Fra tutti gli oggetti conoscibili nessuno offre tante difficoltà
alla determinazione teoretica, quanto quel complesso di relazioni
che riposano su i nostri giudizi di approvazione o di riprovazione,
mediante predicati che esprimono la repugnanza o il compiacimento, e
che costituiscono la sfera etica della nostra interna attività. Per
isolare quei predicati nella forma di una definizione non basta seguire
un procedimento ricercativo, che concerna la distinzione e l'analisi
di un dato costante, chiaro alla nostra coscienza nella forma di una
rappresentazione estrinsecamente evidente; ma bisogna che essi siano,
innanzi tutto, praticamente da noi prodotti ed appresi nella loro
efficacia positiva, perchè divengano termini costanti della ricerca.
Quello che sia buono, e quindi riducibile alla forma astratta del
concetto del bene, bisogna che sia precedentemente appreso e voluto
come tale nelle reali e costanti condizioni della vita, e che serva già
di norma ai giudizi di valutazione, che noi naturalmente esprimiamo.
L'etica, in somma, suppone la coscienza morale, non solo come oggetto,
ma come criterio e norma costante del giudizio teoretico. Ma, d'altra
parte, la ricerca scientifica non può anticipatamente ammettere, che i
limiti dell'investigazione le siano belli ed assegnati dalle naturali
condizioni della vita; perchè, siccome è proprio della ricerca, che
essa non deve ammettere se non quello che il corso spontaneo dell'esame
porta con sè come legittima conseguenza, una qualunque anticipazione
dei risultati apparisce lesiva dell'indipendenza e libertà
dell'indagine.
Questa doppia esigenza ha esercitata una così decisiva influenza nel
campo delle ricerche etiche, che essa appunto è stata precipua cagione
di tutti quei falsi scrupoli, che hanno spesse volte menato i filosofi,
o a sagrificare la spontaneità del giudizio morale ai postulati del
dottrinarismo logico e metafisico, o a degradare la scienza per farne
un organo secondario rispetto a quella che s'è chiamata naturale
coscienza del bene. E la difficoltà è divenuta ancora più grave, quando
s'è voluto rimuoverla con tutto quell'apparato di ipotesi psicologiche,
che ha dato luogo alle speciose teorie di un'anima divisa in attiva
e passiva, o moltiplicata all'infinito in una strana varietà di
riluttanti potenze e facoltà; le quali tuttora, volere o non volere,
danno fastidio a molti che si sforzano di ricondurre l'armonia nel
concetto dello spirito.
Nella prima epoca della scienza etica, quando essa non avea ancora
sorpassato i limiti di una ricerca rudimentale, si era molto
lontani da tutte queste complicate e difficili quistioni che abbiamo
accennate; ed allora si era tanto sforniti di uno schema psicologico
e metafisico, che i concetti generici del volere e dell'intelletto e
i termini astratti di causalità, finalità ecc. non poteano esercitare
un'influenza anticipata su la natura delle indagini, e molto meno
determinarne i formali presupposti. Improntare ai concetti tradizionali
un valore assoluto ed incondizionato, o sostituire a quelli degli
altri che fossero più coscientemente appresi, ma non meno evidenti
ed immediati nella loro pratica applicazione, e coordinare poi tutti
questi varî concetti nell'insieme di una veduta razionale; — questo
era allora il problema dell'etica. I Sofisti e Socrate s'aggiravano
nel medesimo orizzonte sociale e letterario; e sì gli uni come l'altro
erano intesi ad esaminare la natura ed il valore dei giudizi etici,
che veniano loro trasmessi dalla tradizione, o imposti dalle reali
condizioni della vita. Ma le personali condizioni della coscienza di
Socrate erano state tanto potenti da rivolgerne tutta l'attività alla
ricerca di una norma costante dei giudizi etici; e l'avevano tanto
allontanato da quei bisogni di pratica sodisfazione, i quali governano
la condotta dei Sofisti, che, sebbene questi fossero vissuti nelle
medesime condizioni e fossero stati sollecitati da motivi identici,
solo a Socrate può attribuirsi il merito di aver fondata la scienza;
mentre dei Sofisti non può dirsi, se non che essi, nella versatilità
della loro natura, avvertirono molto vivamente il bisogno della
ricerca etica, senza aver prodotto niente che possa dirsi d'un valore
intrinseco e durativo.
