[334] SALAZAR cit., 70, A, 2: «_Domingo en la noche de siete de
setiembre.... las galeras sacaron del puerto la nao y galeota....
estando ya reconocido donde se avian de plantar las galeras de la
maquina de batir._»
SANDOVAL cit., 135, B, I: «_Domingo en la noche despues.... cogieron los
navios y la galeota y los llevaron.... reconocido donde plantar para
hazer batteria._»
[335] NUCULA, 229: «_Præerat tormentis machinæ optimus machinator
Andronicus Spinosa nomine, cui magna ad rem peragendam._»
[336] SANDOVAL, 135, B, 2, fin.: «_Una pelota llevò la maroma, y las
manos a uno, y las cabezas a quatro.... huvieron timor._»
[337] NUCULA, 233: «_Miserunt qui suo nomine rogarent Auriam, ut si
machinam et qui erant in ea salvos vellet, inde illam amoveri juberet._»
[338] WILKINSON, _R. N._ cit., _Anchorages of Mehediah, ancient Africa._
1864. «_S. Wd. sand and weed._» (Rena ed Alga.)
[339] SANDOVAL cit., 136.
NUCULA cit., 235.
[10 settembre 1550].
XXIV. — Nella stessa notte capitani, soldati e marinari approntarono le
armi per la imminente giornata: chi assegnato di guardia alle trincere,
chi di riserva ai soccorsi, chi ad una delle tre colonne di assalto.
Nella prima, s'intende, don Garzia di Toledo contro il rivellino
diroccato[340]; nella seconda don Giovanni di Vega contro la muraglia
della primitiva prova[341]; nella terza dalla parte della marina mille
italiani. Contate trecento romani del naviglio di Sforza, condotti da
Astorre Baglioni[342]; altrettanti fiorentini, delle galèe dell'Orsino,
sotto Chiappin Vitelli[343]; e quattrocento tra soldati e cavalieri di
Malta, col commendatore Claudio della Sengle[344]. Claudio volle unirsi
alla colonna italica, sebbene avesse a suo talento la scelta di quella
che più gli fosse gradita. Sapeva bene il savio commendatore, e futuro
Grammaestro, doversi unire i marini ai marini: massime a quelli, la cui
tempra e valore negli ardui cimenti eragli di lunga mano già conta.
Imperciocchè quanto allora stava in alto la fama delle fanterie
spagnuole per la fermezza dell'ordinanza, altrettanto per gli assalti
pregiavansi le milizie italiane: e veramente quel giorno a gara romani,
fiorentini, genovesi e napolitani confermarono onorevolmente la comune
riputazione[345].
Come fu giorno, tutte le galèe in battaglia si accostarono alla piazza,
e la posero come bersaglio centrale a un semicerchio di cannoni. Il
Doria al primo posto collo stendardo del Crocifisso all'albero maestro,
secondo la consuetudine delle grandi giornate, spiegava da poppa gli
aquiloni imperiali in ruote sopra le lunghe filiere dei gagliardetti e
delle banderuole[346]: alla destra le galere sue, di Napoli e di
Sicilia, che non avevano fanteria da sbarcare; a sinistra le galèe di
Roma, di Firenze e di Malta, tutte imbandierate a festa come in giorno
solenne; e i mille in arme allestiti per discendere in terra.
Se non che prima di venire all'ultima prova parve conveniente ai
Triumviri di stancare nella mattinata i difensori, ripigliando a
batterli con tutte le artiglierie dal mare, dalle trincere e dalla
sambuca: volevano spianare vie meglio le brecce, e radere ogni riparo
che vi potessero avere i nemici imbastito nella notte. Nella qual
fazione di soverchio ardore, di prestezza e di fuoco incalzante, ebbe a
crepare qualche pezzo; e tra gli altri uno delle galèe romane, senza
altro danno, nè delle persone ne del legno[347].
Sul mezzodì le genti deputate all'assalto presero ristoro di cibo e
bevanda, in piè colle armi allato, e tutti a un desco capitani, soldati
e venturieri. Indi cessarono i fuochi. Quaranta palischermi portarono i
soldati al lido sotto l'ultima breccia, dove prestamente guazzando
presero terra, e formarono lo squadrone[348]. Al tocco delle tre
pomeridiane, alto silenzio: poi di mezzo ai mille squillò la nota
carica, sonata dalla tromba della Reale, e rispose dal campo un colpo
solitario. Gli occhi di tutti al cielo, il ginocchio a terra, la mano al
petto; i sacerdoti compartirono l'assoluzione in compendio: e i
guerrieri, gridando: Avanti, Avanti, corsero ai varchi.
