2. L'INDIVIDUO E LO STATO.

Nel concetto che Socrate s'era fatto dello Stato apparisce, più

vivamente che in qualunque altra delle sue definizioni, il contrasto

che correa fra la novità delle sue filosofiche esigenze e la naturale

tendenza alla conservazione delle sostanziali relazioni della vita

etica, che in lui era sussidiata dal convincimento religioso e da una

profonda abnegazione. Il principio normativo della consapevolezza non

gli consentiva di ammettere che la potenza, o il dritto ereditario, o

la scelta del popolo mediante i voti potessero costituire la capacità

dell'individuo a trattare le faccende dello Stato[166]. Solo la

piena coscienza della propria capacità e la speciale conoscenza delle

faccende da trattare possono e devono invogliare l'individuo ad una

legittima ambizione politica[167]; e questa diviene per sè stessa un

dovere, quando è sorretta dal fermo convincimento, che l'attitudine

e la specifica intelligenza dell'individuo rispondono alle normali

esigenze della vita politica. All'attuazione pratica di questa massima

solea Socrate disporre i suoi uditori, sviluppando nel loro animo il

bisogno di acquistare una chiara e perfetta notizia degli obblighi

speciali che spettano a questo o a quello fra gli amministratori dello

Stato, e riassumeva tutta la sua politica nel principio che solo chi sa

deve e può fare, ossia che il potere sta nel sapere. L'importanza di

questa massima innovatrice ci fa apparire l'attività socratica in una

manifesta opposizione con tutti i concetti tradizionali della politica

greca, perchè, in virtù di essa, il dritto ereditario della monarchia e

dell'aristocrazia, ed il concetto democratico della maggioranza erano

recisi nella loro radice e subordinati alla necessità di una generate

rettificazione di tutte le forme sociali dal punto di vista della

consapevolezza. Ma pur nondimeno la cosa non andava tant'oltre, e noi

non sappiamo scorgere in tutto questo l'esigenza o il presentimento

di una radicale riforma dello Stato, o, come altri ha detto, di una

teoria sociale fondata sul principio della conoscenza esatta. Il

sapere, di cui parlava Socrate, non era qualcosa di distinto dalla

conoscenza empirica dei vari rami della pubblica amministrazione, e non

era costituito in un insieme di teorie universali e scientifiche. Egli

non potea quindi, come più tardi fece Platone, ideare la costituzione

di uno Stato, in cui la coordinazione e subordinazione delle sfere

sociali fossero determinate dal concetto psicologico della gradazione

della conoscenza. Il suo concetto non ha colorito e carattere

esclusivo di una tendenza filosofica, che voglia imporsi alle pratiche

esigenze della vita per regolarle a sua posta; ma rimane subordinato

alla varietà estrinseca delle sfere sociali, e non ne sconosce la

originalità per farla rientrare nei confini di uno schema astratto.

Di qui procede, che, malgrado l'apparenza di una dichiarata riforma,

Socrate riconobbe l'ubbidienza alle leggi come impreteribile[168]; e,

fedele all'antico principio ellenico della sostanzialità dello Stato,

fece dipendere il bene dell'individuo da quello della comunità[169]; e

considerando la sua attività filosofica come parte integrale dei suoi

doveri di cittadino morì nel rispetto alle leggi, e nel convincimento,

che la condanna pronunziata contro di lui non fosse che una legittima

manifestazione dell'attività dello Stato[170].

L'opposizione fra il vecchio e il nuovo, fra il concetto sostanziale

e l'esigenza di una personale sodisfazione nello Stato, si chiarì

maggiormente nelle scuole socratiche; e specialmente in Platone, il cui

ideale politico non deve essere inteso, nè come ripristinazione dello

Stato dorico[171], nè come un segno precursore del Cristianesimo[172],

ma conviene sia spiegato come un progresso teoretico del principio

enunciato da Socrate, che il potere deve consistere nel sapere.

Che i concetti da noi più sopra esposti non avessero una tendenza

dichiaratamente riformatrice, apparisce ancora di più dal modo del

tutto pratico come Senofonte introduce il suo eroe a discutere

con questo o quello dell'esercizio speciale delle diverse arti,

che conferiscono al pubblico bene o al mantenimento delle sociali

relazioni. Una sola è l'idea fondamentale di tutti quei dialoghi:

rettificare mediante la definizione il concetto del fine cui l'attività

è rivolta, per far convergere tutti gli sforzi dell'individuo

all'acquisto di una norma costante, che ne regoli la pratica senza

incertezza e divagazioni. Sotto questo riguardo il calzolaio o lo

scultore, il pastore e l'arconte, il marinaio ed il generale ecc., per

quanto varie le loro occupazioni e diversi i fini cui sono rivolti,

devono tutti convenire nella norma dell'esercizio metodico delle

loro funzioni, e sostituire alla pratica istintiva, tradizionale ed

incosciente la norma del sapere. Senza entrare nella specializzata

esposizione di questo o quel dialogo, perchè in tutti gli svariati

casi non rileveremmo che una sola conclusione, basterà qui dire che

Socrate è stato il primo, che abbia nettamente formulata l'esigenza di

una tecnica speciale delle arti e ravvisata la necessità, che a capo di

ogni pratica occupazione deve esser collocata la riflessione normativa:

e, per le cose già esposte, non fa mestieri che chiariamo meglio questo

pensiero, perchè altri non creda, che egli intendesse conciliare la

pratica e la teoria, l'arte e la scienza.

E qui cade in acconcio di osservare che la meraviglia, con la quale

molti hanno riguardato il dialogo che Senofonte riferisce con la

meretrice Teodota[173], non ha fondamento che nella natura delle nostre

morali convinzioni. Quel dialogo, che non deve essere addotto a provare

che la principale preoccupazione di Socrate fosse la ricerca dei

concetti[174], nè può essere inteso come interamente derisorio[175],

perchè l'ironia è un momento generale della conversazione socratica,

mostra, a nostro parere, che il mestiere della meretrice potesse

anch'esso nei suoi elementi affettivi venir subordinato al criterio

socratico di un esercizio normale e riflesso. Quell'arte non destava

allora gli scrupoli esagerati, che noi moderni siamo soliti di provare

contro ogni divagazione della natura dalla norma assoluta di una morale

precettistica[176]; anzi, per le speciali condizioni della famiglia

greca, sviluppava soventi nelle donne libere un grado di cultura

superiore di gran lunga a quello della donna legalmente ritenuta nelle

angustie del gineceo[177].

E a terminare questo schizzo della coscienza politica e sociale di

Socrate osserveremo, che egli, col rilevare l'importanza dell'attività

cosciente, nobilitò il concetto del lavoro, facendone uno degli

elementi costitutivi dello Stato e della famiglia. Questa veduta

era allora qualcosa di nuovo, perchè diretta a reagire contro un

pregiudizio, fondato nella costituzione sociale dell'antica Grecia e

già da gran tempo invalso, che facea considerare come indegna dell'uomo

libero la produzione ottenuta col lavoro manuale. Se Socrate abbia

o no superato il particolarismo ellenico, e se ritenesse per giusta

come vuole Senofonte[178], o per ingiusta come vuole Platone[179],

l'offesa arrecata al nemico, nella grande incertezza dei criterî

seguiti dai vari espositori noi non sappiamo affermare[180]. Ad ogni

modo, l'autorità di Senofonte ci parrebbe da preferire, e la maniera

arbitraria come si è voluto da alcuni interpetrarla ci pare infondata e

priva di ogni verosimiglianza[181].

Socrate · 第 44 / 62 题