[222] JOVIUS. _Histor._ cit., in-fol. Basilea, 1578. Lib. XLIII, p. 552,
lin. 30: «_Anno MDXLVIIII.... nec quidquam nostris ademptum est præter
sclopettos parvos, quos novo more hastati æquites germani ab ephippiis,
uti mortiferum atque habile telum, suspendunt. Hos maxime concupiebant
Barbari, novitate capti, quod ita mirum esset artificium, ut sine
succenso funiculo, quum luberet, per machinæ rotulam, percusso pyrite
lapide, ignem repente conciperent, et celerrime disploderentur._»
[Aprile 1549.]
VI. — Intanto il capitan Carlo Sforza, che tra le nevi e i ghiacci ha
passato l'invernata al pari di noi, rivedendo armi e artiglierie, cifre,
carati e corredi delle nuove e delle vecchie galèe, ci richiama con un
tiro di cannone alla partenza sua e della squadra sui primi di aprile.
Egli non solo prode, ma savio e di bell'indole, piglia a sbrattare i
mari circostanti dalla schiuma dei ladroni, e a favorire i naviganti, il
commercio e l'abbondanza nella capitale e nelle province. Dove vedendo
che i pirati non si sarebbero ormai più arditi nella stagione corrente
rivolgere la prua, pensò di fare una corsa in Levante, come era già
solito; e così farsi rivedere in Malta, e riconciliarsi coi nemici, da
cavaliere cristiano. Di più voleva mostrare che nè esso nè altri in Roma
avevano prestato ascolto alle voci sparse contro del Grammaestro,
imputato da alcuni di occasione o consenso alle violenze commesse contro
di lui.
[21 maggio 1549.]
Se ne andò pertanto in Sicilia, e passando da Siracusa si congiunse
fortuitamente col balì Giorgio Adorno suo grande amico, e insieme la
mattina del ventuno di maggio entrarono nel porto maggiore di Malta,
salutando con tutta l'artiglieria la città, il castello Santangelo, e le
galèe gerosolimitane quivi presso ormeggiate. Poi recatosi in palagio,
baciò le mani al Grammaestro, e si rappaciò in convento con tutti i
religiosi, procurando altresì il perdono a quei cavalieri che per
cagione della rissa, erano tuttavia sostenuti nelle carceri. E tanto
graziosamente uscì d'impegno, che indi in poi coll'affetto e colla stima
de' virtuosi confratelli superò l'odio e l'invidia de' pentiti
avversarî.
[Giugno e ottobre 1549.]
Pochi giorni appresso prese a bordo alcuni piloti greci di pratica per
la navigazione dell'Arcipelago, e sciolse le vele verso Levante a danno
de' Turchi; durando in crociera per quei mari tutta l'estate e parte
dell'autunno. Se volete sapere di sue prodezze, di gente riscattata, di
pirati sottomessi, di combattimenti sostenuti, di vittorie conseguite,
di prede riportate, chiedetene agli scrittori domestici, ai municipali,
agli archivisti, agli enciclopedici, in somma a quelli che pretendono
saper tutto, aver detto tutto, ed essere i primi in tutto: interrogate
costoro. E dove essi non sappiano dirvi nulla, proprio nulla, permettete
a me, ultimo di tutti, il cavar fuori da estraneo scrittore, che per la
natura dell'argomento suo non doveva dir di più, le seguenti
parole[223]: «Carlo Sforza giunse in Malta il 21 di maggio 1549; quindi
colle galere del Papa navigò in Levante a danno degli infedeli,
riportandone poi a Civitavecchia assai ricca et honorata preda.»
Chiunque conosce lo stile cavalleresco del commendator Giacopo Bosio,
per la solennità delle brevi e concettose parole intorno a fatti alieni
dall'argomento suo, può di leggieri comprendere l'onoratezza delle
fazioni, combattute contro forze uguali o superiori; e comprendere la
ricchezza degli acquisti di navigli, artiglierie, prigionieri, riscatti,
e simili per numero e qualità di gran pregio. Però i Civitavecchiesi
dell'armamento, rimunerati largamente da Carlo, si affezionarono a lui e
alla sua casa, come non guari dopo a chiare prove gli dimostrarono; ed i
Romani altresì per lui ripresero il costume di farsi servire dagli
schiavi. Tanti ne condusse in Roma, che n'ebbe chi ne volle: essendosi
concessa piena licenza di poterli comprare, ritenere e vendere, non
ostante qualunque divieto precedente. Fin dal principio di quest'anno,
quando Carlo si apparecchiava a pigliarne, uscì il seguente[224]:
«Bando sopra al tenere de li schiavi et schiave in Roma. — » Avendo la
Santità di N. S., signor Paulo per la divina provvidenza papa terzo, per
sua benignità et clementia, per pubblico utile et bene de tutte et
singule persone habitante et esistente in quest'alma città di Roma,
concesso che si possano tenere schiavi et schiave che si comperaranno
per lo avenire, come per un motuproprio, diretto alli magnifici signori
Conservatori et Popolo romano, per Sua Santità fatto, appare.
»Per tanto per parte et commissione de prefati signori Conservatori se
notifica et fassi intendere a tutte et singole persone in detta città
habitante et esistente qualmente quelli che haveranno coprato o
compraranno schiavi et schiave, dopo la data del ditto motuproprio, dato
sotto il dì ottavo di novembre del xlviii prossimo passato, et sia
lecito tenere detti schiavi et schiave, senza essere impediti da persona
alcuna; non ostante qualunque concessione fosse fatta o da farsi, alla
quale espressamente per il ditto motuproprio se derogano, et per il
presente bandimento se intendano derogate et annullate.
»Dat. in palatio praefatorum Dominorum Conservatorum. Die XII januarii
MDXLIX.
»De Mandato. — Lucas Mutianus, C. Conservat. scriptor.
»Io Pietro Santo ha fatto lo soprascritto bando per Roma alli XIIII di
Gennaro.»
Più volte nei miei libri mi è venuto detto di questa materia[225]: ma un
discorso speciale intorno agli schiavi turchi, ed al loro trattamento
nello Stato romano, massime nel porto di Civitavecchia, dove sino alla
fine del secolo passato duravano numerosi nei pubblici e nei privati
servigi, devo rimettere a quel tempo, al quale si riferiscono i
documenti che ho raccolto in buon dato.