NOTE:

[619] CIRNI, 135: «_Il Scecche promise assai e non attese niente, che

insieme col re del Caruano e l'infante di Tunisi per paura dei Turchi se

ne fuggì in terraferma._»

[620] CIRNI, 120: «_Il tempo fino allora era stato buono, ma subito di

Scilocchi e Mezzigiorni si cambiò in Tramontane e Grechi, a punto per

prua, cosa in vero crudelissima._»

BOSIO, 430, B: «_Però i venti, che fino allora erano stati favorevoli,

si volsero contrari._»

[621] BOSIO cit., 430: «_L'armata cattolica alle Gerbe non seppe nè

combattere nè fuggire._»

[622] BOSIO, 430, E: «_Scipione Doria con quella guardia sua non fece

altro servigio, che di salvare sè stesso, dopo che veduto ebbe il

pericolo, colla sola galera sua, portando avviso a Malta che tutta

l'armata cattolica era perduta e disfatta._»

[623] SAGREDO, _Monarchi Ottomani_, in-4. Venezia, 1673, p. 466:

«_Giannandrea si accostò a terra e arrenò; sbarcato sopra un

palischermo, salvossi nel forte._»

CAP. MACHIAVELLI cit., 200, B, lin. 7: «_In un tratto la Reale, con

pessimo e doloroso consiglio, poggiò per andare a investire in terra._»

TOMACELLI, 239, B, med.: «_La Reale teneva la prua per Ponente, e andava

ad investire nel golfo del Capsi.... vedendosi adunque il vento

contrario il signor Giannandrea, conoscendo il pericolo certo, havendo

già voltato più di dodici galèe verso il Forte, si risolse egli ancora

di pigliare la medesima volta._»

[624] BOSIO 431, G: «_Prese dai Turchi quattro galèe di Giovann'Andrea,

compresa la Reale, due del Papa, cinque di Napoli.... venti galere in

tutto, e quattordici navi._»

[625] ADRIANI, 645, A, B: «_Al ritorno venticinque navi furono

combattute e vinte dai Turchi... e con tutti i soldati rimasero

prigione.... Delle quaranta galèe e quattro galeotte, salve solamente

diciassette._»

CIRNI, pag. ult.: «_Perdita totale diciotto mila anime, venti otto

galere, una galeotta, e quattordici navi_.»

[11 maggio 1560, mezzodì.]

XXXVIII. — In mezzo al generale scompiglio, mentre l'armata cristiana

per infiniti modi disbarattavasi, vi furono alcuni capitani che, senza

smarrire, cercarono nell'arte nautica lo scampo alle poche galèe non

ancora assalite dal nemico. Essi non avevano che una sola via di salute,

ma pericolosa e difficile. Occorreva spelagare, spuntando apertamente

l'estrema destra del nemico, coi bastardi all'orza, fatto il carro al

più presso del vento; e poi a remi crescere l'abbrivo, correggere lo

scarroccio, sforzare il capo di Sfax, e mettersi pel canale delle

Cherchene. Questa precisa manovra, piena di fortuna e di ardimento, che

poteva esser tentata soltanto colla vela latina, orzeggiando a poco più

di quattro quarte di vento, e facendo forza sui grandi bastardi anche a

rischio di scavezzare le antenne; questa manovra, dico, che metteva

altresì il nemico nella stessa necessità di prueggiare e nel medesimo

rischio di rompere, come ebbe il principio da una galèa di Malta, così

la pronta imitazione di una genovese, delle capitane di Roma, e di

Firenze, e di parecchie sensili, l'una appresso all'altra, infino al

cavaliere Gil d'Andrada che veniva alla coda di tutti. Degna mostra

dell'arte sul mare nell'arduo maneggio dei legni! Ecco ritte le antenne

maggiori, eccovi distesi cinquecento metri di cotone in un solo

triangolo, ecco ciascuna galèa parallela alla conserva, e ciascuna a

gara nella corsa. La prua a Maestro quarta di Bora, la spinta da

Grecotramontana, il carro al vento, l'orza (per dispetto in questo caso

dei pedanti) alla destra, lasca l'osta di sottovento, tesata l'opposta,

cazzata la scotta, la barra a richiamo; e il naviglio nel contrasto di

tante forze alla banda, sollevandosi e ricadendo, come il cavallo nei

salti delle barriere. Ti sembra arrestarsi nella levata, ma di

altrettanto lo vedi trascorrere nella ricaduta, e fendere l'acqua a

tagliuzzi continuati e progressivi. Il piloto tien l'occhio alla rotta

ed al pennello, desideroso che il vento gli ridondi: e il nocchiero

affidato alla rigida verga dell'antennale, che gli scusa bolina, stringe

il vento; e col fischio e colla voce ripete: Carica! all'orza, alla

scotta, all'osta, alla drizza!

