CAPITOLO VIII.

Descrizione dell'uomo esteriore.

La Bellezza negli scritti di Boccaccio. — L'ideale

della Bellezza del Firenzuola. — Definizioni generali di

quest'ultimo.

Ma le scoperte fatte intorno all'uomo non si arrestano alla descrizione

del lato morale degli individui e dei popoli; anche l'uomo esteriore è

oggetto d'osservazione in Italia, e in modo essenzialmente diverso, che

non al nord.[106]

Della condizione in cui si trovarono i grandi medici di fronte ai

progressi della fisiologia, noi non ci arroghiamo di parlare, e lo

studio della figura umana sotto il punto di vista artistico è compito

tutto affatto speciale della storia dell'arte. Ufficio nostro sarà

adunque soltanto di mostrare come si sia venuto formando quello che

suol dirsi l'_occhio artistico_, perchè fu per esso che in Italia

divenne possibile un giudizio obbiettivo, universalmente accettato,

sulla bellezza e bruttezza corporale.

Per prima cosa, leggendo attentamente gli scrittori italiani d'allora,

si resta stupiti della precisione e della verità, che si scorgono nella

delineazione dei tratti esterni, nonchè della pienezza e perfezione

di parecchie descrizioni personali in generale.[107] Ancora oggidì

i romani in particolare vanno famosi per una attitudine speciale a

fare in tre parole il ritratto dell'uomo, di cui discorrono. Questa

prontezza nell'afferrare il lato caratteristico delle persone è

una condizione essenziale per acquistare la conoscenza del bello

e la capacità di descriverlo. Vero è che nei poeti la descrizione

particolareggiata e minuta può essere un difetto, perchè un singolo

tratto ispirato da una profonda passione può molte volte suscitare nel

lettore un'immagine assai più viva ed efficace, che non facciano molte

e spesso oziose parole. Dante non ha mai dato un'idea più splendida

della sua Beatrice, quanto col descrivere soltanto il riflesso che

parte dalla di lei persona e si spande su tutto ciò che la circonda.

Ma qui non si tratta tanto della poesia, che, come tale, ha intenti e

leggi speciali, quanto dell'attitudine in generale a ritrarre in parole

le forme sì nei particolari, che nelle generalità.

In questo il Boccaccio è maestro, non tanto nel Decamerone, dove la

novella vieta ogni lunga descrizione, quanto ne' suoi romanzi, dove

egli può descrivere a tutto suo agio. Nell'«Ameto» egli ci dà il

ritratto[108] di una bionda e di una bruna, presso a poco quali le

avrebbe dipinte un pittore cento anni più tardi, — tanto è vero che

anche adesso la cultura precede l'arte di lungo tratto. — Nella bruna

(o più probabilmente men bionda) appaiono già alcuni tratti, che

potremmo dire classici: nelle parole _la spaziosa testa e distesa_

si ha il presentimento di forme grandiose, che vanno al di là della

semplice grazia e leggiadria; le sopracciglia non formano più, come

nell'ideale dei Bizantini, due archi, ma una sola linea ondeggiante;

il naso sembra ch'egli lo immagini pendente nell'aquilino;[109] anche

il largo petto, le braccia di moderata lunghezza, la bella mano posata

negligentemente sul manto porporino, tutti questi tratti insomma

accennano evidentemente ad un sentimento della bellezza, che è quello

dell'epoca che s'avvicina, e che, senza saperlo, tiene al tempo stesso

assai di quello della classica antichità. In altre descrizioni il

Boccaccio parla anche di una fronte piana (non rotondeggiante all'uso

del medio-evo), d'un occhio serio, bruno, oblungo, di un collo rotondo,

ma non curvato in arco, nonchè, con gusto molto moderno, di un «piccolo

piede» e di due occhi «ladri nel loro movimento»[110] in una Ninfa

dalle chiome d'ebano, e così via.