Non il bene ma i beni formano oggetto della prima ricerca etica[123].
Perchè possa ridursi ad un solo concetto generale, e si riesca a
sostanzializzare una relazione ed un predicato che dapprima si presenta
in una molteplicità di situazioni concrete, bisogna non solo che
l'attività logica abbia raggiunto un alto grado di perfezione ed una
più intrinseca virtù, ma che l'individuo sia eziandio riuscito ad
isolarsi maggiormente dalla tradizione e dalla società, in guisa che
rifletta nei risultati delle sue indagini l'ideale isolamento della
propria coscienza[124]. L'identità del concetto del bene si presenta
per la prima volta alla coscienza solo nella denominazione comune dei
molteplici oggetti, che sono termine o mezzo all'attività; e quello che
impronta all'apparente identità un certo carattere di definizione etica
consiste soltanto in quella simiglianza di sentimenti di riprovazione
o di lode, che costituisce la naturale coscienza morale. Da questa
semplice identità, che esprime la costanza di un giudizio abituale,
alla determinazione obbiettiva ed incondizionata di un valore etico ci
corre molto; e noi non sappiamo intendere come siansi potute applicare
tante vedute, che risultano dall'ulteriore progresso della scienza
etica, all'esame di quei pochi pronunziati che formano la dottrina di
Socrate, senza che apparisse chiara la incongruenza del criterio. Per
Socrate, era tanto impossibile che egli intendesse la natura del bene,
preso per sè ed isolatamente come un concetto di valore assoluto, per
quanto abbiamo visto essere inverosimile che egli si proponesse la
quistione del sapere _in abstracto_ ed oggettivamente. La sua ricerca
etica è qualcosa d'intermedio fra la comune riflessione morale, e la
indagine sistematica poggiata su la norma costante di un sapere logico;
sicchè segna appunto il termine fra le due sfere ed il primo passaggio
dall'una nell'altra. Questo cercheremo di chiarire.
Nella storia della coltura ellenica non si rinviene indizi evidenti
di una ricerca etica, prima dei tempi sofistici e socratici[125]. È
vero che da Omero ai Tragici, da Talete ad Anassagora, dalle leggende
popolari alla severa storia di Tucidide si scorge un continuo progresso
nell'imagine della vita etica; e che, essendo le tradizioni mitiche
ogni giorno più assorbite dalle esigenze religiose e allargandosi
incessantemente l'influenza dei motivi pratici ed individuali,
i Greci pervennero ad esprimere e rappresentare l'insieme delle
relazioni morali in una serie di concetti determinati e di poetiche
invenzioni[126]. I concetti della colpa, dell'espiazione, della
coscienza morale, della provvidenza presentano un ampio sviluppo, che
può tuttora seguirsi nella più gran parte dei suoi momenti, e che può
offrire materia ed argomento a lunghe ed interessanti indagini. Ma
tutto questo processo lento e spontaneo, che rivela l'influenza di una
più larga coscienza pratica, sorta dall'attrito delle stirpi e delle
classi, e mostra al tempo stesso indizi chiarissimi di un progresso
avvenuto nella riflessione individuale mercè l'azione di nuovi motivi
pratici ed artistici, non può dirsi ancora nè ricerca nè scienza[127].
Il mondo delle relazioni morali era ancora intuito come qualcosa
di plastico: era un ordine dato immediatamente nei suoi caratteri
essenziali, e che presentava la medesima ferrea ed ineluttabile
necessità del mondo naturale.