Se non che l'arte degli eccellenti marini maggiormente accendeva le

voglie e l'emulazione degli imbaldanziti nemici, i quali, trovandosi più

vicini, di presente pigliavano la caccia contro i fuggenti, con impeto

così grande, e con tanta furia di cannonate, che venuti da presso alla

galèa dell'Andrada, già colle nude scimitarre alla mano stavano per

investirla ed arrembarla, quando nel medesimo punto il Capitano romano

porgeva inaspettato soccorso al Cavaliero spagnuolo.

La capitana di Roma, bellissima di forme e ricchissima di ornati, andava

all'orza a raso sotto vela meglio di ogni altra galèa[626]. Condotta da

intrepido capitano, e difesa da egregi soldati coi prodi gentiluomini

della casa Orsina, sarebbe stata delle prime a salvamento in Sicilia, se

all'improvviso non se le fosse rotta in tronco l'antenna maestra alla

trinche dell'osta[627]. Caduta a precipizio la penna, squarciata la

vela, rotti quasi tutti i remi di sottovento, e impigliatosi lo

strascico nel timone, restò immobile di mezzo al pelago. Non si avvilì

per questo Flaminio, non mainò la bandiera, non dette la spada, non si

fece conoscere personaggio di alto affare e di gran riscatto, non si

arrese. Pensò ai compagni. E dappoichè non poteva più sperare di mettere

in salvo il suo legno, la sua gente e sè stesso, prese il nobile partito

di coprire le reliquie dell'armata cristiana, e di proteggere a suo

potere la ritirata degli altri. Aprì il fuoco contro i Turchi: e questi

da lui provocati, e mossi pur dalla cupidigia di saccheggiare la bella

capitana che dava di sè ricchissima mostra, lasciarono l'Andrada, e

l'impeto loro rivolsero tutti contro Flaminio solo[628]. Terribile

momento di lotta suprema, di fuoco, di ferro e di sangue: momento degno

di memoria, ed unico fatto onorevole della giornata. L'Orsino ed i

Romani combattono infino all'estremo, restandovi quasi tutti tagliati a

pezzi[629]. Possiamo pensare da ogni parte cresciuti i nemici, oppressi

i difensori, ferito, morto, calpestato l'Orsino: e finalmente dai grembi

della scomposta vela, tra le scimitarre dei Turchi alla loro usanza,

uscir fuori menata pe' capelli la bella e nobil testa di Flaminio, cui

pur nell'ultimo palpito battendo le ciglia fia dato minacciare i

nemici[630].

L'egregio fatto del prode capitano di grande famiglia, e di più grande

città, mi sono studiato tanto meglio rilevare da quel che brevemente ne

dicono le storie comuni, quanto manco se n'è tenuto conto nelle memorie

domestiche. Il glorioso nome del moderno Curzio, pronto a dar la vita

pel pubblico bene, e a suggellare col senno e col valore, vivendo e

morendo, le glorie di Roma; il nome, ripeto, non si trova scritto nel

catalogo de' suoi, manca ai genealogisti della famiglia, disparve nel

pelago insieme colle ossa tra i gorghi africani, senza cippo, senza

lapida, senza ricordo[631]. Squilli adunque più alta la tromba della

storia, perchè non si abbia a dire anche di lui, come di tanti altri si

è detto, che alla fortuna chi ben fa dispiace.

Intanto vada pur lieto il venturoso cavaliero Gil d'Andrada: egli è

salvo. E la memoria dell'Orsino romano, suo protettore alle Gerbe, lo

renderà amico del romano Colonnese negli intricati successi di Lepanto.

Piglino i pirati la capitana di Flaminio, e la serbino dieci anni; chè

penserà a tempo Ruggero degli Oddi a riscattarla da prode per forza

d'armi nella grande battaglia. Ma senza scorrere da lungi ricercando

altre conseguenze che fruttino onore all'estinto campione, basterà

guardarci qui intorno nella stessa mattina e pochi minuti dopo la sua

morte per abbatterci nel pietoso tratto di quel suo Paggio, donde

possiam raccogliere quanto ricco tesoro di onore e di magnanimità aveva

saputo Flaminio colle parole e coll'esempio anche nei pargoli della sua

casa trasfondere.

