NOTE:

[147] ANDREAS MAUROCENUS cit., 533, 537.

MARCO GUAZZO cit., 247.

SANSOVINO, per tot.

[148] ADRIANI GIAMBATTISTA, _Storia de' suoi tempi_, in-fol. Firenze,

1583, p. 106, G: «_Gentil Virginio Orsino, conte dell'Anguillara con

quattro galere.... se n'era andato a Marsiglia, e dal Re era stato

carezzato, e datogli l'Ordine di san Michele.... e fatto luogotenente

generale di tutta la sua armata._» 114, E; 118, G, ec.

ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 113: «_Era generale delle galere di

Francia Leone Strozzi, fatto dal re Francesco (privato che n'ebbe il

conte dell'Anguillara) e fattolo imprigionare per sospetti havuti di

lui, dei quali ritrovato innocente fu da Henrico, dopo la morte del

padre, liberato._»

[Aprile 1543.]

XXIV. — Intanto il Pontefice, restato con tre sole galèe, e tutta

l'armata turchesca vicina, chiamò a sè il capitan Bartolommeo Peretti da

Talamone, che era stato luogotenente del Conte[149]. Nominatolo

comandante della squadretta, gli ordinò di andarsene subitamente a

Malta, e di tenersi là al sicuro colle tre galèe, infino a che

Barbarossa non fosse passato; sapendosi per certo che tra poco doveva

venire nel mar Tirreno, diretto a Marsiglia, e aspettato dal re

Francesco. Il capitano Peretti, uomo di gran valore, scritto alla

nobiltà di Siena, accasato con una dei Migliorati di Pisa; pel cognome,

per lo stemma, e per le relazioni dei posteri ci fa pensare alla sua

consanguinità coi Peretti portati in Roma da Sisto V: comunemente

dicendosi da uno stesso ceppo illirico essersi derivati quelli della

Marca, di Toscana e di Corsica, per la emigrazione notissima degli

Albanesi, che dopo la morte di Scanderbeg fuggivano a torme dal dominio

dei Turchi[150]. Il valoroso discendente degli ultimi campioni della

Macedonia ci si mostra prima comandante di fanti pei Senesi, poi nel

trentasei venturiero sul mare con una galèa, nel trentotto capitano

coll'Orsino, nel quaranta suo luogotenente, e finalmente in quest'anno

successore: però quasi sempre nei servigi della marina romana, ai quali

erasi dato di preferenza, avvegnachè talvolta negli intervalli di

scioverno o di congedo abbia fatto da sè o con altri per mare e per

terra[151].

[Maggio 1543.]

Il capitan Peretti non ebbe gran che da indugiare per mettersi in salvo,

essendo Barbarossa uscito di Costantinopoli nel mese d'aprile

coll'armata ottomana e piratica: settanta galere, cinquanta legni

minori, cento navi grosse, e quattordici mila turchi di sbarco,

accompagnati da Antonio Polino, ambasciatore del re di Francia, e

direttore della tregenda. Costoro alla fine di giugno per lo stretto di

Messina fecero capo a Reggio di Calabria, donde tutto il popolo

spaventato erasi fuggito ai monti. Di là gl'infelici vedevano nel giorno

il sacco, e nella notte l'incendio della patria. Altri ed altri appresso

videro nello stesso modo ruine, saccheggi e fuoco per le riviere della

Calabria e della Campania, e infinita gente di ogni sesso e condizione

imbrancata sulle galere turchesche a perpetua schiavitù[152]. La

temerità di Barbarossa nella passata trionfale giunse in fino alle rive

del Tevere, donde bravando e minacciando sarebbe voluto venire a veder

Roma e il Papa, se non fosse stato ritenuto a stento dal Francese. Piena

la città di costernazione per più giorni, e i popoli delle campagne e

delle terre vicine tutti in fuga, cercando ricovero nelle fortezze e nei

luoghi sicuri. Fatta l'acquata nel Tevere, i Turchi passarono a Nizza,

ebbero a patti la città, bombardarono il castello, saccheggiarono il

contado: e finalmente si ritirarono a svernare nei porti di Marsiglia e

di Tolone[153]. Colà a maggior confusione dei miseri Cristiani fatti

schiavi, ed ammassati come vili giumenti sopra i legni infedeli, si

facevano bellissime feste in onore di Barbarossa e dei Turchi.

Scellerati!

[Settembre 1543.]

Intanto il capitan Bartolommeo, tornato da Malta a Civitavecchia alla

larga appresso all'armata ottomana, e avute nuove istruzioni da Roma,

prestamente ne ripartiva coll'ardito disegno di entrare nell'Arcipelago

e di dare il guasto alle marine dei nemici, lasciate in abbandono da

Barbarossa. Voleasi fargli danno e vergogna, ed anche indurlo a levarsi

presto dai nostri mari. Tornò dunque a Malta colle tre galere, vi giunse

addì ventotto di settembre, nel qual giorno presentò al Grammaestro e al

consiglio due brevi del Papa per avere seco di conserva le galere dei

Cavalieri a difesa comune[154]. Ma non sembrando a quei signori

conveniente l'invito, per la confusione dei Turchi coi Francesi; e non

volendo, come dicevano, mettersi al pericolo di combattere gli uni in

vece degli altri, o vero tirarsi addosso il risentimento simultaneo di

tutti e due, lasciarono i Romani senza conserva.

