I.

La rapidità e la fretta sono appunto tra i caratteri salienti

di questo secolo nostro. Come noi corriamo da un capo all'altro

del mondo, trascinati dall'ansante vapore; come le nostre

parole volano sui fili elettrici; così tutta quanta la nostra

vita morale e intellettuale precipita vertiginosamente.

Che cosa diviene, dopo qualche anno, la fama di quegli uomini

che parvero dominare, che dominarono infatti, la nostra età?

Guardate Vittor Hugo. Chi ottenne mai in vita un più largo,

sincero e spontaneo consenso d'ammirazione? Lo chiamarono il

Padre; personificò realmente il secolo, «del quale aveva

professato tutte le credenze, condiviso tutte le illusioni,

cantato tutte le glorie, sopportato tutte le sciagure.» Ed ecco

oggi l'idolo in pezzi. Hanno dimostrato in grossi volumi, pieni

di documenti, che egli non fu iniziatore, che non scoperse

nulla, che non disse nulla di nuovo o di originale, che ebbe un

carattere ordinario, anzi mediocrissimo; che andò assiduamente

dietro al _successo_: non gli hanno riconosciuto altro genio se

non quello delle parole: fu un parolaio, un _genio verbale_.

L'eleganza del verbo, intanto, non si può dire che

contraddistingua il nuovo stile. Il neologismo è la forza dei

nostri scrittori. Mai il vocabolario greco è stato tanto in

onore; mai le desinenze in _ale_ e in _ismo_ sono state tanto

frequenti. Questa è una delle più piccole conseguenze del

trionfo della scienza. Le sue scoperte, feconde di tanti

pratici adattamenti, hanno affrettato il corso della vita

umana: il nostro pensiero e il nostro linguaggio acquistano

caratteri scientifici. La vecchia critica è morta: oggi è in

vigore la critica scientifica. Ippolito Taine ne fu il

precursore; Emilio Hennequin il campione. Mentre l'antica

critica letteraria badava a dare giudizî, la critica

scientifica, lasciando prudentemente da parte gli

apprezzamenti, cercò nei caratteri particolari delle opere «sia

certi principî d'estetica, sia l'esistenza d'un certo

meccanismo cerebrale nell'autore, sia una condizione definita

dell'ambiente sociale.» Questa critica precedè per via di tre

sorta di analisi: l'analisi estetica, l'analisi psicologica,

l'analisi sociologica; essa non si contentò neppure di

chiamarsi critica scientifica, volle ribattezzarsi con un nome

più severo: si chiamò _estopsicologia_. Così un cerotto contro

il sudore, che è un cerotto e non impedisce il sudore, acquista

il valore d'un nuovo e raro e prezioso prodotto chimico, quando

lo speziale gli dà il nome di _sudol_...

Emilio Hennequin morì giovane, prima d'aver potuto interamente

esplicare il suo metodo: se fosse vissuto, è egli certo che ne

avrebbe assicurato la fortuna? Il Rod lo crede; più prudente è

forse dubitarne. La critica cominciò ad avere pretensioni e

andamenti scientifici quando il positivismo trionfò in

filosofia e il naturalismo in arte: non occorre dimostrare come

questi fenomeni fossero strettamente collegati. Ora non siamo

in piena reazione? Un altro capitolo del Rod non è dedicato al

risveglio dell'idealismo? Ferdinando Brunetière non ha

proclamato la «bancarotta» della scienza? Siamo arrivati a

questo: che la luce del giorno, secondo un filosofo,

«circoscrive il nostro orizzonte»; la notte è preferibile: essa

è «un'apertura sull'infinità degli spazî e sull'infinità dei

mondi.» Ma allora non bisogna buttar giù la critica obbiettiva,

come stiamo demolendo il romanzo impersonale e sperimentale? Un

artista italiano, del quale il Rod esamina con amore gli

scritti, Antonio Fogazzaro, non deve la sua fortuna all'essersi

messo a quest'opera? Ottavio Feuillet, caduto nella polvere,

non torna sugli altari?

Diremo dunque che il secolo, tardi ma in tempo, ha finalmente

trovato la sua strada? Non ancora! Alfredo Fouillée, dopo aver

sostenuto che le tenebre della notte sono preferibili alla luce

del giorno, ci mette in guardia contro i pericoli

dell'idealismo; e consiglia, sì, ad agire da idealisti, ma da

idealisti «senza illusioni...». Non ridete: si tratta di cose

serie. E la scienza, alla quale già si dava il benservito per

ricorrere invece alla fede, pare da ultimo che abbia del buono,

se ad essa si volgono i rivendicatori dell'idealismo

«integrale» per fondare la _cité future_.» E che cosa si

ripromette dalla scienza cotesto idealismo? Che cosa promette

all'uomo? Ben poco, in verità! «I tuoi organi deboli tu li

assoderai e moltiplicherai,» dice il signor Fournière; «le tue

stesse ossa saranno rinnovate da una chimica che ancora non

osiamo neppure immaginare. Tu arriverai, se vorrai, e bisognerà

bene che voglia, a longevità che oltrepasseranno quelle dei

miti ebrei. Il tuo organismo rinnovellato conoscerà altri mezzi

di nutrizione e godimenti più raffinati. E mentre dominerai il

tempo, conquisterai anche lo spazio. Se non troverai il mezzo

di riaccendere il sole che si spegne, o di accenderne altri,

lascerai questa terra invecchiata; e, alato colono, popolerai

gli spazî siderei...».

Giulio Verne, come vedete, può andare a riporsi.

Il colore del tempo · 第 6 / 86 题