Se il secolo XV abbia lasciato testimonianze scritte sull'ideale della

bellezza, quale esso la concepiva, noi non siamo in grado di dirlo;

ma neanche le opere dei pittori e degli scultori non le renderebbero

così del tutto inutili, come potrebbe parere a prima vista; chè

anzi, di fronte al loro realismo, avrebbe potuto conservarsi negli

scrittori un tipo di bellezza affatto ideale ed astratta.[111] Ma nel

secolo XVI emerge in modo speciale il Firenzuola col suo notevolissimo

scritto «Della bellezza delle donne».[112] In esso bisogna innanzi

tutto sceverare quello che egli ripete sulla fede degli scrittori

antichi o sulla autorità degli artisti (per es. la determinazione

delle proporzioni secondo la lunghezza del capo, alcune idee astratte

e simili), dal molto di più che è frutto di osservazioni sue proprie,

confermate con esempj di donne e fanciulle di Prato; e siccome la

sua operetta ha la forma di un discorso, ch'egli tiene dinanzi alle

donne di questa città, quindi dinanzi ai giudici più severi, non vi ha

ragione di credere ch'egli non si sia tenuto scrupolosamente fedele

alla verità. Il principio dal quale egli move, è quel medesimo, al

quale già un tempo s'attennero Zeuzi e Luciano: la ricerca parziale

di molte singole parti belle per costituire un tutto perfettamente

bello. Egli definisce le diverse gradazioni dei colori, che possono

essere nelle carni e nei capelli, e dà la preferenza al biondo, come il

più bello,[113] intendendo però sotto questo nome un giallo delicato

pendente nel bruno. Seguitando poscia, egli vuole che i capelli sieno

crespi, copiosi e lunghi, la fronte serena, alta la metà della sua

larghezza, candida, cioè di una bianchezza rilucente, non morta e

dilavata, le sopracciglia brune, sottili e morbide come seta, folte

in sul mezzo e dolcemente digradanti verso il naso e gli orecchi,

il bianco dell'occhio tendente leggermente all'azzurro, l'iride non

assolutamente nera, quantunque tutti i poeti gridino ad una voce occhi

neri, quale prerogativa di Venere, mentre invece è certo che l'azzurro

celeste fu vanto delle stesse Dee, e che il bruno cupo è più cercato,

«perchè crea una vista dolce, allegra, chiara e mansueta». L'occhio

poi vuol essere grande e rilevato; le palpebre saranno bellissime, «se

bianche e vergheggiate con certe venuzze vermigliate, che a fatica

si veggano, i peli delle quali voglion essere raretti, non molto

lunghi, nè troppo neri». Quella fossa che circonda l'occhio, non

deve essere «nè troppo affonda, nè troppo larga, nè di color diverso

dalle guance».[114] L'orecchio, di mediocre grandezza, saldo e bene

attaccato, ha da essere «più vivamente colorato nelle parti rilevate,

che nelle piane e l'orlo trasparente e risplendente di rosso, come le

granella delle melegrane». Delle tempie non c'è da dire se non che

sien bianche e piane, nè troppo strette «che non paia ci serrino il

cervello»;[115] nelle guance la bianchezza «dalle estremità, pura neve,

deve andare, insieme col gonfiamento della carne, crescendo sempre

in incarnato». Il naso, che determina essenzialmente il pregio del

profilo, deve rialzarsi in principio, di poi, abbassandosi dolcemente,

salire verso la fine, sicchè con ugual tratto sempre diminuisca;

dove cessa la cartilagine, si rialzi un cotal poco, ma non così che

diventi aquilino, «che in una donna comunemente non piace»: la parte

inferiore abbia un colore «simile all'orecchio, ma forse anche meno

acceso, purchè non sia bianco bianco, come se soffrisse di freddo, e

la parete di mezzo sopra il labbro sia leggermente rossa». La bocca

l'autore la desidera piuttosto piccola, ma nè appuntita, nè piatta,

le labbra non troppo sottili, ma bellamente proporzionate tra loro:

