[212] FABBRICA e costo delle galèe. Scrittura del signor Alfonso
d'Appiano principe di Piombino diretta al granduca Francesco di Toscana
con lettera del 2 di luglio 1574, data da Cavinana. Comincia: «_Havendo
io servito molti anni...._» termina: «_Sia detto per utile di coloro che
ne avranno mestiero._» Sono pagine in foglio 160. — ARCHIVIO DI STATO in
Firenze, Sezione Medicea, e copia presso di me autenticata dalla firma
del cav. Gaetano Milanesi direttore dell'Archivio.
[213] DOCUMENTO cit. nella nota preced. p. 128.
[214] DOCUM. cit., del principe di Piombino, p. 15.
[215] Lo scudo di oro in oro valeva sedici giuli e quindi in scudi
comuni di argento da giuli dieci il prezzo fu 54,400: cioè più che
giusto, e quindi esclusivo d'ogni patto di congiura.
[216] DOCUM. cit., del principe di Piombino, p. 97.
[217] Seguono altre partite già calcolate pur nel documento romano: poi
a p. 101 continua per la polvere, e a p. 102 pel miccio. Io sempre segno
la sola valuta a fiorini di Firenze e Pisa, da sette lire antiche, e la
lira da quindici soldi, come per tutto il contesto del documento, che
rende il detto fiorino uguale allo scudo romano. Lascio il ragguaglio di
Genova per non crescere difficoltà alla confusa materia delle monete de'
tempi passati.
V. — L'ultima partita del documento toscano conferma l'uso del secolo
decimosesto di allumare non solo le maggiori artiglierie, ma ancora le
manesche per mezzo della corda accesa, cui davano il nome di Miccio: e
dico forte e marziale, al mascolino, come usavano dire comunemente i
cinquecentisti. Nei primi tempi le artiglierie di ogni maniera, grosse,
minute e portatili si accendevano colla bacchetta di ferro arroventata
in un braciere; l'uncino della quale al bisogno si portava sul focone
dell'arma voluta sparare. Appresso veniva il miccio: corda sottile e
pastosa di infimo tiglio, poco torta, lissiviata nella cenere, e bollita
per quattr'ore nella soluzione di nitro, colla giunta successiva di poco
acetato di piombo. La qual corda, accesa che sia da una estremità,
continua sempre a bruciare lentamente con fumo azzurrognolo e senza
fiamma, fino a tanto che non sia tutta consumata. Nel maneggio delle
artigliere incavalcate s'incastrava il capo acceso di questa corda della
forcella d'un'asticciuola, chiamata Buttafuoco: il primo servente di
destra, al comando dell'ufficiale, brandivalo sul focone del pezzo, e
l'arma tonava. Per le armi manesche ciascuno archibugiere portava
parecchie braccia di questa corda in pezzi, appesi alla tracolla; e
nelle fazioni un capo sempre acceso nella mano sinistra: venuto il
momento spianava l'arma, scoprivane il bacinetto, pigliava il miccio
colla destra, scuotevane il ceneraccio, e finalmente il colpo partiva.
Poi vennero il draghetto e il serpentino: figurette contorte a imagine
dei detti animali, che stringevano la corda accesa tra le mascelle, e al
tocco del grilletto la portavano sul focone. Con questo il soldato aveva
le mani più spicce, e più sicura la punteria. Ma e' doveva star sempre
sopra di sè coll'occhio alla guardia del fuoco: e spesso spesso ridare
la corda, e più e più ricacciarne dalla bocca del fantoccino, secondo il
consumo. Lunga noja di più secoli: al cui compenso forse introdussero i
militari nelle capitolazioni la clausola del miccio acceso, come ultima
testimonianza di solerzia e disciplina anche nei vinti. I marinari
esposti più di ogni altro ai casi repentini di combattimento, e sempre
più che altri guardinghi del fuoco, usavano il micciere, per allumare a
un tratto due o tre cento micci. Era una specie di bacino metallico, che
si teneva sulla palmetta o sulle rembate; concavo a mo' di clibano, e
contornato da qualche centinajo di bischeri a forcella messi in più
ordini, donde le cime di altrettante corde facevano capo nella scodella
centrale. Bastava gittare nel mezzo un pugnetto di polvere e una
scintilla per avere a un tratto tutte le cime accese, tanto che ogni
soldato e marinaro potesse di presente pigliare in punto la sua. Ho
veduto io di questi arnesi vecchi e rugginosi nel Museo dell'arsenale di
Venezia. Ora indarno più cerchereste per le fortezze e per le caserme la
corda cotta: solamente potreste trovarne sui bastimenti militari, dove i
marinari continuano a tenersela sempre accesa, giorno e notte, dentro un
barlotto di metallo per comodo di chiunque voglia allumarvi il sigaro, o
la pipa.
