— Io? io ritorno a Parigi.

I TRE

MOSCHETTIERI

DI

Alessandro Dumas

VERSIONE

DI ANGIOLO ORVIETO.

VOL. I.

Napoli,

GIOSUÈ RONDINELLA EDITORE

Strada Trinità Maggiore nº 27

1853

TIPOGRAFIA DI G. PALMA

CAPITOLO I.

I TRE REGALI DEL SIGNOR D'ARTAGNAN PADRE

Il primo lunedì del mese d'aprile 1625 il borgo di Méung ove nacque

l'autore del _Romanzo della Rosa_, sembrava esser in una così completa

rivoluzione, come se gli ugonotti vi fossero venuti a fare una seconda

Rochelle. Molti borghigiani vedendo correre le donne lungo la strada

maestra, sentendo i fanciulli gridare sul limitare delle porte, si

sollecitavano ad indossare la corazza, equilibrando il loro portamento

alquanto incerto col mezzo di un moschetto o di una partigiana, o

dirigendosi verso l'osteria del _Franc-Meunier_, davanti alla quale

si affrettava ed ingrossava di minuto in minuto, un gruppo compatto,

rumoroso e pieno di curiosità.

In quei tempi i timori panici erano frequenti, e pochi erano quei

giorni che passavansi senza che una città o l'altra non registrasse nei

suoi archivj qualche avvenimento di questo genere. Vi erano i signori

che guerreggiavano fra di loro; v'era il re che faceva la guerra al

suo ministro; vi era la Spagna che faceva la guerra al re. Quindi,

oltre a queste guerre sorde o pubbliche, secrete o patenti vi erano

ancora i ladri, i mendicanti, gli ugonotti, i lupi ed i lacchè che

facevano la guerra a tutti, spesso contro i signori e gli ugonotti,

qualche volta contro il re, ma mai contro il ministro e lo spagnuolo.

Ne resultò dunque da questa presa abitudine, che nel suddetto lunedì

del mese d'aprile 1625, i borghigiani sentendo il rumore, e non vedendo

nè la banderuola gialla e rossa, nè la livrea del duca di Richelieu si

precipitarono dalla parte dell'albergo del Franc-Meunier.

Là giunto, ciascuno potè vedere e riconoscere la causa di questo rumore.

Un giovane... tracciamo il suo ritratto con un colpo di penna:

figuratevi Don Chisciotte di diciotto anni, Don Chisciotte senza

giubba, senza usbergo e senza corazza; Don Chisciotte rivestito con un

sajo di lana, il di cui colore blu si era trasformato in un miscuglio

incomprensibile di fondo di vino e di azzurro celeste. Il viso era

lungo e scuro; gli zigomi delle guance sporgenti, segno d'astuzia; i

muscoli mascellari enormemente sviluppati; contrassegno infallibile dal

quale si riconosce il Guascone anche senza il berretto, ed il nostro

giovane portava un berretto ornato con una specie di piuma. L'occhio

aperto e intelligente, il naso rivolto, ma disegnato con precisione;

troppo grande per essere un fanciullo, troppo piccolo per essere un

uomo, e che un occhio un poco esercitato avrebbe preso per il figlio

di un affittajuolo in viaggio se non avesse avuto una lunga spada,

che appesa ad un pendaglio di pelle, batteva nelle polpe del suo

proprietario quando egli era in piedi, e sul pelo arricciato della sua

cavalcatura quando era a cavallo.

Poichè il nostro giovane aveva una cavalcatura, e questa cavalcatura

era anzi così rimarchevole che venne rimarcata di fatto; era un ronzino

di Béarn, della età di dodici in quattordici anni, colla pelle gialla,

senza crini alla coda, ma non senza vesciconi alle gambe, e che sebbene

camminasse con la testa più bassa dei ginocchi, cosa che rendeva

inutile l'applicazione della martingala, faceva ancora le sue otto

leghe il giorno con tutto il comodo suo. Disgraziatamente le nascoste

qualità di questo cavallo, erano così bene nascoste sotto il suo strano

pelo e sotto la sua incongrua camminata, che in un tempo in cui gli

uomini si distinguevano dai cavalli, l'apparizione del suddetto ronzino

a Méung, ove era entrato da circa un quarto d'ora per la porta del

Beaugency, produsse una sensazione il di cui disfavore giunse fino al

suo cavaliere.

E questa sensazione era riuscita tanto più penosa al giovane d'Artagnan

(così chiamavasi il don Chisciotte di questo altro Rosinante) che

egli non si nascondeva la parte ridicola che gli procurava una simile

cavalcatura, per quanto fosse buon cavaliere. Fu per questo che egli

aveva sospirato molto quando accettò il dono che a lui ne fece il sig.

d'Artagnan padre; egli non ignorava che questa bestia valeva almeno

venti lire. È vero però che le parole con cui fu accompagnato il dono

non avevano prezzo.

«Figlio mio, aveva detto il gentiluomo guascone, in quel puro dialetto

di Béarn di cui Enrico IV non potè mai arrivare a disfarsi, figlio mio,

questo cavallo è nato nella casa di vostro padre, sono oramai tredici

anni, esso vi è sempre rimasto per tutto questo tempo, lasciatelo

morire tranquillamente ed onoratamente di vecchiaja, e se voi fate

qualche campagna con lui, abbiategli quei riguardi che avreste per

un vecchio servitore. Alla corte, continuò il sig. d'Artagnan padre,

se pure avreste l'onore di andarvi, onore al quale la vostra vecchia

nobiltà vi dà del resto non pochi diritti, sostenete degnamente il

vostro nome di gentiluomo, che è stato portato degnamente per più

di cinquecento anni dai vostri antenati, tanto per voi, che per la

vostra famiglia e per i vostri amici. Non sopportate mai niente se

non ciò che viene dal ministro, o dal re. È per il solo suo coraggio,

intendetelo bene, per il solo suo coraggio che un gentiluomo in oggi

può fare la sua carriera. Chiunque trema anche per un secondo, lascia

fuggirsi l'occasione, che precisamente durante questo secondo la

fortuna gli presentava. Voi siete giovane e dovete essere coraggioso

per due ragioni: la prima è perchè siete guascone, la seconda è

perchè voi siete mio figlio. Non schivate le occasioni, e cercate le

avventure. Io vi ho fatto imparare a maneggiare la spada; voi avete

un garetto di ferro, un pugno di acciajo, battetevi, a tutti i conti;

battetevi, tanto più che i duelli sono proibiti, e che per conseguenza

è necessario un doppio coraggio per battersi. Figlio mio, io non ho

a darvi che quindici scudi, il mio cavallo ed i consigli che avete

ascoltati. Vostra madre vi aggiungerà la ricetta di un certo balsamo

che ella ha avuto da una zingara, e che ha una virtù miracolosa per

guarire tutte le ferite che non hanno colpito il cuore. Traete profitto

da tutto, e vivete felice e per lungo tempo.

