o impiccate, pensò d'Artagnan con terrore, ed io, senza alcun dubbio,
con loro, poichè dal momento che io gli ho ascoltati ed intesi, sarò
ritenuto per un loro complice. Che direbbe il mio sig. padre, che mi
ha tanto raccomandato il rispetto pel ministro, se egli mi sapesse in
società con simili pagani?
Così come ognuno non ne dubiterà, anche senza che lo dica, d'Artagnan
non osava abbandonarsi alla conversazione; soltanto egli guardava ad
occhi spalancati; ascoltava ad orecchie tese, tendendo avidamente i
suoi cinque sensi per non perder nulla, e malgrado la sua confidenza
nelle raccomandazioni paterne, egli si sentiva portato dai suoi gusti e
trascinato dai suoi istinti a lodare piuttosto che a biasimare le cose
inaudite che colà accadevano.
Frattanto, siccome egli era del tutto estraneo alla folla dei
cortigiani del sig. de Tréville, e che questa era la prima volta che
lo si vedeva in quel luogo, vennero a chiedergli ciò che desiderava.
A questa domanda, d'Artagnan si nominò con molta umiltà, si appoggiò
al titolo di compatriota, e pregò il cameriere che era venuto a fargli
questa interrogazione di domandare per lui al signor de Tréville un
momento d'udienza, domanda che questi promise di fare, con tuono da
protettore, a tempo e luogo.
D'Artagnan, rimessosi alquanto dalla sua prima sorpresa, ebbe dunque il
comodo di studiare un poco i costumi e le fisonomie.
Il centro del gruppo il più animato era un moschettiere di alta
statura, di figura altera, con un bizzarro costume che attirava su
lui l'attenzione generale. Pel momento egli non portava la casacca
d'uniforme, che, del resto, non era assolutamente obbligatoria in
quest'epoca di meno libertà ma d'indipendenza più grande, ma un
giustacuore blu cielo, alquanto scolorito e rapato, e sopra quest'abito
una magnifica bandoliera, ricamata in oro, e che risplendeva come le
scaglie di cui si ricuopre l'acqua ad un gran sole. Un lungo mantello
di velluto cremisi cadeva con grazia dalle sue spalle, scoprendo
soltanto davanti la splendida bandoliera, alla quale era attaccata una
gigantesca spadaccia.
Questo moschettiere montava in quel momento la guardia, si lamentava
di essere raffreddato, e di tempo in tempo tossiva con affettazione.
Per questo egli aveva preso il mantello, a quanto diceva, e nel mentre
che parlava colla testa alta, arricciandosi sdegnosamente i baffi,
ammiravano con entusiasmo la bandoliera ricamata, e d'Artagnan lo
faceva più che alcun altro.
— Che volete! diceva il moschettiere, è di moda; è una pazzia, lo so
bene, ma, è di moda. D'altronde bisogna bene impiegare in qualche cosa
i danari della propria legittima.
— Ah! Porthos! gridò uno degli astanti, non tentare di farci credere
che questa bandoliera ti venga dalla generosità paterna: essa ti sarà
stata regalata da quella dama velata colla quale io t'incontrai l'altra
domenica, verso la porta Sant-Onorato.
— No, sul mio onore, parola da gentiluomo, io l'ho comprata da me
stesso, e coi miei propri denari, rispondeva colui che era stato
indicato sotto il nome di Porthos.
— Sì, come io ho comprato, disse un altro moschettiere, questa borsa
nuova, con ciò che il giorno innanzi vi aveva messo la mia amica.
— In verità, disse Porthos, e la prova ne è che l'ho pagata dodici
doppie.
L'ammirazione raddoppiò, quantunque continuasse ad esistere il dubbio.
— È vero, Aramis? fece Porthos voltandosi verso un altro moschettiere.
Quest'altro moschettiere formava un perfetto contrasto con quello che
lo interrogava, e che lo aveva chiamato col nome di Aramis: era un
giovine di ventidue o ventitre anni appena, colla fisonomia ingenua e
docile, l'occhio nero e dolce, colle guance rosee e vellutate come una
pesca d'autunno; i suoi baffi sottili, si disegnavano sul suo labbro
superiore in linea perfettamente dritta; le sue mani sembravano temere
lo abbassarsi per timore che le vene s'inturgidissero troppo, e di
tratto in tratto si pizzicava l'estremità delle orecchie per mantenerle
di un incarnato tenero e trasparente. Per abitudine egli parlava poco e
lentamente, salutava molto, rideva senza rumore mostrando i suoi denti
che erano bellissimi, e di cui, come di tutto il resto della persona,
sembrava prendere grandissima cura. Egli rispose con un segno di testa
affermativo alla interpellazione del suo amico.
