CAPITOLO VIII.

Le Feste.

Loro forme rudimentali, il Mistero e la Processione. — Pregi

delle feste italiane su quelle d'altri paesi. — L'allegoria

nell'arte italiana. — Rappresentanti storici dell'universalità.

— Le rappresentazioni dei Misteri. — Il _Corpusdomini_ in

Viterbo. — Rappresentazioni profane. — Pantomime e ricevimenti

solenni di principi. — Processioni; trionfi spirituali.

— Trionfi profani. — Corse navali. — Carnevale a Roma e a

Firenze.

Non è semplice caso o capriccio, che ci consiglia di unire allo

studio della vita sociale anche quello delle pompe festive e delle

rappresentazioni. La magnificenza veramente artistica che l'Italia

spiega[231] in queste ultime, non fu raggiunta che mediante quella

stessa convivenza di tutte le classi, che costituisce anche la

base fondamentale della società italiana. Nel nord dell'Europa i

monasteri, le corti e le comunità cittadine avevano le loro feste e

rappresentazioni speciali, come in Italia; ma colà ebbero differenze

essenziali di forma e di sostanza, qui furono invece portate ad un alto

grado di sviluppo da una cultura e da un'arte, che erano il patrimonio

di tutti. L'architettura decorativa, che venne in aiuto a queste feste,

merita una pagina speciale nella storia dell'arte, quantunque essa ci

apparisca ancora come una creazione puramente fantastica, che noi siamo

costretti ad immaginare dalle descrizioni che ci son date. Qui noi ci

occupiamo della festa come di un momento di entusiasmo, nel quale le

idealità religiose, morali e poetiche assumono una forma visibile. Le

feste italiane nella loro forma più elevata segnano un vero passaggio

dalla vita reale a quella dell'arte.

Le due forme principali delle rappresentazioni festive sono, come

in tutto l'occidente, il Mistero, vale a dire la storia sacra o la

leggenda religiosa drammatizzate, e la Processione, vale a dire una

marcia solenne per qualsiasi motivo pur religioso.

Ora in Italia le rappresentazioni dei Misteri erano nel complesso

assai più splendide e numerose che altrove, e ad accrescerne il lustro

largamente vi concorrevano le arti figurative e la poesia. Da esse

poi si svolse più tardi non solo la farsa e tutto il dramma profano,

ma anche la pantomima, che, accompagnata dal canto e dal ballo, cerca

l'effetto nella bellezza e ricchezza dello spettacolo.

Dalla Processione poi ha origine nelle città italiane provvedute di

strade ampie, piane e ben selciate,[232] il Trionfo, vale a dire la

processione di persone vestite in costume a piedi o su carri, con

carattere dapprima prevalentemente sacro, poscia a poco a poco sempre

più profano. La processione del Corpusdomini e i carri del carnevale si

toccano qui assai da vicino, quanto alla pompa della rappresentazione,

ed in seguito vi si aggiungono anche i solenni ricevimenti di principi,

che fanno il loro solenne ingresso in qualche città. Vero è, che

anche gli altri popoli pretendevano in simili occasioni uno sfoggio

straordinario di lusso e di magnificenza, ma gl'Italiani soltanto

sapevano portare in tali feste un certo gusto artistico, per modo che

ne usciva un concetto armonico in tutte le sue parti.

Ciò che di tali feste oggidì sopravvive non può dirsi che un avanzo ben

meschino e quasi un'ombra di esse. Le processioni sacre e i ricevimenti

dei principi si spogliarono presso che affatto dell'elemento, che dava

loro una certa impronta drammatica, l'abbigliamento in costume, perchè

si temono le derisioni del pubblico e perchè le classi colte, che una

volta vi prendevano una parte attiva, se ne tengono ora lontane, quale

per un motivo, quale per l'altro. Anche le mascherate carnevalesche

continuano sempre più a cadere in disuso. Quel poco che ancora rimane,

per esempio i singoli travestimenti adottati nelle processioni di certe

confraternite religiose, e perfino la pomposa festa di S. Rosalia a

Palermo, è una prova manifesta e parlante, che tali usi, dinanzi alla

progrediente civiltà, sono destinati irreparabilmente a cadere.

Le feste hanno l'epoca del loro decisivo trionfo sull'aprirsi dell'evo

moderno, nel secolo XV,[233] se pure anche in ciò Firenze non ha

prevenuto tutto il resto d'Italia. Quivi infatti è relativamente molto

più antica la organizzazione per quartieri in occasione di pubbliche

rappresentazioni, la cui magnificenza presuppone un grande sfoggio

di mezzi artistici. Di questo genere è la celebre rappresentazione

dell'Inferno, fatta in parte sopra un palco e in parte su barche

appostate nell'Arno, il primo giorno di maggio dell'anno 1304, quando

sotto gli spettatori si ruppe il ponte alla Carraia.[234] Anche il

fatto che più tardi i fiorentini vengono chiamati, in qualità di

festaiuoli, ad organizzar feste in tutte il resto d'Italia,[235] prova

chiaramente il grado di perfezione, cui essi aveano saputo portar le

proprie.

Ora, se noi cerchiamo di mettere in rilievo i pregi più essenziali

delle feste italiane di fronte a quelle degli altri paesi, ci si farà

innanzi prima di tutto l'istinto naturale dell'individuo, giunto già

ad un grado di completo sviluppo, a rappresentare l'individualità,

vale a dire l'attitudine ad inventare una maschera e a sostenerla

convenientemente. Pittori e scultori aiutarono poscia notevolmente a

dar risalto alla decorazione dei luoghi non solo, ma altresì delle

persone, suggerendo abbigliamenti, belletti (v. pag. 131 e segg.)

ed altri ornamenti. In secondo luogo poi viene l'intelligibilità

manifesta a chiunque dell'intreccio poetico. Nei Misteri essa era

uguale in tutto l'occidente, perchè le narrazioni bibliche ed ascetiche

erano già anticipatamente note a chicchessia; ma per tutte le altre

rappresentazioni l'Italia aveva un deciso vantaggio sugli altri paesi.