«Non ho più che una sola parola da aggiungere, ed è un esempio che io

vi propongo; non il mio, poichè io non sono mai comparso alla corte, e

non ho mai fatto che le guerre di religione come volontario: io voglio

parlarvi del signor de Tréville, che era in altri tempi mio vicino, e

che ha avuto l'onore di giuocare col re Luigi XII, che Iddio conservi,

fin da quando era fanciullo. Qualche volta i loro giuochi degeneravano

in battaglie, in queste battaglie il re non era sempre il più forte. I

colpi che egli ne ricevette procacciarono molta stima ed amicizia al

signor de Tréville. In seguito il signor de Tréville si battè ancora

con altri, nel suo primo viaggio a Parigi cinque volte; dopo la morte

del fu re, fino alla maggiorità del giovine, senza contare le guerre

e gli assedi, sette volte; e dopo questa maggiorità fino al giorno

d'oggi, forse cento volte! così ad onta degli editti, delle ordinanze,

dei decreti, eccolo Capitano dei moschettieri, vale a dire capo di

una legione di Cesari di cui il re fa gran conto, e che è temuta dal

ministro che, come ognun sa, non teme molte cose. Di più il signor

de Tréville guadagna dieci mila scudi per anno; egli è dunque un gran

signore. Egli però ha cominciato come voi; andate a fargli visita con

questa lettera, e regolatevi a seconda del suo esempio, per fare come

ha fatto lui.»

Dopo le quali parole il signor d'Artagnan padre cinse a suo figlio la

sua propria spada, lo baciò teneramente sopra ambedue le guance e gli

dette la sua benedizione.

Nel sortire dalla camera paterna, il giovane trovò sua madre che lo

aspettava colla famosa ricetta di cui, pe' consigli che abbiamo testè

riportati, doveva necessariamente avere spesso necessità d'impiegarla.

Gli addii furono da questa parte più lunghi e più teneri di quello che

lo erano stati dall'altra parte, non già perchè il signor d'Artagnan

non amasse suo figlio, che era la sola sua progenitura, ma il sig.

d'Artagnan era un uomo, e avrebbe considerato come indegno di un uomo

il lasciarsi trasportare dalla sua emozione, nel mentre che la signora

d'Artagnan era donna, e di più era madre. Ella pianse abbondantemente,

e, diciamolo a lode del signor d'Artagnan figlio, per quanti sforzi

facesse onde restar saldo come doveva esserlo un futuro moschettiere,

la natura la vinse, e fu sforzato a versare lagrime, di cui egli giunse

con grande stento a nasconderne la metà.

Nello stesso giorno il giovine si mise in viaggio, munito dei tre

regali paterni che si componevano, come dicemmo, di quindici scudi, del

cavallo e della lettera per il sig. de Tréville come si crederà bene, i

consigli erano stati dati per un di più al disopra del mercato.

Con un simile _vade-mecum_, d'Artagnan si ritrovò, tanto pel morale

che per il fisico, una copia esatta dell'eroe di Cervantes, al quale

noi lo abbiamo così felicemente paragonato, allorchè il nostro dovere

di storico ci ha imposto la necessità di delinearne il ritratto. Don

Chisciotte prendeva i molini a vento per giganti, e le mandrie di

montoni per armate; d'Artagnan prese ciascun sorriso per un insulto,

e ciascuno sguardo per una provoca. Ne resultò che egli ebbe sempre

il pugno stretto da Tarbes fino a Méung, e che uno per l'altro portò

la mano al pomo della spada almeno dieci volte il giorno; tuttavolta,

il pugno non discese sulla mascella di alcuno, e la spada non sortì

dal suo fodero, non già che la vista del mal avventurato ronzino

giallo non facesse comparire il sorriso sulla faccia di coloro che

passavano, ma siccome al disopra del ronzino tentennava una spada di

rispettosa lunghezza, e che al disopra di questa brillava un occhio

feroce, piuttosto che superbo, quelli che passavano reprimevano la loro

ilarità, o se la ilarità aveva il sopravvento sulla prudenza, cercavano

almeno di ridere da una parte soltanto, come le maschere antiche,

D'Artagnan dimorò dunque maestoso e intatto nella sua suscettibilità,

fino a quella malaugurata città di Méung.

Ma là, mentre discendeva da cavallo alla porta del _Franc-Meunier_

senza che alcun oste, cameriere o palafreniere venisse a prendere

le redini al montatore, d'Artagnan scôrse da una finestra socchiusa

del pian terreno un gentiluomo di alta statura e di belle sembianze,

quantunque col viso alquanto increspato, il quale parlava con due

persone, che sembravano ascoltarlo con attenzione. D'Artagnan credè

naturalmente, secondo la sua abitudine, di essere l'oggetto della

conversazione, ed ascoltò. Questa volta d'Artagnan non si era sbagliato

che per metà, non si trattava di lui, ma del suo cavallo. Il gentiluomo

sembrava enumerare ai suoi uditori tutte le sue qualità, e poichè,

come si disse, gli uditori sembravano avere una grande attenzione al

narratore, davano in risate ad ogni momento. Ora, siccome bastava un

mezzo sorriso per svegliare l'irascibilità del giovane, si comprenderà

facilmente quale effetto dovesse produrre in lui una ilarità così

rumorosa.

Ciò non ostante d'Artagnan volle sulle prime rendersi conto della

fisonomia dell'impertinente che si burlava di lui. Fissò il suo

sguardo orgoglioso sullo straniero; e riconobbe un uomo dai quaranta

ai quarantacinque anni, con gli occhi neri e penetranti, un colorito

scurito, un naso fortemente accentato, e un pajo di baffi neri tagliati

a perfezione: egli era vestito di un sajo e di un giacco da caccia

violetto colle rivolte dello stesso colore, senz'altro ornamento che

le aperture ordinarie dalle quali usciva la camicia. Questo giaco e

questo sajo, quantunque nuovi, sembravano spiegazzati come gli abiti

di viaggio tenuti lungamente chiusi nel porta-mantello. D'Artagnan

fece tutte queste osservazioni colla rapidità dell'osservatore il più

scrupoloso, e senza dubbio per un sentimento istintivo che gli diceva,

che questo sconosciuto doveva avere una grande influenza sulla sua vita

avvenire.

