BOSIO, 132, E: «_Barbarossa prese Talamone per vendicarsi del cap.
Bartolommeo.... sepolto nella chiesa principale del luogo.... lo fece
dissotterrare, e spargere l'ossa e le ceneri per la campagna._»
BELCAIRUS, _Comment. Rer. Gall._ in-fol. Lione, 1625, libro XXIII, p.
758: «_Barbarussa Telamonem, Monteanum, Herculis portum, Igillium,
cœpit, diripuit, et magnam omnis sexus ætatisque multitudinem in
servitutem abduxit._»
MAMBRINO ROSEO cit., III, 334: «_Barbarossa prese Telamone.... fece
dissotterrare le ossa del cap. Bartolomeo, e gittarle alla campagna._»
[164] JOVIUS cit., 601, lin. 29: «_Barbarossa Centumcellas invadere
atque cremare minatus est, ex eadem causa qua Telamonem delevisset. Sed
deprecante Leone Strozza ab injuria temperavit._»
BOSIO cit., 232, E: «_Barbarossa stette per voltarsi contro
Civitavecchia, desiderando abbruciare quelle galere, colle quali il
capitan Bartolommeo da Telamone la patria sua danneggiato aveva....
distolto dal priore Strozzi._»
SABELLICI, _Histor. Suppl._ in-fol. Basilea, 1560, p. 663.
[165] BOSIO cit., III, 235: 32: «_L'armata turchesca fu a Lipari il
primo di luglio._»
[166] DU MONT, _Corps diplomat._, IV, ii, 279.
RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1544, n. 23.
JOVIUS cit., lib. XLV.
MARTINUS BELLAIUS, lib. X.
[10 agosto 1544.]
XXVI. — Chiunque studia le storie del mondo, e s'incontra nei perpetui
litigi degli uomini, deve più d'ogni altro intendere la infinita
sapienza della legge di mutua carità; senza di che le creature
ragionevoli si fanno simili alle belve feroci. Non vi è altra formola
per la pace, nè si possono altrimenti finire i dissidî privati e
pubblici: se no, questi succedono a quelli, e quelli a questi con
tortuosa, ma infrangibile catena. Così ora per punto nella nostra
storia, cessate le guerre de' principi maggiori, ma non deposti i
rancori dei partigiani, succedono per conseguenza i dissidî privati ai
pubblici con tanta perturbazione e sì gran disordine, che niuno potrebbe
imaginarne non che prevederne la enormezza, se non vi fosse condotto dai
fatti medesimi e dalle loro ragioni. Ne dirò brevemente, perchè non
posso ancora separarmi dall'Orsino: il quale avvegnachè non entri nello
scompiglio che ora ci stringe, nondimeno sta sempre lì dietro le quinte
per ripigliare, come di fatto ripiglierà per conseguenza, il comando.
Non ancora avevano i negoziatori di Crespy firmato i capitoli della pace
tra le grandi potenze, ed ecco i partigiani attaccarsi tra loro con
quelle astiosità, che poi toccarono il sommo nella congiura dei Fieschi
in Genova, dove cadde Giannettino; e nella congiura dell'Anguisciola in
Piacenza, dove seguillo Pierluigi; e tutto ciò strettamente connesso coi
fatti della nostra marina, avvegnachè da niuno fin qui osservata,
secondo la sua importanza. Eccone il filo.
[15 agosto 1544.]