nell'aprirle accidentalmente (vale a dire senza parlare e senza ridere)

non si veggano mai più di sei denti superiori. Bellezze speciali

sono una piccola fossetta nel labbro superiore, un bel rigonfiamento

dell'inferiore, un vezzoso sorridere nell'angolo sinistro della bocca

ecc. I denti non debbono essere nè troppo piccoli, nè disuguali, ma

con bell'ordine separati e candidi come l'avorio: le gingive «paiano

piuttosto orli di raso chermisino, che di velluto rosso». Sia il

mento rotondo, «non già arricciato, nè aguzzo, e figuri colorito d'un

color vermiglietto, un poco acceso nel suo rialto: suo vanto speciale

è un poco di fossicella». Il collo ha da essere bianco e rotondo e

piuttosto lungo che breve, la fontanella e il così detto pomo d'Adamo

appena percettibili; la pelle «nell'abbassarsi vorrebbe far certe

rughe circolari in forma di monili e nell'alzarsi vuol distendersi

tutta». Le spalle le desidera larghe, ed anche quanto al petto egli ne

riconosce nella sua latitudine il maggior pregio; ma, oltre a ciò, deve

essere «sì carnoso, che sospetto d'osso non apparisca, e dolcemente

rilevandosi dalle estreme parti, deve venir in modo crescendo, che

l'occhio a fatica se ne accorga con un color candidissimo macchiato di

rose». La gamba deve essere «lunga, scarsetta e schietta nelle parti

inferiori, ma con gli stinchi non al tutto ignudi di carne ed oltre

a ciò con polpe sode e bianche quanto la neve». Il piede lo vuole

«piccolo, snello, ma non magro, e un po' rilevato nel salir del collo,

bianco come lo alabastro». Anche le braccia hanno ad essere «bianche

con un poco d'ombra d'incarnato sui luoghi più rilevati, carnose e

muscolose, ma con una certa dolcezza, come quelle di Pallade, quando

si mostrò al pastore sul monte Ida; in una parola, succose, fresche e

sode». La mano finalmente si desidera bianca, massimamente nella parte

superiore, ma grande «e un po' pienotta, e morbida a toccare come

fina seta, rosea nell'interno con linee chiare, rare, ben distinte,

non intrigate, nè attraversate: quello scavo, che è tra l'indice e il

pollice, sia bene assettato, senza crespe e di vivo colore»; le dita

lunghe, schiette e assottigliantisi dolcemente verso la cima, ma sì

poco che appena si veggia, con unghie «chiare, non lunghe, non tonde,

nè in tutto quadre, nette e tagliate sopra la polpa del dito quanto la

costola d'un picciol coltello».

Accanto a questa estetica speciale la generale non vi ha che una parte

assai secondaria. Le ragioni più riposte e segrete, dietro le quali

l'occhio giudica _senza appello_, sono un enigma anche pel Firenzuola,

come egli apertamente confessa, e le sue definizioni di Leggiadria,

Grazia, Vaghezza, Venustà, Aria, Maestà non sono in parte, come s'è

detto, che deduzioni filologiche, in parte inutili sforzi per esprimere

l'inesprimibile. Il sorriso egli lo definisce — probabilmente dietro

qualche antico autore, e molto felicemente — uno splendore dell'anima.

Sull'uscire del medio-evo tutte le letterature possono vantare

singoli tentativi fatti per fissar quasi dogmaticamente l'idea della

Bellezza.[116] Ma ogni altra opera resta facilmente ecclissata da

questa del Firenzuola. Il Brantome, posteriore di un secolo e più,

non pare che un dilettante assai grossolano in suo confronto, appunto

perchè guidato più dalla concupiscenza, che dal senso della Bellezza.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II · 第 11 / 34 题