Per le parti recitative di singoli santi e d'altri personaggi profani

essa possedeva una lirica assai armoniosa, che strappava l'applauso di

tutti indistintamente.[236] Inoltre la maggior parte degli spettatori

(nelle città) aveva una certa famigliarità colle figure mitologiche e

indovinava, assai più facilmente che altrove, i personaggi storici ed

allegorici, perchè desunti da un ciclo di tradizioni universalmente

conosciute.

Ma questo punto vuol essere meglio chiarito. Tutto il medio-evo era

stato il tempo classico delle allegorie: la sua teologia e la sua

filosofia trattavano le loro categorie come qualche cosa di reale e

sussistente da sè,[237] per guisa che la poesia e l'arte aveano bisogno

di un ben piccolo sforzo, per aggiungervi ciò che mancava ancora a

costituirne la piena personalità. In ciò tutti i paesi d'occidente

trovavansi presso a poco, in condizioni uguali: dal mondo ideale di

ciascuno d'essi era assai facile derivare dei tipi e delle figure,

con questo solo che l'apparenza esterna e gli attributi riuscivano di

regola assai enigmatici e impopolari. Quest'ultimo caso è frequente

anche in Italia, perfin nell'epoca del Rinascimento e dopo. A produrlo

basta che un qualsiasi predicato della figura allegorica, cui si

riferisce, venga rappresentato erroneamente sotto la forma di un

attributo. Dante stesso non va esente da simili falsi traslati,[238]

ed è noto che in generale egli si compiace della oscurità delle

sue allegorie.[239] Il Petrarca almeno cerca ne' suoi «Trionfi» di

descrivere, per quanto pur brevemente, in modo chiaro e parlante le

figure d'Amore, della Castità, della Morte, della Fama ecc. Ma molti

altri invece vestono le loro allegorie con una farragine di attributi

del tutto sbagliati. Nelle «Satire» del Vinciguerra,[240] per esempio,

l'Invidia vien dipinta fornita di «ruvido e ferreo dente», la Voracità

in atto di mordersi le labbra e con capelli irti e scomposti, ecc.,

probabilmente per mostrare (rispetto a quest'ultima) che essa è

indifferente a qualunque cosa, che non abbia relazione col mangiare e

col bere. Quanto a disagio dovesse trovarsi l'arte in tali equivoci,

non fa d'uopo il dirlo. Essa, al pari della poesia, poteva stimarsi

fortunata quando l'allegoria era suscettibile di essere espressa da

qualche figura mitologica, vale a dire da qualche forma artistica,

della quale stava mallevadrice l'antichità stessa, come, per esempio,

quando invece della guerra si poteva rappresentare il dio Marte, o

invece della caccia la dea Diana e così via.[241]

Ma, tanto nell'arte che nella poesia, v'erano anche delle allegorie

meglio riuscite, e rispetto alle figure relative, che s'incontrano

nelle feste italiane, il pubblico era oltremodo esigente e voleva

vederne il lato caratteristico riprodotto con fedeltà ed esattezza,

appunto perchè per la sua cultura generale esso era perfettamente

in grado di intenderlo. In altri paesi, e specialmente alla corte di

Borgogna, si andava contenti di figure molto indeterminate, ed anche di

semplici simboli, perchè quivi era pur sempre un privilegio speciale

delle classi più elevate quello di essere, o almen di apparire,

iniziate in tali cose. Nel celebre giuramento _sul fagiano_ celebrato

nel 1453[242] la bella cavalcatrice, che s'avanza come regina della

festa, è l'unica allegoria che abbia qualche attrattiva: i colossali

pasticci, per entro ai quali movevansi degli automati ed anche delle

persone vive, o sono stranezze senza senso, o, se ne hanno uno, esso

è grossolano e al tutto forzato. In una statua di donna ignuda sopra

uno di essi, difesa da un leone vivo, doveva ravvisarsi Costantinopoli

col suo futuro liberatore, il duca di Borgogna. Il resto, ad eccezione

di una pantomima (Giasone in Colchide), ha un significato troppo

enigmatico, non significa nulla: lo stesso Olivier de la Marche, che ci

descrive questa festa, vi prese parte in costume di donna, che doveva

rappresentare la «Chiesa» seduta sopra una torre portata da un elefante

guidato da un gigante, e recitò una lunga querimonia sulle vittorie

degl'infedeli.[244]

Ma se anche le allegorie nelle poesie, nelle opere d'arte e nelle

feste italiane sorpassano nel complesso e per gusto e per unità

di concetto quelle d'altri paesi, non è tuttavia in questo, che

propriamente consiste il loro lato saliente e caratteristico. Ciò

che dà loro una superiorità incontrastata[245] è invece il fatto,

che in Italia, oltre la personificazione di concetti generali ed

astratti, si conoscevano anche, e in gran copia, dei rappresentanti

storici di questi stessi concetti, e vi si era più abituati a veder

ricordati in una poesia o rappresentati in un'opera d'arte un più

gran numero di celebri personaggi. La Divina Commedia, i Trionfi del

Petrarca, l'Amorosa Visione del Boccaccio, e nel secolo successivo

la diffusione sempre maggiore della cultura per mezzo dell'antichità

risorta aveano reso famigliare alla nazione questo elemento storico.

Ed ora queste stesse figure apparvero anche nelle pompe festive o

completamente individualizzate in maschere determinate, o per lo

meno riunite in gruppi, come seguito caratteristico di qualche figura

allegorica principale. Così qui si venivano formando le norme della

composizione in generale, quando le più splendide rappresentazioni dei

paesi settentrionali bamboleggiavano ancora o in un simbolismo affatto

inesplicabile o in giuochi puerili affatto privi di senso.

