Tale è, nelle sue grandi linee, il bilancio morale compilato
dal Fierens-Gevaert. Non si può dire che egli abbia avuto la
mano leggera. Pur troppo tutti questi motivi di tristezza
esistono: la quistione è di valutarli. L'aritmetica non è
un'opinione; ma le opinioni non si possono misurare coi numeri.
Esse mutano troppo, troppo rapidamente, non solo da individuo a
individuo, ma in una stessa persona.
Nei bilanci finanziarî vi sono certe somme che figurano
all'entrata nello stesso tempo che all'uscita: esse si
annullano reciprocamente e lasciano immutato il rapporto fra
l'attivo e il passivo. Le contraddizioni, in fatto di opinioni,
di credenze, di fedi, sono come chi dicesse le partite di giro
dei bilanci morali. Ora le contraddizioni del pensiero moderno
sono continue, flagranti. Se noi mettiamo all'attivo la
scienza, ripromettendoci tutto da lei, e poi la mettiamo al
passivo, disperandone, le due partite si elideranno, e la
scienza resterà quella che è. Il misogino e il femminista,
l'altruista cieco e l'egoista spietato si equivalgono: le donne
e la morale restano quelle che sono.
Guardate ciò che avviene nell'arte, in un'arte speciale: quella
del romanzo. Nel romanzo trionfa l'esoticismo di Pietro Loti e
il cosmopolitismo di Paolo Bourget. Ma anche qui c'è una
contraddizione evidente. Uno scrittore appena ieri sepolto fra
l'universale rimpianto, e oggi più che mai vivo nelle opere, ha
ottenuto ed ottiene la maggiore, la più pura ammirazione, per
avere candidamente osservato e riprodotto il suo cantuccio
natale. Mentre altri trionfa descrivendo i costumi giapponesi e
la vita dei grandi alberghi cosmopoliti, Alfonso Daudet
conquista la gloria descrivendo il Mezzogiorno, scoprendo
Tarascona, creando Tartarin e Numa Roumestan. C'è dunque posto
per tutti.
Torniamo alla filosofia; consideriamo il caso dello
Schopenhauer. Lungamente disconosciuto, costui fu ed è onorato
come pochi altri. Vuol forse dire che il pessimismo è l'ultima
nostra parola? Sarebbe una cosa tutta negativa; ma, non
riuscendo ad affermar nulla, avremmo pure _une fiche de
consolation_ sapendo almeno negare. E il secolo, cominciato coi
turbamenti, con le delusioni e con le malinconie, potrebbe
recitare compunto il credo disperato del filosofo di
Francoforte. Se non che: studiate la sua vita, leggete il suo
epistolario: vedrete che egli stesso operava contrariamente
alla sua fede; i suoi atti e le sue idee facevano a pugni.
«Egli che voleva conoscere la vita, il mondo, l'universo», sono
parole del Rod, «trascurava poi di conoscere sè stesso; egli
che additava la _volontà di vivere_ come la sorgente di tutti i
mali, e che faceva consistere nel lavorare a distruggerla lo
scopo supremo della morale, manteneva poi accuratamente la
volontà sua propria, senza diffidenza, senza accorgersene, con
una specie di candore; egli che scopriva con occhio penetrante
l'insieme delle illusioni delle quali siamo vittime, le
accoglieva per conto suo: chiaroveggente quando ne stava
lontano, cieco appena si accostava ad esse».
Ma questo dissidio è forse in lui solo? Non accade altrettanto
in ciascuno di noi? Gli estremi non sono tanto vicini che si
dànno la mano? Di estremi, di contraddizioni, di antinomie non
è piena tutta quanta la storia dell'umanità? E per cento, per
mille, per diecimila individui che amano gli eccessi, e non
stanno fermi in uno solo, ma trascorrono dall'uno al contrario,
non vi sono milioni di uomini di buon senso che rifuggono da
tutti?
Il Fierens-Gevaert aspetta un nuovo Messia che venga a salvare
il nostro povero mondo. Aspettiamolo pure: sarà il benvenuto,
se non lo crocifiggeranno come il primo. Ma consoliamoci nel
frattempo pensando che gli uomini sani continuano a credere e
ad amare, semplicemente. E, a chi ben guardi, il secolo
decimonono non è poi tanto singolare quanto sembra; si può
dimostrare che somiglia non poco al diciottesimo, e si può
scommettere che il ventesimo gli somiglierà.