Ora, siccome al momento in cui d'Artagnan fissava lo sguardo sul

gentiluomo dal sajo violetto, il gentiluomo faceva sul ronzino bearnese

una delle sue più sapienti e profonde dimostrazioni, i suoi uditori

scoppiarono in una risata, ed egli stesso, contro la sua abitudine,

lasciò visibilmente errare, se si può dir così, un pallido sorriso

sulle sue labbra. Questa volta non vi era più alcun dubbio: d'Artagnan

era realmente insultato. Così, pieno di questa convinzione, si calcò

il berretto sugli occhi, e, cercando di copiare qualcuna di quelle

posizioni di corte che aveva osservate in Guascogna presso dei signori

viaggiatori, egli si avanzò con una mano sulla guardia della spada, e

coll'altra appoggiata sul fianco. Disgraziatamente, a misura che egli

si avanzava, la collera lo accecava sempre più, e in luogo del discorso

degno e sostenuto che aveva preparato per formulare la sua provoca,

egli non trovò più all'estremità della sua lingua che una grossolana

personalità, che fu da lui accompagnata con un gesto furioso.

— Che! signore, gridò egli, signore! che vi nascondete dietro lo

sportello? sì, voi, ditemi dunque un poco di che cosa ridete, e noi

rideremo assieme!

Il gentiluomo ricondusse lentamente gli occhi dal cavallo al cavaliere,

come se fosse abbisognato qualche tempo per capire che così strane

parole erano a lui indirizzate; quindi, allorchè non potè più averne

alcun dubbio, i suoi sopraccigli si aggrottavano leggermente, dopo una

sufficiente pausa, con un accento d'ironia e d'insolenza impossibili a

descrivere, egli rispose a d'Artagnan.

— Io non parlo con voi, signore.

— Ma parlo ben io con voi, gridò il giovane esasperato da questo

miscuglio d'insolenza e di buone maniere, di convenienza e di

disprezzo.

Lo sconosciuto lo guardò ancora un istante col suo leggero sorriso;

e, ritirandosi dalla finestra, sortì lentamente dall'osteria per

venirsi a piantare in faccia al cavallo, alla distanza di due passi da

d'Artagnan. Il suo portamento tranquillo, e la sua fisonomia scherzosa

avevano raddoppiato l'ilarità di coloro coi quali parlava, e che erano

rimasti alla finestra.

D'Artagnan, vedendolo arrivare cavò più di un piede della sua spada

fuori del fodero.

— Questo cavallo è decisamente, o piuttosto è stato nella sua gioventù

pomellato in oro, riprese lo sconosciuto, continuando le investigazioni

incominciate e indirizzandosi a' suoi uditori della finestra, senza

sembrare di fare alcuna attenzione alla esasperazione di d'Artagnan,

che pure frapponevasi fra lui ed essi. Questo è un colore conosciuto in

botanica, ma fino adesso molto raro nei cavalli.

— V'ha tale che ride del cavallo che non oserebbe ridere del padrone!

gridò l'emulo furioso di de Tréville.

— Io non rido spesso, signore, riprese lo sconosciuto, come voi potete

persuadervene da voi stesso dall'aspetto del mio viso; ma io voglio

conservare il privilegio di poter ridere quando mi piace.

— Ed io gridò d'Artagnan, io non voglio che si rida quanto mi dispiace.

— Davvero, signore? continuò lo sconosciuto più calmo che mai. Ebbene!

è perfettamente giusto.

E girando su' suoi calcagni si disponeva a rientrare nell'osteria per

la gran porta, sotto la quale d'Artagnan nel giungere aveva rimarcato

un cavallo già insellato.

Ma d'Artagnan non era di tal carattere da lasciare in tal modo un uomo

che aveva avuta l'insolenza di burlarsi di lui. Cavò interamente la sua

spada dal fodero, e si mise a perseguirlo gridando:

— Voltatevi, voltatevi dunque signor motteggiatore, che io non abbia a

battervi per di dietro!

— Batter me! disse l'altro girando sui talloni e guardando il giovane

con tanta meraviglia quanto era il disprezzo. Andiamo dunque, mio caro,

voi siete un pazzo!

Quindi a mezza voce, e come se avesse parlato a se stesso.

— È cosa dispiacente, continuò egli, bella recluta per Sua Maestà, che

cerca da tutte le parti dei bravi per completare i suoi moschettieri!

Terminava appena, che d'Artagnan gli stendeva un così furioso colpo di

punta, che, s'egli non avesse fatto prestamente uno sbalzo in addietro,

è probabile che avrebbe scherzato per l'ultima volta. Lo sconosciuto

vide allora che la cosa oltrepassava lo scherzo, cavò la sua spada,

salutò il suo avversario, e si mise gravemente in guardia. Ma nello

stesso tempo i suoi due uditori, accompagnati dall'oste, piombarono

sopra d'Artagnan con gran colpi di bastone, di paletta e di molle.

Ciò fece una diversione così rapida e così completa all'attacco,

che l'avversario di d'Artagnan, nel mentre che questi si voltava per

far fronte a quella grandine di colpi, rimetteva nel fodero la sua

spada colla massima precisione, e, da attore, ritornava spettatore

del combattimento, parte di cui si disimpegnava colla consueta sua

impassibilità, mentre ciò non ostante brontolava:

— Venga la peste a questi Guasconi! rimettetelo sul suo cavallo color

d'arancio, e ch'egli se ne vada.

— Non prima di averti ucciso! gridò d'Artagnan, mentre faceva fronte il

meglio che poteva, senza rinculare di un passo, ai suoi tre nemici, che

lo maltrattavano di colpi.

— Ancora un'altra Guasconata! mormorò il gentiluomo. Sull'onor mio,

questi Guasconi sono incorreggibili. Continuate dunque la danza, poichè

egli vuole assolutamente ballare. Quando sarà stanco, egli dirà che ne

ha abbastanza.

Ma lo sconosciuto non sapeva ancora con qual genere di testardo aveva

a che fare: d'Artagnan non era l'uomo da domandare mai grazia. Il

combattimento continuò dunque ancora qualche secondo: finalmente,

d'Artagnan spossato lasciò sfuggirsi la spada, che un colpo di bastone

aveva troncata in due pezzi. Un altro gli colpì la fronte, e lo

rovesciò quasi nello stesso tempo tutto insanguinato, e quasi svenuto.

Fu in questo momento che da tutte le parti si accorse al luogo della

scena. L'oste, temendo uno scandalo, trasportò coll'ajuto del suo

servitore il ferito in cucina, ove gli furono usate alcune cure.

In quanto al gentiluomo, egli era ritornato a prendere il suo posto

alla finestra, e guardava con una certa impazienza tutta quella folla,

che sembrava destargli una contrarietà nel rimanere in quel luogo.

