[513] V. sopra I, 275.
[514] AGOSTINO OLIVIERI, _Monete_, _Medaglie e Sigilli dei principi
Doria_, in-8. figur. Genova, 1859, tav. II, fig. 1, et al testo, p. 29:
«_L'imagine di uno schiavo, allusiva al celebre Dragut, fatto prigione
dalle galere del Doria._»
GAETANO AVIGNONE, _Medaglie dei Liguri e della Liguria descritte_, in-8.
Genova, 1872, p. 85: «_Nel rovescio il ritratto di Dragut contorniato di
catene.... Medaglia di bronzo. Dritto testa di Dragut contorniata dalle
catene, come al numero precedente. Rovescio la galera, come ad altri
numeri.... Medaglia formata di due rovesci._»
[13 giugno 1558.]
XXIII. — Quell'occhio per questi tempi tutto affissavasi verso la
Francia. Dopo il rovescio del Sanquintino, e per conseguenza della
guerra infelice contro la Spagna, di là vagheggiava il richiamo e
l'occasione di acquistarsi in Italia altre ricchezze e meriti
maggiori[515]. E così fu: chè re Enrico, trovandosi al disotto, non
volle mancare di equilibrarsi col consueto contrappeso dei Turchi; ed
ebbe in suo ajuto l'armata di Costantinopoli e le squadre di Barberia,
agli ordini dal pascià Pialì e dal sangiacco Dragut. Costoro con
centoventi galèe, e molti altri legni da carico, pigliarono un'altra
volta e bruciarono Reggio. Indi dalle Eolie gittatisi nel golfo di
Salerno, ebbero Sorrento e Massa, e disertarono il paese infine alla
torre del Greco, menandone maschi e femmine, contadini e signori, a
migliaja. Dragut gli spartiva, o donava a questi e a quelli, o li
mandava a vendere in Africa[516]. Da Piombino scrissero a Genova,
mettendo alla scelta di quei Signori la pace o la guerra. Ciò s'intende
alla maniera dei Turchi: come dire pace a prezzo vergognoso, guerra a
oltranza barbarica. I Genovesi mandarono danari e vittuaglie; e gli
Ottomani passarono oltre in Provenza[517].
[21 settembre 1558.]
Là successe, e al fermo non poteva mancare, lo screzio tra le albagìe
francesi e le avarizie musulmane. I barbari disgustati del re Enrico, se
ne andarono a menare il randello sui paesi del re Filippo. Gran rovina
per le marine di Spagna, e principalmente nell'isola di Minorica, dove
stettero a ricovero: e finalmente carichi di preda e di schiavi
cristiani se ne tornarono ai loro paesi.
Dragut principalissimo conduttore della tregenda, più che mai tronfio,
raccolse in Tripoli lo squadrone de' satelliti; e con essi celebrò feste
strepitose in dispregio del nome cristiano. Le quali ingiurie, per le
lettere dei prigionieri ripetute e diffuse in Europa, non è a dire
quanto incitassero gli animi dei popoli a chiederne giusta vendetta per
riscattare i perduti, e per affrancare tutti gli altri dalle minacce e
dagli insulti dei ribaldi. Nè andò guari che si cominciò a trattare da
senno la pace tra Francia e Spagna. Primo già tra i rivali in pace
perpetua si pose quel Carlo, di cui abbiamo tante volte favellato, e
dobbiamo ora ricordarne (per accomiatarci da lui) il giorno della morte,
avvenuta nel suo ritiro addì ventuno di settembre[518]. Poi Filippo ed
Arrigo, tediati e stanchi dei marziali travagli, e più quest'ultimo più
volte rotto infino a Gravelinga, si accordarono per una tregua, che alla
fine si ridusse a solenne trattato di pace, col nome del castello
Cambrese, dove addì tre aprile del cinquantanove fu sottoscritta[519].
[18 agosto 1559.]
Sciolto adunque il re Filippo da ogni altro impaccio, e sollecitato dai
clamori dei sudditi, deliberò l'impresa di Tripoli contro Dragut; ed
ebbe da papa Paolo conforti e promesse di ajuti per la spedizione
ardentemente dall'uno e dall'altro e da tutti desiderata[520]. Ma poi
quasi improvvisamente venuto Paolo a morte il diciotto di agosto, pei
tumulti susseguenti ogni cosa restò sospesa; ed i più si condolevano pur
di questo, temendo non forse lo stendardo papale avesse a restar fuori
della grande raunanza che si apparecchiava.