[470] OLDRADI, _Avviso della pace tra la Santità di N. S. papa Paolo IV,
e la maestà del re Filippo; e del diluvio che è stato in Roma con altri
successi e particolarità_, in-4. Roma, tip. di Antonio Blado stampatore
camerale, XXIV settembre 1557. (Non impaginato, ma torna alla pag. 5.)
BIBL. CASANAT. _Miscell._, in-4. vol. 665, n. 18.
[471] _Reverendissimi_: cioè i cardinali Caraffa, Santafiora e Vitelli,
reduci da Cave col trattato conchiuso. Non ancora si dava il titolo di
Eminentissimi.
[472] _Hore dodici_: nel mese di settembre rispondono alle sei del
mattino.
[473] _Agone_: la piazza agonale, oggi detta Navona.
[474] _Ponte di Santa Maria_: cioè della Egiziaca, la cui chiesa è sulla
testa del ponte Emilio, Palatino, Senatorio, oggi Rotto, e compiuto a
sospensione di ferro.
[475] LUIGI CANINA, _Del Tevere, Ostia e Porto_, negli _Atti
dell'Accademia archeologica_ con cinque tavole e quivi la tavola 1ª, ove
è geometricamente descritto il corso del Tevere, e le tracce del letto
verso Ostia, prima della rotta, scrittovi sopra: «_Antico corso del
Tevere, Fiumemorto._» Atti cit., VIII, 259, tav. 1ª.
AMETI E CINGOLANI, _Carte topografiche del Tevere_.
[476] CANINA cit., p. 63, lin. 2.
[477] GIO. BATTISTA RASI, _Del Porto romano_, in-8. Roma, 1826, p. 39.
ITEM, _I due rami Tiberini_, in-8. Roma, 1830, p. 69.
[478] CAPITULA edita a R. C. A. _Sub die decima sesta maji mdlxii, et a
Pio papa IV confirmato pro felici et celeri mercium per Tyberim
subvectione: denuo edita et confirmata ab Urbano papa VIII_. — BULLAR.
_Rom. edit. a Mainardo_, in-fol. _Urbani VIII pars secunda_, t. VI, p.
179.
[479] CONSTITUTIO _Pii Pp. V. de edificandis turribus in oris maritimis
Urbis pro securitate navigantium, et de ædificanda Turre in ore Tyberis,
ac emolumentis eidem Turri ejusque fabricæ applicatis_. 3 maggio 1567:
«_Stante ruptura dicti fluminis._» ap. DE VECHI, _De Bono Regimine_,
in-fol. Roma, 1732, I, 286.
[480] NORES cit., 215: «_La principale difficoltà che s'incontrava nel
trattato era intorno la persona del signor Marc'Antonio, il quale per
modo alcuno il Papa non voleva che si comprendesse nelle capitolazioni;
nè condiscendere a restituirgli Paliano: laonde stabilite le altre
condizioni, restarono il Cardinale e il Duca di questo punto di trattare
a parte: e benchè ancor di questo il Papa fosse consapevole, nondimeno
non volle mai che apparisse nè si sapesse essersi stabilito di saputa e
consenso suo._»
[481] CAMPANA, lib. XI, p. 70, B, med.: «_Nella pace del 3 aprile 1559
in Cambrais.... il re Catolico escluse tutti i ribelli del regno di
Napoli, di Sicilia, e del ducato di Milano...._»
[482] PALLAVICINO, _Storia del concilio di Trento_, in-fol. Roma, 1657,
lib. I, IN ROMA XIV, cap. 15, vol. II, p. 160: «_E ben sui primi giorni
che arrivò in Roma il nuovo Ambasciatore spagnuolo, i più sagaci
odorarono qualche pratica infausta contro i Caraffi.... Il progresso
della causa fu che il Duca, condotto alle carceri di Tordinona, quivi fu
decapitato insieme col cognato conte d'Aliffe, e con Leonardo di
Cardine.... il Cardinale fu strangolato in Castello.... Nel seguente
pontificato di Pio quinto, introdotta l'appellazione, il Pontefice nel
concistoro pronunciò la sentenza, e decise che il Cardinale
ingiustamente ed iniquamente fu condannato, e parimente il Governatore
di Roma dichiarò mal condannato il Duca._»
LETTERE, _scritture, processi, e documenti intorno alla tragedia dei
Caraffi_. Mss. Casanat., X, V, 41.
