IDEM, 479, 21.

[127] JOVIUS cit., 484, 24; 485, 14: «_Ex his Lucidus romanus....

Franciscus Balneus, Titus item Amerinus, et M. Ant. Porretanus._»

ADRIANI cit., 118, G: «_Il capitan Aurelio da Sutri, soldato e familiare

del conte dell'Anguillara, con Arrigo Orsino._»

ANTONIO COLARIETI, _Degli uomini più distinti di Rieti per scienze,

lettere, ed arti_, in-8. Rieti, 1860: «_Giulio Podiani da Paolo III

posto a capo della spedizione navale contro i corsari._»

I BIOGRAFI della casa Farnese, Francesco Sansovino, Salazar y Castro,

Bonaventura Angeli, Alfonso Loschi, Flaminio da Latera, il de Lazzari, e

il ch. Amadio Ronchini non dicono di più: e quest'ultimo, tanto noto

archivista di Stato a Parma, con sua lettera del 23 maggio 1873,

scrivevami: «_Sono dolente di non aver nulla, propio nulla per

soddisfare alle sue domande._»

[128] BOSIO cit., 203, B: «_Avendo l'Imperatore posto alla banda dritta

la capitana del Papa, comandata da Virginio Orsino, conte

dell'Anguillara._»

SOMMARIO _di Storia lucchese_, nell'ARCH. ST. IT., in-8. Firenze, 1847,

p. 424.

[129] RAYNALDUS, _Ann._, 1541, n. 64: «_Cohortes italicas quibus præerat

Camillus Columna et Augustinus Spinula._»

MAMBRINO ROSEO cit., 266.

BOSIO cit., III, 202, D; 205, C; 207, C.

[130] MAMBRINO ROSEO, 267: «_La fanteria divisa in tre schiere sì come

era di tre nazioni.... assegnati a ciascuna di esse tre pezzi di

artiglieria.... con quest'ordine marciavano._»

BOSIO, 205, C: «_Haveva ciascun di questi squadroni tre pezzi

d'artiglieria da campagna, per ispaventare gli Arabi, i quali

continuamente all'usanza loro traccheggiando, or quinci or quindi

l'esercito assaltavano._»

[131] NICOLAUS VILLAGAGNONUS, _De expeditione ad Argeriam. Inter

Selecta_ CLAUSERI _de rebus Turchicis_, in-fol. Basilea, 1556, p. 599,

lin. 32: «_Nobis imbres sclopetorum usum ademerant._»

JOVIUS cit., 484, 16: «_Jam a pluvia extinctis funiculorum ignibus,

lagunculisque sulphurei pulveris madefactis, sclopettorum usus penitus

ereptus._»

MAMBRINO ROSEO, 269: «_I Mori adoperavano le balestre già dismesse in

Italia.... e i fanti italiani non potevano per quella pioggia adoperare

gli archibusi._»

BOSIO cit., 207, B: «_La grande acqua haveva spente le corde degli

archibugi, e bagnata e guasta la polvere delle fiasche.... in quel

piano, fango viscoso a mezza gamba...._» 208, A: «_Il tempo di pioggia

rende gli archibusi inutili._»

ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 87: «_Ai soldati per la grossa pioggia

s'erano spenti i micci degli archibusi e quasi tutti i fuochi._»

[132] JOVIUS, 484, 24: «_Lucidus Romanus præferocem Maurum cominus

congressum, quamquam saucius, interfecit._»

XXI. — Più calzante al nostro proposito viene il discorso che abbiamo a

fare intorno alla marina, tutta turbata l'istessa sera del ventisette.