[Ottobre e dicembre 1543.]

Andò dunque solo il capitan Bartolommeo: e solo in quest'anno tra tutti

i Cristiani ardì scorrere in arme i mari di Levante contro i pirati e

contro le orde turchesche. Nella qual crociera fece cose degnissime di

memoria, per questa sola ragione ite in dimenticanza, perchè niuno tra

noi ha trattato di proposito la storia della milizia navale. Che se

appresso vorrà qualcuno metterci la mano, sappia di non dover pigliare a

opera i libri stampati: perché quanto mai si poteva cavare di là, l'ho

fatto io. Sì bene gli prometto gran frutto se cercherà negli archivi,

tanto da avvantaggiarne il capitale che io lascio. Dalle lettere, dai

giornali, dagli strumenti potranno derivarsi in maggior copia i

particolari: ma la sostanza dei fatti, l'ordine dei tempi, ed i

caratteri dei personaggi staranno sempre dove e come io gli ho posti.

Valga l'esempio del capitan Bartolommeo, del quale ora parliamo:

certamente egli fece quest'anno strepitose prodezze, ma i ragguagli ci

mancano, meno quei pochi che si sono potuti raggranellare dagli archivi

sanesi e fiorentini[155]. Eseguì l'ardimentoso disegno, scorse per

l'Arcipelago, si fece vedere alla bocca di Dardanelli, scese nel ritorno

a Metellino, dette il guasto alla villa di Barbarossa, e sulla fine

dell'anno rimenò in Civitavecchia le tre galèe cariche di preda, e piene

di prigionieri[156]. Non sopravvisse lungamente al suo trionfo:

fuggitosi di Roma per certi sospetti (forse potrebbono essere questioni

coi Camerali pei quarti delle prede), se ne andò in Siena malato; e

quivi, quantunque giovane di quarant'anni, morissi addì sei di febbrajo

dell'anno seguente.

[6 febbraio 1544.]

La morte del capitano Bartolommeo, come cosa di rilievo, fu scritta al

duca Cosimo di Toscana dal Duretti residente ducale in Siena, così[157]:

«Il capitan Bartolommeo da Talamone, che già era capitano delle galèe

del Papa, quale per timore si fuggì da Roma, se ne venne qui in Siena

ammalato di mal di pietra, la quale si fece cavare sei giorni sono; et o

per difetto di chi la cavò, o per quel che si sia, si è morto; che ha

arrecato universalmente malagevolezza e danno a tutta questa repubblica

et a le sue terre di mare; per ciò che egli, oltre essere molto valente

della persona, era ancor di molto credito. Hanno fatto questi signori

onore alla sua sepoltura, et in somma è molto doluto, et è stato

grandissimo danno.» L'Ugurgeri ci ha conservato la memoria della lapida

onoraria, che si leggeva a suo tempo nella chiesa di san Francesco, in

questi termini[158]: «A Bartolommeo Peretti da Talamone, già capitano di

fanti al servizio di questa repubblica: il quale, messosi dappoi sul

mare con una galèa, divenne celebre navigatore e capitano della navale

armata pontificia, che egli felicemente governò per quattro anni.

Ultimamente navigando tutte quasi le marine dell'Asia contro i Turchi,

carco di preda e di prigioni tornò, e morissi in mezzo al corso degli

onori. Ottavio al fortissimo ed ottimo padre. Visse anni quaranta, spirò

addì sei di febbrajo 1544.»

Non parlo del suo testamento, perchè rimonta a tempo anteriore di quasi

otto anni prima della morte. Forse quando egli cominciò a correre di

lungo il mare in compagnia del conte dell'Anguillara scrisse per ogni

evento le disposizioni della sua ultima volontà[159]. Sì bene posso

aggiugnere, per cortesia del chiaro signor Luciano Banchi direttore

dell'archivio di Stato in Siena, conservarsi in quei registri il ricordo

dei pagamenti fatti per due epitaffi in marmo alla memoria di esso

capitano, da metterne uno in Siena a san Francesco, e l'altro non si

dice dove: quantunque ciascuno possa pensare alla chiesa di Talamone,

insieme col corpo, o coi precordî dell'illustre defunto, che da quel

luogo aveva preso il nome[160]. Ma che? Il fuoco incalzava anche per le

chiese, anche sotto ai marmi, anche nelle ossa il capitan Peretti. La

lapida postagli dal figlio in san Francesco andò perduta nell'incendio

di quella chiesa l'anno 1655; e dell'altra in quest'anno medesimo si

narra per opera di Barbarossa quel trattamento che tra poco vedremo.

[Marzo 1544.]

Morto adunque il Peretti, e ritrattosi già prima l'Orsino, le galèe

camerali restarono per poco sotto il governo del capitan Francesco de'

Nobili, infino a tanto che non le comperò dalla Camera la casa Farnese a

nome di Orazio terzogenito di Pierluigi, il quale le prese cogli stessi

patti e capitoli dell'Orsino[161]. Segno che la crociera del Peretti

aveva eccitato l'emulazione dei grandi, e che all'Orsino era riservato

il ritorno.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 47 / 213 题