ITEM alla Vaticana, _Cod. Urbin._, 1666.
[1556-57.]
XVII. — Mi sono ben guardato in questo scabroso intervallo della mia
storia dal crescere fastidio a me stesso ed ai lettori col seguire passo
passo le continue navigazioni del capitan Flaminio e delle sue galèe da
Civitavecchia a Marsiglia, e viceversa, menando e rimenando soldati,
capitani, ambasciatori, convogli per tutte quelle seguenze di alterne
fazioni che vanno sempre simili in questa fatta guerre[483]. Talvolta
ancora gli bisognò mostrare i denti, senza però venire alle strette,
contro le galere di Napoli, che ad ogni occasione propizia uscivano di
Gaeta, e venivano a minacciare sulla nostra spiaggia, ed anche alla
vista dei porti[484]. Ora però liberato da ogni altro pensiero, e
desideroso di far vie meglio conoscere l'accorgimento di Flaminio e le
vicende dei marinari nel secolo decimosesto, devo dire di uno importante
avvenimento successo qui tra noi ad una delle nostre galere, durante la
guerra. Potremo adesso intendere altresì come nel medesimo tempo e per
le stesse ragioni finiscono i baroni in terra ed i venturieri in mare.
Avevamo fin dal principio, come ho detto, una quindicina di galere; e
tra esse quattro di Piero Strozzi, già tenute dal celebre Lione Strozzi,
suo fratello, con un certo capitan Giovanni Moretti, nativo di
Villafranca nel contado di Nizza. Ho pur detto che non si vuol
confondere questo nizzardo coll'altro Moretto calabrese, capitano
altrettanto noto di cavalleggieri al soldo di Spagna. Ora aggiungo che,
a volergli trovare un termine di paragone, più simile nei fatti
personali che nei nomi appellativi, bisogna ricordare col presente
Moretto il trapassato Morosini, che ebbe la mala paga dai Genovesi in
Famagosta, come altrove ho narrato[485]. Pari nell'uno e nell'altro
l'ardimento, pari l'arte marinaresca, pari l'avversione ai pirati, e
insieme pari in ambedue la cupidigia, e lo stesso desiderio di coprirsi
sotto la bandiera papale. Il Morosini entrò nella prima categoria dei
capitani di ventura, il Moretto ne chiude l'ultimo periodo. La ruota
della fortuna volge nell'istesso verso per mare e per terra; e quando è
finito il loro tempo arrovescia insieme i baroni e i venturieri per le
campagne e per le marine.
