Ma se all'ammirazione del Loti per la Spagna noi abbiamo potuto
contrapporre quella d'un artista come il Giacosa per l'America,
troviamo un altro scrittore, un sociologo, il Guyot, il quale
se la piglia direttamente coi fautori dei Castigliani in un
libro severo come una requisitoria: l'_Evolution politique et
sociale de l'Espagne_.
Mentre il Loti loda la vecchia fede castigliana, il Guyot trova
nella superstizione una delle maggiori cause della decadenza
del popolo iberico e della perdita delle sue colonie. La
superstizione si accanì laggiù dapprima contro gli Ebrei ed i
Mori; quando li vinse, li disperse e li uccise credendo di aver
fatto una gran cosa, il paese del quale questi lavoratori
avevano formato la ricchezza si trovò povero ed esangue. In
ogni città conquistata sui Mori un terzo delle terre
apparteneva alla Chiesa. Nel principio del secolo XVII c'erano
nello Stato 120 mila chiese e cappelle, 200 mila preti, 10 mila
conventi popolati da 100 mila frati e monache: mezzo milione di
Spagnuoli appartenevano al clero. A Salamanca quindicimila
studenti non studiavano altro che Aristotile e San Tommaso.
Cervantes morì francescano. E quando non vi furono più Ebrei nè
Mori da perseguitare, l'Inquisizione perseguitò gli stessi
Spagnuoli cristiani. Essa imprigionò gli arcivescovi, vietò i
bagni come costume pagano, si mescolò nelle cose civili sino ad
occuparsi delle riscossioni doganali. In soli trent'anni del
secolo scorso condannò quattordicimila persone e ne bruciò vive
settecentottantadue.
Nelle colonie, sino ad ieri, il regime clericale era sovrano.
Le Filippine pagavano un tributo di 66 milioni allo Stato, e di
116 milioni ai preti ed ai frati. L'insegnamento, in quelle
isole, era affidato ai domenicani; i quali proibivano la
lettura di _Paolo e Virginia_. Il governatore aveva il titolo
di Vice-Patrono della Chiesa. Per reazione, 25 mila persone si
erano raccolte in 180 logge massoniche; una setta misteriosa,
il Katipunam, si proponeva di scuotere il giogo dei frati e
degli Spagnuoli. Qual era il risultato economico di tale stato
di cose? Era questo: che le Filippine importavano dalla Spagna,
dalla madre patria, il solo tredici per cento, e tutto il resto
dall'Inghilterra e dalle colonie inglesi.
E in America? Il Messico, Cuba, tutte quante le terre occupate
sul principio dagli Spagnuoli erano popolatissime. I teologi
discussero se gl'Indiani pelli-rosse avevano un'anima, mezza
anima, o niente anima: finirono con l'accordare loro un'anima,
e questa fu la rovina degl'infelici. I Mori e gli Ebrei erano
stati scacciati dalla penisola iberica; gl'indigeni furono
soppressi nelle colonie. Cortes bruciò vivi quelli che gli
opponevano resistenza; Sandoval ne fece incenerire
quattrocentosessanta in una città sola. Las Casas dovette
presentare a Carlo V una memoria sulla _Distruzione delle
Indie_; un concilio se ne occupò, e nel 1543 fu decretata la
protezione degli indigeni. Ma gl'indigeni da proteggere erano
ridotti a ben pochi: un milione di essi erano stati distrutti
nel Perù, a Cuba ne restavano appena quattromila. Quando non ce
ne fu più nessuno, i conquistatori si accorsero di aver fatto
male a uccidere gli schiavi che lavoravano per loro; e allora
cominciarono ad importare i Negri dall'Africa. Nel 1820 la
tratta fu abolita ufficialmente, ma a Cuba continuarono ad
arrivare da 30 a 60 negrieri l'anno. Nel 1885, data
dell'abolizione definitiva, c'erano ancora venticinquemila
schiavi. Anche qui le conseguenze di questo regime furono
disastrose. Nonostante le tariffe combinate a posta per
favorire il commercio della madre patria, nonostante tutti i
monopolî, Cuba mandava alla Ispagna 38 milioni di franchi ogni
anno, e agli Stati Uniti 340 milioni!