Cominciamo dalla specie forse più antica, i Misteri.[246] Nel

complesso essi non diversificano da quelli del resto d'Europa. Anche

qui sulle pubbliche piazze, nelle chiese, nei conventi sorgono grandi

palchi, che nella parte superiore contengono un paradiso, che si può

chiudere e aprire a volontà, e nell'inferiore, ma molto in basso,

hanno talvolta un baratro, che rappresenta l'inferno, e fra l'uno e

l'altro vedesi la scena propriamente detta, vale a dire, tutte le

località terrene del dramma disposte le une accanto alle altre; e

qui pure non di rado il dramma biblico o leggendario s'apre con un

dialogo preliminare di apostoli, dottori, profeti, sibille e virtù e

si chiude, secondo le circostanze, anche con un ballo. S'intende da

sè che non mancano neanche gl'Intermezzi semi-comici di personaggi

secondari; ma questo elemento in Italia non spicca così apertamente,

come nei paesi settentrionali.[247] Quanto ai voli artificiali su

macchine apposite, spettacolo sempre gradito dovunque, parrebbe che in

Italia sieno stati più frequenti che altrove, e i Fiorentini ancora

nel secolo XIV si divertivano a farne le grasse risa, quando non

riuscivano a dovere.[248] Poco dopo il Brunellesco inventò per le feste

dell'Annunziata sulla piazza di S. Felice quell'ingegnosissimo apparato

di una sfera celeste circondata da due schiere sospese d'angeli,

dalla quale Gabriele si calava a volo in una macchina fatta a guisa di

mandorla, ed anche il Cecca suggerì nuove idee e congegni meccanici

per rendere sempre più splendide tali feste.[249] Le confraternite

religiose o i singoli quartieri, che ne assumevano la direzione ed

anche in parte l'esecuzione, non tralasciavano, almeno nelle grandi

città, d'impiegarvi, secondo le loro forze, tutti i mezzi che l'arte

sapea trovare. Altrettanto accadeva, quando, in occasione di grandi

feste principesche, accanto al dramma profano od alla pantomima, si

rappresentavano anche i Misteri. La corte di Pietro Riario (v. vol.

I, pag. 145), quella di Ferrara ed altre non lasciavano certamente in

tali circostanze nulla d'intentato, perchè la rappresentazione seguisse

col maggiore sfarzo e splendore.[250] Se si cerca di farsi presente il

talento comico e i ricchi abbigliamenti degli attori, nonchè la scena

abbellita dalle fantastiche decorazioni dello stile architettonico

d'allora, da un grande sfoggio di ghirlande e di tappeti e da uno

sfondo di magnifici edifizi su qualche grande piazza e di lucidi

colonnati in qualche grande atrio o monastero, si potrà in qualche modo

avere un'idea della grandiosità di tali spettacoli. Ma, come il dramma

profano da tale apparato ricevette notevole nocumento, così anche il

pieno sviluppo poetico del Mistero restò impedito da questo eccessivo

prevalere della parte spettacolosa. Infatti nei testi che ci son

conservati, si trova per lo più un intreccio drammatico assai meschino

con appena qualche bel tratto lirico, ma non mai quel grandioso slancio

simbolico, che contraddistingue gli _autos sagramentales_ di Calderon.

Talvolta accade che, nelle città minori e con apparato senza paragone

più povero, l'effetto di questi drammi spirituali è sull'animo degli

uditori di gran lunga più vivo. Ciò si verificò, per esempio a Perugia,

quando uno di quei grandi predicatori, dei quali avremo occasione di

parlare più innanzi, Roberto da Lecce,[251] vi chiuse la serie delle

sue prediche quaresimali durante la peste del 1448 con un gran Mistero

della Passione, rappresentato il venerdì santo. I personaggi che

presero una parte attiva all'azione drammatica, son pochi, e ciò non

ostante tutto il popolo piangeva dirottamente. Ma è pur anche un fatto

che, per ottenere simili effetti, in tali occasioni si ricorreva anche

a mezzi, che si risentivano spesso di un naturalismo un po' troppo

crudo. Così talvolta l'attore, che doveva rappresentare il Cristo,

doveva non solo apparir pieno di lividure, ma sudar sangue visibilmente

e versarne dal costato.[252] Ciò richiama involontariamente alla

memoria le famose pitture di Matteo da Siena, e i gruppi in argilla di

Guido Mazzoni.

Le occasioni speciali per la rappresentazione di Misteri, prescindendo

da certe grandi festività religiose, da sposalizi principeschi ecc.

sono di diversa specie. Quando, per esempio, Bernardino da Siena fu

dichiarato santo dal Papa (1450), vi fu una specie di drammatica

rappresentazione della sua canonizzazione, probabilmente sulla

piazza maggiore della sua città nativa,[253] dove si ebbe anche una

specie di corte bandita per tutto il popolo. Altre volte accade che

un dotto monaco festeggia la sua promozione a dottore di teologia,

facendo rappresentare drammaticamente la vita del patrono della

città.[254] Il re Carlo VIII era appena sceso in Italia, che la

duchessa vedova, Bianca di Savoia, lo accolse a Torino con una specie

di pantomima semi-religiosa,[255] nella quale innanzi tutto una

scena pastorale doveva rappresentare «la legge di natura», poi una

schiera di patriarchi simboleggiava «la legge di grazia»; chiudevan

poi lo spettacolo le leggende di «Lancillotto del Lago» e di «Atene»

drammatizzate. E non appena egli giunse di là a Chieri, che lo si volle

onorare anche quivi con una nuova pantomima, la quale rappresentava

«una puerpera circondata da illustri visite».