— Ebbene come va quell'arrabbiato? riprese egli voltandosi al rumore

che fece la porta nell'aprirsi, indirizzandosi all'oste che veniva ad

informarsi della sua salute.

— È sana e salva vostra Eccellenza? domandò l'oste.

— Sì, perfettamente sano e salvo, mio caro oste, e sono io che vi

domando come va quel giovane.

— Va meglio, disse l'oste, egli è del tutto svenuto.

— Davvero? fece il gentiluomo.

— Ma prima di svenirsi, egli ha radunate tutte le sue forze per

chiamarvi, e per sfidarvi chiamandovi.

— Ma dunque è il diavolo in persona, questo malandrino! gridò lo

sconosciuto.

— Oh! no, Eccellenza; non è il diavolo, riprese l'oste con una

smorfia di disprezzo, perchè durante il suo svenimento noi lo abbiamo

perquisito, e nel suo fagottino non ha che una camicia, e nella sua

borsa non ha che undici scudi, cosa però che non gli ha impedito dire

mentre cadeva in svenimento, che se una simile cosa fosse accaduta a

Parigi voi ve ne sareste pentito sull'atto, nel mentre che qui voi non

ve ne pentirete che più tardi.

— Allora, disse freddamente lo sconosciuto, è qualche principe del

sangue travestito.

— Io vi dico questo, mio gentiluomo, riprese l'oste, affinchè voi

stiate sulle difese.

— Nella sua collera, ha egli nominato nessuno?

— Sì, egli batteva sulla saccoccia, e diceva noi vedremo ciò che il

signore de Tréville penserà di questo insulto fatto al suo protetto.

— Il signor de Tréville? disse lo sconosciuto divenendo attonito;

batteva sulla sua tasca pronunciando il nome del signor de Tréville?...

Vediamo, mio caro oste, mentre che il giovane era svenuto, voi non

sarete stato, ne son ben certo, senza guardare in questa saccoccia. Che

cosa v'era?

— Una lettera indirizzata al signor de Tréville, capitano dei

moschettieri.

— Davvero?

— La cosa è come ho l'onore di dirvela, eccellenza.

L'oste che non era dotato di una grande perspicacia, non notò

l'espressione che le sue parole avevano impresso nella fisonomia

dello sconosciuto. Questi lasciò il parapetto della finestra sul quale

era sempre rimasto appoggiato colla punta del gomito, e aggrottò il

sopracciglio come un uomo inquieto.

— Diavolo! mormorò egli fra' i denti; Tréville mi avrebbe egli inviato

questo Guascone? questi è molto giovane! ma un colpo di spada è un

colpo di spada, qualunque sia l'età di quello che lo dà, e si ha minor

diffidenza in un ragazzo che in tutt'altro, basta molte volte un debole

ostacolo per mandare a terra un gran disegno.

E lo sconosciuto cadde in una riflessione che durò qualche minuto.

— Vediamo, oste, diss'egli, non mi sbarazzerete voi da questo

frenetico? in coscienza, ora non posso ucciderlo, e ciò non ostante

aggiunse egli con una espressione freddamente minacciosa, ciò

nonostante egli m'incomoda. Ov'è egli?

— Nella camera di mia moglie al primo piano, ove è medicato.

— I suoi arredi e il suo sacco sono con lui? ha egli seco il suo sajo?

— Tutto ciò, al contrario, è disotto in cucina. Ma poichè v'incomoda

questo giovane pazzo...

— Senza dubbio. Egli cagiona nella vostra osteria uno scandalo al quale

non saprebbero resistere le persone oneste. Salite nella vostra stanza,

fatemi il conto e avvertite il lacchè.

— Che il signore ci vuole lasciare di già?

— Voi lo sapete bene, poichè vi aveva dato l'ordine di fare insellare

il mio cavallo. Non sono io forse stato obbedito?

— Certamente e, come vostra Eccellenza ha potuto vederlo, il suo

cavallo è sotto la porta grande già apparecchiato per partire.

— Sta bene, allora fate quanto vi ho detto.

— Che! disse a se stesso l'oste avrebbe egli forse paura di quel

ragazzo?

Ma un colpo d'occhio imperativo dello sconosciuto venne a tagliar

corto, egli salutò umilmente e sortì.

— Non bisogna che Milady[1] si accorga di questo furbo, continuò

lo straniero: ella non deve tardare a giungere; ella è già in

ritardo. Decisamente val meglio che io monti a cavallo, e che vada

ad incontrarla... Se potessi soltanto sapere ciò che contiene quella

lettera indirizzata a Tréville!

E lo sconosciuto, borbottando si diresse verso la cucina.

In questo mentre l'oste, che non dubitava che fosse la presenza del

giovane che scacciava lo sconosciuto dalla sua osteria, era risalito

da sua moglie, e aveva ritrovato d'Artagnan padrone finalmente dei

suoi sensi. Allora, facendogli comprendere che la polizia potrebbe

fargli un cattivo partito per aver cercato contesa con un gran signore,

poichè, secondo il parere dell'oste, lo sconosciuto non poteva essere

che un gran signore, egli lo determinò, ad onta della sua debolezza,

ad alzarsi e a continuare il suo viaggio. D'Artagnan mezzo sbalordito,

senza sajo, e colla testa tutta ammaliata di fasce, si alzò adunque, e

sollecitato dall'oste, cominciò a discendere; ma giungendo in cucina,

la prima cosa di cui s'accorse fu del suo provocatore, che parlava

tranquillamente appoggiato allo sportello di una pesante carrozza alla

quale erano attaccati due grossi cavalli normanni.

La sua interlocutrice, la di cui testa compariva incorniciata dalla

portiera, era una donna dai venti ai ventidue anni. Noi abbiamo già

detto con quale rapidità d'investigazione d'Artagnan abbracciava una

intiera fisonomia; egli dunque vide a primo colpo d'occhio che la

donna era giovane e bella. Ora questa bellezza lo colpì tanto più,

inquantochè essa era perfettamente straniera ai paesi meridionali

che fino allora erano stati abitati da d'Artagnan. Era una pallida e

bionda signora, coi capelli arricciati cadenti sulle spalle, con grandi

occhi blu languenti, colle labbra rosee e colle mani d'alabastro; ella

parlava con molta vivacità allo sconosciuto.

— Per tal modo, il ministro m'ordina... diceva la signora.

— Di ritornare sull'istante in Inghilterra, e di prevenirlo

direttamente se il duca lasciasse Londra.

— E in quanto alle mie istruzioni? domandò la bella viaggiatrice.