Piangeva dirotto il giovanetto afflitto di vedersi schiavo: e sbigottito

dalla morte crudele del suo Signore, guardava fisso dai bandini sul

mare, dove ne era stata gittata la salma, quando fu scosso dalla nota

voce di un malvagio di catena, che a lui rivolto dicevagli esser pur

giunto il tempo tanto desiderato di averlo in potere e di farne strazio.

Ciò non fia mai, gridò il Paggio, ch'abbia io a cadere nelle mani di sì

vile uomo. Il mio Signore mi ha difeso e mi difende, vivo o morto,

all'ombra della sua grandezza sarò sicuro. Il fanciullo girò lo sguardo,

e non vide dinanzi altro che schiavi o nemici. Non seppe, non pensò

nella sua semplicità se non al Signore nel mare. Gittossi capovolto tra

i gorghi, e non fu riveduto mai più[632].

[Maggio-luglio 1560.]

Io non dissimulo, pur dinanzi a voi che leggete, la compassione ed il

pianto: però datemi tregua, e vi basti nel resto il compendio delle

nostre sciagure[633]. Giannandrea di notte sopra piccola barca dal forte

fuggì in Sicilia, dando al vecchio Zio l'estrema consolazione di saperlo

salvo, e di morire in pace, come dobbiamo ricordare, addì venticinque di

novembre, nella sua età di anni novantaquattro[634]. Il Medina

similmente di nascosto con un navicello riparossi in Sicilia, procurando

celare alla vista del popolo la sua vergogna, e l'immenso cordoglio onde

era straziato per le pubbliche e private disgrazie, e per la perdita di

un figlio giovanetto, teneramente amato, che gli fu poscia dai Turchi

fatto morire[635]. Don Alvaro de Sande si difese per due mesi nella

nuova fortezza, quantunque sfiduciato di soccorso: mancatigli tutti gli

elementi della vita, vuote di acqua le cisterne alla sete ardente,

l'aria corrotta intorno dai cadaveri insepolti, il fuoco spento sul

focolare per difetto di combustibile, e la terra soperchiata dalla rena,

fuggì, fu preso, e andò schiavo coi compagni per la via di

Costantinopoli, dopo aver veduto all'ultimo di luglio dello stesso anno

cadere il forte, e sul loro giaciglio gli infermi e i feriti per mano

dei Turchi messi al filo della spada[636]. Dura tuttavia, orrendo

spettacolo, su quella riva la funerea piramide, murata coi teschi dei

nostri soldati e marinari[637]. Il vento aquilonare percuote ancora dopo

tre secoli le aride ossa degl'infelici, e fischia tra le vuote occhiaje,

a testimonianza perenne della moslemica barbarie nel cospetto dei

navigatori di ogni nazione, che quivi ricordano la perdita di

diciottomila uomini, di ventisette galere, di trenta bastimenti da

carico, e di quattordici vascelli di alto bordo.

Della squadra romana nulla più tornò indietro, essendosi perdute al

primo scontro le sensili, e poscia in battaglia la Capitana. Galeazzo

Farnese menato a Costantinopoli e poi riscosso, prese servigio coi

Veneziani, governò e difese Zara in Dalmazia. Del capitan Filippo e

degli altri non più memoria. Ucciso dai nemici il Generale, dispersi gli

ufficiali, imprigionate le genti di capo, perdute le ciurme, rotto il

magistero e la tradizione, termino doloroso questo periodo della mia

storia, lasciando le patrie sponde alla mercè dei pirati, tra i gemiti e

le lacrime che le vedovate spose, gli orfani figli e i vecchi derelitti

traggono dolorando sulla perdita dei loro congiunti.

Niuno dall'altra parte potrebbe adesso esprimere a parole la baldanza

dei pirati e l'orgoglio degli ottomani, divenuti padroni, e riputati

ormai invincibili per mare. In questi giorni Solimano e Selim, Luccialì

e Dragut aprono il petto a più larghe speranze, disegnano novelle

conquiste, e deliberano cominciare da Malta e da Cipro. A noi non resta

che preparare gli animi e forbire le armi per le future riscosse,

rimettere in sesto le fortificazioni littorane, e difenderci almeno in

casa nostra dagli insulti dei barbari. Tempo verrà che la giornata delle

Gerbe, vinta dalle orde turchesche e piratiche, e principalissimo

fondamento della loro superbia, sarà scritta nei fasti della marina come

ultimo termine dei loro trionfi.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 189 / 213 题