Socrate non fu nè il capo di una setta, nè il fondatore d'una scuola.
Vissuto in un secolo di larga produttività artistica e pratica, ed in
mezzo ai più svariati elementi di coltura, conservò sempre la fisonomia
individuale e precisa di un perfetto ateniese; senza allontanarsi
punto da quella maniera di vivere, che, secondo l'opinione dei suoi
concittadini, costituiva il pregio ed il buon nome d'una persona
lodevole in tutte le private e pubbliche relazioni. Egli non fu dunque
quello che comunemente suole intendersi per un riformatore: un uomo,
che in virtù d'un individuale convincimento, o in nome d'una divina
vocazione, tenda a sconvolgere l'ordine costituito della società,
per riformare a sua posta le istituzioni, le leggi e i costumi. Le
sue solide convinzioni lo aveano troppo predisposto a riconoscere
nell'ordinamento sociale la prudenza e saggezza, che aveano informato
l'animo dei legislatori, ed a guardare con animo tranquillo e
rassegnato le conseguenze dell'umana corruzione, o, come avrebbe egli
detto nel suo linguaggio, dell'umana ignoranza, perchè potesse venirgli
in mente di farsi riformatore e rinnovatore dei costumi. Oltre di che,
la natura e l'indole stessa della coltura greca non ammetteva che
l'individuale genialità si manifestasse in un immoderato tentativo
di pratica riforma; perchè mancava di quell'elemento arbitrario di
trascendenza, che nelle religioni orientali, ed in gran parte nel
Cristianesimo stesso, ha tanto favorito l'esquilibrio fra la coscienza
dell'individuo e la norma costante dell'etica sociale, esaltando
troppo la sublimità del precetto o l'intensità del sentimento, a
discapito della sostanzialità e costanza delle forme naturali della
vita. La coltura greca era ancora animata dal giovanile abbandono al
naturale impeto delle passioni, e dal misurato criterio della prudenza
e del benessere; e, sebbene in Atene la coscienza riflessa avesse già
cominciato a prevalere e ad assumere un carattere universale, astratto,
e ricercativo, pure non avea mai perduto il colorito indigeno,
spontaneo, e popolare. Il pensiero s'era svolto in tanta buona armonia
con tutto il progresso della coltura, che Socrate, come abbiamo già
visto, malgrado le profonde collisioni cui dette motivo, non s'avvide
di quanto si discostasse dalle tradizionali convinzioni, e non volle
mai essere riconosciuto nè come maestro nè come filosofo.
Da tutto quello che abbiamo detto innanzi apparisce chiaro come fosse
impossibile che Socrate riuscisse a determinare obbiettivamente un
complesso di verità scientifiche; e che i pochi pronunziati etici di
lui, che la tradizione ci ha trasmessi, non costituiscono per sè stessi
nè un sistema, nè uno schema di scienza morale. E questa posizione
affatto relativa delle sue indagini mette più in evidenza come egli
non si proponesse e non avesse coscienza di essere un riformatore;
perchè la natura delle sue convinzioni non scendeva deduttivamente
da un presupposto teoretico ed esclusivo, ma stava in una pratica ed
incessante relazione con tutti gli elementi svariati e concreti della
vita morale. E, se noi cerchiamo di raccogliere e mettere insieme
i diversi concetti, che Socrate avea delle varie forme o attività
della vita, l'imagine complessiva, che si ottiene in fine, ha più
l'aspetto plastico di un quadro che la natura di uno schema formale. Ma
vorremo noi forse con questo giudizio rigettare come interamente falsa
l'opinione che fa di Socrate un riformatore? E sarebbe forse questo il
modo, come spiegare ed intendere il gran movimento ed il gran progresso
che egli produsse in tutte le pratiche discipline? La nostra maniera
di vedere non è così esclusiva, e noi abbiamo inteso solamente limitare
il valore di una affermazione troppo incondizionata, e che non risponde
alla natura ed al genuino carattere della coltura ellenica; e metteremo
ora più in chiaro il nostro concetto.
