NOTE:

[102] BOSIO cit., 182, A: «_Avendo accettato nelle galere veneziane

venticinque Spagnoli per ciascuna.... e giunti essendo al Paxù a sette

d'ottobre, trovarono che Barbarossa si era ritirato all'Arta._»

[103] MARCO GUAZZO cit., 247: «_Le galèe a quattro a quattro dovevano

battere Castelnuovo, e poi voltarsi e dar luogo alle altre quattro....

ma dopo le prime le altre quattro con tanta valorosità giunsero, che

insieme andarono ad urtare nel detto Castello._»

[28 ottobre 1538.]

XVII. — Doveva la piazza di Castelnovo, secondo i capitoli della lega,

restare nel dominio dei Veneziani; e il general Cappello, lieto di poter

dare alla patria sua qualche compenso delle fatiche e del dispendio, col

trattato alla mano ne faceva al principe Doria formale richiesta[106].

Al contrario l'egregio e fidato ministro di Carlo V, che non falliva mai

al debito suo verso il padrone, ne pigliava possesso al nome di Spagna,

metteva alla porta le milizie di san Marco, e se ne tornava

contentissimo in Sicilia, lasciando al governo delle armi nella piazza

il mastro di campo don Francisco Sarmiento con quattromila fanti

Spagnoli, di quei famosi veterani che in gran parte si erano trovati al

sacco di Roma, e tutti recentemente avevano fatto ribellione e crudeltà

inaudite in Milano[107]. Notate il passaggio: dai venticinque ai

quattromila, e dai bastimenti di guerra alle piazze d'armi. Non negavano

mica la ragione dei Veneziani: tutto al contrario! Ma stessero quieti, e

la piazza sarebbe consegnata loro in futuro[108]. Lo scherno per arrota

al tradimento.

[Novembre-dicembre 1538.]

Partitosi il Doria, anche il patriarca Grimani prese congedo dal general

Cappello con dimostrazione di benevolenza tanto grande, quanto era stata

la soddisfazione mutua dal principio alla fine, e perenne la concordia

tra loro, senza pur un'ombra di offensione. Il Patriarca disarmò in

Ancona le galèe prese a prestanza; e venne per la via di terra in Roma,

dove le sue parole, più che da altri, ebbero la conferma dal conte

dell'Anguillara. Il quale, tenutosi sempre da parte nelle querele

levantine e con grande riserva, rimenate avendo le galèe a

Civitavecchia, sosteneva al Vaticano i diritti conculcati della sacra

alleanza: biasimatore acerrimo dei falli commessi durante la campagna.

E' vedeva da una parte crescere la superchieria turchesca e

l'oltracotanza piratica, e dall'altra vedeva la rovina dei popoli e

della religione. Perduta ogni speranza di buoni effetti colle armi

congiunte della cristianità.

[Aprile 1539.]

Quale sorta di amicizia fosse cotesta dei ministri spagnuoli inverso gli

alleati, giudichi chiunque ne ha patito di simile, non chi ne ha goduto.

Basti che il lettore si renda sicuro per l'evidenza del fatto di

Castelnovo essere stati violati i capitoli, e rotta la lega, tradito il

cristianesimo dai ministri cesarei.

Ondechè i Veneziani, senza mai disarmare durante l'invernata,

aspettarono il mese di marzo dell'anno seguente: e poi che ebber veduto

chiaro e disteso sempre l'istesso inganno dalla parte medesima, e i

Cesariani al solito menare in lungo le provvisioni dell'armamento,

pensarono di provvedere ai casi loro, e volsero l'animo a quella pace

che aver potevano meno dannosa e meno vergognosa della guerra. Prima per

intramessa di Luigi Gritti fecero tregua di tre mesi colla Porta: poi la

prolungarono ad ogni scadenza[109]. Durissime le condizioni, tenaci i

rifiuti, due anni di prove, e finalmente un trattato gravoso a' venti di

ottobre 1540.

Intanto i falsi amici correvano a processione in Venezia, sconsigliavano

la pace, parlavano di onore, di giustizia e di cristianità; e spargevano

tra i popoli le notizie dei loro consigli e delle loro premure.