Il sole tramonta sotto il velo di densa caligine. Non colori brillanti

di crepuscolo, non azzurro ranciato di cielo, nè chiarezza lucente di

mare: ma tinte fosche, aria umida, acqua torbida, e dal lato boreale una

lontana parata di nugoloni oscuri, pesanti, immobili in prima sera; e

poscia mano mano sorgenti e torreggianti più e più in alto, senza altra

luce che qualche guizzo di baleno. Il piloto impensierito pronostica da

quella parte il vento furioso di Tramontana, traversia funesta del

rivaggio; e ansiosamente cerca tra nube e nube il punto ortivo della

temuta stella, già nota ai miei lettori[133]. Osservato diligentemente e

con segni sinistri il tramonto del sole e la levata della stella, sibila

e risquittisce il fischietto del comito e del nocchiero: e tutti i

marinari dalla tolda a riva son pronti per la manovra di mal tempo alla

sicurezza delle navi e delle galèe. Vedete da ogni parte ammainare le

antenne e i pennoni, sghindare di gabbia, arridare gli stragli e le

sartie; e giù in coverta chiudere le boccaporte, parare i portelli,

trincare le artiglierie, mettere le tende a pendio; ed altri in mezzo

colle barche assicurare gli ormeggi, filare i calumi, attrezzare i

pennelli: crescere di fuori nel mare gomene, ferri, gherlini; e di

dentro bozze, paglietti e trinche sulle bitte. Intanto avanza la notte,

e insieme la furia del vento, la gonfiezza del mare e l'oscurità del

cielo: cadono rovesci di pioggia obliqua tra lampi paurosi, e scrosci di

folgori, e scoppî di tuoni, ripercossi da tutti i monti nel bujo. Le

onde corrono infuriate verso la costa, gittansi rapidissime sugli

scogli, saltano alle creste, e ricadono come torrenti spumosi. Odi

ronfìo profondo di mare, e fischio rabbioso di vento, e vedi quanto v'ha

di più terribile nella confusa battaglia degli elementi. Là in mezzo

apprende il marino a vincere il sentimento del terrore, e a pigliar

pratica del suo mestiero.

[28 ottobre 1541.]

Fattosi giorno, chi si trova accampato tra i pantani, stretto di

vittuaglia, e privo di ogni comunicazione coll'armata, alla incerta

apprensione della oscura notte vede succedere la trista realtà di

spaventoso sguardo. Lunghi cordoni di onde accavallate biancheggiano

intorno al lido, valli e colline alla rinfusa sul mare; orizzonte

ristretto dalle nubi, e la volta del cielo simile alla tinta livida

dell'acqua. In piccolo spazio settecento navigli di ogni grandezza,

tutti umili e dimessi: tutte le alberature ridotte a metà, tutti i

fianchi paralleli, tutte le poppe opposte al vento, tutte le teste

legate agli ormeggi: gusci oscuri, circondati da liste bianche di spuma,

mosse e mutate in ogni senso. Ma al tempo stesso quei legni, chi più chi

meno, dall'una o dall'altra banda a perpetuo contrasto si scuotono:

talvolta li vedi sbandati fin quasi a trabocco; e improvvisamente

sollevati di poppa fino a mostrarti la chiglia; e poi, arrizzati

davanti, tutta presentarti la coverta, inondata d'acqua e di spume

correnti giù dagli ombrinali. Fissa oltracciò lo sguardo, e vedi

continuato contrasto di ciascun legno cogli ormeggi suoi, secondo le

diverse forze spinte, e chiamate dell'onde, del vento e delle gomene.

Eccoli barcolloni più volte alle bande; e poi bruscamente dare indietro,

traendo fuori d'acqua tutta tesata la lunghezza dei canapi: eccoli

all'improvviso farsi avanti verso il ferro, mollando i calumi; e poi

barcollando e rifuggendo tesarli un'altra volta: sempre con durissime

tentennate. Chi ha pratica, ed ha visto di simile, egli soltanto può

distinguere il discorso tecnico dal romantico.