Ma se v'era festa religiosa, che domandasse di essere celebrata

colla massima pompa per consenso di tutti, era certamente quella del

Corpusdomini, alla quale in Ispagna si consacrava perfino una specie

particolare di poesia, gli _autos sagramentales_ da noi già citati.

Quanto all'Italia, ci resta una pomposa descrizione di questa festa,

quale fu celebrata da Pio II nel 1462 in Viterbo.[256] In essa la

processione, che moveva da una colossale e splendida tenda dinanzi

alla chiesa di S. Francesco attraverso la strada maggiore sino alla

piazza del duomo, era il meno: i cardinali e i più ricchi prelati

s'erano assunti di decorare, ciascuno il meglio che poteva, un tratto

di quella via, curando che non solo fosse coperta dal principio alla

fine di tende e ornata di damaschi e ghirlande alle finestre ed alle

muraglie,[257] ma innalzando dappertutto palchi e tribune, nelle

quali, durante la processione, rappresentavansi brevi scene storiche

ed allegoriche. Dalla relazione non emerge con bastante chiarezza se

il tutto venisse rappresentato da persone vive, o qualche cosa anche

da automati preparati appositamente;[258] in ogni modo però la pompa

fu grande. Vi si vedeva un Cristo soffrente in mezzo ad una schiera

di angeli che cantavano; una cena eucaristica, nella quale figurava

anche S. Tommaso d'Aquino; la lotta dell'arcangelo Michele coi demonj;

fontane di solo vino ed orchestre d'angeli; un sepolcro di Cristo con

tutta la scena della Resurrezione; e finalmente sulla piazza del duomo

la tomba di Maria, che, dopo il servizio religioso e la benedizione, si

apriva, e allora si vedeva la Madre di Dio salire cantando al Paradiso,

dove Cristo la incoronava e la conduceva dinanzi al Padre eterno.

Nella serie di queste rappresentazioni fatte sulla pubblica via spicca

in modo particolare, per la grandiosità della pompa e per l'oscurità

dell'allegoria, quella fatta eseguire dal cardinale vice-cancelliere,

Roderigo Borgia — il futuro Alessandro VI.[259] — Oltre a ciò essa

ha anche un'altra prerogativa, l'accompagnamento dello sparo dei

mortaletti,[260] che è una specialità tutta propria delle feste dei

Borgia.

Più brevemente sorvola Pio II sulla processione, che ebbe luogo a Roma

lo stesso anno nell'occasione, che vi giunse dalla Grecia il cranio

di S. Andrea. Anche in questa Roderigo Borgia si segnalò per la sua

magnificenza, ma nel complesso la festa avea un carattere piuttosto

profano, perchè, oltre la solita orchestra degli angeli, che non

mancava mai, vi figuravano altre maschere, ed alcuni «uomini robusti»,

vale a dire degli Ercoli, che, a quanto pare, vi facevano ogni specie

di esercizi ginnastici.

Le rappresentazioni esclusivamente o prevalentemente profane erano

destinate in modo particolare a dare nelle maggiori corti principesche

spettacoli grandiosi e di gusto perfetto, rappresentando qualche

leggenda mitologica od allegorica, di facile e piana interpretazione.

Vero è che l'elemento barocco non vi faceva difetto, anzi vi brillava

in figure gigantesche d'animali, dalle quali uscivano all'improvviso

gruppi interi di maschere,[261] in pasticci enormi, sebbene in

proporzioni non così esagerate, come presso il duca di Borgogna (v.

pag. 186), e simili; ma, ciò non ostante, l'insieme conservava pur

sempre un certo gusto artistico e poetico. Della mescolanza del dramma

colla pantomima, quale si usava alla corte di Ferrara, s'è già parlato

altrove (v. pag. 50). Universalmente note furon poscia le feste,

che il cardinale Pietro Riario diede a Roma nel 1473, in occasione

del passaggio di Leonora d'Aragona, che andava sposa al duca Ercole

di Ferrara.[262] Quelli che qui si dicono drammi, sono ancora veri

Misteri d'indole religiosa; le pantomime invece hanno un carattere

al tutto mitologico: vi si videro infatti Perseo ed Andromeda, Orfeo

seguito da molti animali, Cerere tirata dai dragoni, Bacco ed Arianna

dalle pantere, e per ultimo l'educazione di Achille: succedeva quindi

un balletto delle più celebri coppie amorose del tempo primitivo ed

una schiera di ninfe, che venivano sorprese da un gruppo di rapaci

Centauri, messi alla lor volta in fuga da Ercole. E per quanto paia

per sè stessa un'inezia, pure è sempre caratteristico pel modo, con cui

s'intendevano le forme a quel tempo, il fatto, che se in tutte le feste

dovevano apparire figure vive in aspetto di statue collocate in nicchie

o sopra colonne ed archi trionfali e che poi dovessero mostrarsi

vive o cantando, o declamando, si aveva cura che si presentassero con

colori ed abbigliamenti affatto naturali e verosimili, e solo in via

d'eccezione nelle sale del cardinal Riario accadde, che figurasse in

mezzo agli altri un fanciullo vivo, ma tutto dorato, che versava acqua

da una fontana.[263]

Altre splendide pantomime di questo genere furono date a Bologna, in

occasione delle nozze di Annibale Bentivoglio con Lucrezia d'Este;[264]

invece dell'orchestra vi si ebbero dei cori che cantavano, mentre

la più bella delle ninfe seguaci di Diana correva a rifugiarsi sotto

la protezione di Giunone pronuba, e Venere s'aggirava con un leone,

vale a dire con un uomo cammuffato in tal guisa, in mezzo ad un ballo

di selvaggi: la decorazione poi rappresentava una foresta vera e

reale. A Venezia nel 1491 si festeggiò l'arrivo di alcune principesse

estensi,[265] movendo ad incontrarle col Bucintoro, ed attivando

gare di rematori e una splendida pantomima (Meleagro) nel cortile

del palazzo ducale. A Milano Leonardo da Vinci[266] dirigeva le feste

del duca ed anche quelle di altri grandi; una delle sue macchine, la

quale poteva benissimo rivaleggiare con quella di Brunellesco (v. pag.