La prima comparsa del capitan Moretto nell'anno del giubileo passa col
titolo di corsaro, sotto bandiera di Savoja, accreditato dalle patenti
del duca Carlo a correre il mare per suo conto contro Turchi e contro
Francesi[486]. Sciolse da Nizza in compagnia di suo fratello, chiamato
Melchiorre di Belmonte, e di un prode gentiluomo per nome Pierone
Foresta, con una sola galèa di sua proprietà, nuova, forte e bella;
fornita di eccellenti artiglierie da ponte e da sbarco, remigata a
scaloccio dalla numerosa ciurma di trecento schiavi turchi e prigionieri
francesi, e armata con centosessanta uomini da combattere[487]. Costui
si pose al gran corso sul mare, e in pochi mesi girò quasi tutte le
riviere dei Turchi in Europa e in Africa, traendo da ogni parte prede a
suo modo. Eccone un saggio. Va a Bona, spiega bandiera e lingua
francese, entra nel porto, invita a desinare una dozzina di Turchi dei
principali, e se li porta via col boccone in bocca. A Bugia sottomette
una galeotta piratica, e ne libera una quindicina di Cristiani. Alle
Seccagne piglia prigioni diversi pescatori di corallo. Presso Tagiora dà
la caccia ad alcuni piccoli bastimenti, e si accosta tanto vicino al
lido, che a colpi d'archibuso ammazza cavalli e cavalieri concorsi sulla
riva contro di lui. Al Cembalo si attacca con una nave di
millecinquecento salme[488], armata di dieci cannoni, e difesa da
sessanta Turchi: la combatte sempre da lato per tutta la notte, e
finalmente se la piglia la mattina, non restatevi più che tre persone
vive, due Turchi e un Ebrèo. A capo Matapan piglia all'arrembaggio due
vascelli carichi di grano: passa a fil di spada chi resiste, e manda
tutto il carico e i legni marinati a Palermo. Indi sottomette uno
schirazzo ottomano di ottocento salme.
Andiamo innanzi, chè Moretto non si ferma sempre coi Turchi: ma per
certi puntigli di parlamento e di obbedienza attacca pur briga co'
Cristiani. Prima nelle acque di Candia sequestra una nave veneziana del
capitan Bernardi; e non la rilascia se non dopo aver costretto il
medesimo Bernardi a chiedergli scusa, e a dargli notizie precise intorno
alle galèe turchesche della guardia di Rodi. Indi vira a ponente verso
la Morèa, e sotto la fortezza di Modone blocca una galera algerina
diretta a Costantinopoli con un messaggero di quel Re; e intanto si
piglia uno schirazzo di gran valuta col carico di panni scarlatti. Alla
Cefalonia investe sull'áncora due galeoni che il governatore Mustaffaràn
teneva in punto per mandare alle Gerbe carichi di grano in dono a
Dragut; ed egli ne fa ricatto verso Nizza. A largo mare per tre giorni e
tre notti continue combatte altri due bastimenti, e li fa suoi.
Non lascia a quando a quando di pigliar terra, di fare e ricevere
saluti, e di rinnovare le provvigioni, sempre che incontra porti e
amici. Nella città di Bugia, tenuta in Africa dagli Spagnuoli, siede
invitato a desco dal governatore don Luigi di Peralta: a Tripoli di
Barberia, presidiata allora dai Cavalieri gerosolimitani, cena col balì
Pietro Nugnez di Herrera: in Malta bacia le mani al Grammaestro: e
finalmente di ritorno a Nizza, entra nel porto con pubblica festa,
acclamato dal popolo, per avere guadagnato nel corso di un anno, e di
parte sua, trentamila ducati tra legni, prigioni, merci e danaro;
liberati ottanta Cristiani dalla schiavitù, e portato in trionfo armi,
cannoni e bandiere nemiche[489]. Una sola eccezione trovo a tanti favori
di grandi personaggi e di cospicue città: il modesto magistrato del
porto di Cotrone in Calabria mette in sequestro le prede del capitan
Moretto, accusandolo di correre il mare in busca di ogni roba, tanto di
amici che di nemici[490]. Della sua bravura mi sento sicuro: non così
della delicatezza. Parmi avere innanzi risuscitato il capitan Angelo
Morosini da Scio, da Siena, da Venezia, da Roma, e dal ceppo di
Famagosta.
Negli anni seguenti deve aver fatto, poco più poco meno, l'istessa vita;
ma non trovo io un altro Salazar che me la conti: però mi taccio.
Solamente posso asserire che, per la sua bravura entrato in grazia di
Leone Strozzi, mutò partito e bandiera[491]: divenne nemico degli
Spagnuoli, combattè in favore dei Francesi, e finalmente restò con Piero
Strozzi capitano di una delle quattro galèe dal detto Piero portate seco
in Civitavecchia, dove lo trovo al soldo di Paolo IV per la guerra di
Campagna[492].