— Esse sono racchiuse in questo pacco, che voi non aprirete che giunta

all'altra parte della Manica.

— Benissimo; e voi cosa fate?

— Io? io ritorno a Parigi.

— Senza gastigare questo insolente ragazzo? domandò la dama.

Lo sconosciuto stava per rispondere, ma al momento in cui apriva la

bocca, d'Artagnan, che aveva tutto inteso, si slanciò sulla soglia

della porta.

— È questo insolente ragazzo che gastiga gli altri, gridò egli, e spero

bene che questa volta quello che egli deve gastigare non gli scapperà,

come la prima volta.

— Non gli scapperà? riprese lo sconosciuto aggrottando il sopracciglio.

— No, davanti una donna, voi non oserete fuggire, lo presumo.

Pensate, gridò Milady vedendo il gentiluomo portare la mano alla sua

spada, pensate che il più piccolo ritardo può perdere tutto.

— Voi avete ragione, gridò il gentiluomo; partite dunque dalla vostra

parte, io parto dalla mia.

E salutando la dama con un segno di testa, si slanciò sul suo cavallo

nel mentre che il cocchiere della carrozza frustava la sua pariglia. I

due interlocutori partirono dunque al galoppo, allontanandosi ciascuno

da una parte opposta della strada.

— E le vostre spese? vociferò l'oste, in cui l'affezione per il suo

viaggiatore si cambiava in uno sdegno profondo, vedendo ch'egli si

allontanava senza saldare il suo conto.

— Paga gaglioffo, gridò il viaggiatore, sempre galoppando, al suo

lacchè, il quale gettò ai piedi dell'oste due o tre monete d'argento, e

si mise a galoppare dietro al suo padrone.

— Ah! vile, ah! miserabile, ah! falso gentiluomo gridò d'Artagnan

slanciandosi dietro il lacchè.

Ma il ferito era troppo debole ancora per sopportare una simile scossa.

Appena egli ebbe fatto dieci o dodici passi, sentì un tintinnio alle

orecchie, fu preso da un rivolgimento, una nube di sangue passò avanti

i suoi occhi, e andò a cadere nel mezzo della strada gridando sempre:

— Vile! vile! vile!

— Egli di fatti è ben vile, mormorò l'oste avvicinandosi a d'Artagnan,

cercando con questa adulazione di raccomodarsi col povero giovane, come

l'airone della favola colla sua lumaca della sera.

— Sì, ben vile, mormorò d'Artagnan, ma ella, ben bella!

— Chi ella? domandò l'oste.

— Milady, balbettò d'Artagnan.

E si svenne una seconda volta.

E lo stesso, disse l'oste: io ne perdo due, ma mi resta questo, che

almeno son sicuro, di trattenere qualche giorno. Sono sempre undici

scudi guadagnati.

Noi sappiamo che undici scudi formavano precisamente la somma che

restava nella borsa di d'Artagnan.

L'oste aveva contato sopra undici giorni di malattia ad uno scudo il

giorno; ma egli aveva contato senza il viaggiatore; l'indomani, alle

cinque del mattino, d'Artagnan si alzò, discese egli stesso in cucina,

domandò, fra gli altri ingredienti la di cui nota non è giunta fino a

noi, del vino, dell'olio, del ramerino, e, con la ricetta di sua madre

alla mano, si compose un balsamo col quale si unse le sue numerose

ferite rinnovellando le sue compresse da se, e non volendo ammettere

l'intervento di alcun medico. Mercè senza dubbio all'efficacia di

questo balsamo della zingara, e forse anche mercè all'assenza di ogni

medico, d'Artagnan si ritrovò in piedi fin dalla stessa sera, e quasi

guarito l'indomani.

Ma al momento di pagare questo ramerino, questo olio e questo vino,

sole spese del giovane che aveva osservata la dieta la più assoluta;

nel mentre che al contrario il cavallo giallastro, al dire almeno

dell'oste, aveva mangiato tre volte più che non si sarebbe potuto

supporre ragionevolmente dalla sua struttura, d'Artagnan non ritrovò

più nella sua saccoccia che la piccola borsa di velluto rapato,

unitamente agli undici scudi che conteneva; ma in quanto alla lettera

diretta al sig. de Tréville, ella era sparita.

Il giovane cominciò dal cercare questa lettera con una gran pazienza,

girò e rigirò venti volte le sue saccocce, e i suoi saccoccini,

frugò e rifrugò nel suo sacco, aprendo e richiudendo la sua borsa; ma

allorquando egli fu convinto che la lettera non potevasi ritrovare

montò in un terzo accesso di rabbia, che poco mancò non gli facesse

aver bisogno di un nuovo consumo di vino e dell'olio aromatizzati,

poichè, vedendo questa giovane testa riscaldarsi e minacciare di romper

tutto nello stabilimento se non si ritrovava quella lettera, l'oste si

era già provveduto di uno spiedo, sua moglie di un manico di scopa,

e il servitore di uno di quei bastoni che avevano servito così bene

l'antivigilia.

— La mia lettera di raccomandazione, o per bacco, io v'infilo tutti

come tanti ortolani.

Disgraziatamente una circostanza sola si opponeva a ciò che il giovane

potesse compiere la sua minaccia: ed era, come lo abbiamo detto, che la

sua spada era stata spezzata nella sua prima lotta, cosa che egli aveva

del tutto dimenticato. Ne resultò, che allorquando d'Artagnan volle,

in fatti, sguainarla, egli si trovò puramente e semplicemente armato

di un tronco di spada di circa otto o dieci pollici di lunghezza, che

l'oste aveva con ogni cura rimesso dentro al fodero. Quanto al resto

della lama, l'oste l'aveva destramente riposta colla idea di farne un

coltello da cucina.

Questo disinganno non avrebbe però trattenuto probabilmente il nostro

giovane focoso, se l'oste non avesse riflettuto che il reclamo che gli

veniva diretto dal viaggiatore, era perfettamente giusto.

— Ma, al fatto, diss'egli abbassando il suo spiedo, ov'è questa lettera?

— Sì, dov'è questa lettera? grido d'Artagnan. Primieramente io vi

avverto che questa lettera è per il signor de Tréville, e bisogna

ch'ella si trovi, o se non si trova, egli saprà bene farla ritrovare.

Questa minaccia compiè d'intimidire l'oste. Dopo il re ed il ministro,

il signor de Tréville era l'uomo il di cui nome fosse il più spesso

ripetuto dai militari ed anche dai borghesi. Vi era pure il padre

Giuseppe, è vero; ma il suo nome non era mai pronunziato che a bassa

voce, tanto era il terrore che inspirava il frate grigio, come veniva

chiamato il confidente del ministro.

