[333] BOGA (dal lat. _Bojæ, arum._ f.) Term. marin. da preferirsi a ogni
altro per quel gavitellone ancorato, che serve ai bastimenti di facile
ormeggio nelle rade. Esprime il ceppo e il ritegno, non è voce
arbitraria, nè straniera, anzi dei Classici nel senso comune. E nel
traslato marinaresco non porta equivoci col quadrupede Bove nè col
serpente Boa, nè col carnefice Boja, come taluno vorrebbe scrivere,
senza ragione.
[8 settembre 1550.]
XXIII. — All'alba del giorno ormai vicino la sambuca, condotta quanto
più si poteva presso alla piazza, annaspava i suoi tonneggi all'argano,
e lenta lenta se ne veniva al punto stabilito nella insenata di levante,
a dugencinquanta metri dal muro: fondo di sabbia e di alga. Nove pezzi
in batteria sul fianco destro della macchina: due capi bombardieri,
undici serventi a ogni pezzo; due mozzi colla lanata a bagnar sempre le
trombe delle troniere per difenderle dalla vampa; dieci calafati ed
altrettanti mastri d'ascia, coi loro calafatini e dascini, pronti a
riparare ogni avarìa. I capitani ordinarî de' due legni alla spalliera,
e con essi i marinari consueti, oltre ai soldati di guardia. Dabbasso
sotto coperta chirurghi, barbieri, e cappellani. Quattro catene di prua
sulle àncore per tenere, e quattro gomenette di poppa sui ronzoni per
abbozzare e addestrare la macchina secondo il bisogno. Sopra tutti
l'ingegnere Arduini alla punteria dei pezzi, alla direzione del fuoco,
ed al riconoscimento della breccia[335].
Dato il segno dal campo, sfolgorò l'artiglieria da ogni parte contro la
piazza, traendo ciascuno a gara dell'altro, dalle trincere, dall'armata
e dalla sambuca. I nemici peggio che peggio infuriati rispondevano a
tutti, principalmente mirando a subbissare la macchina, che prevedevano
più dannosa per loro. I colpi maggiori pareano diretti a quel solo
bersaglio: e le palle come gragnuola frullavangli intorno, toccandola a
quando a quando nei terrapieni, nelle opere morte, e talvolta anche nel
vivo. Si sentivano già cigolare le botti, e vedevasi crescere acqua
nella sentina: e la macchina, sparando a furia, e coperta di fumo,
oscillava a ritroso sulle anche. In quella una palla di colubrina
nemica, entratavi d'infilata, prima rompeva una bozza sulla bitta,
appresso portava via ambedue le mani ad un servente, e la testa a
quattro soldati[336]. Momento spaventoso pei macchinisti: corse il
brivido per le ossa di tutti, si diffuse il panico, e tutti in massa a
fuggire dabbasso. Di più spacciarono un palischermo al Doria,
supplicandolo che li facesse incontanente levar di là, se non voleva
vederli tutti perduti insieme colla sambuca[337]. Il Doria, mosso a
compassione pel pauroso rapporto che a nome degli altri doveva aver
fatto il più eloquente e il più costernato di tutti, mandò per loro. Ma
che? Fosse arte, fosse fortuna, la sambuca stava immobile sull'orma, e
non dava indietro un pelo, per quanto vi si adoperassero i marinari.
Naturalmente a parer mio, (senza ricorrere ai prodigi del Nocella) aveva
a star lì: perchè già menata quanto più si poteva vicino a terra, col
sopraccarico di sì gran peso, dopo tante scosse e colpi, doveva essersi
accasciata sul fondo, e tenacemente appiastrata tra la sabbia e l'alga:
qualità tuttavia propria di quel rivaggio fino ad oggi, come segnano le
carte marine dell'ammiragliato britannico[338].
Di che facendo ragione l'Arduini, e vedendo la sua macchina più stabile
di prima, l'acqua allo istesso segno e non crescente nel pozzo delle
trombe, l'artiglieria senza danno, e il fuoco dei nemici all'incontro
rallentato, pensò che la gente di bordo farebbe di necessità virtù. Si
pose tra loro con animose parole, fece sgombrare i cadaveri, mandò
altrove il moncherino, e chiese un rinforzo di soldati per isgombrare
ogni rimasuglio di pànico coll'esempio, e bisognando anche colla forza.
Ebbe subito il sergente Pallares con sessanta fanti spagnoli; appresso
il capitan Orihuela, che fu costretto a ritirarsi ferito di scheggia
alla prima comparsa; e finalmente il capitan Solis colla sua compagnia.
La gente tantosto riprese animo, tornò al dovere come prima: tutti a
gara intorno ai pezzi per far bei tiri; e così andò il resto della
giornata crescendo il fuoco della sambuca sempre con maggior vantaggio,
a emulazione delle altre batterie di terra e di mare, che non avevano
mai lasciato di trarre.
[9 settembre 1550.]
Nella notte lavorarono le maestranze a risarcire qualche danno della
macchina, ed a crescervi quei ripari che l'esperienza e il raziocinio
avevano mostrato convenienti. L'equipaggio prese ristoro, dimenticò lo
spavento, e la mattina seguente più baldo e sicuro calcava i cartocci, e
appuntava i pezzi sui tagli verticali e orizzontali che far si volevano
a compiuta apertura del muro. Il dì nove si parve a tutti evidentissima
la eccellente posizione di quella macchina, e il maneggio della sua
artiglieria, che non solamente smantellava le muraglie della marina, ma
i fianchi del così detto rivellino, e la spalla dell'ultimo torrione tra
mare e terra sull'istmo; e di più scortinava per di dentro e di rovescio
quasi tutta la difesa della fronte. Ondechè al furioso trarre della
sambuca ruinò gran parte della cinta: e l'istesso gran rivellino
maestro, che percosso in faccia non aveva mai dato un crollo, ora
squassato da tergo, cadeva a pezzi. E quantunque i nemici infuriati per
tanti danni, che principalmente provenir vedevano dalla terribile
macchina, avessero volto tutto l'animo e lo studio a bruciarla,
bolzonando colle balestre e col cannone saette ardenti di fuoco
artificiato, non per tutto questo smettevano i nostri diligenza: anzi
più prontamente giuocavano di cannonate, plaudendo l'uno all'altro ad
ogni bel colpo; e spegnendo sempre che bisognasse l'incendio colle
copiose acque del mare; eziandio che ciò costasse a parecchi la
vita[339].
In somma la sera del martedì, nove di settembre, la piazza era aperta: e
tutti avrebber voluto alla fine entrarci dentro. Solo il vicerè di
Sicilia don Giovanni de Vega si oppose, e sostenne doversi l'assalto
rimettere al giorno seguente, dicendo che per la notte ormai vicina si
andrebbe male dentro una piazza sconosciuta, tra nemici disperati, a
rischio di esser fatti a pezzi negli interni traghetti, e forse anche
costretti a uscirne fuori con molta vergogna. L'esperienza successiva
comprovò la saviezza del consiglio antecedente.