[504] BOSIO cit., III, 381, B; 382, A.
[505] BOSIO, 394, A.
[506] BOSIO, 396, D: «_Fu il capitano Filippo da Vicovaro.... strumento
e mezzo.... che l'ira e lo sdegno si quietassero,... Partì da Malta a'
ventitrè di maggio 1558, incamminandosi colla galera sopradetta alla
volta di Civitavecchia._»
[1 giugno 1558.]
XXII. — Felice presagio il non aver trovato di mezzo a queste vicende il
rispettabil nome di Flaminio Orsini, protagonista del libro presente:
nome giustamente tenuto in serbo per tornare da quinci innanzi onorato
nella maggiore e finale impresa contro i pirati.
Durante l'infausta guerra di Campagna, Flaminio erasi limitato
strettamente al dover suo: difendere la città marittima, e governar le
galèe camerali. Commissioni ambedue fedelmente eseguite. Ora egli co'
suoi ufficiali si dispone alle ultime prove in campo più degno contro
Dragut, che ci ritorna dinanzi.
Il terribile pirata, del quale più volte abbiamo favellato, ed altresì
promesso in alcun luogo di dirne l'origine, ebbe i natali da povero
pastore in un paesello della Caria rimpetto a Rodi, chiamato Montisceli:
nome di patria, col quale più spesso lo incontriamo nella sua prima ed
oscura gioventù. Preso per fante e allevato da un bombardiere ottomano,
che di là passava per andare in Egitto, crebbe eccellente nel maneggio
delle artiglierie; e come tale entrò nella società dei pirati egiziani
raccolti alle Gerbe, luogo molto acconcio ai loro disegni, per la
sicurezza della stallia, e per l'abbondanza della panatica. Fece parte
col Giudèo per una quarta di un piccolo brigantino, che in pochi viaggi
fu tutto suo. Indi armò una galeotta maggiore, divenne amico di
Barbarossa, ottenne carichi principali nella armata di Solimano,
comparve di vanguardia alla Prèvesa, e levossi tanto alto da mettere
insieme venticinque e trenta bastimenti da remo, coi quali scorreva da
padrone pel Mediterraneo[508]. La sua storia sarebbe finita alla
Girolata, dove fu preso da Giannettino e dall'Orsino, se il principe
Doria non lo avesse liberato[509]. Dopo quel tempo divenne più fiero e
potente: ed essendo morti il Giudèo e Barbarossa e gli altri della
seconda quadriglia, toccò a lui il principato della terza con Morat,
Scirocco e Luccialì. Occupò per tradimento la città di Afrodisio, e se
ne fece tiranno: venne, per mantenerla, a quelle prove che abbiamo
vedute nel settimo libro; e per vendetta delle perdite cacciò da Tripoli
i Cavalieri di Malta, padroni già da vent'anni della piazza, ove pose la
sua residenza principale. Là per concessione di Solimano alla morte
repentina in que' giorni di Morat-Agà, prese il titolo di Sangiacco,
come dire in nostra favella gonfaloniere, governatore e principe. Tutti
i suoi passaggi suonano spaventosi per fatti crudeli a rovina di
Cristiani per terra e per mare. Ai Veneziani, oltre infiniti danni di
navigli da carico, predò cinque galere armate, non ostante la tregua
solennemente pattuita con Solimano[510]. In Malta sbarcò più volte, e
dal Gozzo in una notte prese e menò via quasi tutto il popolo. Non parlo
di insulti sulle riviere di Italia, perchè non vi è luogo aperto da
Reggio a Sorrento, ed oltre infino a Rapallo, che non sia stato messo da
lui a ruba e a fiamme. Prese al vecchio Doria sette galere nelle acque
di Ponza; altrettante ne acquistò di Sicilia, uccidendovi il generale;
una di Malta predò a Pozzuolo, carica di danari: leggiamo lo stesso e
peggio pei lidi di Spagna, e talvolta anche di Francia.
Uomo cupo e di poche parole, non ha lasciato ricordo de' suoi detti, se
non pel brevissimo dialogo col cavaliere della Valletta, altrove
riferito; e pel colloquio con monsignor Caracciolo vescovo di Catania,
cui concesse il riscatto per tremila ducati, sotto giuramento di pagare
il doppio se mai gli avvenisse di esser fatto papa.
Dei suoi pensieri e del suo ingegno nelle strategie pronte ed astute, e
nei calcoli degli effetti lontani, fanno fede tutte le opere della sua
vita. Ma tra i suoi ripieghi sublimissimo e da essere sempre ricordato
quello che con piena riuscita eseguì alle Gerbe sul lido della Cantèra,
quando nell'estate del cinquantuno, bloccato con forze maggiori dal
vecchio Doria, lo lasciò da lungi confuso e beffato alla guardia di una
ventina di vecchie tende tanè, incavalcate all'uso marinaresco sulle
grabbie, che parevano bastimenti a scioverno; mentre esso carrucolando
le sue galeotte usciva libero di là sotto per un canale che aveva con
pertinace lavoro cavato di notte tra le sabbie, infino a sboccare in
mare dall'altra parte dell'isola, due chilometri lontano[511].
I tratti della sua fisonomia ci restano scolpiti al vivo sul metallo di
una medaglia, nella quale Andrea Doria per la mano maestra di
Giovannangelo Montorsoli fece ritrarre sè stesso nel diritto, e nel
rovescio il suo prigioniero[512]. Andrea comparisce a capo nudo, col
nome in giro, il tosone al collo, il serpentello abbasso, e il tridente
marino a tergo, senza dimenticare il titolo di Padre della patria.
L'aspetto di lui torna simile a quanto ne abbiamo di bellissimo ricordo
in bronzo, in marmo e in tela[513]. L'immagine scolpita sul rovescio non
porta nè scrittura nè nome: ma l'Olivieri, l'Avignone, e tutti ormai
convengono nel riconoscervi il busto di Dragut[514]. Egli ha intorno al
campo quattro catene, allacciate da altrettante maniglie, a tergo la
galeotta piratica, e sulla spalla la mazzetta ed i ceppi: simboli
certamente allusivi a famoso prigioniero barbaresco, che non può essere
altri da Dragut infuori. Ed io tanto più me ne persuado, che, avuti in
mano i bellissimi esemplari della medaglia, custoditi in Roma negli
stipetti di casa Doria; e riguardata attentamente quella bella testa
d'uomo in sui trent'anni, non ho visto il rigonfio del tipo africano, nè
lo smilzo dell'arabo, nè il paffuto del turco; sì bene le forme gentili
del greco asiatico, donde era Dragut: forme che ancor durano nei nativi
del paese. Cranio rotondo, chioma folta a crespe naturali, collo
carnoso, poca barba, labbra strette, naso perfettissimo, pomelli
rilevati, liscia la pelle, e l'occhio fisso; indicio dell'animo
facilmente volto dalle cose sensibili ai pensieri trascendenti
nell'ordine del suo mestiere.