Questa affermativa sembrò aver troncati tutti i dubbi sul conto della
bandoliera, si continuò dunque ad ammirarla, ma non se ne parlò più, e
per una di quelle bordeggiate rapide del pensiero, la conversazione ad
un tratto passò sopra un altro argomento.
— Che pensate voi di ciò che racconta lo scudiero di Chalais? domandò
un altro moschettiere senza interpellare direttamente alcuno, ma
indirizzandosi al contrario a tutti.
— E che cosa racconta egli? domandò Porthos con tuono altero.
— Egli racconta di aver trovato a Brusselle Rochefort, l'anima dannata
del ministro, travestito da cappuccino; questo maledetto Rochefort,
mercè questo travestimento ha infinocchiato il signor Laiques come un
vero imbecille.
— Come un vero imbecille, disse Porthos! Ma la cosa è poi sicura?
— Mi fu raccontata da Aramis, rispose il moschettiere.
— Davvero?
— E voi lo sapete bene, Porthos, disse Aramis, io l'ho raccontato a voi
pure jeri, non ne parliamo dunque più.
— Non ne parliamo più! ecco la vostra opinione disse Porthos. Non
ne parliamo più! Peste, come concludete presto! Come, il ministro fa
spionare un gentiluomo; fa intercettare la sua corrispondenza da un
traditore, un brigante, fa, coll'ajuto di questo spione e mercè questa
corrispondenza, tagliar la testa a Chalais, sotto lo stupido pretesto
ch'egli ha voluto uccidere il re e maritare la regina con Monsieur;
nessuno sapeva una parola di quest'enimma: voi ce lo significaste jeri
con grande stupore di tutti, e quando noi siamo ancora sbalorditi da
questa notizia, voi oggi venite a dirci: non ne parliamo più!
— Parliamone dunque, vediamo, poichè voi lo desiderate, riprese Aramis
con pazienza.
— Questo Rochefort! gridò Porthos, se fosse stato lo scudiero del
povero Chalais, passerebbe con me un brutto momento.
— E voi, voi passereste un tristo quarto d'ora col duca Rosso, riprese
Aramis.
— Ah! il duca Rosso, bravo, bravo, il duca Rosso! rispose Porthos
battendo le mani, ed approvando con la testa. Il duca Rosso al nostro
ministro, è un epiteto grazioso. Io diffonderò la parola, mio caro,
siate tranquillo. Ha molto spirito, questo Aramis! che disgrazia che
voi non abbiate potuto seguire la vostra vocazione, mio caro! che
delizioso abbate sareste diventato!
— Oh non è che un ritardo momentaneo, riprese Aramis, un giorno io lo
sarò; voi sapete bene, Porthos, che io continuo a studiare la teologia
per questo.
— Egli farà come dice, riprese Porthos, egli lo farà o presto o tardi.
— Presto, disse Aramis.
— Egli non aspetta che una cosa per decidersi del tatto, e per
riprendere la sua sottana che è appesa dietro il suo uniforme, riprese
il moschettiere.
— E che cosa aspetta? domandò un altro.
— Egli aspetta che la regina abbia dato un erede alla corona di Francia.
— Non scherziamo su questo argomento, signori, disse Porthos, grazie a
Dio la regina è ancora in età da poterlo dare.
— Si dice che il signor di Buckingham sia in Francia, riprese Aramis
con un sorriso beffardo che dava a questa frase, così semplice in
apparenza, un significato sufficientemente scandaloso.
— Aramis, amico mio, per questa volta voi avete torto, interruppe
Porthos, e la vostra smania di dire cose spiritose vi trascina sempre
al di là dei limiti; se il signor de Tréville, vi sentisse, voi vi
trovereste male di aver parlato così.
— Volete voi darmi una lezione, Porthos? gridò Aramis, nell'occhio
dolce del quale si vide passare un baleno.
