[5 novembre 1537.]
I. — Solenne alleanza dei principi cristiani, dugento navigli di linea,
cinquanta mila fanti, quattromila cavalli, guerra in ogni parte di
Oriente, assedî ed espugnazioni di fortezze, scontri sul mare con tutta
l'assembraglia turchesca e piratica, in somma per le mani mi cresce la
materia, ma non l'autorità del conte Gentile, protagonista del libro
sesto: anzi per la stessa ragione dell'armamento straordinario esso
tirasi indietro, e cede rispettosamente la mano ed il passo ad un
dignitario ecclesiastico, chiamato dal Pontefice al primo posto d'onore
e di autorità col titolo di Legato apostolico sull'armata navale[1].
Vediamo or dunque discendere il Conte alla seconda linea, e appresso lo
vedremo risalire alla prima; e poi ritirarsi e ritornare, non lasciando
mai per altri dieci anni, cioè infino all'estremo giorno della sua vita,
di mostrarsi principal condottiero alla nostra marina. Però senza
rompere il filo, penso di continuare la seconda parte del sesto libro
sotto gli stessi auspicî dello splendido suo nome, perchè egli solo tra
noi per dieci anni resta fermo, quando gli altri vengono e vanno.
Nel fervore delle pratiche, trattandosi la lega, e dovendosi mettere in
sesto dalla parte di Roma il primo fondamento alla futura squadra
marittima del Legato infino a trentasei galere, i Ministri camerali
deliberarono riprendere dall'Orsino le tre della condotta: e trovandosi
egli in Civitavecchia, mandarongli colà il vescovo di Pavia con un
brevetto papale del tenore seguente[2]: «Al diletto figliuolo, nobil
uomo Gentil Virginio Orsini conte dell'Anguillara. — Figlio diletto,
salute ed apostolica benedizione. — Mandiamo costà in Civitavecchia il
venerabile fratello Giovanni de Rossi, vescovo di Pavia, per rivedere e
riconoscere l'amministrazione delle nostre galere. Ed esso da parte
nostra ti avrà altresì a dire certe cose. Però tu presterai piena
credenza alle parole di lui, come presteresti a Noi medesimo. — Dato a
Roma, presso san Pietro, addì cinque novembre 1537, del nostro
pontificato anno quarto. — Fabio Vigile.»
Parrebbemi villanìa entrare in camera dove parlano da solo a solo il
Vescovo e il Conte, coll'intenzione di riferire altrui i loro discorsi.
Detesto l'origliare di certuni al bucolino, molto più sotto le speciose
apparenze di rendere servigi. Ma se ad alcuno verrà vaghezza di sapere i
trattati dei due personaggi, secondo il brevetto, aspetti che quei
signori escano in pubblico, e vadano al notajo, e allora con tutta
dicevolezza saprà che il Conte pel buon andamento della lega, e per la
maggior quiete dei contraenti, riconosce la convenienza di mettere il
Legato sull'armata: quindi lascia (per poi riprenderlo a suo tempo) il
titolo di capitan generale e di commissario in Civitavecchia, scrive
l'inventario e la perizia delle tre galèe papali, le consegna ad un
altro capitano, e se ne resta colle quattro galèe sue proprie, come
venturiero capitano assoldato nella armata papale sotto gli ordini e lo
stendardo del Legato per la prossima spedizione generale contro il
Turco[3].