Dopo quindici ore di rabbiosa procella col vento sferratore di

Tramontana, tra le continue strappate delle gomene, e il consentimento

sforzato dei legni, cominciano le falle, e il gettito, e le grosse

avarie. Sartie e manovre a pezzi, cime fileggianti in bando tutte da una

parte a seconda del vento; alberi scavezzi a precipizio, palischermi

infranti, murate e fianchi sdruciti, rottami sparti e trabalzati sulle

onde. Chi si trova debole di corbame, o fiacco d'ormeggio, entra in

distretta: a questo il canapo stremato si strappa; a quello le bitte e

le coste gli vanno appresso. L'uno piomba nel fondo con tutta la gente;

l'altro, miserabile spettacolo, irreparabilmente sferra, ed è gittato

dai flutti a perdizione sulla costa. Lo sferrare in bocca dei marinari è

maledizione assolutamente intransitiva, alla quale attivamente non si

opera come nel salpare, ma si è soggetti come nel morire; e vale perdere

i ferri, e la ritenuta delle gomene, e la conserva dei compagni; Esser

portato a precipizio dalla violenza del vento e del mare. Via dunque di

qua il maniscalco arcigno che sferra attivamente le bestie al travaglio;

via il ringhioso pedante che sferra a rovescio la penna sulla carta; via

le sferre di ogni altro prosuntuoso mestatore. Sferrano altrimenti i

miseri marinari; e in men che si dice, il grosso mare e il vento

rabbioso nelle secche e sugli scogli li percuote a certissimo naufragio.

Vengono abbrivati, urtano nei bassi, cadono gli alberi, e lo scafo

sbattuto dai marosi sul duro letto si apre, e va in pezzi. Della gente

in quel momento, chi piomba nell'abisso per non uscirne mai più, chi

resta maciullato dalle onde sugli scogli, e chi cade trafitto dalla

scimitarra degli Arabi. Costoro guardano il lido avidi di strage, e non

danno quartiere.

Ciò non pertanto la capitale sventura pareva rifugio ai miseri, stanchi

dei travagli del mare. Tanto era grande lo spavento e la perturbazione!

Scaduta la disciplina, molti volevano volontariamente investire in

terra, mettendosi nelle stesse condizioni che altri per violenza pativa.

La smania di levarsi dal pelago, la corrosione progressiva delle gomene,

la difficoltà di sgottar la sentina, la disperazione di non potersi

lungamente sostenere, massime alla cieca nella notte ormai vicina,

condusse non pochi al tristissimo partito di tagliar le gomene, messo in

non cale il divieto dei capitani[134]. Tanto che sull'ora di vespro più

di cencinquanta bastimenti di ogni maniera e quindici galere erano sul

lido miserabilmente infranti, non essendo più altro a vedere in quella

parte, che rottami, alberi, bariglioni, tavole, corde, cenci, attrezzi,

corredi, e uomini che di mezzo sorgevano per iscampare, e invece

trovavano più pronta la morte, o tra i gorghi del mare, o tra gli

acciacchi degli scogli, o sotto alle spade dei nemici[135].

In quella Andrea Doria non ismentì la fama di esperto ed intrepido

marino: avrebbe potuto facilmente salvare sè stesso e l'armata nel porto

vicino di Bugia; ma non volle mai abbandonare l'Imperatore e l'esercito,

quantunque gli pesasse gravissima la perdita di quasi tutte le sue

galere pel sollevamento della gente e pel taglio delle gomene, essendosi

dovuto piegare al tristo espediente l'istesso Giannettino[136].

L'incauto giovane insieme con tanti altri sarebbevi restato morto, se

l'Imperatore, vedendolo naufragato alla riva, e chiedere coi segnali il

soccorso, non avesse mandato di gran fretta don Antonio d'Aragona con

tre compagnie di Italiani a cavarlo fuori dalla rabbia degli Arabi e del

mare[137]. Grazia singolarissima, usata a lui solo per riguardo dello

zio: chè gli altri si lasciavano alla loro ventura, non forse altrimenti

tutta l'armata si avesse a gittare in terra, e tutti i bastimenti a

rovina, senza speranza di ritorno a nessuno.