— Mio caro, siate moschettiere o abbate; siate o l'uno o l'altro,
ma non l'uno e l'altro, riprese Porthos. Athos ve lo ha detto
ancora l'altro giorno, voi mangiate a tutte le rastelliere. Ah! non
c'inquietiamo, io ve ne prego; ciò sarebbe inutile: voi sapete bene
che questo è convenuto fra voi, Athos e me. Voi andate dalla signora
d'Aiguillon, e le fate la vostra corte; voi andate in casa della
signora di Bois-Tracy, la cugina della signora de Chevreuse, e passate
per essere grandemente nelle buone grazie della dama. Oh! mio Dio, non
confessate la vostra fortuna, non vi si chiede il vostro secreto. Si
conosce la vostra discrezione. Ma poichè possedete questa virtù, che
diavolo! fatene uso sul conto di Sua Maestà. Si occupi chi vorrà del re
e del ministro; ma la regina è sacra, e se qualcuno ne parla, che ciò
sia in bene.
— Porthos, voi siete pieno di pretese come Narciso. Io ve ne prevengo,
rispose Aramis, voi sapete che odio la morale, eccetto che quando ella
è fatta da Athos. In quanto a voi, mio caro, voi avete una troppo
magnifica bandoliera per essere molto versato in morale. Io sarò
abbate quando mi converrà, frattanto io sono moschettiere, e in questa
qualità, io dico ciò che mi piace, e in questo momento mi piace di
dirvi che voi m'impazientite.
— Aramis!
— Porthos!
— Eh! signori! signori! si gridò intorno ad essi.
— Il signor de Tréville aspetta il signor d'Artagnan, interruppe il
lacchè aprendo la porta del gabinetto.
A questo annunzio durante il quale la porta rimase aperta, ciascuno si
tacque, e in mezzo al silenzio generale, il giovane guascone traversò
l'anticamera in una parte della sua lunghezza, ed entrò dal capitano
dei moschettieri, felicitandosi di tutto cuore di sfuggire così a
proposito alla fine di questa bizzarra contesa.
CAPITOLO III.
L'UDIENZA
Il signor de Tréville era sul momento di molto cattivo umore; ciò non
ostante, salutò gentilmente il giovane, che s'inchinò fino a terra, ed
egli sorrise nel ricevere il suo complimento, in cui l'accento bearnese
gli ricordava ad un tempo la sua gioventù ed il suo paese, doppia
rimembranza che fa sorridere l'uomo in tutte l'età. Ma avvicinandosi
quasi subito all'anticamera, e facendo a d'Artagnan un segno con la
mano come per chiedergli il permesso di terminare con gli altri prima
d'incominciare con lui, egli chiamò tre volte, alzando di più la voce a
ciascheduna volta, di modochè egli percorse tutti i suoi intermedj fra
l'accento imperativo e l'accento irritato.
— Athos! Porthos! Aramis!
I due moschettieri coi quali abbiamo già fatta conoscenza, e che
corrispondevano ai due ultimi di questi tre nomi, lasciarono subito il
gruppo di cui facevano parte, e si avanzarono verso il gabinetto, la di
cui porta si richiuse dietro ad essi tosto che ne ebbero oltrepassato
il limitare. Il loro portamento, benchè non fosse del tutto tranquillo,
nonostante eccitò, per la sua disinvoltura piena ad un tempo di
sommissione, l'ammirazione di d'Artagnan che credeva in questi uomini
tanti semidei, e nel loro capo un Giove Olimpico armato di tutti i suoi
fulmini.
Quando i due moschettieri furon entrati, quando la porta fu chiusa,
quando il mormorio ronzante della anticamera fu ricominciato, mormorio
al quale senza dubbio aveva dato nuovo alimento la chiamata che era
stata fatta; quando finalmente il signor de Tréville silenzioso, e
col sopracciglio aggrottato, ebbe per tre o quattro volte misurata
la lunghezza del suo gabinetto, passando ciascheduna volta davanti a
Porthos e Aramis instecchiti e muti come alla parata, si fermò ad un
tratto in faccia a loro, e investendogli dalla testa ai piedi con uno
sguardo irritato:
— Sapete ciò che mi ha detto il re, gridò egli, e ciò niente più tardi
di jeri a sera? lo sapete voi, signori
— No, risposero dopo un momento di silenzio i due moschettieri, no,
signore, noi lo ignoriamo.
— Ma io spero che voi ci farete l'onore di dircelo, aggiunse Aramis,
col tuono il più gentile, e colla più graziosa riverenza.
— Mi ha detto che d'ora in avanti egli recluterà i suoi moschettieri
fra le guardie del ministro.
— Fra le guardie del ministro! e perchè questo? domandò vivamente
Porthos.
— Perchè egli vede bene che il suo vinello ha bisogno di essere
ingagliardito dal miscuglio di un vino buono.