Le diverse forme della vita privata e pubblica e le diverse sfere
dell'attività umana non erano ancora a quel tempo divenute argomento
d'indagini scientifiche, che ne fermassero l'origine, la natura
ed il normale concetto in definizioni d'un valore intrinseco ed
attinte alle costanti condizioni dei fatti. È a Socrate che tocca la
lode di un primo tentativo per acquistare una coscienza precisa e
determinata di tutte quelle svariate attività e di quei molteplici
fini che costituiscono nel loro insieme la vita pratica. Non v'ha
forma della vita, o relazione etica, che egli non abbia toccata nei
suoi discorsi; nei quali sforzavasi, in virtù del suo istinto etico
e logico, di chiarire e definire la famiglia ed i suoi elementi, la
relazione dell'individuo verso lo Stato e verso la legge, le diverse
funzioni della vita pubblica, l'esercizio delle arti e dei mestieri.
In un tempo quando non s'avea pur sentore di quello che potess'essere
l'economia privata e pubblica, la scienza del dritto, dello Stato,
o dell'amministrazione e la tecnica delle arti, era naturale che
l'esigenza di determinare i concetti pratici s'avvertisse solo dal
punto di vista dell'utilità, e che si spiegasse unicamente nella
sua immediata ed occasionale natura. Ed è così appunto che Socrate
comincia a tentare una cosciente rettificazione dei concetti di
quelle relazioni, che sono termini o forme dell'attività umana;
e, prendendo egli le mosse dal bisogno di disporre l'individuo al
cosciente riconoscimento della propria attitudine, finì per fissare
e caratterizzare alcune differenze obbiettive. Ma, perchè il criterio
del giudizio non era obbiettivato scientificamente, la determinazione
rimase sempre nei limiti già fissati dal linguaggio comune; e la stessa
valutazione dell'importanza relativa delle diverse sfere della vita fu
da lui in gran parte accettata dalla tradizione.
Ed è qui appunto che maggiormente apparisce lo stato rudimentale del
Socratismo. Da un canto, l'impulso scientifico è evidente, e comincia
tanto a precisarsi, che assume quasi la forma di uno schema logico; il
quale, sebbene non sia presente alla coscienza obbiettivamente, pure è
un presupposto in conformità del quale il filosofo si sente costretto
a procedere: e, da un altro canto, tutta la ricchezza dell'immediato
contenuto della coscienza etica, sul quale la ricerca si aggira, sta
lì disgregata in tutto il suo particolarismo empirico innanzi all'animo
del ricercatore, che riesce solo a subordinarlo all'angusto criterio di
una formale definizione.
Delle due sfere che indicammo innanzi, quella del sapere e quella
dell'ignoranza, la prima era troppo angusta e non ancora approfondita
e studiata in tutti i suoi elementi, e l'altra troppo larga ed
indeterminata, perchè segnava solamente un termine generico di
opposizione, il cui contenuto era ignoto. Ora, in questa sfera appunto
che Socrate chiamava in genere ignoranza, e che noi diremmo della
coscienza non ancora riflessa e scientifica, sono riposti i primi
elementi ed i naturali presupposti di tutte le relazioni e di tutte
le attività etiche, prima che divengano argomento delle indagini
scientifiche; e ciò è vero, non solo per quel che riguarda l'individuo,
ma ancora, e forse più per quel che concerne la stirpe ed il popolo.
L'opposizione fra i due termini non s'è palesata a Socrate che in
virtù del carattere pratico delle sue esigenze; in guisa che, inteso
a cogliere la natura delle forme etiche col semplice criterio di una
definizione praticamente e formalmente chiara, egli sconobbe tutto
quello che era inadeguato al criterio precedentemente stabilito,
perchè non cercava altro che la norma costante delle azioni. Come egli
fosse poi costretto ad ammettere in parte gli elementi extrarazionali
delle virtù, vedremo in séguito. Questo lato oscuro della ricerca,
che in Socrate era un campo vastissimo, s'è andato poi a poco a poco
restringendo; fino a ridursi a qualcosa di puramente puntuale, ch'è
espresso nella filosofia moderna dal concetto preciso e determinato
della naturalità dell'anima incosciente.