Il primo apparire della ricerca etica non può certo assegnarsi con
precisione cronologica, perchè fu determinato lentamente da cause
successive, che non manifestarono la loro azione in un prodotto
istantaneo; e, sotto questo riguardo, può ammettersi che la riflessione
etica sia più antica dei tempi sofistici. Ma per via di esclusione
può e deve dirsi, che i Sofisti e Socrate furono i primi che si
proponessero l'esame dei giudizi etici, e che da quel tempo in poi la
ricerca etica cominciò a divenire il motivo determinante non solo della
filosofia, ma anche di tutta la coltura scientifica ed artistica.
La ricerca etica di Socrate non si è incarnata in una teoria
sistematicamente esposta e trasmessa alla posteriorità in un lavoro
letterario. Questa circostanza, che non è accidentale e che ha tanta
intima relazione con l'altro fatto molto notevole, che la letteratura
dei Socratici fu affatto dialogica, avrebbe dovuto mettere in guardia
molti critici ed espositori contro la falsa esigenza di voler trovare
in Socrate più di quella che egli potea offrire. L'orizzonte delle
sue ricerche rimase sempre qualche cosa di affatto personale, essendo
la proiezione di un lungo ed intimo lavoro, diretto allo scopo di
compensare con la certezza intrinseca del convincimento l'esquilibrio
morale ch'era proceduto dalle tendenze arbitrarie dei contemporanei.
E, per far questo, egli dovette produrre una nuova imagine del mondo,
contrapponendo, in un antitesi insolubile, il campo dell'attività
umana alla sfera dell'azione divina nella natura, e distinguendo due
ordini di realtà, che corrispondessero ai due gradi di conoscenza che
gli erano evidenti: quello che concerne il fine pratico del benessere,
e quello che riguarda la produttività divina. Questa differenza,
appresa in una forma ingenua ed elementare, determinò per la prima
volta il valore intrinseco del bene, e valse a predisporre gli spiriti
ad un maggiore raccoglimento nella ricerca del valore incondizionato
del giudizio etico; ma non per questo dobbiamo noi giudicare Socrate
alla stregua delle indagini posteriori. E, da un altro canto, le
convinzioni religiose trascendevano in lui gli angusti confini
dell'etica tradizionale, perchè gli offrivano una stregua più larga
alla quale potesse misurare i risultati della sua indagine logica.
Nondimeno queste convinzioni non possono chiamarsi nè i presupposti nè
le conclusioni metafisiche dell'etica, perchè non segnano le estreme
diramazioni di svariate ricerche, ma si presentano come prodotto
simultaneo ed immediato di una coscienza ricca di attività morale,
che impronta nelle diverse direzioni dello spirito un carattere di
uniformità e di analogia. Sotto questo riguardo non può dirsi che
Socrate abbia coscientemente fatto un'etica, come disciplina speciale e
distinta dalla metafisica e dalla religione, ma che essendo arrivato a
proporsi la quistione di una determinazione esatta dei concetti etici,
riuscì ad isolare la sfera morale dalla naturale, ed a precisarne i
caratteri più essenziali e le forme più comuni.
Non è senza ragione che siamo tornati su l'argomento della
coscienza socratica in generale, perchè, ad ogni passo che facciamo
nell'esposizione, troviamo qualcosa che non è dottrina; e siamo
costretti a confessarci, che nella persona di Socrate la filosofia
non ha ancora acquistata la potenza di fare dall'un capo all'altro il
processo scientifico, e che deve poggiarsi sopra presupposti di una
natura affatto immediata. L'etica di Socrate ha radice nell'esigenza
naturale della εὐδαιμονία, e mette capo nella rappresentazione della
provvidenza come preordinatrice della natura al fine del benessere
umano; e dubita tanto poco di questi presupposti, che non ne fa mai
oggetto della investigazione scientifica. E di qui procede ancora,
che il Socrate platonico presenta una maggiore intimità, perchè in
quella imagine è espresso il risultato di una consapevolezza logica più
approfondita.
