Quando uno scrittore riesce ad ottenere l'ammirazione
universale non a grado a grado, provando e riprovando, ma d'un
colpo, con un'opera singolare, il suo felice successo non è
senza scotto; perchè il pubblico, in ogni opera successiva,
vorrebbe trovare le stesse qualità che lo sedussero nella
fortunatissima; e non trovandole, se ne duole e quasi glie lo
rimprovera. Gustavo Flaubert, dopo il trionfale incontro di
_Madame Bovary_, ebbe un bel mettere fuori quel capolavoro di
verità che è l'_Educazione sentimentale_, quei capolavori di
fantasia e di erudizione che sono _Salammbò_ e la _Tentazione
di Sant'Antonio_: i lettori lodarono moderatamente, scrollando
il capo ed esclamando: «Sì, va bene; ma non è più la _Signora
Bovary_!...» La cosa andò tant'oltre, che il romanziere,
piccato, si mise in capo di riscattare la proprietà letteraria
di quel suo troppo fortunato volume, di ritirarne dal commercio
tutti gli esemplari e di distruggerli, per non sentirsi più
chiamare «l'autore di _Madame Bovary_».
Io credo che un pensiero simile dovè passare per la mente di
Giuseppe Giacosa, quando gli entusiasmi eccitati dalla _Partita
a scacchi_ e dal _Trionfo d'amore_ impedirono ai loro esclusivi
e quasi gelosi ammiratori di apprezzare esattamente le diverse
qualità delle altre opere sue. Al tenero e delicato cantore di
Paggio Fernando e di Jolanda, al trovatore sentimentale,
all'immaginoso evocatore del medio evo cavalleresco ed erotico,
la maggior parte del pubblico, sedotta dall'arte squisita,
richiese altri idillî dello stesso carattere, evocazioni
simili, versi di eguale fattura; e, non avendone, e trovandosi
dinanzi a opere di tutt'altro sapore, fu ingiusto con esse.
I giudizî del nostro poeta sul popolo americano contribuiranno
ad alienargli l'animo dei suoi primi ammiratori. Alcuni anni
addietro, per assistere alle prove della _Dame de Challant_ che
Sara Bernarhdt doveva recitare in America, il Giacosa raggiunse
la grande attrice agli Stati Uniti. Le sue _Impressioni
d'America_ sono il frutto di quel viaggio. Egli non parla, e
non può parlare della guerra; ma pochi libri spiegano meglio
del suo le vittorie americane; perchè pochi osservatori hanno
saputo come lui cogliere ed esprimere ed apprezzare i caratteri
essenziali del popolo e della civiltà americana.
Leggete il capitolo su Nuova York: dalle prime righe il Giacosa
fa notare come vi primeggi l'azione: «la gran città agisce
prima di mostrarsi»; dalle prime pagine egli mostra la saldezza
che hanno le opere umane laggiù. «Fino dove l'occhio giunge, da
ogni lato, nello spessore delle città litorali, sopra l'immenso
corno dell'Hudson, su pel gran braccio di mare della East
River, è un accavallarsi di giganteschi edifizî che
rappresentano nelle nebbiose lontananze un vario ondeggiare di
colli digradanti al mare. Quelle moli hanno di lontano la
gravità riposata delle cose eterne e sembrano sorte col suolo.
Io non vidi mai in altri luoghi l'opera dell'uomo, sola,
scompagnata da ogni elemento naturale, naturalizzarsi così
interamente e darmi un così pieno inganno di paesaggio».
Uno dei segni particolari dello spirito americano è
l'individualismo, che spiega ad un tempo la forza e i difetti
della razza _yankee_. Il Giacosa lo mette in evidenza e ne
trova una causa nell'abitudine di operare e di attendere ai
guadagni in luoghi lontani dalla casa, in quartieri che, finita
la giornata di lavoro, restano vuoti, deserti. «È certo che la
casa, l'_home_ degl'Inglesi, esercita sull'animo nostro
un'azione mitigante, lo predispone e lo inclina all'esercizio
delle virtù altruistiche. Chi abbandona la mattina i dolci
luoghi della vita domestica e va e rimane per traffichi fino a
sera in luoghi dove non ne resta nessuna traccia, e dove non
c'è traccia nemmeno di altre vite somiglianti che gli ricordino
la propria, si avvezza in breve a sdoppiare quasi interamente
la propria natura, a separarne gli elementi affettivi dai
volitivi ed intellettuali, lascia a casa l'umanità amorevole e
soccorrevole per armarsi soltanto negli affari di un egoismo
aspro ed ingrato».
La permanenza dei caratteri etnici particolari alla razza
nonostante l'esteriore uniformazione ai costumi europei, è ben
dimostrata dal Giacosa nel capitolo sull'_Intemperanza_. «A
parole, i _fashionables_ del caffè Del Monico professano una
estetica delicata che deve costar loro una continua
autovigilanza. Quella tenuità di pensamenti e di movimenti, che
è il non plus ultra della _sciccheria_, stride col loro fisico
poderoso e bisognoso d'azione. Il formidabile individualismo
onde trassero nel tempo ricchezza e grandezza, si adagia a
stento nella disciplina convenzionale della nostra gente per
bene. Quando si mettono per godere, vogliono godere oltre
misura. Cento doganieri dell'estetica appostati sull'entrata di
un salone a respingerne ogni oggetto non bollato per
raffinatissimo, non possono impedire che la raccolta di troppe
cose squisite esprima un gusto se non eteroclito, eterodosso.