Così, gettando il suo spiedo lungi da se, e ordinando a sua moglie

di fare altrettanto del suo manico di scopa, e ai suoi servitori dei

loro bastoni, egli dette pel primo l'esempio mettendosi egli stesso a

cercare la lettera perduta.

— Questa lettera racchiude forse qualche oggetto prezioso? domandò

l'oste dopo un momento di ricerche inutili.

— Senza dirlo, lo credo bene! gridò il Guascone, che calcolava su

questa lettera per fare il suo cammino per la corte; ella conteneva la

mia fortuna.

— Dei buoni sulla Spagna? domandò l'oste inquieto.

— Dei buoni sulla tesoreria particolare di Sua Maestà, rispose

d'Artagnan, che, contando di entrare al servizio del re mercè quella

raccomandazione credeva poter fare senza mentire questa risposta

quantunque un poco azzardata.

— Diavolo! fece l'oste disperato del tutto.

— Ma non importa, continuò d'Artagnan colla sua indifferenza nazionale,

non importa, il denaro non è niente: questa lettera è il tutto. Avrei

amato meglio perdere mille doppie di quello che perdere la lettera.

Egli non arrischiava di più se avesse detto venti mila, ma un certo

pudore giovanile lo trattenne.

A un tratto un lampo di luce colpì in un subito lo spirito dell'oste,

che si dava al diavolo, non trovando niente.

— Questa lettera non è perduta, gridò egli.

— Ah! fece d'Artagnan.

— No, ella vi è stata presa.

— Presa! e da chi?

— Dal gentiluomo d'ieri, egli discese in cucina dove stava il vostro

sajo. Egli è rimasto solo. Scommetterei che è stato lui che l'ha

rubata.

— Voi credete? riprese d'Artagnan poco convinto, poichè sapeva meglio

di qualunque altro l'importanza del tutto personale di quella lettera,

e non vi vedeva niente che potesse tentare la cupidigia. Il fatto è che

nessuno dei viaggiatori presenti avrebbe guadagnato nel possedere quel

foglio.

— Voi dite dunque, riprese d'Artagnan, che supponete questo

impertinente gentiluomo?...

— Io vi dico che sono sicuro, continuò l'oste; allora quando gli

ho annunziato che vostra signoria era il protetto del signor de

Tréville, che voi avevate una lettera per questo gentiluomo, egli è

sembrato molto inquieto, mi ha domandato ove era questa, ed è disceso

immediatamente in cucina ove sapeva essere il vostro sajo.

— Allora egli è il mio ladro, rispose d'Artagnan; io ne farò le mie

lagnanze col sig. de Tréville, ed il sig. de Tréville farà le sue

dimostrazioni al re. Cavò quindi maestosamente due scudi dalla sua

borsa, li dette all'oste, che l'accompagnò coi cappello in mano fino

alla porta, rimontò sulla sua cavalcatura gialla, che lo condusse

senza alcun accidente alla porta sant'Antonio di Parigi, ove il suo

proprietario lo vendè per tre scudi con che era molto bene pagato,

attesocchè d'Artagnan l'aveva molto stancato nell'ultima tappa. Così il

birocciajo al quale d'Artagnan lo cedè, mercè le nove lire suddette,

non nascose al giovane che gli dava questa somma esorbitante soltanto

per la originalità del colore della pelle.

D'Artagnan entrò dunque in Parigi a piedi, portando il suo piccolo

fagotto sotto il braccio camminando fino a tanto che ebbe ritrovato

una camera ammobiliata che convenisse alla tenuità delle sue risorse.

Questa camera era una specie di mezzanino, ritrovata nella strada

Fossoyeurs, vicino al Luxembourg.

Subito dopo data la caparra, d'Artagnan prese possesso del suo

alloggio, passò il restante della giornata a cucire al suo sajo e a'

suoi calzoni dei passamani, che sua madre aveva staccati da un sajo

quasi nuovo del signor d'Artagnan padre, e che gli aveva regalati sotto

Sigillo; quindi andò alla riviera della Ferraille a far rimettere

la lama della sua spada, poscia ritornò al Louvre per informarsi,

dal primo moschettiere che ritrovò, dove era situato il palazzo del

signor de Tréville, che era nella strada del Vecchio Colombajo, vale

a dire precisamente nelle vicinanze della camera presa in affitto

da d'Artagnan; circostanza che gli parlava di un felice augurio pel

successo del suo viaggio. Dopo di che, contento del modo con cui si era

condotto a Méung, senza rimorsi del passato, confidando nel presente

e pieno di speranze nell'avvenire, andò a letto e dormì il sonno del

bravo.

Questo sonno, ancora tutto provinciale, lo portò fino alle nove del

mattino, ora nella quale si alzò per portarsi da questo famoso signore

de Tréville, il terzo personaggio del regno giusta il giudizio paterno.

CAPITOLO II.

L'ANTICAMERA DEL SIGNOR DE TRÉVILLE

Il signor de Troisville, come si chiamava ancora la sua famiglia

in Guascogna, o il sig. de Tréville, come anch'egli aveva finito

per chiamare se stesso a Parigi, aveva realmente cominciato come

d'Artagnan, vale a dire senza un soldo, ma con quel fondo di audacia,

di spirito e di testardaggine che fa sì, che il più povero gentiluomo

_guascone_ riceve spesso di più nelle sue speranze dall'eredità

paterna, che il più ricco gentiluomo _perigordino_ o _berissone_ non

ne riceve in realtà. Il suo coraggio insolente, la sua fortuna anche

più insolente in tempi in cui i colpi piovevano come la tempesta, lo

avevano tirato alla sommità di quella scala difficile, che si chiama

il favore della corte, e della quale egli aveva montati a quattro a

quattro gli scalini.

Egli era l'amico del re, il quale onorava molto, come ognun sa,

la memoria di suo padre Enrico IV. Il padre del signor de Tréville

lo aveva così fedelmente servito nelle sue guerre contro la lega,

che in mancanza di denaro contante, cosa che mancò in tutta la sua

vita al Bearnese, il quale pagava costantemente i suoi debiti colla

sola cosa che non aveva mai bisogno di comprare, vale a dire collo

spirito: che in mancanza di denaro contante, dicevamo noi, egli lo

aveva autorizzato, dopo la resa di Parigi, a prendere per stemma un

leone d'oro posante sopra una sbarra, con questa divisa: _Fidelis et

fortis_. Era molto per l'onore, ma era poco per viver bene. Per tal

guisa, quando morì l'illustre compagno del grande Enrico, lasciò per

unica eredità al signor figlio la sua spada e la sua divisa. Mercè

questo doppio dono, ed un nome senza macchia che lo accompagnava,

il signor de Tréville fu ammesso nella casa del giovane principe, in

cui si servì tanto bene della sua spada, e fu tanto fedele alla sua

divisa, che Luigi XIII, che era una delle buone spade del suo regno,

aveva l'abitudine di dire che, s'egli avesse un amico che si dovesse

battere, lo consiglierebbe a scegliersi per padrino prima lui, poscia

de Tréville, e forse anche prima di lui.

