DELLE GALÈE ASSEMBRATE IN BATTAGLIA L'ANNO 1559-60,
PER L'IMPRESA DI TRIPOLI E DELLE GERBE CONTRO
DRAGUT.
1. La Reale, a nome di Andrea Doria, condotta da Giannandrea,
luogotenente dello Zio, col consenso del Re.
2. la Capitana di Roma, Flaminio Orsini da Stabia.
3. la Padrona id. Filippo Orsini da Vicovaro.
4. il San Pietro id. Galeazzo Farnese da Latera.
5. la Capitana di Malta, cav. de' Tessieres.
6. la Padrona id. Antonio Maldonato.
7. il San Filippo id. Antonio Bremond.
8. la Santa Fede id. Gil d'Andrada.
9. il San Michele id. Raffaele Salvago.
10. la Capitana di Firenze, cav. Niccolò Gentili.
11. la Padrona id. Piero Machiavelli.
12. l'Elbigina id. Alfonso del Palla.
13. la Toscana id. N. N.
14. la Padrona del Doria.
15. la Nunciata id.
16. la Signora id.
17. l'Aquila di Doria.
18. la Vittoria id.
19. la Presa id.
20. la Divizia id.
21. la Centuriona id.
22. la Fortezza id.
23. la Temperanza id.
24. la Marchesa id.
25. la Contessa id.
26. la Capitana di Napoli, don Sancio di Leyva.
27. la Padrona id.
28. il San Giacomo id.
29. la Leva id.
30. la Mendozza id.
31. la Capitana di Sicilia, don Berlinghiero Requesens.
32. la Padrona id.
33. la Califfa id.
34. la Ventura id.
35. l'Aquila di Sicilia id.
36. la Fortuna id.
37. la Costanza id.
38. la Donzella id.
39. la Capitana di Antonio Doria, Scipione suo figlio.
40. la Padrona id.
41. la Pellegrina id.
42. la Fede id.
43. l'Amicizia id.
44. la Capitana di Monaco.
45. la Padrona id.
46. la Capitana de' Mari, capo Stefano de' Mari.
47. la Padrona id.
48. la Capitana di Terranova, cap. il marchese Ottavio?
49. la Padrona id.
50. la Capitana del Cicala, cap. Visconte Cicala.
51. la Padrona id.
52. la Capitana del Sauli, cap. Bendinello Sauli.
53. la Padrona id.
_Delle quattro galeotte._
1. La capitana del Medinaceli.
2. Della Cerda.
3. di Federigo Staiti.
4. di Luigi Ossorio.
Abbiamo già valica la mela del secolo decimosesto, e ci troviamo oramai
vicini al termine dell'ultimo libro, e la marineria militare in niuna
parte del mondo ancor non ha fatto il gran salto eccezionale dal remo
alla vela. Nessuno fin qui conosce i vascelli di linea, come poscia
furono chiamati, quando Francesco Drake nello scorcio del medesimo
secolo per la prima volta li condusse in battaglia sull'Oceano,
aringando l'armata navale coi soli bastimenti di alto bordo ed a vela.
Prima di lui, e nel tempo ove ora ci troviamo col discorso, parlando di
battaglie, di spedizioni e di viaggi, coi grandi ammiragli e coi
maggiori sovrani, non troviamo altri legni di linea che i bastimenti da
remo, secondo la perpetua costumanza di tutti i tempi e di tutti i
popoli, stante la necessità tattica del movimento libero, tornataci ora
gigantesca col vapore. Gli è questo un pensiero in più occasioni
espresso e svolto: ma non tanto che basti per la sua importanza, e per
l'ostinazione al contrario di molti a rimpiangere e a richiamare
dannosamente la tattica militare della vela. Nacque per cause
eccezionali, durò poco, e finì per sempre. Anche sull'Oceano, la
marineria armata faceva supremo assegnamento sui bastimenti da remo: i
Normanni, i Teutoni, i Britanni e gli Scandinavi combattevano a remo coi
loro dracarri[543]. Così i Romani, i Bizantini, gli Spagnoli, i Genovesi
e i Veneziani colle galèe di Londra e di Fiandra[544]. Al quale
proposito altresì merita essere ricordato il capitano Benedetto Zaccaria
di Genova, il quale sulla fine del secolo decimoterzo proponeva a
Filippo il Bello il modo di costruire e di equipaggiare un'armata per
combattere sull'Oceano contro gli Inglesi e per invaderne il regno:
armata di galere in battaglia, e di uscieri al trasporto[545]. E
similmente sarà bene toccare qui dei fatti più moderni di Leone Strozzi,
al cui ardimento sembrò piccolo vanto il passare colle sue galèe oltre
allo stretto di Gibilterra, anzi pur volle a remo spingersi avanti, e
battersi contro gli Inglesi nel mare di Piccardia per difendere il porto
e la piazza di Boulogne da loro assediata; o poi nei mari di Inghilterra
e di Scozia, dove colle galèe medesime fece cose mirabili di
combattimenti e di espugnazioni[546].