Grandiosa tra tanto schianto comparisce alla vista di tutti la figura

dell'Orsino, l'arte e la virtù dei Romani, la saldezza dei petti e dei

legni, la bravura dei soldati e dei marinari. Essi fermi, intrepidi,

intatti; essi riguardati con maraviglia, essi citati ad esempio[138]. La

squadra di Malta, per colpa dei marinari, già era in procinto di

naufragio: e i forsennati a colpi di scure avrebbero senza dubbio

eseguito il tristo proposito di tagliare le gomene e di dare in terra,

se il comandante di quella capitana, mostrando da una parte la

disciplina dei Romani, e dall'altro la punta della spada sguainata, non

si fosse opposto; minacciando risolutamente la morte al primo che di ciò

si fosse ardito[139]. Pei fatti di Algeri, e per le lodi da tutti

ripetute alla squadra romana, Ottavio Farnese, genero dell'Imperatore,

formò primamente il disegno di appoggiare nella sua casa, come poi

seguì, la compra di esse galere.

[29 ottobre 1541.]

L'Imperatore e gli altri accampati miseramente tra fossi e dirupi,

abbattuti nell'animo alla vista continua di tante sciagure; perduta nel

mare l'artiglieria d'assedio insieme coi barconi di rimburchio, dove

l'avevano il giorno avanti discesa; corrotte o assorbite dal pelago le

munizioni e le vittovaglie, si trovavano a mal partito. Carpire le

radici salvatiche, macellare i cavalli, e pel fuoco raccogliere in

giornèa le tavole dei bastimenti naufragati, bastava nel giorno seguente

a nutricare di insolito pasto trenta mila uomini: ma non poteva durar

lungamente. In quella veniva a Carlo una lettera di Andrea, portatagli a

nuoto da intrepido marangone, assicurato anche meglio da un fodero di

sugheri. Andrea scongiurava l'Imperatore a levarsi di là, se non voleva

vedere tutti sommersi o massacrati; esortavalo a venirsene verso il capo

Mattaffuso, dove sperava poterlo raccogliere, e rimenare in Europa.

Carlo, perduta ogni speranza di conquista, accettò le conclusioni del

Doria: dètte i segnali, e imprese la ritirata a piccole tappe in tre

giorni, sempre combattendo cogli Arabi sul destro fianco ed alla coda.

[30 ottobre.]

La sera del ventinove essendosi calmato il vento, e potendo salpare i

ferri verso il largo (ma non approdare al lido, dove l'onde infuriate

tuttavia orribilmente frangevano), il Doria sparò il tiro dell'avviso,

perchè nella notte ciascuno si riattrezzasse a dovere e si mettesse in

punto di far vela al primo segno. La mattina del trenta prese il vento

colle poche galere che gli restavano: e, sempre sostenuto dalla squadra

romana, condusse il convoglio delle navi all'àncora nella cala del

Mattaffuso, dove è sicura stallìa per tutti i venti, salvochè da

Ponentemaestro. Le galere di Malta sotto colore di necessità si

allontanarono[140]. Al contrario le nostre continuaronsi nell'assistenza

degli afflitti, levarono le genti dalla spiaggia, servironle

all'imbarco, le scortarono al porto di Bugia, tenuto allora dagli

Spagnoli, quantunque sempre perseguitate dalla pertinacia delle

tempeste, e dal sentimento delle altrui avarie. Solo disastro per noi un

colpo di mare, che nelle acque di Bugia scoprì la poppa della Capitana

nostra, e ne strappò l'immagine del Santo protettore[141]. Del resto

fino all'ultimo, coll'arte e col magisterio dei marinari e degli

ufficiali governandosi, evitarono le disgrazie più e più funeste nella

ritirata di quell'armata: servirono l'Imperatore, assicurarono

l'esercito. Indi per Biserta, la Favignana e le Eolie, se ne tornarono

dolenti, altrettanto che onorati e salvi, al porto di Civitavecchia.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 43 / 213 题