188), rappresentava in proporzioni colossali il sistema planetario in

tutti i suoi movimenti; ogni volta che un pianeta si avvicinava alla

sposa del giovane duca, Isabella, il dio che lo abitava, si sporgeva

fuori dalla sua sfera[267] e cantava alcuni versi scritti dal poeta

di corte Bellincioni (1489). In un'altra festa (1493) fu esposto,

fra molte altre cose, il modello della statua equestre di Francesco

Sforza sotto un arco trionfale sulla piazza del Castello. Oltre a ciò

dal Vasari sappiamo, con che ingegnosi automati Leonardo aiutò più

tardi a decorar l'accoglienza fatta in Milano ai re di Francia, come

signori del ducato. Ma anche nelle città minori si fecero talvolta dei

tentativi degni d'essere menzionati. Allorquando il duca Borso (v. vol.

I, pag. 66) venne nel 1453 a Reggio per ricevervi l'omaggio di quella

città,[268] egli fu accolto alle porte con una grandiosa macchina,

sulla quale appariva sospeso s. Prospero, il patrono della città, sotto

un baldacchino sostenuto da angeli, e più in basso un disco girante con

otto angeli che cantavano, due dei quali diedero al santo le chiavi

della città e lo scettro, perchè presentasse l'una cosa e l'altra al

duca. Poi s'avanzava una specie di carro tirato da cavalli nascosti, e

portante un trono vuoto, dietro il quale stava una giustizia in piedi

con un genio che la seguiva, agli angoli quattro vecchi legislatori

circondati da sei angeli con bandiere, ad ambedue i lati cavalieri

armati, ugualmente con bandiere. S'intende da sè, che il genio e la dea

non lasciarono passare il duca senza rivolgerli la parola. Un secondo

carro tirato, a quanto sembra, da un unicorno, portava una Carità

con fiaccole accese; ma in mezzo a ciò non s'era voluto che mancasse

il solito carro fatto a guisa di nave, spinto innanzi da uomini, che

vi stavano dentro nascosti. Questo e le due allegorie precedevano il

duca; giunti a s. Pietro, si fece una nuova fermata: un s. Pietro con

due angeli stava sospeso in una glorietta rotonda sulla facciata, e di

là spiccò un volo sino al duca, gli pose in capo una corona d'alloro

e rivolò al suo posto.[269] Il clero poi dal canto suo ebbe cura di

far rappresentare un'allegorìa d'indole affatto religiosa: su due

alte colonne stavano l'Idolatria e la Fede: dopo che quest'ultima,

rappresentata da una bella fanciulla, ebbe fatto il suo saluto dalla

sua colonna, l'altra si sfasciò e precipitò assieme al fantoccio che

portava. Più innanzi s'incontrò un «Cesare» circondato da sette belle

donne, nelle quali erano simboleggiate le sette virtù, che Borso doveva

seguire. Da ultimo si giunse al duomo; ma dopo il servizio religioso

Borso dovette nuovamente prender posto sopra un alto trono dorato, dove

una parte delle maschere menzionate lo complimentò una seconda volta.

Posero termine allo spettacolo tre angeli, che si calavano a volo da

un edifizio vicino a porgere al duca, tra lieti canti, ramoscelli di

ulivo, simbolo della pace.

Diamo ora uno sguardo a quelle feste, nelle quali la processione stessa

costituisce da sè la cosa principale.

Egli è fuor d'ogni dubbio che sin dai più remoti tempi del medio-evo

le processioni sacre offrirono motivo ed occasione all'adozione delle

maschere, fossero poi o fanciulli travestiti da angeli e destinati a

seguire pubblicamente il Sacramento e le reliquie dei santi, che si

portavano attorno, o personaggi stessi della Passione, che procedevano

processionalmente, per esempio, il Cristo colla croce, i crocifissori,

i centurioni, le pie donne. Ma colle grandi feste della Chiesa si

collega assai per tempo l'idea di una processione della città, che,

giusta le ingenue usanze del medio-evo, accoglie in sè una moltitudine

di elementi profani. Particolarmente caratteristico è il carro navale

(_carrus navalis_), tolto a prestito dall'antico paganesimo,[270] che,

come notammo nell'esempio addotto, poteva introdursi in feste d'indole

molto diversa, ma il cui nome servì principalmente a designare le feste

«carnevalesche». Una tal nave poteva benissimo, perchè splendidamente

arredata, piacere agli spettatori, senza che si ricordasse come che sia

l'antico suo significato, e quando, per esempio. Isabella d'Inghilterra

s'incontrò col di lei sposo l'imperatore Federico II in Colonia,

mossero effettivamente ad incontrarla molti carri navali portanti degli

ecclesiastici, che cantavano ed erano tirati da cavalli coperti.

