[17 nov. 1556. matt.]
XI. — All'alba del diciassette del mese di novembre, giorno di martedì,
Vespasiano Gonzaga con due compagnie di fanti italiani sotto Francesco
Frangipani della Tolfa e Domenico de Massimi di Roma, sostenuti ambedue
da altre cinque compagnie della stessa nazione, si aringarono in colonna
presso la barriera del campo. Avuto il segno dal Duca, si gittarono
precipitosamente all'assalto; intanto che le artiglierie dell'isola
davano un'ultima rifrustata alla rôcca per cacciarne indietro i
difensori. Le due compagnie divorarono la distanza, e i soldati a gara
gli uni degli altri furono nel fosso, tra l'acqua, sui rottami, dentro
l'apertura. Ed ancorchè non ci arrivasse Vespasiano, essendo stato
colpito nel breve tragitto da un'archibugiata che gli rasò le narici e
il labbro superiore, ciò non pertanto quella gente fece ogni possibil
prova per avere l'impresa finita. Ma trovato più dentro che fuori
durissimo il riscontro, bisognò loro tornarsene indietro senza altro
effetto[447]. Essi videro e capirono bene da vicino come e dove stesse
la difficoltà.
Le casematte dabbasso duravano salde, e integra altresì la troniera
inferiore del fianchetto e le risvolte basse dei torrioni, donde i
difensori potevano liberamente giuocare colle artiglierie minute e cogli
archibusoni da posta; oltre alle pietre ed alle pignatte di fuochi
lavorati, che all'occasione sapevano scaraventare dall'alto. Per
converso agli assalitori bisognava camminare ad uno ad uno sopra
l'angusta cresta della controscarpa, posta tra due acque: di qua il
fosso, di là il fiume. Laddove chiunque non era morto dalle archibugiate
o tuffato a trabocco, doveva guadare, ed abbriccarsi colle mani e coi
piedi sulla breccia troppo più alta che non avrebber voluto. Tutto ciò
potrebbesi dir nonnulla in confronto al resto che trovavano a riscontro
di dentro. Perocchè la rottura della muraglia rispondeva all'interno in
una camera a vôlta di mediocre capacità, in fondo alla quale aveva
Orazio con prestezza incredibile fabbricato un altro muro, opposto a
quello che si batteva; e lasciatevi molte feritoje cieche, per le quali
poteva, senza essere offeso, e nè pure veduto, percuotere a man salva
chiunque fossevi entrato. Poteva eziandio dalle basse casematte frustare
e rifrustare ogni altro che entrava, o usciva, o attendeva di fuori.
Tieni a mente, lettore, queste condizioni della difesa. Esse svelano le
ragioni architettoniche della rôcca, ed esse sole possono spiegare
perchè tanta gente, e quasi tutti i capitani vi restarono mal conci,
come vedremo. Vadano le avvertenze sugli errori di Carlo Theti, nella
cui opera si vede incisa a rovescio la pianta della rôcca d'Ostia, ed a
rovescio ugualmente depressa la difesa del Romano[448].
Gl'Italiani adunque, accortisi dell'insidia, si ritirarono, dicendo
inutile superare di fuori il varco e la difficile salita, quando poi
dentro trovavano chiuso il passo dai muri, e aperto tanto fuoco, che
l'entrare in quella camera era come mettersi bestialmente in sepoltura.
Veduto il signor Vespasiano, loro colonnello, sfigurato nel mustaccio;
il capitan Francesco Frangipani sur una gamba sola, uccisi Leone
Mazzacane e Marcello Mormile, più altri ufficiali feriti, e gran numero
di compagni morti, si rimasero. Non fu possibile in quel giorno che
alcuno più gli rimenasse alla prova; se prima, come ragionevolmente
chiedevano, non si ripigliava la batteria contro quei muri opposti di
dentro[449].