I due moschettieri diventarono rossi fino nel bianco dell'occhio.
D'Artagnan non sapeva più ove si fosse, ed avrebbe voluto essere cento
piedi sotto terra.
— Sì, sì, continuò il sig. de Tréville animandosi sempre più, sì, e
Sua Maestà aveva ragione, perchè egli è vero che i moschettieri fanno
una trista figura alla corte, il ministro raccontava jeri sera al
giuoco del re, con un'aria di condoglianza che mi dispiacque assai,
che il giorno avanti questi dannati moschettieri, questi diavoli a
quattro, ed egli calcava su queste parole con un accento ironico che mi
dispiacque ancor più; questi scialacquatori, aggiunse egli guardandomi
col suo occhio da gatto tigre, avevano fatto tardi sulla strada Ferou,
in un'osteria, e che una pattuglia delle sue guardie, ho creduto che
egli mi andasse a ridere sul naso, era stata costretta di arrestare
i perturbatori, capperi! Voi dovete saperne qualche cosa! arrestare
dei moschettieri! voi vi eravate, voi altri; non vi difendeste, siete
stati riconosciuti, ed il ministro vi ha nominati. Ciò accade per
colpa mia, sì, per colpa mia, poichè sono io che faccio la scelta dei
moschettieri. Vediamo, voi, Aramis, perchè diavolo mi avete domandata
la casacca quando voi sareste stato così bene sotto la sottana?
Vediamo, voi, Porthos, non avete voi una bella bandoliera d'oro
peraltro che per attaccarci una spada di paglia? Athos! io non vedo
Athos: dove è egli?
— Signore, rispose tristamente Aramis, egli è malato, gravemente malato.
— Malato, gravemente malato, voi dite? e di qual malattia?
— Si teme che possa essere il vajuolo, signore, rispose Porthos,
volendo mischiare a sua volta una parola nella conversazione, cosa che
sarà dispiacente, perchè certissimamente gli guasterà il viso.
— Malato del vajuolo! ecco ancora un'altra gloriosa storia che
mi raccontate, Porthos! malato del vajuolo alla sua età! non può
essere!... sarà ferito senza dubbio, fors'anche ucciso... Ah! se io lo
sapeva!... Capperi! signori moschettieri io non intendo che si vadano
ad affollare così i luoghi cattivi, che si facciano delle questioni
sulla strada, che si menino sciabolate nei crociali delle vie. Io non
voglio infine che si dia argomento da ridere alle guardie del ministro
che sono composte di brava gente, tranquilla, destra, che non si
mettono mai nel caso di essere arrestate, e che d'altronde, ne sono
sicuro, essi non si lascerebbero arrestare! essi amerebbero meglio di
morire al loro posto di quello che fare un passo in addietro. Salvarsi,
sbaragliarsi, fuggire, questo è buono per i moschettieri del re!
Porthos e Aramis fremevano di rabbia. Essi avrebbero volentieri
strangolato il sig. de Tréville, se in fondo a tutto ciò non avessero
scorto che era il grande amore che portava loro che lo faceva parlare
in tal guisa. Essi battevano il piede sul tappeto, si mordevano le
labbra fino al sangue, e stringevano con tutta la loro forza la guardia
della loro spada. Al di fuori si era intesa la chiamata, come abbiamo
detto, Athos, Porthos e Aramis, e si era indovinato, dall'accento
della voce del sig. de Tréville, che egli era pienamente in collera.
Dieci teste curiose si erano appoggiate alla porta, e impallidivano
pel furore: perchè le loro orecchie incollate alla porta non perdevano
una sillaba di tutto ciò che si diceva, nel mentre che le loro bocche
ripetevano a peso, ed a misura le parole insultanti del capitano a
tutta la popolazione dell'anticamera. In un istante, dalla porta
del gabinetto fino alla porta di strada, tutto il palazzo fu in
ebollizione.
— Ah! i moschettieri del re si fanno arrestare dalle guardie del
ministro! continuò il sig. de Tréville furioso internamente quanto
i suoi soldati, ma dicendo a scatti le sue parole, e vibrandole una
ad una per così dire come tanti colpi di stiletto nel petto dei suoi
uditori. Ah! sei guardie del ministro arrestano sei moschettieri di Sua
Maestà! Capperi! io ho fatta la mia risoluzione. Io vado di corsa al
Louvre: io domando la mia dimissione di capitano del re, per chiedere
un posto di sottotenente nelle guardie del ministro. E se egli mi
rifiuta, cappita! io vado a farmi frate.
