NOTE:

[467] ADRIANI, 561, C: «_Messer Bartolommeo Concini nella tempesta gettò

la valigia a mare, e diede in terra a Santa Severa.... La valigia,

spinta dal mare, venne in terra.... portata a Roma.... chiaramente

poterono vedere il trattato di Ancona._»

[14 settembre 1557.]

XVI. — In vece mi accade ora fermarmi sopra due grandi fatti,

strettamente connessi coll'argomento mio e colla memoria del trattato di

Cave: l'uno notissimo a tutti, l'altro non avvertito da niuno, per

quanto io ne sappia. Come prima nell'istesso giorno di martedì

quattordici settembre alle ore quattro pomeridiane tornò in Roma il

cardinal Caraffa plenipotenziario papale coi capitoli della pace,

sottoscritti alla presenza dei reverendissimi cardinali Santafiora e

Vitelli (ambedue testimonî), facendosi intorno ai tre gran festa dalla

corte e dal popolo, e mentre volevano la notte i Romani fare le solenni

dimostrazioni consuete, con musiche e fuochi per le piazze, non ostante

che da due giorni piovesse dirottamente con venti caldi e sciroccali;

eccoti il Tevere proprio in quell'ora mettersi per la città; e crescere

tanto nella notte, e nel giorno seguente, che fino a oggi restano i

segni della terribile alluvione, per la quale andarono in pezzi tre

archi del ponte Senatorio, distrutte le nuove fortificazioni di terra

intorno al castello Santangelo, rovinate case, campi, fondachi, molini,

gualchiere, e le acque dentro la città infino a trenta palmi sopra il

livello ordinario. Cosa non mai più veduta dai Romani[469]. Udiamone la

relazione a stampa, proprio di quei giorni, scritta da testimonio di

veduta, e messa al pubblico in Roma[470]: «Il martedì alli quattordici

di settembre 1557 circa le ventidue hore ritornarono a Roma i nostri

Reverendissimi[471], ma non con molto fausto, imperò che quasi in quello

stesso tempo il Tevere haveva fatto una grossissima piena, ingrossando

la notte seguente e il mercoledì circa le hore dodici[472] era l'acqua

più alta di un uomo in Agone[473].... E questo crescere di acqua durò

tutto quel giorno infino alle quattro o cinque hore di notte, che

cominciò a mancare. Ha portato via la metà del ponte di Santa

Maria[474], insieme con quella bella cappelletta di Giulio III, che

v'era nel mezzo con tanta arte e spesa fabbricata. Ha levato dal suo

luogo alcuni pietroni di marmo grossissimi che facevano sponda a

castello Santangelo. Ha buttato giù un pezzo di Corridore che va da

castello a Palazzo, ec.»

Delle tante ruine la più importante pel regime del Tevere resterebbe ora

incerta ed oscura, tra il silenzio dei contemporanei e gli errori dei

moderni, se io non venissi apertamente a stabilire come in questi

precisi giorni il fiume mutò di letto nell'infimo tronco e sfilò lontano

mille metri dalla città di Ostia. Non prima, perchè durante l'assedio

l'abbiamo certamente veduto lambirle il piede; non dopo, perchè subito

all'entrar di Pio IV la rotta era già fatta. Soltanto adunque nel tempo

intermedio per una piena straordinaria come quella del cinquantasette,

poteva naturalmente avvenire che la gran massa dell'acqua corrente,

movendo impetuosa verso il mare, e cercando la linea più bassa e più

breve, scavalcasse e rompesse gli argini a capo Duerami; ed anzi che

incanalarsi per l'obliqua giravolta del cubito primitivo infino ad

Ostia, si precipitasse per la corda, scavandosi il nuovo letto

direttamente dal detto Capo alla torre Bovacciana. Da quel giorno

l'alveo antico restossi a secco con pochi acquitrini tra gli argini

vuoti, che hanno durato oltre alla metà di questo secolo col nome di

Fiumemorto, ed io stesso finalmente l'ho veduto colmare e livellare per

opera di quella moderna Società che dal suo intendimento ha preso il

titolo delle saline e dei bonificamenti di Ostia. Le belle tavole del

Canina mostrano a dito le linee di queste mutazioni[475]; ma le sue

parole ci manifestano che egli ed ogni altro con lui comunemente ne

ignoravano il tempo e la causa, scrivendo così[476]: «Questa rottura del

Fiume si dice essere accaduta verso la metà del secolo passato: ma non

si può precisare nè l'epoca, nè il modo come avvenne.»

Se non che prima di lui Giambattista Rasi, unico in questo tra tanti

scrittori delle cose tiberine, aveva ben avvertito doversi cercare la

risoluzione del problema nelle leggi ripuali, e specialmente nella

costituzione di Pio IV, dove se ne contengono gli indizî[477]. Nel vero

il tiro delle barche, le tariffe doganali, l'appostamento delle guardie,

e tutta la polizia della navigazione doveva essersi risentita del

cambiamento successo nel letto tiberino per un tratto notabile, e lungi

dalla principale fortezza del passo. Infatti Pio IV, poco stante dopo

l'inondazione, premesse le consulte dei mercadanti, dei castellani e dei

doganieri, coll'intervento del notissimo Martino d'Ayala console dei

marinari, e sotto la presidenza di monsignor Luigi Torres chierico di

Camera, e prefetto delle Ripe, finalmente pubblicò alcune leggi colla

data del sedici di maggio 1562, dalle quali tiro fuori al nostro

proposito gli articoli come sono nello stesso originale espressi in

lingua volgare[478]: «Capitolo primo. La barca che arriverà prima al

luogo detto Boacciano, dove al presente si è messa la guardia di Ostia,

rispetto alla nuova rottura e via che ha fatto il Tevere di qua da

Ostia.... sarà tirata prima delle altre, venute dopo.» Continua:

«Capitolo quarto. Che li doganieri di Ripa, o vero per loro il

castellano d'Ostia, debbano tenere in detto luogo del Boacciano,

rincontro alla nuova rottura del Tevere, l'uomo deputato che faccia le

bullette.... senza che li marinari sieno tenuti andare a Ostia, e per

conto della rottura e della nuova strada non si paghi ad Ostia.» —

Capitolo ottavo. «Che li bufali devano tirare le barche fino a Ripa,

massime che la nuova rottura del Fiume ha abbreviato la tratta di quello

che era prima.»

Dunque non verso la metà del secolo passato, ma nel mezzo al cinquecento

la rotta del Tevere già era successa tra il capo Duerami, la rôcca

d'Ostia e la torre Bovacciana, come dura infino al presente. Di più il

fatto dicevasi nuovo, la strada abbreviata, trasferita la guardia; e

così per altri dieci anni, finchè (fabbricato più giù nel basso Tevere

il fortino di san Michele) Pio V con un'altra costituzione, ricordando

questi fatti medesimi, non ebbevi trasferito la guardia, il tiro e i

proventi[479]. Laonde avendo piena certezza degli estremi, perchè nel

cinquantasei il Tevere lambiva le mura ed entrava nei fossi della rôcca

d'Ostia, come risulta dalla pienezza dei fatti e delle testimonianze

dell'assedio; e trovandosi con altrettanta dimostrazione di certezza

subito dopo allontanato con tutto il letto per mille metri; sarebbe

impossibile supporre nel breve intervallo tanta grande novità nella

enorme massa di real fiume altrimenti che per la forza della

straordinaria alluvione nell'anno intermedio, e nel giorno preciso che

veniva in Roma la certezza della pace conclusa a Cave.

La seconda memoria, e più strettamente connessa col trattato medesimo,

da niuno avvertita, è il finale tracollo in Italia della baronia armata.

I feudatari corsero l'ultima lancia nella guerra di Campagna, e non

risalirono mai più a cavallo, fiaccati e sbalorditi a un tempo, e con un

sol colpo, dagli amici e dai nemici. Imperciocchè ai sovrani, desiderosi

di concentrare il comando nelle loro mani, secondo l'opinione prevalente

appo tutti nel secolo decimosesto, sapendo male della potenza feudale,

venne finalmente il destro di opprimerla, e non vollero mancare alla

buona ventura. La prima questione, dopo quella del Regno, era stata

nella guerra il feudo di Paliano, e le convenienze del duca precedente

Marcantonio Colonna, e del duca novello Giovanni Caraffa: questi barone

napolitano in guerra contro il Re, quegli barone romano in guerra contro

il Papa. Ora dai capitoli di Cave resta esplicitamente escluso proprio

questo feudo principale, ed ambedue i pretendenti con pochi riguardi

messi da parte; dove in tutti gli altri simili trattati pei tempi

anteriori erano stati sempre compresi. Si sa che alcun temperamento

doveva essere nelle convenzioni secrete: ma queste non troppo limpide, e

lasciate nel profondo del petto ai contraenti. In somma Paolo voleva le

mani spiccie per punire quando che fosse i Colonnesi, e per abbattere

con loro gli altri baroni: ma decrepito non ebbe il tempo, prevenuto

dalla morte nel biennio[480]. Filippo al contrario giovane nel lungo

regno, cupamente dissimulando, aspettò il tempo delle sue vendette: e

spense nelle grandi casate napolitane ogni vanto di passati armamenti ed

ogni ticchio di futuri[481]. Egli con doppio trattato e per ordini

secreti ed opposti tra l'ordinario e lo straordinario suo ambasciatore,

tuffò tutto insieme il sistema feudale nel sangue di casa Caraffa, del

Duca e del Cardinale, che per compenso di questa guerra volle non guari

dopo versato sotto la stretta del carnefice[482].

Dunque l'ultima comparsa della baronia in gran frotta di regnicoli, di

statisti, e di altre province in più centinaja fra maggiori e minori,

armati alla testa dei proprî vassalli, viene nella guerra di Campagna; e

il primo trattato di pace che non comprende la grazia dei baroni, sta in

quello di Cave. Indi in poi non vedremo più nelle storie nè i grandi

difetti, nè le magnanime prodezze dei feudatari. Essi perderanno a poco

a poco le fortezze e i cannoni, resteranno contenti di nomi e di titoli,

andranno pei giardini e pei teatri, patiranno di splene e di vertigini.

Dagli alti spiriti di generoso sangue se ne togli la forza e la

sapienza, tu vi metti la follìa. Non tanto le singole parti di una sola

giornata, quanto due lunghi secoli in un giorno solo tratteggiò e

corresse pel suo tempo il Parini.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 151 / 213 题