Ogni particolare della vita di quei gaudenti otterebbe
l'accessit dal più schifiltoso fra i dittatori della moda e
della delicatezza parigina, ma il loro complesso tradisce per
lo più quella inclinazione a fare in grande che è propria degli
arricchiti. Eppure esiste in America una aristocrazia
plutocratica, i cui titoli nobiliari risalgono a nonni
milionarî. Ma quel sottile smeriglio che è il milione da lungo
tempo posseduto, non venne ancora a capo di levigare del tutto
la ruvida scorza che salì dal ceppo agli ultimi rami. È certo
che in America la lunga ricchezza non produsse ancora quello
che a noi pare supremo fiore dell'eleganza spregiudicata e
sicura: l'amore del semplice».
Ma il Giacosa non augura niente affatto all'America l'estetica
tradizionale; egli apprezza, al contrario, e loda quella
particolare idea del bello non disturbata da preconcetti
storici, quell'«estetica sociale» adattata al benessere e
confacente allo sviluppo della razza umana, che si viene
formando oltre l'Atlantico ed è anche una delle nostre nuove
inquietudini. Accortamente egli nota come una delle peggiori
conseguenze del rispetto alle tradizioni, presso di noi, sia la
paura del ridicolo, dalla quale invece gli Americani sono
affrancati. «Il ridicolo in America non fa presa, e dove non fa
presa non esiste, perchè non è che un fantasima creato dalla
paura. Anche nei paesi latini, dove può tanto, chi più lo teme
più c'incappa dentro e, diciamolo, più merita di incapparci. Il
ridicolo è un prodotto delle società da lungo tempo costituite,
le quali finiscono sempre col chiudersi in un formalismo
dommatico. Esso aiuta le serrate di classe, contrariando
l'entrata d'ogni classe a chi ne sta fuori e l'uscita a chi ci
è dentro. Cane di guardia dello _statu quo_, non morde mai chi
si appaga a quel grado di mediocrità che tutti possono
conseguire, ma si avventa contro i solitarî che lo soverchiano.
Educatrice a qualità discrete, a gentili eleganze ed a virtù
negative, la tema del ridicolo impigrisce l'esercizio delle
attività individuali e frena i movimenti iniziatorî. Perciò i
paesi dove esso più agisce sono spesso retrogradi e sempre
consuetudinarî; e perciò ivi l'eccentricità, cioè l'essere
dissimile dai più, induce sempre un'idea di ridicolo. Ora se
badiamo al procedere della civiltà, noi troviamo che il minor
numero di uomini eccentrici s'incontra nei popoli stazionarî e
il maggiore nei progressivi. L'America informi».
Originale, libero, pronto ad apprezzare tutto ciò che è nuovo e
vivo e utile, lo spirito americano si distingue ancora per
quella particolare specie di scetticismo che il Giacosa
definisce: «previsione generica di doversi un giorno ricredere
su tutte le cose attualmente credute» e che non è ignota al
pensiero europeo contemporaneo. Però, mentre i discepoli del
Renan e e gli ammiratori di Anatole France sono increduli e
impotenti, l'incredulità degli Americani non attenua «il
consenso e la fede in quanto è oggi tenuto in conto di verità;»
al contrario: «la verità attuale prende nelle loro menti un
carattere di tranquilla certezza e le move a praticarla con
sicura energia. Solo sanno che la verità di oggi non è quella
di ieri e non sarà quella di domani. E quella di ieri fu ieri
una propria e reale verità, ed esercitò tutti i benefici
influssi che esercita la verità, e sarà una verità quella di
domani, quantunque destinata a cedere il posto ad una
successiva. Alle prime questo pare un linguaggio anfibologico,
ma non è indifferente pensare che lo spirito umano proceda per
via di successive verità, piuttosto che di successivi errori.
In sostanza la cosa viene a dire che i concetti di verità e di
errore non sono assoluti, ma relativi; e negli effetti pratici
se ne deduce la conclusione che ognuno deve aver fede nel tempo
in cui vive e prenderlo sul serio ed agire in esso con
sicurezza. Ogni verità, anche se transitoria, è una forza. I
dubbiosi non producono bene, perchè agiscono tepidamente. Chi
crede che l'azione che egli va compiendo corrisponda al vero,
ci spende intorno la massima somma di energia ed opera senza
esitazioni e senza mollezze. D'altra parte il sapere che il
vero non è eterno nè immutabile, rimove il pericolo degli
accecamenti ostinati e dell'intolleranza. E perchè la sicurezza
è rasserenante e giocondatrice, questi spiriti hanno una gaia
contentezza del presente ed una gaia aspettazione del futuro, e
la loro ironia, scevra affatto di amarezza, si esercita tanto a
spese delle fedi immobili, quanto del dubbio permanente».