sono sanissimo.
Gli posa le mani sulle
spalle e gli dice netto, sul
viso, con voce strozzata.
Io sapevo, io so quello che sai tu,
e tacevo. Tacevo, capisci, perchè
parlare ed agire era a prezzo della
vita; perchè, dopo, non avrei potuto
vivere senza di lei.... Schiaffeggiami,
insultami, sputami in faccia! Perchè
non lo fai? Di', perchè non lo fai,
tu che ne hai il diritto, anzi, il dovere?
Di', perchè non lo fai?
RAIMONDO.
Tu sai quello che so io? Ma che
cos'è che so io? Che cosa supponi?
Quali pazzie, quali atrocità ti sei
ficcate in testa, così tutto ad un
tratto? Dimmi, che cos'è che sai,
che credi di sapere?
PIERO.
Tutto...! Cioè, no, tutto no, perchè
non ho mai voluto sapere. Io
fui come lo struzzo, che nasconde
la testa nella sabbia, per non vedere
il pericolo. E non ho una prova, e
non ho un documento. Ma che importa?
So! So perchè ti batti, e che
ti batti in vece mia, e mi disprezzi!
RAIMONDO.
No, io ti compiango, perchè ancora
una volta ti dico che mi sembri
impazzito.
PIERO.
Cade a sedere sul divano.
Ah, finiamola, Raimondo. Non capisci
che ormai è inutile il fingere!
C'ingannavamo a vicenda, io per
paura e per vergogna, tu per pietà....
Ora basta. Ti ho detta la verità.
Puoi dirla anche tu.
RAIMONDO.
La verità?...
Mutando tono, come chi
si decide a confessare.