Luigi XIII aveva dunque un vero attaccamento per de Tréville,

attaccamento regio, attaccamento egoista, è vero, ma che ciò non

pertanto era un vero attaccamento. Fu perchè in quei disgraziati

tempi si aveva gran cura di circondarsi d'uomini della tempra dei

de Tréville. Molti potevano prendere per divisa l'epiteto _di forte_

che formava la seconda parte del motto del suo stemma, ma ben pochi

gentiluomini potevano reclamare l'epiteto di _fedele_ che ne formava la

prima parte. De Tréville era uno di questi ultimi; era una di quelle

rare organizzazioni, colla intelligenza obbediente come quella di un

alunno, con un valore cieco, coll'occhio rapido, la mano pronta, ed a

cui l'occhio non era stato dato che per vedere se il re era malcontento

di qualcuno, e la mano per percuotere questo qualcuno che dispiaceva,

un Besme, un Maurevers, un Poltrot, de Merè, in fine un Vitry. A de

Tréville fino allora non era mancata che un'occasione, ma egli la

appostava, e si riprometteva di afferrarla bene pei suoi tre capelli se

mai fosse passata alla portata della sua mano. Così Luigi XIII fece de

Tréville capitano dei suoi moschettieri, i quali pel loro attaccamento,

o piuttosto per il loro fanatismo, eran a Luigi XIII ciò ch'erano gli

ordinarj ad Enrico III, e ciò che la guardia scozzese era a Luigi XI.

Dal suo lato, e sotto questo rapporto, il ministro non era rimasto

addietro al re. Quando vide la formidabile _scelta_ di cui si

circondava Luigi XIII, questo secondo, o per meglio dire questo primo

re di Francia, aveva anch'egli voluto avere la sua guardia. Egli

ebbe dunque i suoi moschettieri, come Luigi XIII aveva i propri, e

si vedevano queste due potenze rivali scegliere pel loro servigio, da

tutte le parti della Francia ed anche dagli stati stranieri, gli uomini

i più celebri pei loro gran colpi di spada. Così Luigi XIII e Richelieu

quistionavano spesso la sera mentre giuocavano agli scacchi, in

rapporto al merito dei loro servitori. Ciascuno vantava la proprietà ed

il coraggio dei suoi, e mentre decretavano formalmente contro i duelli

e le risse, li eccitavano in secreto a venire alle mani, e provavano un

vero dispiacere, od una gioja immoderata per la vittoria dei loro. Così

almeno raccomandano le memorie di un uomo che si trovò in qualcuna di

queste disfatte e in molte di queste vittorie.

De Tréville aveva preso il lato debole del suo padrone, ed era a

questa destrezza ch'egli doveva il lungo e costante favore di un re,

che non ha lasciato la fama di essere stato troppo fedele alle sue

amicizie. Egli faceva mettere in parata i suoi moschettieri davanti ad

Armando Duplessis, con un'aria beffarda che non faceva che arricciare

per la collera i baffi grigi del ministro. De Tréville intendeva

ammirabilmente la guerra di quell'epoca, in cui; quando non si viveva

alle spese del nemico, si viveva alle spese dei propri compatriotti: i

suoi soldati formavano una legione di diavoli a quattro, indisciplinati

per tutti fuorchè per lui.

Sfrenati, avvinacciati, scorticati, i moschettieri del re, o piuttosto

quelli del signor de Tréville, si spandevano per le osterie, per le

passeggiate, nei giuochi pubblici, gridavano forte, arricciandosi i

baffi, facendo suonare le spade, urtando con voluttà le guardie del

ministro quando le incontravano, e cavando quindi le spade in piena

strada con mille motteggi; uccisi qualche volta, ma sicuri sempre in

questo caso d'essere compianti e vendicati; uccidendo spesso, e sicuri

allora di non ammuffare in prigione, perchè il signor de Tréville

era sempre là per reclamarli. Per tal modo il signor de Tréville era

lodato in tutti i tuoni, cantato per tutte le canzoni da questi uomini

che l'adoravano, e che, per quanto fossero tutti gente da sacco e da

corda, tremavano davanti a lui come altrettanti scolari davanti al loro

maestro, obbedendo alla più piccola parola, e pronti a farsi ammazzare

per lavare il più piccolo rimprovero.

Il signor de Tréville aveva fatto uso di questa leva potente prima

pel re e per gli amici del re, quindi per se stesso e per i suoi

amici. Del resto in nessuna memoria di quel tempo, che ha lasciate

tante memorie, non si vede che questo degno gentiluomo sia mai stato

accusato neppure dai suoi nemici, ed egli ne aveva tanti, sia fra gli

uomini di penna che fra quelli di spada, in nessun luogo si vede,

diciamo noi che questo degno gentiluomo sia stato notato d'essersi

fatto pagare la cooperazione de' suoi. Con un raro ingegno d'intrigo;

che lo rendeva uguale ai più forti intriganti, egli era rimasto

onest'uomo. Più ancora, a dispetto dei grandi ostacoli che sfiancano,

e degli esercizi penosi che affaticano, egli era divenuto uno dei più

galanti scorridori delle stradelle, uno dei più fini damerini, uno

dei più lampiccati parlatori della sua epoca; si parlava delle buone

avventure di de Tréville, come vent'anni prima si era parlato di quelle

di Bassompierre, e non era dir poco. Il capitano dei moschettieri era

dunque ammirato, temuto ed amato, ciò che costituisce l'apice delle

umane fortune.

Luigi XIV assorbì tutti i piccoli astri della sua corte nel suo vasto

splendore; ma suo padre, sole _pluribus impar_ (_non uguale per tutti_)

lasciò il suo splendore personale a ciascuno dei suoi favoriti, il suo

valore individuale a ciascuno dei suoi cortigiani. Oltre l'udienza

mattinale _l'alzata_ del re e quella del ministro, si contavano a

Parigi allora più di duecento piccole _alzate_, quella di de Tréville

era una delle più frequentate.