Niuna cosa giugne improvvisamente alla perfezione. Dalla bacchetta
rovente e dalla corda cotta si venne al draghetto, al serpentino, e poi
al fucile a ruota: progresso reso necessario dagli inconvenienti dei
primi metodi, i quali nella pratica, come si è veduto in Algeri,
rendevano qualche volta difficilissimo il maneggio delle armi da fuoco.
Gli ingegni si scossero: e dall'attrito sprizzarono le prime scintille
sulle artiglierie di terra e di mare. Tutti sapevano cavar faville
percotendo insieme la selce e l'acciajo: non restava se non trovare il
modo di portare la percossa sicura e spedita vicino al focone dell'arma.
Indi l'acciarino a ruota: gentile macchinetta, composta di un cane che
stringe tra le mascelle la pietra focaja, e a volontà la porta di taglio
sul bacinetto dell'arma: sotto al taglio della pietra una rotella di
acciajo a tamburetto girante alquanto eccentrico tra due colonnini con
dentrovi una striscia di molla avvolta sull'asse; molla simile alle
consuete degli orologi. Caricata la detta molla con una chiavetta, e
frenata a segno con un dente, si faceva poscia scattare al tocco del
grilletto; e girando rapidissima la rotella sul taglio della pietra,
cacciava sprazzi di scintille sul bacinetto e colpi di fuoco dagli
archibusi. Le armi fornite di questo arnese chiamavansi a ruota.
Dicevansi pure a fuoco morto; perchè non ardeva sempre, nè si consumava
come il miccio: e nondimeno era fuoco sempre pronto al bisogno sotto al
braccio di chi voleva usarne. Gran passo di vantaggio: ma pur sempre
gran difetto il lungo frullio rotatorio, l'incertezza del momento
efficace, e quindi la perplessità nella mira. L'origine di questa
invenzione si ha a cercare tra la fine del quattrocento e il principio
del cinquecento, segnata dallo spavento dei principi e dei popoli per
l'abuso dei traditori nelle private vendette. Alfonso da Este, duca di
Ferrara con un bando del diciassette febbrajo 1522, richiamando più
altri bandi e gride anteriori, proibiva sotto pene gravissime l'avere e
il portare gli archibugetti a ruota[218]: ed io stesso nelle prime
pagine di questo libro ho accennata l'uccisione di un cavaliero
spagnolo, l'anno 1547, per mezzo dell'archibugio a ruota; donde il
tumulto, e la massima indignazione in Malta contro la terribilità
dell'arma usata dall'omicida[219].
L'invenzione in principio restava limitata agli usi e agli abusi delle
private persone, non essendo stata adottata nè dai soldati, ne da'
marinari. Ciò si fa manifesto della spedizione di Algeri del 1541: dove
essendo insieme il fiore delle milizie di Europa, specialmente Tedeschi,
Spagnuoli e Italiani, e tra loro l'istesso imperatore Carlo V, non si
potevano adoperare le armi da fuoco, perchè tutti i micci erano spenti
dalla pioggia[220]. Nondimeno due anni dopo, Piero Strozzi fiorentino,
che poi fu maresciallo di Francia, armava lo squadrone della sua
cavalleria italiana d'archibugetti a ruota[221]; coi quali ajutava la
vittoria di Ceresole addì 14 aprile 1544. Tre anni dopo nelle guerre
d'Ungheria contro Solimano, dove erano milizie di tutto l'Oriente, i
soli cavalieri tedeschi avevano cominciato a portare attaccato
all'arcione l'archibugetto a ruota. I Turchi, dice il Giovio[222]:
«Osservarono la capitolazione, e niuna cosa fu tolta ai cavalieri
tedeschi di loro privata proprietà, tranne gli archibugetti che in forma
nuova portavano appesi alla sella. Queste armi smaniosamente i Turchi
volevano per sè, maravigliandosi della novità e del sottile artifizio,
pel quale a talento, senza bisogno di miccio, per mezzo di piccola
rotella girante attorno alla pietra focaja, di presente si accendevano e
sparavano.»
Queste cose dovevo io dire con più ragione del Giovio, per chiarire la
mia storia tecnica rispetto all'armi ed alla amministrazione: massime in
quella parte che per la sua vetustà è oramai entrata nel dominio della
storia, e che intanto si svolge intorno alle persone, ai fatti e ai
tempi, dove col racconto ci troviamo. Altrove si avrà a parlare delle
invenzioni seguenti, specialmente del fucile a martellina, durato infino
alla nostra fanciullezza; e poi delle chimiche preparazioni fulminanti,
messe nei cappellozzi, nei cannellini, o nelle cartuccie, per accendersi
col percussore, colla stratta, o coll'ago.