A queste parole il mormorio dell'esterno divenne un'esplosione;
dappertutto non si sentiva che giuramenti e bestemmie. I cappita! le
morti di tutti i diavoli! s'incrociavano per l'aria. D'Artagnan cercava
una tenda dietro la quale potersi nascondere, e si sentiva una volontà
smisurata di cacciarsi sotto la tavola.
— Ebbene! mio capitano, disse Porthos fuori di se, la verità è che
noi eravamo sei contro sei, ma noi siamo stati presi alla traditora, e
primachè noi avessimo avuto il tempo di cavare le nostre spade due dei
nostri erano già morti e Athos gravemente ferito, non valeva niente
di più. Poichè voi lo conoscete, Athos; ebbene! capitano, egli ha
tentato due volte di rialzarsi e due volte è ricaduto. Però noi non
ci siamo arresi, no! ci hanno trascinati a forza. Cammin facendo noi
ci siamo salvati. In quanto ad Athos, fu creduto morto, e fu lasciato
tranquillamente sul campo di battaglia, non credendo che valesse la
pena di trasportarlo. Ecco la storia. Che diavolo! capitano, non si
possono vincere tutte le battaglie. Il gran Pompeo ha perduto quella
di Farsaglia, e il re Francesco I, che, a quanto ho inteso dire, era
coraggioso quanto un altro; però ha perduto quella di Pavia. Ed io
ho l'onore di assicurarvi, che ne ho ammazzato uno colla sua propria
spada, disse Aramis, perchè la mia fu spezzata alla prima parata.
Ucciso o pugnalato, signore, come più vi piace.
— Io non sapeva questo, riprese il signor de Tréville con un tuono
un poco più raddolcito. Il ministro aveva dunque esagerato, a quanto
sembra.
— Ma di grazia, signore, continuò Aramis, che vedendo il suo capitano
rappacificarsi, azzardava una preghiera, di grazia, signore, non dite
che Athos pure è ferito; egli sarebbe alla disperazione se questa cosa
giungesse alle orecchie del re, e siccome la sua ferita è delle più
gravi, attesochè dopo avere attraversata la spalla essa penetra nel
petto, sarebbe a temersi...
Nel medesimo istante la portiera si alzò, e una nobile e bella, ma
spaventosamente pallida testa comparve sotto la frangia.
— Athos! gridarono i due moschettieri.
— Athos! ripetè lo stesso de Tréville.
— Voi mi avete chiamato, signore, disse Athos a de Tréville con una
voce indebolita ma perfettamente calma, voi mi avete chiamato, a quanto
mi hanno detto i nostri camerati, ed io mi affretto di venire a sentire
i vostri ordini: eccomi, signore, che volete da me?
E a queste parole il moschettiere, in tenuta irreprensibile, cinghiato
come era di costume, entrò con passo fermo nel gabinetto. Il sig. de
Tréville commosso fino al fondo del cuore per questa prova di coraggio,
si precipitò a lui incontro:
— Io era in vena di dire a questi signori, aggiunse egli, che io
proibisco ai miei moschettieri di esporre la loro vita senza necessità,
perchè la brava gente è cara al re, e il re sa che i suoi moschettieri
sono la più brava gente della terra. La vostra mano, Athos.
E senza aspettare che il nuovo arrivato rispondesse a questa prova di
affezione, il signor de Tréville afferrò la sua mano destra, e gliela
strinse con tutte le sue forze, senza accorgersi che Athos, per quanto
fosse grande l'impero che aveva su di se stesso, lasciò sfuggirsi un
movimento di dolore, e impallidì ancor più, cosa che si sarebbe potuta
credere impossibile.
La porta era rimasta socchiusa, tanto avea prodotta sensazione l'arrivo
di Athos, di cui, ad onta del segreto, era da tutti conosciuta la
sua ferita. Un urlo di soddisfazione accolse le ultime parole del
capitano, e due o tre teste, trascinate dall'entusiasmo, apparvero
sotto l'apertura della portiera. Senza dubbio, il sig. de Tréville
stava per reprimere con risentite parole questa infrazione alle leggi
dell'etichetta, allorquando sentì ad un tratto la mano di Athos
incresparsi sotto la sua, e fissando gli occhi sul di lui viso si
accorse che stava per svenire. Nel medesimo istante Athos, che aveva
raccolte tutte le sue forze per resistere al dolore, fu vinto da
questo, e cadde sul pavimento come se fosse morto.