Ma la processione religiosa poteva non solo venir decorata da aggiunte

di qualsiasi specie, ma anche addirittura sostituita da un corteo di

maschere spirituali. A ciò l'occasione può essere stata offerta da quei

gruppi d'attori, che si recavano al luogo dove dovea rappresentarsi

il Mistero, attraversando le vie principali di qualche città; ma

pare anche che assai per tempo sia surta una specie di processioni

spirituali indipendentemente affatto da ciò. Dante descrive il

«trionfo» di Beatrice coi ventiquattro seniori della Bibbia,[271]

i quattro mistici animali, le tre virtù teologali e le quattro

cardinali, s. Luca, s. Paolo ed altri apostoli in guisa tale, che

si è quasi costretti a presupporre già sin dal suo tempo l'esistenza

effettiva di tali processioni. Questo si manifesta specialmente dal

carro sul quale s'avanza Beatrice, e che nel bosco miracoloso della

visione non sarebbe necessario, anzi vi sta in modo assai strano. O

avrebbe Dante per avventura riguardato il carro soltanto come simbolo

essenziale del trionfo? E sarebbe stato, invece, il suo poema quello,

che pel primo diede l'impulso a tali processioni, la cui forma fu

tolta a prestito dai trionfi degli imperatori romani? Comunque sia,

certo è in ogni caso che tanto la poesia, quanto la teologia si sono

con una certa predilezione attenute a questo simbolo. Il Savonarola

nel suo «Trionfo della croce»[272] rappresenta Cristo sopra un carro

trionfale, e sopra di lui la sfera splendente della Trinità, alla sua

sinistra la croce, alla destra i due Testamenti; al di sotto, ma a

grande distanza, la Vergine Maria; dinanzi al carro i patriarchi, i

profeti, gli apostoli e i predicatori; ad ambedue i lati i martiri

e i dottori coi volumi aperti; dietro di esso tutto il popolo dei

credenti, e ad una considerevole distanza una moltitudine innumerevole

di nemici, imperatori, potenti, filosofi ed eretici vinti, coi loro

idoli distrutti, coi loro libri arsi. (Una grandiosa composizione

di Tiziano intagliata sul legno richiama sotto molti punti di vista

questa descrizione). Delle tredici elegie di Sabellico alla Madre

di Dio (v. vol. I, pag. 85 e segg.), la nona e la decima contengono

un circostanziato trionfo della medesima, ricco di allegorie, ma

principalmente interessante per quella impronta di realtà e verità,

che, del resto, sogliono dare a tali scene anche le pitture del secolo

XV.

Ma assai più frequenti di questi trionfi spirituali erano i profani,

modellati tutti su quelli degli imperatori romani, quali si scorgevano

negli antichi bassorilievi o si leggevano nelle descrizioni dei vecchi

scrittori. Il modo di studiare la storia degli Italiani d'allora, (col

quale questo fatto sta in strettissima relazione), è stato già indicato

altrove (v. vol. I, pag. 194 e 236).

Innanzi tutto qua e colà verificavansi effettivamente degli ingressi

solenni di vittoriosi conquistatori, che si cercava di ravvicinare

quanto più si poteva a questo tipo ideale, anche talvolta contro

la volontà espressa dei conquistatori stessi. Francesco Sforza,

nell'occasione del suo ingresso a Milano (1450), ebbe la forza di

rifiutare il carro trionfale, che si teneva pronto, «dicendo tali

cose essere superstizioni dei re».[273] Alfonso il Magnanimo, entrando

nel 1443 solennemente a Napoli,[274] ricusò, se non il carro, almeno

la corona d'alloro, che tutti sanno non aver disdegnato lo stesso

Napoleone nella sua incoronazione a Nostra Donna di Parigi. In tutto

il resto l'ingresso di Alfonso (che si effettuò attraverso una breccia

aperta nelle mura, procedendo poi di là sino al duomo) fu uno strano

miscuglio di elementi antichi allegorici ed anche essenzialmente

grotteschi. Il carro, sul quale egli sedeva in trono e che veniva

tirato da quattro cavalli bianchi, era assai alto, e tutto dorato:

venti patrizi portavano il baldacchino di stoffa tessuta in oro, sotto

il quale egli si avanzava. La parte del trionfo, che s'erano assunta i

Fiorentini residenti a Napoli, consisteva innanzi tutto in un drappello

di giovani ed eleganti cavalieri, che s'avanzavano armati di lance,

sur un carro che portava la Fortuna, e in sette donne simboleggianti

sette virtù, tutte a cavallo. La Fortuna,[275] conformemente a quella

inesorabile allegoria, alla quale si sottomisero talvolta a quel tempo

anche gli artisti, non era coperta di capelli che nella parte anteriore

del capo, e si mostrava in tutto calva nella parte posteriore, e

il genio che si trovava in uno dei gradini inferiori del carro e

che doveva appunto simboleggiare il facile trasformarsi e svanire

della fortuna, teneva i piedi immersi (?) in un bacino d'acqua. Indi

seguiva, equipaggiata sempre dagli stessi Fiorentini, una schiera

di cavalieri nei costumi di diversi popoli, o vestiti da principi e

grandi stranieri, e poi sur un carro assai alto, al sommo di una sfera

mondiale mobile, un Giulio Cesare,[276] coronato d'alloro, che spiegava

al re in versi italiani tutte le allegorie precedenti e quindi si

rimetteva in fila con gli altri. Sessanta Fiorentini, vestiti tutti di

porpora e di scarlatto, chiudevano questa mostra di ciò che sapeva fare

Firenze, madre di tutte le feste. Ma subito dopo seguiva un drappello

di Catalani a piedi dentro piccoli cavalli finti, che portavano

legati alle loro persone, e che rappresentavano una finta battaglia

con un gruppo di Turchi, quasi per mettere in derisione la serietà

sentimentale dei Fiorentini. Chiudeva la marcia trionfale un'imponente

torre, la cui porta veniva guardata da un angelo con una spada in mano;

in alto stavano ancora quattro Virtù, che cantavano, ciascuna da sola,

le lodi del re.

Nell'ingresso di Luigi XII a Milano, che ebbe luogo nel 1507,[277]

oltre l'inevitabile carro portante le Virtù, eravi anche un gruppo

vivo rappresentante Giove, Marte ed una Italia circondata da una grande

rete: poi seguiva un carro tutto pieno di trofei e così via.