Ritornando ora su l'argomento della riforma socratica, ci par
chiaro, che essa sia doppiamente limitata: e perchè le tendenze
pratico-religiose del nostro filosofo non consentivano ch'egli
sconoscesse la sostanzialità della morale privata e pubblica; e perchè
la poca perfezione della sua attitudine logica non gli permetteva di
determinare intrinsecamente il valore obbiettivo delle forme etiche.
Risvegliare la riflessione volontaria ed acuire l'intenzionalità, —
ecco lo scopo genuino di quella riforma: e, quando da altri s'è detto
che Socrate avesse il chiaro presentimento di una teoria sociale,
mercè la quale facesse d'uopo di riformare e regolare col criterio
della consapevolezza tutte le diverse attività della vita[144], s'è
avuta la fretta d'identificare un risultato più o meno possibile con un
semplice impulso individuale e generico. Platone fu invero il filosofo
della riforma, ed è in gran parte su la sua autorità che è stata
foggiata quella opinione[145]. A noi basterà dire, che non sconosciamo
l'influenza socratica nella tendenza riformatrice del Platonismo;
la quale, se pure può accennare all'avvenire o aver l'aria di voler
ripristinare il passato, in fondo non è che la naturale esplicazione
di quella esigenza socratica, che facea necessariamente dipendere
l'attività dal sapere.
Abbiamo visto che il precetto delfico γνῶθι σαυτόν non ha un valore
esplicitamente filosofico, ma bensì pratico e pedagogico. Nei dialoghi
socratici occorre spesso di trovare, che le varie direzioni seguite
dalla volontà degl'individui sono fatte oggetto di un esame scrupoloso,
e che dal riconoscimento della consapevolezza si fa dipendere il
criterio fondamentale di ogni giudizio portato su le relazioni
etiche[146]. Il lento esame delle contradizioni, che emergono dal
falso concetto della propria attività, si esaurisce nella definizione
dei caratteri costanti che formano quella determinata sfera in cui
s'aggira il capitano, il corazziere, il pittore e così via; ed a questo
processo è analogo un altro, mercè il quale si determina l'attitudine
dell'individuo, in rapporto con l'opera ch'è termine della sua
attività. Queste due ricerche fanno insomma una sola ricerca; in quanto
che la rettificazione del volere è implicita in quella del concetto del
voluto, perchè l'uomo vuole appunto ciò che conosce[147].
Da questa posizione procede:
1. Che nel Socratismo non v'ha un valore morale, appreso
indipendentemente dalla determinazione concreta delle funzioni
pratiche. Quello che noi siamo soliti di chiamare moralità dell'azione
è implicita nel giudizio logico ed ha ancora il carattere di una
equazione formale fra il volere ed il sapere. L'esigenza di determinare
il grado dell'intimità morale è manifesta solo nel suo elemento
intellettuale.
2. E che Socrate non sentì il bisogno di determinare _in abstracto_ il
concetto dell'εὐδαιμονία; perchè la sua significazione gli era evidente
solo nel relativismo delle varie sfere dell'attività umana. E per
questa ragione appunto egli non riuscì a stabilire una gradazione nelle
forme della vita, col preferirne una all'altra: e, mentre suscitava il
bisogno della consapevolezza, non fece della scienza il solo elemento
della felicità; potendo essa, come ogni altra forma di attività,
portare con sè il malessere e l'infelicità. Nelle scuole socratiche
cominciò a determinarsi più nettamente il concetto dell'intima
relazione fra l'εὐδαιμονία e la scienza; finchè Platone ed Aristotele
non posero la contemplazione come meta d'ogni umano sforzo, esagerando
dottrinariamente una relazione sola della vita a discapito delle altre.