Un tempo, si osserverà, le cose non andarono così. Quando si
pensa che il sole non tramontava mai negli Stati di Carlo V,
quando si pensa che soltanto le colonie perdute dagli Spagnuoli
durante questo nostro secolo si estendevano per sei milioni e
mezzo di chilometri quadrati ed erano popolate da quaranta
milioni di abitanti, si deve pur dire che, decaduta oggi, la
Spagna fu strapotente in altri tempi. Il Guyot nega insino
questa potenza passata. Egli riconosce che i Mori arricchirono
la penisola, ma afferma che la miseria cominciò con la loro
cacciata. Il tesoro pubblico si esaurì; Alfonso X, nel 1261,
coniò monete calanti; il maestro di casa di Errico I non aveva
più credito a Burgos, e non sapeva come fare per nutrire il suo
padrone. Scoperta e conquistata l'America, l'oro rinsangua le
esauste finanze nazionali: si calcola che ne sia entrato in
Ispagna per quattro miliardi, cioè una media di quaranta
milioni all'anno. Ma questo fiume d'oro serve ad alimentare la
politica imperiale nei Paesi Bassi e in Germania; e le derrate
crescono di prezzo, e la vanità e la boria nazionale aumentano,
e con esse l'incapacità a lavorare. Invece d'un benefizio,
quest'oro è una nuova causa di rovina. Filippo II, dopo San
Quintino, non può continuare la guerra per mancanza di denaro:
egli batte moneta in ogni modo, insino annobilendo gli Ebrei
mediante una tassa di cinquemila ducati. Filippo V vende
sessantamila ufficî municipali. Cervantes parla d'una proposta,
secondo la quale ogni Spagnuolo dovrebbe essere obbligato a
digiunare una volta il mese, ed a versare il prodotto di questa
economia nel tesoro reale. Sotto Carlo II le difficoltà sono
senza fine maggiori: vendite di pubblici impieghi, doni imposti
alle città, tasse straordinarie sui ricchi, diminuzione e
soppressione di paghe: tutto serve a far denaro. I banchieri
genovesi ne prestano al 25 e al 40 per cento. Quando il re
muore, il cardinale deve fargli recitare a proprie spese le
messe funebri. L'esercito si compone di ottomila soldati, dei
quali metà sono stranieri; la marina da guerra conta due soli
vascelli in mediocri condizioni. La popolazione della penisola
è ridotta a cinque milioni di abitanti, dei quali la marchesa
di Villars dice che si nutrono «fiutando il sole».
Il quadro del Guyot ha tinte ancora più fosche.
Prima delle colonie d'America, la Corona spagnuola aveva
perduto i Paesi Bassi. Secondo Grozio, l'Inquisizione aveva
fatto laggiù centomila vittime. Il duca d'Alba vi portò la
strage, il saccheggio, tutti gli orrori. Appena una parte di
quelle provincie si rende indipendente, tosto prospera,
s'arricchisce, commercia con la Cina e il Giappone; la parte
rimasta alla Spagna si trascina nella miseria finchè non
recupera anch'essa la libertà.
L'esperienza secolare non giova: Weyler, a Cuba, imita il duca
d'Alba. Secondo i rapporti dello stesso governatore, nella
provincia di Matanzas cinquantamila persone muoiono di fame e
di miseria, centodiecimila in quella di Santa Clara,
centotrentacinquemila in quella dell'Avana, ottantacinquemila
in quella di Pinar del Rio; totale: trecentottantamila. Campos
condanna alla deportazione, dalla quale nessuno ritorna,
duemila Cubani sospetti; Weyler ottomila e quattrocento.
Fu guerra civile e fratricida quella dei Cubani e degli
Spagnuoli? Ma gli Spagnuoli si sono dilaniati fra loro, nel
loro stesso paese. _Carlisti_ e _Cristini_ hanno combattuto
ferocemente durante mezzo secolo. Cabrera, dopo la battaglia di
Moella, fece sgozzare cinquemila prigionieri. I
«pronunciamenti» dei generali non si contano più: la parola
castigliana è entrata nel patrimonio di tutte le lingue. Riego,
Espartero, Narvaez e i loro compagni e seguaci sono a volta a
volta padroni del paese, sciolgono e convocano le Cortes,
fucilano le persone a centinaia senza giudizio, colmano le
prigioni, vuotano il tesoro, confiscano i beni, incendiano le
città....
Se il Guyot rammenta e mette in evidenza tutte queste cose,
egli non è già mosso da eccessiva simpatia per gli Americani.
Quando può, dice la verità anche a costoro. Le finanze
spagnuole sono rovinate; ma le americane non prosperano. Per
mantenere il regime protezionista ed esercitare in grande la
corruzione elettorale, i governanti americani istituiscono le
«pensioni liberali», trovano novecentomila veterani, vedove e
figli di soldati della guerra di secessione; e, venticinque
anni dopo che la guerra è finita, distribuiscono a tutti
costoro le entrate delle dogane, settecento milioni di
pensioni. E per proteggere i proprietarî delle miniere
d'argento, il Tesoro pubblico è costretto a sovraccaricarsi
ogni anno di quattro milioni e mezzo d'oncie del metallo
invilito! E il debito pubblico sale a più di nove miliardi! E
protezionisti a casa loro, questi Americani sfondano, per il
vantaggio che ne sperano, le porte di Cuba tenute serrate dai
protezionisti spagnuoli!
Nel dire tante amare verità agli ammiratori della Spagna, il
Guyot è mosso pertanto da un altro sentimento: dal timore che
la Francia sia trascinata ad una stessa sorte. Gl'Italiani che
parteggiarono per il popolo iberico non avrebbero dovuto, per
moderare i loro entusiasmi, temere dell'avvenire: sarebbe
bastato che pensassero al passato. Il danno che noi avemmo
dalla dominazione spagnuola fu tanto, che non è ancora cessato.
Ecco un libro che lo denunzia e lo misura: la _Descrizione del
Regno di Napoli_, composta nel 1713 da Paolo Mattia Doria, e
pubblicata, dopo quasi due secoli, da Michelangelo Schipa. Per
mantenere i loro dominî tra noi, gli Spagnuoli corruppero,
inquinarono, pervertirono i nostri costumi: la servitù
materiale, la schiavitù, sarebbe stata preferibile a
quest'opera di dissoluzione sociale. Ma forse essi non intesero
pervertirci, ci comunicarono semplicemente, naturalmente, i
loro difetti e i loro vizî. E se riuscirono a comunicarceli,
bisogna pure riconoscere che vi eravamo predisposti.