Ma dove in realtà non v'erano trionfi da festeggiare, la poesia se

ne indennizzò essa stessa e compensò anche largamente i principi. Il

Petrarca e il Boccaccio avevano chiamato (v. pag. 184) i rappresentanti

d'ogni specie di gloria a costituire il seguito di una figura

allegorica: ora vengono evocate tutte le celebrità del tempo antico

a formare il corteo dei principi. La poetessa Cleofe Gabrielli da

Gubbio cantò in questo senso le lodi di Borso di Ferrara.[278] Essa

gli diede a seguaci sette regine (le arti liberali), colle quali egli

sale un carro, e poscia schiere intere d'eroi, i quali, per essere

più facilmente riconosciuti, portano scritti i loro nomi sulla fronte;

seguono quindi tutti i più celebri poeti, e gli dei seggono addirittura

sul carro con lui. Intorno a questo tempo i trofei mitologici ed

allegorici sui carri sono in generale frequentissimi, ed anche la

più importante opera d'arte che ci sia stata conservata del tempo di

Borso, il ciclo degli affreschi del palazzo di Schifanoja, ne offre un

saggio in un fregio intero pieno di tali argomenti.[279] Raffaello,

quando ebbe a dipingere la camera della «Segnatura», trovava omai

questo genere di decorazione corrotto e scaduto. Il modo con cui egli

seppe rialzarlo e infondergli nuova vita, non è l'ultimo titolo di

gloria fra i tanti, che rendono immortale il suo nome e lo consacrano

all'ammirazione dei posteri.

I trionfi propriamente detti dei conquistatori non erano che eccezioni.

Ma ogni processione festiva, sia che fosse fatta per celebrar qualche

avvenimento o non avesse anche nessuno scopo determinato, assumeva

più o meno il carattere, e quasi sempre anche il nome di trionfo. Fa

maraviglia anzi che non siano state messe in questa categoria anche le

pompe funebri.[280]

Innanzi tutto nel carnevale e in altre occasioni celebraronsi trionfi

di antichi duci romani: tali furono in Firenze quello di Paolo Emilio

(sotto Lorenzo il Magnifico) e quello di Camillo (per la visita di

Leone X), diretti ambedue dal pittore Francesco Granacci.[281] In

Roma la prima festa completa di questo genere fu il trionfo dopo la

vittoria su Cleopatra, celebrato[282] sotto Paolo II, e nel quale,

oltre a molte maschere facete e mitologiche (le quali del resto non

mancavano mai anche nei trionfi antichi), figuravano re incatenati, un

senato vestito all'antica, edili, questori, pretori e simili, quattro

carri in tutto di maschere che procedevano cantando, e senza dubbio

anche carri portanti trofei. Altre processioni simboleggiavano più

largamente l'antico dominio mondiale di Roma, e, di fronte al pericolo

che realmente minacciava da parte dei Turchi, si ebbe il coraggio di

rappresentare anche una cavalcata di Turchi prigionieri portati da

cammelli. Più tardi, nel carnevale del 1500, Cesare Borgia, alludendo

specialmente a sè stesso, volle che si celebrasse il trionfo di Giulio

Cesare, con non meno di undici magnifici carri[283], certamente non

senza grave scandalo dei pellegrini accorsi quivi d'ogni parte al

Giubileo (vol. I, pag. 159). — Bellissimi e assai artisticamente intesi

furono due trionfi di significato affatto generico rappresentati

nel 1513 in Firenze da due società che gareggiavano tra loro, in

occasione della elezione di Leone X;[284] l'uno raffigurava le

tre età dell'uomo, l'altro le età del mondo personificate assai

sensatamente in cinque quadri della storia di Roma e in due allegorie,

che simboleggiavano l'epoca aurea di Saturno e il suo definitivo

ritorno. La decorazione assai fantastica dei carri, quale non poteva

mancare quando se ne occupavano gli stessi grandi artisti fiorentini,

fece una tale impressione, che rimase vivo il desiderio di veder

ripetuti periodicamente tali spettacoli. Sino a questo tempo le città

soggette, nella ricorrenza annuale dell'omaggio, s'erano accontentate

di presentare semplicemente i loro doni simbolici (stoffe preziose

e candele di cera); ora[285] la corporazione dei mercatanti fece

costruire dieci carri (ai quali in seguito dovevano aggiungersene molti

altri), non tanto per portare, quanto per simboleggiare i tributi, ed

Andrea del Sarto, che ne decorò alcuni, diede certamente ad essi la

forma più splendida, di cui erano suscettibili. Questi carri portanti

i tributi e i trofei vedevansi omai in ogni occasione solenne, anche

se non si aveva molto da spendere. I Sanesi festeggiarono nel 1477

l'alleanza tra Ferrante e Sisto IV, nella quale entravano anch'essi,

tirando attorno per la città un carro, nel quale «un individuo vestito

da dea della pace s'avanzava, sedendo sopra una corazza ed altre

armi».[286]

Nelle feste veneziane, invece dei carri, furono maravigliosamente

splendide e fantastiche le regate. Una corsa del Bucintoro, mandato

fuori nel 1491 a ricevere le principesse di Ferrara (v. pag. 194),

ci vien descritta come uno spettacolo degno di leggenda:[287] esso

era preceduto da innumerevoli barche coperte di tappeti e ghirlande

e piene di una gioventù sfarzosamente vestita in diversi costumi:

sulle macchine sospese movevansi all'intorno dei genii simboleggianti

i diversi attributi degli dei: più lungi e più in basso stavano altri

personaggi aggruppati in forma di tritoni e di ninfe: dovunque canti,

olezzi, e ondeggiar di bandiere tessute in oro. Dietro al Bucintoro

s'accalcava tal folla di barche d'ogni genere, che per un miglio tutto

all'intorno non si vedeva più l'acqua. Tra le altre festività, oltre

la pantomima già sopra nominata, degna di particolare menzione, per

la novità, fu una regata di cinquanta robuste fanciulle. Nel secolo

XIV[288] la nobiltà era divisa in corporazioni speciali per disporre

le feste, il cui elemento principale consisteva sempre in qualche

straordinaria macchina portata da una nave. Così, per esempio, nel

1541, in occasione di una festa dei «Sempiterni», movevasi pel Canal

Grande un «Universo» rotondo, nella cui cavità aperta fu tenuto

un grandioso ballo. Anche il carnevale qui era celebre per balli,

mascherate e rappresentazioni d'ogni specie. Talvolta la piazza di S.