Ma fino a che punto può ammettersi che con Socrate cominci la scienza
etica, se abbiamo tanto insistito su i presupposti non scientifici
delle sue convinzioni? La risposta a questa domanda l'abbiamo già data
nei due capitoli precedenti, ne' quali abbiamo espresso nettamente
il significato del metodo socratico, non perchè fossimo convinti che
quello schema logico stesse così isolato e per sè stesso, ma perchè
volevamo assegnare l'elemento speculativo dell'etica socratica. Anzi
quella forma non è che forma del contenuto etico; ed il dialogo,
che non cadeva mai su la definizione dell'animale o della pianta,
del sole o della luna ecc., seguiva lo sviluppo che abbiamo esposto
solo nell'intento di determinare i mezzi che conferiscono al
conseguimento dell'εὐδαιμονία (definizione dei beni), o le attività
morali generatrici delle azioni (natura delle virtù), o gli abiti che
ne sono conseguenza (stati della vita). Fino a che punto poi Socrate
venisse a modificare molti dei concetti tradizionali, in conseguenza
dello sviluppo dell'induzione, e giusta le esigenze della definizione,
potrebbe solo vedersi in una storia generale della coltura greca; e a
noi basterà notare, che egli non si proponeva altro, se non determinare
coscientemente il valore dei predicati e dei giudizi etici.
Il risultato della definizione contiene in sè tutto il valore
scientifico dell'etica socratica. L'incertezza dei criteri nella
valutazione di un bene, nella determinazione del concetto di una
virtù ecc. soggiace a tutto quel processo di rettificazione che
abbiamo esposto. Nella definizione è data una nuova condizione, un
nuovo stato nella vita dello spirito; una certezza superiore alle
fluttuazioni dell'opinione è espressa nella cosciente enumerazione
delle note costanti d'un concetto. Questa certezza ha il carattere
di morale acquiescenza; perchè la sodisfazione, invano cercata nella
rappresentazione ordinaria di un bene, si ottiene per la prima volta
nella evidenza e perspicuità del significato costante del concetto.
Il dialogo socratico si esaurisce nella isolata definizione, mercè la
quale l'impulso razionale si appaga di un sapere che risponde alla
pratica esigenza del momento; senza che lo spirito cerchi ancora di
coordinare insieme diverse definizioni, per distinguere in un complesso
di risultati speculativi le conseguenze dottrinali dai motivi pratici.
La definizione, guardata nel suo lato concreto, presenta diversi
caratteri: l'identità e l'esclusione di ogni altro elemento che possa
alterarne e svisarne la natura: la possibilità che venga applicata
come sicura norma nell'esame delle umane azioni, con la certezza che
quanto vi può essere d'inadeguato alla stessa sia erroneo e falso: la
sua immancabile attività, come forza che agisce in un dato senso e per
una direzione costante. Sotto quest'ultimo riguardo la definizione è il
punto di partenza di tutte le conclusioni dell'etica socratica.
L'esame psicologico degli elementi appetitivi e conoscitivi della
natura umana ha da gran tempo cambiata la fisonomia dell'etica, ed ha
messo i filosofi nella condizione di cercare in una sfera più larga
l'elemento etico del bene. Questa è invece la proprietà essenziale
dell'etica socratica, che, prendendo essa le mosse dalla rettificazione
delle rappresentazioni mediante il dialogo, nella conclusione logica
del dialogo stesso trova la natura del bene; ed essendo la ricerca
coordinata all'intuizione immediata della natura umana come tendente
all'εὐδαιμονία, la conclusione logica è appresa come tutt'una cosa con
la potenzialità del bene, ossia con l'energia morale e con l'efficacia
pratica, che producono la vita perfetta. E da questo presupposto
procede quella opinione paradossastica di Socrate, che chi conosce
il bene non può non volerlo, e deve necessariamente rigettare il
male[128]. Noi scorgiamo in questa affermazione tutta l'erroneità
di un concetto parziale della natura umana; ma pure essa era una
naturalissima conseguenza del supposto, che, cercando l'uomo il suo
benessere, non possa rigettarlo quando l'abbia ritrovato.