[123] CESARE CAMPANA, _Vita di Filippo II_, in-4. Vicenza, 1608, lib.
XIV, p. 59: «_Giannettino se ne tornò come trionfante in Genova,
facendoci molto solenne intrata il giorno di ventidue del mese di
giugno._»
[124] ULLOA, 160: «_Dragut per via della moglie del principe Doria
ottenne la libertà, havendo pagato una buona somma di danaro. Nel che si
fece grandissimo errore_, ec.»
BRANTÔME, _Mémoires des capitaines étrangers de son temps_. in-16.
Leida, 1666, II, 45: «_Fut une grande honte pour ceux qui le laisserent
aller.... encore luy Dragut, dis-je, qui avoit fait tant de maux à la
chrestienté, et estoit prest et suffisant d'en faire d'avantage._»
MAMBRINO ROSEO, 252: «_La Principessa mandò Dragut al marito in
Messina.... il Principe lo mandò all'Imperatore.... egli glielo rimandò
a dietro.... Il Principe lo liberò con taglia, e fu questa liberazione
sì dannosa ai Cristiani, che ne patirono maravigliosa rovina, perchè
divenne il più crudele e dispietato corsale._»
BOSIO cit., III, 192, D: «_Fu la liberazione di Dragut molto biasimata,
e riuscì alla cristiana repubblica dannosa._»
[Marzo 1541.]
XX. — Tre mesi dopo Dragut ripigliava il mare da padrone: e il vicerè di
Napoli, spaventato dai continui rubamenti e disastri che si udivano per
opera sua, chiamava all'armi le galere del Regno, e volgeva l'occhio a
quelle di Roma, implorandone l'assistenza[125]. Altrettanto di clamore
usciva dalle province marittime di Spagna, infestate dai seguaci di
Barbarossa per modo così pertinace, che i popoli oppressi arrivarono al
segno di tassare sè stessi di somme enormi per fare le spese di un'altra
spedizione contro i pirati di Algeri, come si era fatto contro quelli di
Tunisi. Ed avendo Carlo V promesso agli Spagnuoli di pigliare quella
briga, licenziata la dieta di Ratisbona, dove si era indarno adoperato
per comporre insieme i cattolici coi protestanti, si dispose a venire in
Italia per sorvegliare da presso gli armamenti che i suoi ministri di
Milano, di Sardegna, di Sicilia e di Napoli facevano, ammassando da ogni
parte danaro, gente, munizioni, vittuaglie e navigli per la guerra
d'Africa. Se Carlo coi Veneziani di vero senno avesse abbattuto il Turco
alla Prèvesa, non avrebbe avuto il flagello dei pirati in Spagna, nè le
ruine dei giannizzeri in Ungheria. La mala propagine fin dalla radice
aveasi a cavar di Costantinopoli, anzichè perdere l'opera e il tempo a
cimarne qua e là le foglie per le riviere della Libia.
[Giugno 1541.]
Al Papa scrisse Carlo di suo pugno mostrandogli il desiderio di avere in
compagnia le galèe romane, e di abboccarsi seco quando passerebbe da
Lucca per andare a imbarcarsi nel golfo della Spezia. Perciò il conte
dell'Anguillara con grandissima sollecitudine allestiva in Civitavecchia
le tre galere della guardia, e le quattro sue proprie, sapendo che
avrebbe avuto di camerata Ottavio Farnese, nipote di sua Santità e duca
di Camerino, con eletta schiera di gentiluomini romani grandemente
desiderosi di trovarsi coll'Imperatore e col Duca alla grande
impresa[126]. Nominerò tra questi il conte Francesco di Bagno, il
capitan Lucidi di Subiaco, Tito Cansacchi d'Amelia, Arrigo Orsini di
Roma, Marcantonio della Porretta, il capitan Aurelio da Sutri, con altri
molti veterani che avevano combattuto nella guerra del sale contro i
Baglioni nell'Umbria, e contro i Colonnesi in Campagna di Roma:
aggiungendovi il capitan Giulio Podiani, i Paluzzi, i Delfini, i Naro, i
Massimi, gli Altieri, gli Albertoni, i Capizucchi, i Savelli, i
Boccapaduli, i Cesarini, i Particappa, i Maddaleni, i Capodiferro, i
Mochi, i Frangipani, i Gabrielli, i Berardi, i Pagani, i Cavalieri, ed
altrettali, che valevano al pari di chicchefosse per quei tempi nel
maneggio della spada[127].