— Un chirurgo! gridò il sig. de Tréville. Il mio, quello del re, il
migliore! un chirurgo! oh capperi! il mio bravo Athos muore.
Alle grida del sig. de Tréville tutti si precipitarono nel suo
gabinetto senza che egli pensasse a chiudere la porta ad alcuno,
ciascuno si adoperava intorno al ferito. Ma tutto questo adoprarsi
sarebbe stato inutile se il richiesto dottore non si fosse ritrovato
nello stesso palazzo; egli fendè la folla, si avvicinò ad Athos sempre
svenuto, e siccome questo rumore e questo movimento lo incomodavano
gravemente, egli domandò per prima cosa, e come la più urgente, che
il moschettiere fosse trasportato in una camera vicina. Il sig. de
Tréville aprì tosto una porta mostrando la via a Porthos e ad Aramis,
che trasportarono il loro camerata sulle loro braccia. Dietro a questo
gruppo camminava il chirurgo, e dietro il chirurgo si richiuse la
porta.
Allora il gabinetto del sig. de Tréville, questo luogo ordinariamente
tanto rispettato, divenne momentaneamente una succursale
dell'anticamera. Ciascuno discorreva, perorava, parlava ad alta voce,
giurava, sacramentava, mandava il ministro e le sue guardie a tutti i
diavoli.
Un istante dopo, Porthos e Aramis rientrarono; il chirurgo ed il sig.
de Tréville soltanto erano rimasti presso il ferito. Finalmente il
sig. de Tréville rientrò egli pure. Il ferito aveva ripreso l'uso dei
sensi; il chirurgo dichiarava che lo stato del moschettiere non aveva
niente che potesse allarmare i suoi amici, e che la sua debolezza era
puramente e semplicemente cagionata dalla perdita del sangue.
Quindi il sig. de Tréville fece un segno colla mano, e ciascuno
si ritirò, eccetto d'Artagnan, che non dimenticava di dovere avere
udienza, e che, colla tenacità di Guascogna, era rimasto allo stesso
punto.
Allorquando tutti furono sortiti, e che la porta fu chiusa, il sig.
de Tréville si ritrovò solo in faccia al giovane. L'avvenimento che
era accaduto gli aveva in qualche modo fatto perdere il filo delle
sue idee. Egli s'informò dunque di ciò che voleva da lui l'ostinato
sollecitatore. D'Artagnan pronunziò allora il suo nome, ed il sig. de
Tréville riordinando ad un tratto la memoria del passato col presente,
si ritrovò al corrente della situazione.
— Perdono, diss'egli, sorridendo, perdono, mio caro compratriota, io vi
aveva del tutto dimenticato. Che volete! un capitano non è che un padre
di famiglia sopraccaricato di una maggior responsabilità di quella dei
padri di famiglia ordinarj. I soldati sono figli grandi; ma siccome mi
sta a cuore che gli ordini del re siano eseguiti, e soprattutto quelli
del ministro...
D'Artagnan non potè dissimulare un sorriso. Da questo sorriso il signor
de Tréville giudicò che egli non aveva a che fare con uno stupido, e
venendo direttamente al fatto, cambiando d'improvviso il discorso:
— Io ho amato molto il vostro signor padre, disse egli. Che posso fare
io per suo figlio? fate presto, il mio tempo non è mio.
— Signore, disse d'Artagnan, nel lasciare Tarbes e nel venire qui, io
mi proponeva di domandarvi, in rimembranza di quell'amicizia che voi
non avete perduta di mente, una casacca da moschettiere; ma dopo tutto
ciò che vedo da due ore, capisco che un tal favore sarebbe enorme, e
temo di non meritarlo.
— Questo è un favore di fatto, o giovane, rispose il sig. de Tréville;
ma egli può non essere tanto forte in vostro riguardo quanto voi lo
credete o fate sembianza di crederlo. Tuttavia una decisione di Sua
Maestà ha preveduto questo caso, ed io vi annunzio con dispiacere
che non si riceve più alcuno nei moschettieri senza aver fatto
un'antecedente prova in qualche campagna in certe azioni singolari, o
di due anni di servizio in un reggimento meno favorito del nostro.
D'Artagnan s'inchinò senza risponder parola. Egli si sentiva ancor più
avido d'indossare l'uniforme di moschettiere dappoichè vi erano tante
difficoltà da sormontare.