Non mica tanto vanto allora delle galèe, perchè i navigli a vela
fossero, come alcuni pensano, piccini piccini; ma per la ragione
fondamentale del motore libero, sempre cercato, come sa il lettore, a
preferenza della incerta e mutevole forza del vento. Si costruivano
cocche, caracche, e navi grandissime, di tre e di cinque coperte, capaci
di portare infino a mille cinquecento viaggiatori, agiatamente collocati
nei corridoj in più ordini, per i lunghi passaggi di oltremare, colle
loro bagaglie e provvigioni; navi di quattromila tonnellate; navi colle
scuderie e fornimenti per cento cavalli, da metterli a bordo ad uno
squillo di tromba, e da cavarli fuori sellati ed armati per gli usci di
poppa sopra ponti volanti che avevano da ciò[547]. Insomma tutti
vedevano sul mare navi a vela di sovrana grandezza, secondo il bisogno;
non mai per questo come legni di prima linea in battaglia, ma solo come
bastimenti di convoglio e di carico, massime pel trasporto dei cavalli
nei tempi cavallereschi: materia più studiata dai nostri maggiori,
perchè più necessaria ai loro costumi. Fabbricavano uscieri grandissimi
con tre ruote e due porte di poppa, capaci di uno squadrone compiuto di
cavalleria; e talvolta per non arrischiarlo tutto insieme, anzi per
ottenere il medesimo intento con dispendio minore, più presto, e in più
parti, usavano costruire molte tartane, capaci ciascuna di trenta
cavalli in due file di quindici a destra e di altrettanti a sinistra,
sotto coperta: di che abbiamo documenti importantissimi del secolo
decimoterzo nel grande archivio di Napoli, pubblicati almeno in parte da
quegli Ufficiali a conforto di chiunque desidera conoscere il linguaggio
della marineria antica e moderna, che dura sempre lo stesso[548].
Noi abbiamo veduto sul principio del cinquecento al blocco di Genova
caracche armate di lunghe colubrine da cento libbre di palla, e
palischermi che giocavan di prua con pezzi da trenta; abbiamo veduto
navi strepitose, come la caracca corazzata di Malta, navi pei cavalli
alla impresa di Algeri, navi per convoglio a Corone, per munizioni alla
Prèvesa, ed ora ne troviamo per la impresa di Tripoli; sempre messe alla
coda, non mai in prima linea: e abbiam veduto e vedremo la difficoltà di
tenerle insieme colle galèe. Valga per tutti la sentenza di
Antonfrancesco Cirni, testimonio di veduta, che pei fatti di questa
medesima spedizione di Tripoli scriveva così[549]: «Hanno da sapere che
il condurre armata di navi, massime di verno, non solo è cosa difficile,
ma difficilissima. Il che si è visto sempre in tante imprese che per
mare si sono fatte: chè prima bisogna fornirle d'acqua, poi rimorchiarle
fuori dei porti, soccorrerle nei tempi fortunevoli, ed ajutarle quando
non possono afferrare; di modo che il travaglio dietro a loro non ha mai
fine: e con tutto questo arrivano poi dove bisogna, quando piace al
vento.»