[Agosto e settembre 1541.]
Sciolsero questi signori all'entrante di agosto da Civitavecchia e
fecero capo alla Spezia: di là il duca Ottavio passò a Milano incontro
al suocero che veniva da Trento, e stette con lui tra le feste dei
cortigiani, e seguillo dalla Lombardia a Genova e a Lucca. In questa
città agli otto di settembre per la via di terra era venuto papa Paolo,
a dispetto dei medici, i quali a lui vecchio sconsigliavano il viaggio
pei calori della stagione. Poco dopo con sessanta galere sbarcava alla
spiaggia di Viareggio l'Imperatore: ed alli dodici nella cattedrale di
Lucca incontravansi insieme Paolo e Carlo. In somma le feste di Milano,
i negozî di Genova, e il colloquio di Lucca, menarono le cose tanto in
lungo che il principe Doria sperava non si dovesse più per quest'anno
pensare ad Algeri. Lo stesso diceva papa Paolo, e tutti gli uomini
assennati, massime per le infelici notizie che venivano fresche delle
guerre di Ungheria, per le quali di là si richiedeva la presenza e
l'ajuto dell'Imperatore. Ma Carlo, tenacissimo de' propositi e
soverchiamente fiducioso nella sua fortuna, non volle ascoltar consigli
di niuno, e prese congedo per Algeri.
[18 ottobre 1541.]
Presso la Spezia a' diciotto di ottobre Carlo montò sulla ricchissima
galèa imperiale di trenta banchi che il Doria teneva per lui. La quale,
perchè era remigata da cinque uomini ad ogni remo, alcuni usavano
chiamare con isfoggio di classicismo Cinquereme: ma devo ripetere, che
dalla ricchezza, dalla grandezza e dai cinque rematori infuori, non
aveva nulla di essenziale diversità dalle altre galere, secondo le
consuete forme di costruzione altrove descritte. Presso la reale a mano
destra sorgeva la capitana di Roma, col conte dell'Anguillara, Ottavio
Farnese e quegli altri signori che ho nominati[128]; a sinistra la
capitana di Malta, indi per ordine le altre capitane di Genova, di
Napoli e di Sicilia, meno quella di Spagna, che aspettava colle sue
conserve alle Baleari. L'istesso giorno di martedì diciotto del mese di
ottobre salparono dalla Spezia: indi si ripararono dal fortunale di
Ponentelibeccio a capo Corso. Discesero a Bonifazio, e per quelle bocche
ad Alghero: di là a porto Maone, e finalmente addì ventiquattro
d'ottobre tutta l'armata dètte stupenda e terribil vista innanzi alla
città d'Algeri.
[24 ottobre 1541.]
Erano insieme attelate nella linea principale di fronte settanta galèe,
cioè diciotto di Spagna, venti del Doria, dodici di Napoli, dieci di
Sicilia, sette di Roma e quattro di Malta, con al centro l'Imperatore e
le altre capitane imbandierate e in armi: a tergo trecento navi da
carico, piene di soldati, di munizioni e di artiglieria; e appresso
altrettante navette minori di sussidio e di complemento per trentamila
uomini da sbarco delle tre nazioni. Colonnelli delle fanterie italiane,
Camillo Colonna di Roma e Agostino Spinola di Genova: capitan generale
il marchese del Vasto[129].
Non prenderò a descrivere la inospita costa d'Algeri, dove tante
mutazioni sono avvenute del tempo nostro, molto più che non avrò a
fermarmi lungamente alla sua vista. L'attacco di Algeri per Carlo V può
dirsi tragedia di un atto solo. Quindi basterà accennare che l'armata
sorgeva distesa nel golfo, a piccola distanza dalla città, tra il capo
di Mattaffusso da levante e il capo di Cassino da ponente, sopra fondo
di fango nero e tenace. Ferma sugli ormeggi passava senza alcuna novità
due giorni, ordinati al riposo delle fanterie, in gran parte deboli e
mareggiate dalla fastidiosa navigazione, prima di esporle in terra a
fronte dei nemici: molto più vedendosi attorno il mare tuttavia grosso e
frangente sul lido, quantunque il vento si fosse calmato.