Il cortile della sua abitazione, posta nella strada del Vecchio

Colombajo, rassomigliava ad un campo, e ciò fin dalle sei ore della

mattina nell'estate, e dalle otto ore nell'inverno. Da cinquanta a

sessanta moschettieri, che sembravano colà radunarsi per offrire un

numero piuttosto imponente, vi passeggiavano sempre, armati come in

istato di guerra, e pronti a tutto. Lungo quelle spaziose scale; sul

solo pianerottolo di una delle quali la nostra moderna civilizzazione

fabbricherebbe una casa intera, ascendevano e discendevano i

sollecitatori di Parigi, che correvano dietro un favore qualunque,

i gentiluomini di provincia, avidi di essere arruolati, ed i lacchè

guerniti di tutti i colori, che venivano a recare al signor de Tréville

i messaggi dei loro padroni. Nell'anticamera sopra lunghi panchetti

circolari riposavano gli eletti, cioè quelli ch'erano stati chiamati.

Il mormorio là era continuo dalla mattina alla sera, nel mentre che il

signor de Tréville, nel suo gabinetto contiguo a questa anticamera,

riceveva le visite, ascoltava le lagnanze, dava i suoi ordini, e,

come il re dalla sua loggia del Louvre, non aveva che a mettersi alla

finestra per passare la rivista degli uomini e delle armi.

Il giorno in cui si presentò d'Artagnan l'assemblea era imponente,

particolarmente per un provinciale che veniva dalla sua provincia:

è vero che questo provinciale era guascone, e che soprattutto in

quell'epoca i compatrioti di d'Artagnan godevano della riputazione di

non lasciarsi facilmente intimorire. In fatti, una volta che erasi

superata la porta massiccia, incavigliata con lunghi chiodi dalla

testa quadrangolare si cadeva in mezzo ad una folla d'uomini d'arme che

s'incrociavano nel cortile interpellandosi, o querelandosi, o giuocando

fra loro. Per aprirsi liberamente un passaggio in mezzo a tutti questi

flutti tempestosi, bisognava essere ufficiale, gran signore o bella

donna.

Fu dunque in mezzo a questa mischia, e a questo disordine che il nostro

giovane si avanzò col cuore palpitante, accomodando la sua lunga

spadaccia parallela alle sue magre gambe, tenendo una mano all'orlo

del suo feltro con quel mezzo sorriso da provinciale imbarazzato che

vuol fare il disinvolto. Appena aveva oltrepassato un gruppo, allora

respirava più liberamente; ma capiva che si rivolgevano per guardarlo,

e per la prima volta in vita sua d'Artagnan, che, fino a quel giorno,

aveva avuta molta buona opinione di se stesso, si riconobbe ridicolo.

Giunto alla scala, fu ancora peggio; sui primi scalini vi erano quattro

moschettieri, che si divertivano al seguente esercizio, nel mentre

che dieci o dodici altri dei loro camerati aspettavano sul piano che

venisse il loro turno per prendere parte attiva alla partita.

Uno di essi situato sullo scalino superiore, colla spada alla mano,

impediva, o meglio, fingeva d'impedire agli altri tre di salire.

Gli altri tre giuocavano di scherma contro di lui colle loro spade,

e con grandissima agilità. D'Artagnan sulle prime suppose che quello

spade fossero fioretti: egli credè che fossero bottonati: ma riconobbe

ben tosto da certe graffiature, che ciaschedun'arma, al contrario,

era molto bene affilata ed appuntata, e a ciascheduna di queste

graffiature, non solo gli spettatori, ma ancora gli attori ridevano

come matti.

Colui che in quel momento occupava lo scalino teneva in rispetto i

suoi assalitori maravigliosamente. Era stato fatto cerchio intorno ad

esso. La condizione portava che a ciascun colpo il toccato lasciasse

la partita, perdendo il suo giro d'udienza a profitto del toccatore.

In cinque minuti tre furono sfiorati, uno alla mano, l'altro al mento,

l'altro all'orecchia, dal difensore dello scalino, che non fu per

niente toccato, sveltezza che secondo le convenzioni gli valse tre

turni in suo vantaggio.

Per quanto fosse difficile non già ad essere, ma a volersi

maravigliare, questo passatempo però maravigliò il nostro giovane

viaggiatore: egli aveva veduto nella sua provincia, in quella terra ove

si scaldano così prestamente le teste, un poco più di preliminare ai

duelli, e la guasconata di questi quattro giuocatori gli parve la più

forte di tutte quelle che aveva udito fino allora anche in Guascogna.

Egli credette di essere trasportato nei famosi paesi dei giganti, ove

Gulliver andò in seguito, ed ebbe così gran paura; e ciò nonostante non

era ancora al termine, gli rimaneva il pianerottolo e l'anticamera.

Sul pianerottolo non si batteva più; si raccontavano delle storie

di donne, e nell'anticamera delle storie di corte. Sul pianerottolo

d'Artagnan arrossì; nell'anticamera, egli fremette. La sua

immaginazione svegliata e vagabonda, che, in Guascogna lo rendeva

terribile alle giovani cameriere, qualche volta anche alle giovani

padrone, non aveva mai sognato, neppure nei suoi momenti di delirio

la metà di quelle meraviglie amorose, e il quarto di quelle furberie

galanti, rialzate dai nomi i più conosciuti, ed abbellite dai dettagli

i meno velati. Ma se il suo amore per i buoni costumi ricevette in sul

pianerottolo un cozzo, il suo rispetto pel ministro fu scandalizzato

nell'anticamera. Là a sua gran sorpresa, d'Artagnan intese criticare

ad alta voce la politica che faceva tremare l'Europa, e la vita

privata del ministro, che tanti alti personaggi erano stati puniti

di aver solo tentato di approfondare. Questo grand'uomo, riverito dal

signor d'Artagnan padre, serviva di argomento di risa ai moschettieri

del signore de Tréville, chi rideva sulle sue gambe cagnesche, e sul

suo dorso inarcato; qualcun altro contava le novelle sulla signora

d'Aiguillon, sua amica, e la signora di Combalet sua nipote, nel mentre

che gli altri combinavano delle partite contro i paggi e le guardie del

duca-ministro, tutte cose che sembravano a d'Artagnan tante mostruose

impossibilità.

Però, quando il nome del re interveniva qualche volta ad un tratto

e all'improvviso in mezzo a tutti questi motteggi ministeriali, una

specie di mordacchia chiudeva per un momento tutte quelle bocche

derisorie, si guardavano con esitazione intorno, e sembrava temessero

l'indiscrezione della porta del gabinetto del signor de Tréville; ma

ben presto una allusione riconduceva il discorso sul ministro, e allora

le risa si rinnovavano sopra ciascuna delle sue azioni.

I tre moschettieri, vol. I · 第 1 / 14 段