Era passato di vita quel monsignor Imperial Doria, vescovo di Sagona in
Corsica, del quale per incidente abbiam fatto parola nel quarto libro; e
memore dei beneficî e della parentela, aveva lasciato erede di certe sue
rendite nel regno di Napoli (ingrandite, come è solito, dalla fama) lo
stesso principe Andrea Doria, perchè ne avesse a sollevare dalla miseria
alcuni poverissimi della stessa loro famiglia. Se non che volendo Andrea
entrare al possesso dell'eredità, trovò l'ostacolo dei Camerali romani,
che avevano già fatto giudizio di tirare i beni del vescovo defunto alla
camera degli spogli. Vero è che incominciata la lite e venuti i
protesti, il cardinal Farnese aveva fatto proporre ad Andrea di
transigere con lui nella metà dei beni, ed anche nel tutto, purchè lo
ricevesse come dono: ma l'altro, consigliato dai suoi avvocati, e
riputandosi maggiormente offeso dalla liberalità, che parevagli
oltraggiosa, deliberò con pericoloso e corsaresco consiglio di smaccare
i Farnesi, avversarî politici, e di ricattarsene da sè. Avvisò
Giannettino suo nipote, e s'intese con lui, perchè catturasse e portasse
a Genova le quattro galere, proprietà come è detto dei Farnesi, che la
Camera apostolica teneva al soldo per la guardia consueta.
Dopo la ritirata di Barbarossa, Giannettino Doria colle galere della sua
casa al soldo di Spagna erasi ridotto a Napoli; e colà per dargli mano
aveva altresì fatto raunanza la squadra nostra, condotta dal
provveditore e luogotenente generale di Orazio Farnese, che era per
questi tempi il capitano Francesco de Nobili da Lucca, più volte
nominato avanti, e più da nominare in seguito[167]. La mattina del
quindici di agosto, intanto che si spedivano alcune faccende di sua
commissione in Napoli, Francesco uscì dal porto colla squadra, e fece
una passeggiata di esercizio fino a Torre del Greco. Al ritorno fuori
del porto trovò Giannettino sul passo con quindici galere: il quale,
fattolo chiamare al suo bordo, dissegli volersi servire della squadra
romana infino a Genova. Dopo diverse repliche da una parte e dall'altra,
Giannettino uscì tutto aperto e tutto ardito nel mostrare di avere la
forza in mano, e di esser pronto ad usargli violenza. L'altro protestò
contro il tradimento, e non potendo nè volendo combattere con lui, uscì
di bordo, e andò a presentare i suoi reclami alla Nunciatura di
Napoli[168]. Giannettino al contrario mandò subito a levare dalle nostre
galere i soldati, e ogni altro ricalcitrante, e a mettervi gente dei
suoi; coi quali, senza punto indugiarsi, l'istesso giorno prese la via
di Genova, menandosi appresso catturata la squadra papale[169]. Non però
di meno prima di partirsi per tutta sua giustificazione presso il
Vicerè, cui lasciava all'improvviso il tristo retaggio dei litigi con
Roma, scrisse il seguente biglietto[170]: «Io mi sono assicurato delle
galere del Papa: e non l'ho fatto intendere a V. E. innanzi, per non li
fare disservitio. Non vengo da Lei per trovarmi in punto di andare a
Genova, e comandimi se posso servirla.»
Andarono via l'istessa notte: e il giorno seguente alterossi papa Paolo
grandemente, tanto che pose a general sequestro i beni dei Genovesi in
tutto lo Stato, e minacciò di voler procedere severamente contro gli
usurpatori. Tutta la casa Farnese attorno soffiava sul fuoco, massime
Pierluigi, futuro duca di Parma, ed uomo per vecchie rancure nemicissimo
della casa Doria. Però Andrea, dopo alquanti giorni, mosso anche dalle
rimostranze della sua repubblica, e non volendo interporre l'autorità di
Cesare nel privato negozio, di propria volontà liberò dal sequestro le
quattro galèe, e le rimise in Civitavecchia; contentandosi di aver
mostrato che non gli mancava nè animo, nè forza da far risentimento.
Dopo di che Paolo III ebbe per bene di chiamarsi soddisfatto; e la causa
dell'eredità, rimessa alla curia di Napoli, fu decisa in favore di
Andrea.
Ma il disordine non finì lì; duravano i partiti, celavansi le vendette e
gli odî: ed era scritto nei fati di casa Doria che una sola di quelle
galèe cavate da Civitavecchia sarebbe bastata a catturarne venti nella
darsena di Genova, e a mettere in ponte il dominio di Carlo e di Andrea
nella stessa città.