Francesco di Francia (l'alleato dei Turchi) voleva comparire zelante

anche esso agli occhi della gente semplice! Più di tutti zelante Carlo

d'Austria mandava a Venezia il marchese del Vasto a scusarsi e

scolparsi, promettendo di voler mettere pei Veneziani la vita e gli

stati suoi, eserciti e armate, e soccorsi inauditi: tutto pel tempo a

venire[110]. Erano parole troppo diverse dai fatti. Qui cade in concio

un proverbio che mi ricorda aver letto la prima volta in una grammatica

per imparare la lingua spagnuola[111], e potrebbesi volgere così: Buone

parole e tristi fatti gabban tutti, e savî e matti. Nel vero costoro

intendevano giuntare senza lor carico, con sottile artificio, in ogni

parte i Romani, i Veneti, i Maltesi, il Cristianesimo e tutti,

contrapponendo alle promesse lusinghiere le opere sleali. Mi si conceda

raccoglierne la somma, e mostrare in conclusione l'antitesi con che

sostituivano alle parole di soccorso il fatto dell'abbandono, alla

prontezza di marzo le lungaggini di settembre, all'unione in Levante le

gazzarre in Provenza, alle galèe ottantadue il numero quarantuno, alla

bravura dei Veneziani la soperchieria dei venticinque, all'abbattimento

dei Turchi la consunzione dei Cristiani, alla guerra viva le misere

scaramucce, alle grandi battaglie la fuga vergognosa, alla consegna di

Castelnovo l'occupazione violenta di quattromila Spagnoli, alle

conquiste in Levante le minacce in Terraferma, all'amicizia la servitù.

Sia pur che il numero infinito degli stolti si lasci pigliare

dall'apparenza delle belle parole; non per questo dovranno i savî

tenergli bordone, anzi maggiormente intendere alla sostanza della

verità, schifare gl'inganni e conoscere gli uomini (secondo i dettami

della sapienza) dalle opere loro. Io ho messo qui insieme i detti ed i

fatti, perchè ormai ciascuno pigli da sè il posto che gli compete; e da

sè giudichi le vicende del mondo, senza accezione di persone, sian

grandi e piccoli d'ogni paese: cosa non potuta sempre fare libera e

apertamente dai trapassati, quando i mancatori erano possenti e temuti;

nè sempre voluta fare dai moderni per vani puntigli di onor nazionale

inteso a rovescio, o per riverenza in tutto a chi non fu lodevole in

tutto. Prima gli eterni principî della morale colla loro verità e

giustizia, e poi il resto delle persone coi loro difetti e colle loro

malizie[112].

[Giugno 1539.]

Ora, per finire questa materia, devo ricordare gli ultimi due atti della

guerra nel trentanove, prima che fosse conchiusa la pace tra i Veneti e

Solimano. Torniamo a Castelnovo, dove sulla fine di giugno si presenta

Barbarossa con tutte le forze dell'imperio turchesco, per ricuperare al

suo signore la piazza perduta. I quattromila fecero egregia e

valorosissima difesa: ma voluti tenere contro legge e contro natura in

Levante, dove il padrone da lontano non li poteva soccorrere, alla fine

caddero il dì sette d'agosto nelle mani dei Turchi: i quali senza pietà

gli tagliarono quasi tutti a pezzi, e i pochi superstiti posero al remo

nelle galere, come testimonî della final conclusione della strana

alleanza[113].

Poscia l'istesso Barbarossa col medesimo esercito e colla medesima

armata, vie più animoso per la recente vittoria, andò quivi presso a

volersi pigliare la città di Cattaro tenuta dai Veneziani, e vi pose

assedio pari e più duro che non a Castelnovo. Ma era riserbato al

governatore di quella piazza Matteo Bembo, ed a quei spregiati marinari

coi loro soldati, romagnoli, marchiani e dalmatini, senza bisogno degli

altri venticinque, il dare a Barbarossa tale percossa, che il barbaro

lacero e sanguinoso dovette esser contento di andarsene lungi dalla

città e dal golfo, senza ardirsi mai più di ritentare quella prova[114].

Perduto adunque Castelnovo dagli Spagnoli, e salvato Cattaro dai

Veneziani, finisce l'epopèa della prima grande alleanza nel secolo

sestodecimo contro i Turchi. Per la seconda ci rivedremo agli scogli di

Lepanto. Ma per la terza del secolo seguente sarà meglio comprovato come

a pubblico beneficio della società e della religione tra Roma, Vienna,

Venezia e Varsavia allora soltanto poteva durare intemerata la lega per

sedici anni fino al trattato di Carlowitz, quando non entravano di mezzo

i mestatori dell'Escuriale.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 35 / 213 题