Or non mi è possibile narrare insieme l'andamento delle tre colonne: e
come ognuno intende, sono costretto dir le cose ad una ad una,
quantunque avvenute nello stesso tempo. Comincio dal punto ove siamo, e
dove tutti mi vedono, cioè dalla marina: seguirò brevemente le mosse
sempre rapidissime degli assalti, e sarò presto al sommo colle altre due
valorose colonne di Spagna. Ecco Claudio, il Vitello, il Baglione, il
Savello, la nobile compagnia dei venturieri romani e fiorentini, insieme
col fior dei prodi nelle assise di Malta, salgono arditamente verso la
breccia. La colonna, stretta in massa, assorbe la scarica dei difensori
appostati dietro le rovine: cadono tra ufficiali e cavalieri più che
venti persone, tutte principali. Ma al tempo stesso gli assalitori si
gittano nella piazza, e pigliano a corpo a corpo colle spade e coi
pugnali a sgombrare l'interno delle mura di verso l'istmo, per dare la
mano ai compagni. Contrasto fiero, disperato, pertinacissimo, fuori e
dentro ad ogni passo: difficile tanto il salire, quanto lo scendere
dall'uno all'altro muro, anche per didentro; e sempre ostinatamente
conteso dai nemici appostati sulle torri, alle finestre, pei tetti. Ciò
non pertanto alcuni di salto, ed altri coll'ajuto di palanche trovate a
caso trapassano, ed altri ancora più agiatamente dalla estrema destra
entrano e si stabiliscono nell'interno della città, e poi mano mano si
prolungano verso la sinistra accostandosi alle altre due colonne di
verso terra[349].
Più duro intoppo incontrò lo squadrone del centro, dove caddero o morti
o malamente feriti i capitani Zumarraga e Belcazar, e i due Ferranti di
Toledo e Lupo, l'alfier Sedegno, il cavalier di Ulloa, cinque alfieri,
sedici sergenti, e i tre generosi fratelli Moreróla, l'uno dopo l'altro
colla bandiera in mano. Ma infine anche i prodi dello squadrone centrale
scavalcarono dal primo al secondo recinto, discesero nella città, e si
congiunsero agli altri. Tutte queste difficoltà potrebbonsi quasi
stimare per nulla in confronto al contrasto incontrato dall'ultima
colonna intorno alle ruine del torrione maestro, chiamato il rivellino:
quasi tutti i capitani ed ufficiali restarono sulla breccia, e la
maggiore mortalità diè prova di più alto valore. Là, al dir dei
contemporanei, finalmente cadde Assan-rais governatore della piazza,
nipote di Dragut (da non confondere con altri nipoti nello scambio dei
prigionieri); e là si potè in conclusione gridar vittoria, che, vivente
Assano, non si sarebbe gridata mai, come egli aveva sempre
asserito[350]. Allora si congiunsero le tre colonne, corsero la città,
disarmarono il presidio, restrinsero diecimila prigionieri, e aprirono
le carceri, dove un centinajo di Cristiani, e tra essi cavalieri,
sacerdoti, fanciulli e femmine, lasciavano giubilanti le catene[351].
Or quivi con maggiore esultanza capitani e soldati convenivano,
rallegrandosi della fortuna dei liberati fratelli: e chi lodava il
valore di questo o di quello, chi il senno degli architetti e degli
ingegneri; e chi per isgombrare dalla mente quell'aria di tristezza che
sempre gravita sur una città presa d'assalto (anche al pensiero dei
vittoriosi soldati e degli umani lettori) ricercava la cervia del
Vicerè.
Sia concesso anche a me per le stesse ragioni aver modo di dire come don
Giovanni di Vega, vicerè di Sicilia, aveva al campo una giovane e
bellissima cervia, mandatagli in dono da donna Isabella sua figlia, da
lei stessa ridotta mansueta e domestica. Don Giovanni menavasela sovente
appresso, la nutriva alla sua mensa, e ritenevala nella scuderia coi
cavalli di battaglia. Tutti i soldati del campo la conoscevano e
l'accarezzavano. Quando le colonne si aringarono per lanciarsi alla
ultima prova, il mansueto animale venne in mezzo a vedere la mostra: e
nel momento solenne del primo distacco, come ebbe riconosciuta la voce
del padrone, e la sua mano distesa verso la breccia, e i soldati correre
a quella volta, e squillare concitate le trombe di mezzo ai tamburi,
essa al modo dei generosi destrieri fiutò la guerra, spiccò un salto, e
via innanzi a tutti dentro nella città pei rottami. Dove non avendo
poscia trovato nè padroni nè servi, ebbe ribrezzo, come possiamo
pensare, della strage; e saltando oltre pei dirupi esterni della piazza
ripigliò il genio degli aperti campi, perchè non fu potuta più, nè viva
nè morta, ritrovare[352].