Marco fu trovata abbastanza grande, per tenervi non solo de' tornei

(v. pag. 123 e 158), ma anche dei trionfi, come s'usava in terraferma.

In una festa celebrata per rallegrarsi di una pace conchiusa,[289] le

pie confraternite (_scuole_) s'incaricarono ciascuna di decorare una

parte della processione. In essa si vide, tra aurei candelabri con

lumi accesi di cera rossa e fra innumerevoli schiere di cantori e di

fanciulli alati, portanti auree coppe e cornucopie, un carro, sul quale

stavano in trono Noè e Davidde; poi veniva Abigaille conducendo un

cammello carico di tesori, ed un secondo carro tutto ripieno di simboli

politici, tra cui l'Italia tra Venezia e la Liguria, e sur un gradino

più elevato tre genii femminili portanti gli stemmi dei principi

alleati. Fra molte altre cose seguiva una sfera mondiale con le

costellazioni all'intorno, a quanto sembra. Su altri carri procedevano

da ultimo i principi stessi rappresentati al vero, insieme ai loro

famigliari e agli stemmi, se è giusta l'interpretazione, che noi diamo

alla leggenda che ne parla.

Il carnevale propriamente detto, prescindendo da queste grandi marce

trionfali, non avea forse nel secolo XV in nessun luogo un aspetto

tanto svariato, quanto a Roma.[290] Qui le corse erano di tutte le

specie immaginabili: ve n'erano di cavalli, di bufali, di asini, e

viceversa di vecchi, di giovani, di ebrei ecc. Paolo II dava banchetti

al popolo intero dinanzi al palazzo di Venezia, dove abitava. Oltre a

ciò i giuochi in piazza Navona, che forse non erano mai morti del tutto

sino dalla più remota antichità, avevano un carattere splendidamente

guerresco: essi consistevano in una finta battaglia di cavalieri e

in una mostra della borghesia sotto le armi. Il tempo in cui era

permesso di mascherarsi durava a lungo e talvolta abbracciava un

periodo di parecchi mesi.[291] Sisto IV non si fe' scrupolo alcuno di

passare nei punti più popolati della città, al Campofiore e presso ai

Banchi, attraverso ad una folla di maschere, e soltanto non accettò

la visita di un drappello di queste, che voleva essere ammesso nel

Vaticano. Sotto Innocenzo VIII crebbe d'assai una usanza certo molto

riprovevole, introdottasi già fra i cardinali qualche tempo prima,

di mandarsi cioè reciprocamente carri pieni di maschere in splendidi

costumi, con buffoni e cantori, che dicevano versi scandalosi, ed erano

accompagnati da cavalieri. — Oltre il carnevale, i Romani sembrano aver

avuto in molto pregio anche le grandi processioni con fiaccole accese.

Quando Pio II nel 1459 tornò dal congresso di Mantova,[292] il popolo

improvvisò in suo onore una cavalcata di questo genere, che si moveva

in giro splendidamente dinanzi al suo palazzo. Tuttavia Sisto IV non

volle una volta accettare una simile dimostrazione notturna del popolo,

che s'era proposto di venire con torcie accese e rami di ulivo[293]

sotto le finestre del suo palazzo.

Ma il carnevale fiorentino superava il romano per una specie

particolare di processioni, che ha lasciato una traccia anche nella

letteratura.[294] Fra una folla di maschere a piedi e a cavallo

avanzavasi un carro enorme di forme fantastiche, in cima al quale

stavano una figura ed un gruppo allegorico con tutto il loro seguito,

per esempio, la gelosia con quattro facce fornite d'occhiali in una

sola testa, i quattro temperamenti (v. pag. 42) coi pianeti relativi,

le tre Parche, la Prudenza in trono sopra la Speranza e la Paura, che

giacciono legate a' suoi piedi, i quattro elementi, le età dell'uomo,

i venti, le stagioni, e così via, nè vi mancava neanche il carro

della Morte colle bare, che poi s'aprivano. Altre volte era una

splendida scena mitologica, come Bacco e Arianna, Paride ed Elena ecc.

O finalmente un coro di persone costituenti una classe speciale, per

esempio i mendicanti, i cacciatori e le ninfe, le anime dannate, che in

vita furono donne spietate, gli eremiti, i vagabondi, gli astrologi,

i diavoli, i venditori di merci particolari, ed una volta perfino _il

popolo_, i quali tutti poi nel canto doveano reciprocamente accusarsi

e vilipendersi a vicenda. I canti, che furono raccolti e conservati,

davano la spiegazione della mascherata in versi ora appassionati, ora

scherzevoli e spesso estremamente osceni. Anche a Lorenzo il Magnifico

vengono attribuiti alcuni dei più immorali, probabilmente perchè il

vero autore non osava manifestarsi. Ma, comunque sia, certamente suo

era il bel canto, che accompagnava la scena di Bacco ed Arianna, il

cui ritornello echeggia ancora sino a noi dal secolo XV, quasi come un

doloroso presentimento del breve splendore, che doveva avere l'epoca

del Rinascimento:

Quanto è bella giovinezza,

Che si fugge tuttavia!

Chi vuol esser lieto, sia:

Di doman non c'è certezza.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II · 第 22 / 34 题