Dentro alla piazza non era gran presidio: quasi tutti i pirati, memori
del successo di Tunisi, avevano coi loro legni già preso la fuga.
Restavano solamente ottocento turchi veterani, e cinque mila mori
assoldati, oltre la numerosa cavalleria dei Beduini per la campagna. Il
governatore supremo dell'armi Assan-agà, rinnegato sardo, allievo ed
amico intimo di Barbarossa, disegnava menare in lungo più che si potesse
la fazione; confidando nell'entusiasmo di quei popoli, nell'esempio di
altre simili invasioni sfallite agli Spagnuoli, e principalmente nei
rovesci della stagione che si potevano facilmente prevedere. Con questo
Assano si faceva beffe dell'araldo, che gli portava l'intimazione della
resa a nome di Cesare.
[26 ottobre 1541.]
All'alba del ventisei incominciava lo sbarco dell'esercito a levante
della piazza, così: le galèe entravano sotto alle grosse navi, riceveano
alla scala le fanterie colle sole armi manesche, poscia i soldati
medesimi cogli schifi delle galere e sotto la protezione del loro
cannone, saltavano in terra, ordinandosi sul lido, mano mano che
arrivavano, per mantenere il terreno occupato. Sul mezzodì, ingrossatisi
già gli squadroni fino a ventimila uomini, l'Imperatore istesso poneva
piede in terra e montava a cavallo, e disponeva l'accampamento e le
prime operazioni contro la piazza; seguendolo appresso i capitani e
gentiluomini della sua casa militare a poco a poco che venivano in terra
i destrieri e le barde. Il barchereccio da carico doveva convogliare
appresso le bagaglie, i viveri, le munizioni, le artiglierie. Operazioni
condotte sempre combattendo contro gli Arabi; i quali di galoppo a
briglia sciolta con badalucchi continui ed assalimenti repentini
molestavanci dovunque paresse loro di poterci offendere. Opportunamente
però, e qui lo ricordo per la storia dell'artiglieria, si era provveduto
al modo di contenere gli insulti dei cavalli nemici, assegnando a
ciascun corpo delle nazioni diverse tre pezzetti da campagna; i quali
maneggiati a dovere producevano effetti stupendi. Nulla meglio del
cannone, al quale non erano assueti, faceva imbizzarrire e fuggir via le
mandre dei Beduini[130]. Con quest'ordine occuparono le alture, e
passarono la prima notte all'addiaccio. Trista notte per le privazioni,
per la pioggia continua e pel freddo.
[27 ottobre 1541.]
Compivasi lo sbarco delle fanterie la mattina del ventisette, e già
metteansi dentro terra al lungo trasporto delle salmerie e delle
provvisioni, intanto che l'esercito marciava arditamente per investire
la piazza. Continue le avvisaglie, gli agguati, i combattimenti con
molta bravura e poco frutto. Le masse a stento si difendevano. La
pioggia avea disteso un guazzo di fanghiglione tenace per la campagna,
dove i picchieri non potevano agiatamente maneggiare l'armi d'asta, nè i
cavalli caricare; e gli archibugi, allora tutti a miccio, stavano come
inutile ingombro nelle mani dei soldati: guasta la polvere, bagnate le
corde, spenti i fuochi[131]. Si noti il fatto non certamente di piccolo
momento per la diffusione del fucile a ruota, come appresso dirò.
Nondimeno si ebbero ad ammirare diversi tratti di singolar bravura per
parte dei nostri. Un cavaliero ardì avanzarsi infino alla porta di
Algeri, e lasciarvi confitto per segno il pugnale: un altro di grande
statura e di forze gagliarde afferrò un turco per un braccio, e,
trattolo giù da cavallo, l'uccise in terra a colpi di stocco: il capitan
Lucidi della squadra romana, tuttochè ferito, non si peritò di farsi
incontro ed assalire a corpo a corpo colla spada il più terribile e
grande combattitore nemico e distenderlo morto ai suoi piedi[132]. Così
passò la giornata del ventisette.